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Full text of "Garibaldi e i mille;"

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in 2010 with funding from 

Boston Library Consortium IVIember Librariés 



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George Macaulay Trevelyan 



GARIBALDI E I MILLE 

TRADUZIONE 

DI 

EMMA BICE DOBELLI 



CON SEDICI ILLUSTRAZIONI E DUE CARTE 




BOLOGNA 
NICOLA ZANICHELLI 

FIRENZE-ROMA-MILANO - R. Bemporad e F. 

TORINO - S. Lattes e C. 

NAPOLI - Fratelli Trevcs — PALERMO - A. Reber 




GARIBALDI IN ESILIO 
( Da un' incisione nel « British Museum » ). 



George Macaulay Trevelyan 



GARIBALDI E I MILLE 

TRADUZIONE 

DI 

EMMA BICE DOBELLI 



CON SEDICI ILLUSTRAZIONI E DUE CARTE 




BOLOGNA 

NICOLA ZANICHELLI 

FIRENZE-ROMA-MILANO - R. Bemporad e F. 

TORINO - S. Lattes e C. 

NAPOLI - Fratelli Treves — PALERMO -'/A. Rebei 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



AI MIEI AMICI 

GOFFREDO E HILTON YOUNG 



PREFAZIONE 



// presente volume " Garibaldi e i Mille ,, insieme con 
la sua continuazione intorno alla liberazione di Napoli, è 
la storia della parte di Garibaldi nei decisivi avvenimenti del 
1859^60 che " fecero l'Italia ,,. La sua parte nel 1859 fu 
interamente secondaria e non ho punto esagerato affermando ciò 
nelle prime pagine del Volume. Il 1 859 fu l'anno di Cavour 
e di Napoleone III ; ma il 1860 fu V anno di Cavour e 
di Garibaldi, ed è questo l'argomento principale dell'opera mia. 

Dei meravigliosi fatti d' arme del / 860 io narro la 
prima parte, quando cioè il Liberatore, approdato con mille 
uomini scelti, vestiti dei loro abiti borghesi o della camicia 
rossa, armati di moschetti adatti a quella massa raccogliticcia, 
con l'aiuto dei popolani siciliani, vinse 24,000 soldati 
regolari armati di fucile e tolse loro la capitale. La storia 
di quel mese in cui la piccola schiera fu trattenuta in quel- 
l isola singolare lontana dal mondo aspettante; il racconto 
di quelle avventure che, benché siano simili a quelle che 
animano i sogni dei ragazzi delle scuole, tuttavia decisero i 
destini d'Italia, ha un fascino che spero giustificherà agli occhi 
del lettore i particolari coi quali è narrato. L'ultima parte 



IV Garibaldi e i Mille 



della campagna, dopo la caduta di Palermo e V arrivo delle 
spedizioni maggiori che si unirono a Garibaldi, benché non sia 
meno interessante, è politicamente e militarmente di carattere 
più ampio e diverso e sarà meglio trattata in un altro 
volume. 

Se mi si chiedesse perchè oso scrivere la storia di fatti così 
recenti come quelli di mezzo secolo fa, risponderei che, ben- 
ché senza dubbio alcuni documenti di grande importanza e 
altri d' importanza minore possano esser messi a profitto dalla 
generazione prossima, il complesso del materiale pubblicato 
di recente in Italia o del quale ci si pub giovare in manoscritti 
è già davvero considerevole (vedi la bibliografìa più avanti 
a pagina 455-502) e che intanto le persone che presero 
parte a questi fatti vanno scomparendo. Il fatto che il 
general Canzio e Tùrr morirono entrambi entro lo spazio 
di pochi mesi da quando ebbi la fortuna di parlare con loro 
degli avvenimenti a cui avevano preso parte, è significativo. 
In un certo rispetto questo è proprio il momento più oppor- 
tuno per scrivere la storia del 1860. Quindici anni fa il 
materiale stampato e i manoscritti utilizzabili erano insuffi- 
cienti, e fra quindici anni non ci saranno che fonti pubbli- 
cate. Ma la testimonianza orale ha il suo valore storico. La 
conversazione dei veterani deve naturalmente ascoltarsi così 
con vigilanza critica come con rispetto ; io ne ho conosciuto uno 
che senza avvedersene affermava il contrario di un fatto 
particolare del quale aveva scritto nel suo diario cinquanta 
anni prima. Ma le loro impressioni illuminano intorno allo 



Prefazione V 

spirito alle opinioni e alle relazioni degli uomini e dei partiti 
coi quali operarono, e anche nei particolari specialmente negli 
affari militari, spesso mettono in grado lo storico incerto di 
conciliare o scegliere fra racconti, esposizioni, narrazioni 
opposte dei libri o di capire qualche incidente altrimenti 
incomprensibile. Non si può esaminare in contradditorio un 
libro o un manoscritto e in questo sta la deficienza della 
narrazione scritta che è in qualche modo rettificata dalla 
testimonianza orale. 

Ci sono tante persone in Italia e in Inghilterra che debbo 
ringraziare per avermi aiutato nel raccogliere il materiale 
per questo volume, che non so davvero da chi cominciare e 
da chi finire. Come altra volta il signor Nelson Ga^ mi ha dato 
di servirmi della sua splendida Biblioteca del Risorgimento e 
mi ha personalmente aiutato in parecchi punti. Il mio debito di 
gratitudine verso il cav. Alessandro Luzio di Mantova è ancora 
più grande di prima, e tale è quello verso il signor Menghini 
della biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, e verso il sindaco 
Nathan che mi permise l'esame dei documenti mazziniani. 
Per non dire di altri veterani che hanno così gentilmente sop- 
portato e risposto alle mie domande, ricorderò il colonnello 
Elia e il colonnello Tedaldi. La contessa Martinengo-Cesa- 
resco, i cui libri danno meglio che ogni altro una chiara 
visione del risorgimento ai lettori inglesi, mi ha detto molte 
cose che non si possono trovare nei libri. E rendo vive grazie 
per la loro gentilezza Verso di me al signor Cantoni e ai miei 



VI Garibaldi e i Mille 



amici della Casa Zanichelli di Bologna, al signor G. Galla- 
vresi e al colonnello Carlo Pagani di Milano, all'avv. Pier 
Giulio Breschi di Genova a cui devo il gentile interessamento 
per me del suo amico Generale Canzio ora defunto, al prof. 
E. Zamboni e ai membri e al presidente della Società di 
Storia Patria di Napoli. 

Soprattutto in Sicilia io debbo al buon volere degli altri 
il successo delle mie ricerche. La signora Joseph Whita^er 
e tutta la casa Whitaker ; il signor Churchill nostro console 
allora a Palei mo ora a Napoli; e i miei gentili ospiti a 
Marsala, il signore e la signora Gray mi hanno trattato come 
piace di essere trattati dai propri connazionali all'estero. 

Io avevo minor titolo all'aiuto dei siciliani, ma ne ho 
avuto e molto. Per primo ricorderò il dottor G. Paolucci la 
cui opera su questo argomento mi è stata di guida efficace 
anche nei punti nei quali ho osato essere di avviso diverso dal 
suo. Anche il prof . Pitré fu molto gentile con me e come lui 
il signor Santostefano dei Marchesi della Cerda, il cav. Ago- 
stino Rotolo, il signor Giuseppe Campo, il signor Costantini 
e i suoi concittadini di Piana dei Greci, il signor Lipari di 
Marsala, il comm. Salinas, il senatore Guarneri, il senatore 
Beltrani Scalia, il cav. Giuseppe Lodi che ringrazio perchè 
mi diede facoltà di servirmi della sua preziosa collezione, 
il cav. uff. G. Travali e i funzionari dell' Archivio di Stato 
di Palermo e molti altri. 

In Inghilterra debbo ringraziare anche una volta Lord Car- 
lisle che mi prestò e mi regalò dei libri, e anche Lad^ Mar^ 



Prefazione VII 

Murra}), Lady Agatha Russell e il signor Rollo Russel ; 
la signorina Peard, la signorina Margaret Shaen, il signor 
Charles Lacaita, il signor Arthur Elliot, il signor Herbert 
Craig, Lady Lochwood, la signora Osler, e il signor Mal- 
leson, misero tutti a mia disposizione documenti di fami- 
glia. E ancora debbo ringraziare Sir Cedi Spring Rice, il 
signor Marchetti di Halifax (garibaldino del 1 859) e altri 
i cui nomi son indicati nella appendice e nelle note di questo 
volume. 

Quattro persone si son date cura di leggere il volume 
nel manoscritto o sulle bozze: il signor Hilton Young, mia 
moglie, il signor Tha^er di Harvard, uno dei più insigni 
studiosi della storia del Risorgimento, e il conte Ugo Balzani 
la cui squisita gentilezza per me è una delle ragioni per le 
quali è tanto piacevole essere spesso invitato a venire in Italia. 

Giugno 1909. 

G. M. TREVELYAN 



INDICE 



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INDICE 



Prefazione Pag. Ili 

Introduzione > I 

Capitolo L — Garibaldi in esilio, 1849-1854 » Il 

» //. — Garibaldi e la convalescenza dell' Italia. - Gari- 
baldi a Caprera » 35 

» ///. — I prigionieri Napoletani » 51 

» IV. — Cavour tira dalla sua i democratici e Napo- 
leone III. - La spedizione di Pisacane. - 
Plombières e la dichiarazione di guerra al- 
l' Austria. - 1856-1859 » 81 

» V. — La campagna Alpina di Garibaldi, 1 859 ... » 105 

» VI. — Villafranca e suoi effetti » 141 

» VII. — Napoli. 1859 -Marzo 1860 » 159 

» Vili. — La Sicilia. - Ln Rivolta del 4 aprile 1860. 

- Rosolino Pilo e le speranze per 1' arrivo 

di Garibaldi » 183 

» IX. — Origini della Spedizione. - Nizza o Sicilia ? . » 209 

» X. — La Villa di Quarto. - I preparativi » 231 

» XI. — Si spiegano le vele » 257 

» XII. — Talamone e la traversata » 273 

» XIII. — Lo sbarco dei Mille a Marsala » 291 

» XIV. — La battaglia di Calatafimi » 319 

» XV. — Sui monti di Palermo . , » 345 

» XVI. — Gibilrossa. - Palermo alla vigilia » 369 

» XVII. — La presa di Palermo » 385 

Epilogo » 427 



XII Garibaldi e i Mille 



APPENDICI. 

Appendice A. — Caprera Pag. 429 

» B. — Numero delle forze impegnate a Varese e a Como » 43 1 

» C. — Francesco Riso sul suo letto di morte » 433 

» D. — Garibaldi a Caprera nel febbraio del 1860 . . » 434 

» E. — Il racconto di Laurence Oliphant » 436 

» F. — Le due dichiarazioni del Bertani » 437 

» G. — L' abboccamento decisivo di Villa Spinola, 

30 aprile » 440 

» H. — Cavour e il Re a Bologna, 2 maggio » 441 

» /. — Fauché e Rubattino » 443 

» K. — Le finanze della spedizione dei Mille » 444 

» L. — Perchè l' evacuazione francese fu sospesa. ... » 446 

» M. — Calatafimi » 446 

» N. — La marcia notturna a Parco, 21-22 maggio. . » 448 

» O. — Da Piana dei Greci a Marineo .• . » 449 

» P. — La via seguita da Gibilrossa a Palermo .... » 451 

BIBLIOGRAFIA. 
Lista delle pubblicazioni e dei manoscritti consultati dall' autore : 

I. — Pubblicazioni » 455 

II. — Manoscritti » 493 

III. — Note e conversazioni » 499 

Poesie » 502 

Indice alfabetico » 503 



ELENCO DELLE ILLUSTRAZIONI 
E DELLE CARTE 



1 . Garibaldi in esilio Frontispizio 

2. Cavour Pag. 35 

3. Il combattimento al convento della Gancia » 201 

4. Rosolino Pilo » 209 

5. Scoglio di Quarto » 257 

6. Nino Bixio » 289 

7. Marsala » 301 

8. Lo sbarco di Marsala » 305 

9. Garibaldi » 321 

10. Calatafimi » 337 

11. Il Passo di Gibilrcssa » 369 

1 2. Ponte dell' Ammiraglio » 385 

13. La Fiera Vecchia » 393 

14. La fontana di Piazza Pretoria » 401 

15. Il Palazzo Reale » 409 

16. Castellamare col Monte Pellegrino in distanza » 417 

1. Sicilia occidentale - 1860 » 353 

( Palermo al tempo dell' entrata di Garibaldi -^q 

f Dintorni di Palermo 



GARIBALDI E I MILLE 



Seldom do we find that a whole people can be 
said to have any Faith at ali ; except in things that 
it can eat and handle. Whensoever it gets any Faith, 
its history becomes spirit-stirring, notewoithy. 

CARLYLE. French Revolution. 



INTRODUZIONE 



Quando 1' Imperatore Napoleone III stupì V Europa pro- 
ferendo rivolto all'Ambasciatore austriaco, nell'occasione del 
Capo d* anno del 1 859, poche parole cortesi ma gravide di 
minaccie, 1* Italia degli Italiani si limitava ancora allo state- 
rello annidato fra le Alpi ed il mare, — al solo Piemonte. 
Forte, se non per il numero, per il carattere dei suoi cittadini, 
il Piemonte godeva il rispetto dell'Europa, la simpatia della 
Francia e dell' Inghilterra, e 1' affetto vivo degli abitanti degli 
altri Stati della Penisola — sentimenti ispirati dal ben regolato 
Governo rappresentativo del Re Vittorio Emanuele e del 
suo ministro Cavour. Il resto dell' Italia, ancora suddiviso fra 
una mezza dozzina di governanti diversi, era soggetto al 
potere assoluto dei preti, degli stranieri e dei despoti ita- 
liani, saldamente stretti in triplice alleanza contro i diritti 
del laicato, la libertà personale e l' indipendenza del paese. 
Due anni più tardi questo stato di cose aveva subito un 
cambiamento così completo e inatteso che molti stentavano 
a crederlo destinato a diventare permanente. Nel novembre 
1 860, quando, deposto il Dittatoriato della Sicilia e di Napoli, 
Garibaldi spiegava le vele verso la sua fattoria di Caprera, 
portando con se un gran sacco di grano da semina e una 
manciatina di carte d' una lira, egli si lasciava dietro Vit- 
j torio Emanuele riconosciuto monarca costituzionale di tutti 

Garibaldi I 



Garibaldi e / Mille 



i territori che noi adesso sappiamo formare il Regno d'Italia: 
se si eccettuano due o tre fortezze su cui sventolò per 
qualche mese ancora la bandiera borbonica, gH antichi ter- 
ritori della Repubblica Veneta ancor vigilati dal Quadri- 
latero austriaco, e il ristretto « patrimonio » primitivo dei 
Papi, dove agli occhi dei mandriani e dei vignaiuoli, la cupola 
di San Pietro sorgeva galleggiante sulla nebbia vespertina 
quale arca della Chiesa sul flutto della Rivoluzione. Neil' in- 
verno del 1860-Ó1 un patriotta avrebbe potuto viaggiare da 
Brescia a Reggio e Palermo, seguendo tutta la catena centrale 
dell' Apennino, senza vedersi il passo conteso o concesso 
da forze antinazionali, a meno che s' imbattesse in una com- 
pagnia di briganti nelle provincie napoletane. Se i colori 
austriaci non furono abbassati dai tre pennoni che stanno 
davanti a San Marco in Venezia prima del 1 866, se l' Italia 
non potè saviamente forzare l' ingresso in Roma che dopo 
Sedan, la creazione del nuovo Stato tuttavia era un fatto com- 
piuto dal giorno che Garibaldi lasciò Napoli per Caprera. 

Si può dunque dire che gì' Italiani si acquistarono la loro 
indipendenza nazionale, la libertà civile e l' unione politica 
negli anni 1859 e 1860. Tal mutamento profondo e stabile 
nella politica europea si effettuò contrariamente alle aspet- 
tazioni e ai desideri di quasi tutto il resto d'Europa e mal- 
grado i cannoni della Francia e dell'Austria, che pur diffe- ; 
rendo in molti punti rispetto alla sorte dell' Italia, si accor- 
davano per lo meno nell' opporsi a che si unisse sotto un 
solo governante. Ne all' una ne all'altra di queste due potenze 
r ItaHa avrebbe potuto opporre una prolungata resistenza 
ramata; eppure essa raggiunse il suo scopo loro malgrado! 

La rapida serie di eventi che produsse risultati tanto 
grandi e tanto improbabili in apparenza, fu portata a matu- 
razione dal sommo genio politico di un italiano e dall' azione 



La formazione dell' Italia, 1859-60 



decisiva di un altro, il cui nome è per il mondo moderno 
sinonimo di puro eroismo. La storia italiana di quei due 
anni è ricca di tutti gli elementi che rendono la storia ispi- 
ratrice, istruttiva e drammatica. Vi si trovano tutte le qua- 
lità che ci fanno rispettare o disprezzare il genere umano ; 
qui r eroismo e là la codardia di intere popolazioni ; la devo- 
zione di individui e di famiglie intere, a fianco con il più 
vile egoismo ; la massima saviezza e la più sfrenata paz- 
zia; il più puro patriottismo e la più meschina gelosia, non 
sempre annidati in fazioni opposte, ne in petti diversi. Essa 
ci spiega sotto gii occhi il giuoco di grandi personalità, un 
vero caleidoscopio girevole delle forze diplomatiche d'Eu- 
ropa; sbalorditorii mutamenti di fortuna, messaggeri che avreb- 
bero salvato un regno, trattenuti dal capriccio dei villici, 
decisioni di pace e di guerra arrivate qualche giorno troppo 
tardi o troppo presto per deviar la corrente del destino, 
uomini ed eserciti da cui tutto dipendeva, scampati per un 
pelo ; e 1' eroismo, il tragico e il burlesco invadono a un 
tempo il palcoscenico della storia. Per essa assistiamo final- 
mente al successo delle imprese più azzardose : la caduta di 
regni e principati; lo smembramento della più antica e ter- 
ribile teocrazia del mondo occidentale ; la effettuazione delle 
speranze per cui da due generazioni i martiri dell' Italia 
soffrivano e morivano, e una buona dose, infine, di quel mal- 
contento e di quella disillusione che non mancan mai quando 
i sogni degli uommi più eletti sono tradotti in atto da popo- 
lazioni appena liberate dalla servitù corruttrice di secoli. 

Si è detto talvolta che « 1' Italia è stata fatta troppo 
presto ». Si è sostenuto che V introduzione troppo rapida 
del meccanismo politico moderno e la troppo rapida unifi- 
cazione di popolazioni così diverse, come quelle del nord, 
8 1 del centro e del sud, sono in gran parte responsabiH delle 



Garibaldi e / Mille 



pecche dell' Italia odierna, che si potrebbero invece ascri- 
vere con maggior giustizia alle ben radicate cause sociolo- 
giche, che risalgono il corso della storia italiana fino a due 
mila anni addietro. Ma comunque sia sotto questo riguardo, 
rimane più che probabile che se Y Italia non si fosse con- 
quistata r indipendenza quando la conquistò, ne così rapi- 
damente come fece, o in altra forma che quella di completa 
unità politica, essa non se la sarebbe mai conquistata. Se 
non si fosse scossi di dosso gli austriaci, il Papa e i Bor- 
boni in un' età di guerra e rivoluzione, vi sarebbe diffìcil- 
mente riuscita più tardi, in un' età in cui le nazioni erano 
minacciosamente armate, ma timorose di guerra e intolleranti 
d' ogni questione che facesse pericolare la pace. L' Italia 
non avrebbe potuto mai esser liberata senza almeno una 
guerra europea. A portare a compimento la sua liberazione, 
infatti, concorsero non meno di tre guerre europee, quelle 
del 1859, del 1866 e del 1870. In ciascuno di questi tre 
anni di cataclismi essa seppe giovarsi del conflitto di com- 
battenti più forti di lei, a suo profitto. Se non fosse stata 
liberata prima del 1 87 1 , anzi se non fosse stata liberata 
per tre quarti prima della morte di Cavour, nel 1861, non 
è improbabile che la sua causa sarebbe scaduta come 
quella della Polonia. L' ultima lotta sostenuta dalla Polonia 
fu nel 1 863 ; se 1' Italia lottando nel 1 860 avesse perduta 
la partita, il momento propizio avrebbe potuto non ritornar 
mai più. Negli ultimi trent' anni del secolo decimonono nes- 
sun paese si sarebbe impegnato in una guerra a favore del- 
l'oppressa Lombardia con la facilità della Francia nel 1859, 
e qualsiasi impresa analoga all' attacco di Garibaldi sui Bor- 
boni sarebbe stata impedita da un concerto europeo, come 
intempestiva infrazione alla pace e all'ordine. Ma nel luglio del 
1 860 r Inghilterra ruppe il concerto europeo d'allora e rifiutò 



La formazione ddV Italia, 1859-60 



di tagliare il passaggio dello Stretto di Messina a Garibaldi. 
Questa decisione, dovuta a Lord John Russell e a Lord 
Palmerston, fu una delle cause che concorsero a far del- 
l' Italia lo Stato libero e unito di oggi. 

Oltre a ciò, nell' Italia stessa il movimento per il Risor- 
gimento che avvampava con un continuo crescendo da due 
generazioni, aveva raggiunto il massimo bollore negli anni 
1859-60. Se la causa fosse fallita allora irrimediabilmente 
come nel 1848-49, si potrebbe a ragione dubitare che la 
disperazione avrebbe smorzato e assiderato tanto ardore. La 
« disillusione » e il « pessimismo » di cui si sente tanto parlare 
neir Italia moderna, si sarebbero diffusi assai più e sareb- 
bero stati di un genere molto più deleterio, se la speranza 
di effettuare il Risorgimento fosse andata perduta. L' Italia 
del secolo ventesimo sarebbe forse deteriorata nell' Italia del 
secolo decimottavo. Di più, anche se il movimento patriot- 
tico fosse continuato intrepido, il problema sociale sarebbe 
sorto a complicare e svisare il movimento politico per l' indi- 
pendenza, portando la divisione fra le classi che nell' Italia 
di cinquant' anni fa erano unite dalla causa nazionale. 

In breve, se Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi non 
avessero potuto liberare il loro paese al tempo di Napo- 
leone III e di Palmerston, e mentre l* impulso impartito da Maz- 
zini durava ancora fresco, pare dubbio che altri sarebbe mai 
riuscito a Uberarlo più tardi. L' Italia non avrebbe potuto 
sostenere il lento processo di un'evoluzione incerta davanti a 
forze ostili in realtà più forti di lei, e determinate a schiac- 
ciare ogni germoglio naturale per forza brutale ; essa doveva 
afferrare l'occasione creatale da Cavour, prima che passasse per 
sempre. La Rivoluzione italiana, come quasi tutti i gran passi 
fatti a miglioramento del destino umano, non era inevitabile, 
ma piuttosto un portato della saviezza, del valore e del caso. 



Garibaldi e i Mille 



In niun modo potrà negarsi che la grande spedizione di 
Garibaldi nel 1 860 abbia portato il concorso maggiore all'unità 
dell' Italia in tempi in cui nessun altro mezzo sarebbe stato 
valido a condurla a compimento, se non fuori d' Italia e 
per la bocca di chi non ha mai studiato nei particolari la 
storia del Risorgimento. Gli storici itaHani d'ogni scuola 
parmi concordino nell' ammettere che le popolazioni sici- 
liane e napolitane si eran mostrate incapaci di fare la rivo- 
luzione alla presenza di un esercito di 90,000 uomini, senza 
un aiuto esterno : che Cavour, grazie all' attitudine dell' Eu- 
ropa e in particolare della Francia e dell' Austria, era nel- 
r impossibilità di concedere questo aiuto con le forze rego- 
lari del Regno dell' Italia settentrionale ; che in conseguenza, 
nient' altro che una « scorreria » impetuosa di volontari del 
partito rivoluzionario, avrebbe potuto liberar la Sicilia e 
Napoli, e che nessun' altra « scorreria » , se non quella gui- 
data da Garibaldi, sarebbe mai riuscita nell' intento ; final- 
mente, che soltanto la rivoluzione garibaldina di Siciha e 
di Napoli aveva potuto metter Cavour in posizione tale da 
cimentarsi ad attaccare i possessi papali dell' Umbria e delle 
Marche in faccia all' Europa tutta, unendo per tal modo la 
penisola in tutta la sua lunghezza, in un solo Stato ininter- 
rotto. Questa catena di ragionamenti che stabiliscono la su- 
prema importanza storica della spedizione di Garibaldi, è 
stata convalidata dalle pazienti ricerche degli studiosi italiani 
durante gli ultimi anni, in cui tanto si è fatto per lo studio 
scientifico della storia del Risorgimento. 

La questione ancor discussa fra gli storici italiani, è il 
grado di partecipazione che spetta a Cavour nel successo 
di Garibaldi. La scuola storica di cui il signor Luzio è valente 
rappresentante, sostiene che il gran Ministro aiutò e spal- 
leggiò la spedizione siciliana fin dal principio, non per pres- 



Importanza deW azione di Garibaldi 



sione del Re e del popolo, ma come parte della sua pro- 
pria politica ; la scuola opposta, cerca ogni via per negargli 
anche il merito della buona volontà. E ora diventato possibile 
ricostruire molti degli atti principali di Cavour nella faccenda, 
ma i motivi e le intenzioni di lui da un giorno all'altro non son 
sempre chiari e rimangono ancora in alcuni casi aperti a 
interpretazioni diverse ; è però fuor di dubbio che l'appoggio 
da lui dato all' impresa era assolutamente indispensabile al 
successo di essa. 



La riputazione tecnica di Garibaldi come soldato deriva 
dalla storia del 1859 e del 1860, quand' egli era nella matura 
pienezza del suo vigore, e aveva al suo comando uno stru- 
mento acconcio ai suoi metodi. Nel 1849 egli non aveva 
ancora interamente adattato alle condizioni europee, il sistema 
di guerra eh' egli era venuto svolgendo nelle Pampas ; nelle 
campagne posteriori del '66, '67 e '70, vecchio e zoppicante, 
scematagli già ormai 1' energia che lo rendeva onnipresente 
ed era la prima condizione di successo con il suo metodo 
di guerra, egli si trovò al comando di forze miste per qua- 
lità ; in breve, ne egli ne i suoi eran più 

La forza che soleva ai dì passati 
Movere terra e ciel. 

La generazione che sta per sparire ha ecceduto nel fondare 
il giudizio di lui sulle rimembranze sue proprie di ciò 
eh' egli ha compiuto nel suo declinare e decadere e che i 
suoi parziali compatriotti hanno soverchiamente lodato. Ma 
il suo posto definitivo nella storia, come soldato non solo, 
ma anche come patriotta e duce magico di uomini, dovrà 



8 Garibaldi e / Mille 



dipendere principalmente dai grandi fatti che io tenterò di 
narrare. 

Lo studio dell' epopea garibaldina presenta un interesse 
unico per lo storico. Le vite del Wallace, di Guglielmo 
Teli e di altri eroi somiglianti a Garibaldi per la natura 
della loro opera di liberazione, di patriottismo o di guerra 
partigiana, e per le circostanze romantiche e patriarcali che 
r accompagnarono, non si prestano alla stessa minuziosa 
ricerca. Le memorie del Wallace e le nebulose leggende 
del Teli son così magre che ci fanno Y impressione delle 
ligure delineate in rilievo dal Flaxman, profili d'eroi al cui 
nome si riattaccano certe nobili storie. Persino le memorie 
alquanto più complete, intorno a Giovanna d'Arco che il 
Treitschke ha paragonato a Garibaldi, risalgono a un tempo 
così lontano nell' infanzia del metodo storico, che i dotti 
possono ancora ai nostri giorni discutere la natura del- 
l' influenza che essa stessa subì e a sua volta esercitò 
sugli altri. Ma il ricordo dell' eroe nazionale dell' Italia e 
delle sue gesta è dettagliato fino al realismo. Tanta è la 
ricchezza di prove, ufficiali o non ufficiali, stampate, scritte 
ed orali dei suoi amici e nemici, dei suoi seguaci e anta- 
gonisti sul campo, che non vi è davvero scarsezza di mate- 
riale per ricostruire il quadro vivente dell' uomo e del- 
l' opera sua. 

Quali ci appaiono dunque le leggendarie imprese di 
Garibaldi esaminate alla chiarezza di tanta luce? La loro 
atmosfera di poesia e d' alto idealismo svapora forse come 
un miraggio, se la si fruga troppo da vicino ? O non si foggia 
essa piuttosto definitivamente come fatto storico, come parte 
importante della causa dei fatti, come parte principale del 
loro valore? A mio parere, gli eventi del 1860 dovrebbero 
servire d'incoraggiamento verso ogni alta meta a noi, figli 



Storia ed epopea 



d' età più tarda, che a furia di fissar gli occhi sul realismo 
e sulla dottrina dell' evoluzione, corriamo il pericolo di per- 
der la fede negli ideali e dimenticare quale potere possono 
esercitare i pochi uomini impavidi e assolutamente disinte- 
ressati, su un mondo che è di codardi e di egoisti in pro- 
porzione non piccola. La storia dell'ora benaugurata in cui 
r antica-nuova nazione italiana compiva la sua liberazione 
grazie alla saviezza di Cavour e al valore di Garibaldi, 
rimarrà tra gli umani ad ammonire gì' improvvidi che anche 
r ardimentoso, checche ne pensino egli stesso e gli amici 
suoi, non può trascurare la guida del savio, e ad insegnare 
al prudente che nell' incerto corso delle vicende di questo 
mondo, vengono momenti rari, diffìcili a cogliersi, ma fatali 
a perdersi, in cui la cautela diventa un pericolo, in cui 
tutto dev' essere affidato all' azzardo, in cui è decreto che 
per mezzo dell'uomo semplice ci sia largita la forza. 



CAPITOLO I. 
Garibaldi in esilio, 1849-Ì854. 



We who have seen Italia in the tliroes, 
Half risen but to be hutled to the ground, and now, 
Like a ripe field of wheat where once drove pl.jugh. 
Ali bounteous as she is fair, we think of those 

Who blew the breath of life into her fram.; : 
Cavour, Mazzini, Garibaldi : Three : 
Her Brain, her Soul, her Sword; and set her free 
From ruinous discords, with one lustrous aim — 

G. MEREDITH : For the Cenlenary of Garibaldi. 
« Times », July !, 1907, 



Dopo un breve periodo di esultanza, le speranze dei 
capi rivoluzionari del 1848-49 furono disperse in Italia, 
come altrove, dalla forza militare del potere reazionario. 
Gli idealisti, i patriotti e i demagoghi, che per poche setti- 
mane avevano tenuto le redini del Governo nelle capitali di 
mezza Europa, furono affastellati in prigioni o ammucchiati in 
tombe senza nome, mentre nelle cittadine svizzere specchiane 
tisi nelle acque dei laghi, o a bordo dei piroscafi salpanti 
per l'America e l' Inghilterra, si potevano vedere gruppi 
d' uomini emaciati e mal vestiti, dal viso solcato dalla miseria, 
dividersi, con affettuosità più che fraterna, qualche meschina 
somma di denaro e bisbigliarsi all'orecchio qualche nuova 
storia di disastri e di morti. 

Fra le scene finali della tragedia europea, la più memo- 
rabile era stata la difesa della Repubblica Romana, in cui 
i patriotti delle provincie italiane del nord, sotto la guida 
di Mazzini e Garibaldi, avevano trasfusa l' ispirazione del- 
r eroismo circonfondendola di gloria imperitura. Dal momento 



12 Garibaldi e i Mille 



in cui la bandiera della degenerante Repubblica Francese 
era stata vittoriosamente piantata sul Gianicolo fra i cadaveri 
dei Bersaglieri e delle Camicie rosse, i cattolici della Francia 
avevan goduto la tanto ambita occupazione di Roma, che 
per un' amara ironia del destino doveva coinvolgere in rovina 
irreparabile essi stessi e la loro causa ; e Luigi Napoleone 
aveva cominciato a trascinare verso la catastrofe finale di 
Sedan quella catena di servitù e d' impacci senza fine che, 
come egli non doveva tardare a scoprire, fu il solo guadagno 
procuratogli dal suo protettorato verso il Papa. 

Nel frattempo Garibaldi, non contento d'aver difesa 
Róma quando anche l' ultim' ora di speranza era spirata da 
un pezzo, raccolti intorno a se quanti non avevan voluto o 
potuto accettare la grazia del Governo Papale restaurato, e 
portato lo stendardo della causa perduta sugli Apennini, 
aveva eluso, durante tutto il luglio 1 849, gH eserciti di Napoli, 
Spagna e Austria che lo inseguivano, fino a che i residui 
delle sue forze eran stati o presi o sbandati. Poi sua moglie 
Anita gli era morta fra le braccia nelle paludi presso Ravenna 
e lui stesso, strappato da quel letto di morte acciocché gli 
Austriaci non ve lo sorprendessero, era fuggito attraversando 
r Italia insieme a un solo compagno. Leggiero, con una serie 
di pericolose avventure. Finalmente, il 2 settembre 1849, i 
due fuggitivi avevan fatto vela in una barca da pesca provve- 
duta dai patriotti della Maremma Toscana. ^ Circa dieci 
giorni prima, Venezia e il suo eroico difensore Manin avevan 
messo fine alla lotta con la loro resa all'Austria e l'ordine 
aveva ricominciato a regnar di bel nuovo dalla Sicilia 
alle Alpi. 

^ Gli eventi a cui si allude qui sono narrati, insieme con l'assedio di Roma, 
nel « Garibaldi e la Difesa della Repubblica Romana » dello stesso autore. 



Fuga di Garibaldi, 1849 13 

Prima di occuparci della convalescenza dell' Italia curata 
con sapiente maestria dal Cavour, sarà bene seguire Gari- 
baldi nella sua vita errante di proscritto e notare com'egli 
abbia saputo conservarsi al suo paese durante anni di esilio 
e di dolore senza cadere ne nelle pecche comuni agli esuli 
e ai capi decaduti, ne in quelle che offuscarono la sua 
stessa vita più tardi, dopo i successi del 1860. Colui a cui 
si rimprovera d' esser stato 1' uomo più impaziente e ostinato 
del mondo, dette prova d' una pazienza meravigliosa e di 
un sicuro istinto politico nell* aspettare l'occasione propizia 
durante quegli anni della sua vita che più lo misero alla 
prova e più lo tentavano a essere insofferente d' indugio. 

La prima occasione in cui spiegare questo dominio di 
se per spirito patriottico, si presentò appena poche ore dopo 
eh' egU e Leggiero eran sbarcati, il 5 settembre 1 849, nel 
porto d' asilo del territorio piemontese. ^ La presenza del 
capo militare della Repubblica Romana, che agli occhi del- 
l'Austria era il rifugiato più dannoso dopo il Mazzini e il 
Kossuth, creava una situazione imbarazzante e anche peri- 
colosa per il solo Stato libero d' Italia. Non ancor riavutosi 
dalle conseguenze della sfortunata campagna di Novara, del 
marzo precedente, il Piemonte non poteva sfidare troppo 
apertamente i desideri dell'Austria, Era già molto che il 
bravo e giovane Re Vittorio Emanuele si avventurasse a 
conservare, in presenza di quelle divise bianche due volte 
vittoriose e ancora accampate sul Ticirio, la giurata Costi- 
tuzione, specialmente se si considera che il Parlamento a 
quel tempo era dominato da un partito democratico alquanto 



^ Ciò accadde a Porto Venere la mattina del 5 settembre ; vedi Guer- 
zoni, I. 386-387 ; Mem„ 260, per il viaggio, e Rio. di Roma, luglio 1907, 
396-398, per la data dello sbarco, ecc. 



14 Garibaldi e i Mille 



isterico e mal disposto ad accettare francamente le evidenze 
della sconfìtta. In caso estremo la Francia avrebbe servito, 
è vero, di egida contro le insultanti domande dell'Austria, 
ma il difensore di Roma era non meno odioso alla Francia 
che all'Austria stessa. La situazione esterna dunque rendeva 
pericoloso l'offrir rifugio a Garibaldi. Ma la situazione interna 
rendeva non meno pericoloso l' espellerlo, a meno che ciò 
avvenisse per suo proprio consenso, giacche nelle città del 
lungo limite costiero del Piemonte e specialmente in Genova, 
— vivaio della democrazia repubblicana, — in Chiavari, 
da cui prendeva origine la famiglia di Garibaldi, e in Nizza, 
dove essa ora risiedeva, egli era considerato ad un tempo 
r eroe nazionale dell' Italia e V orgoglio della costa ligure. 
A Chiavari, dove la sera del 6 settembre fu effettuato il 
suo arresto con la maggior urbanità e cortesia possibile, la 
popolazione lo avrebbe certamente strappato dalle mani dei 
carabinieri che dovevano accompagnarlo fino a Genova, se 
egli stesso non avesse agito in connivenza con le autorità. ' ^ 
E non soltanto il popolo stava dalla sua, ma la maggioranza % 
parlamentare che il 1 settembre, mossa dal desiderio naturale 1 
e lodevole di onorare colui che aveva onorata 1' Italia con " 
il suo eroismo, e da quello fazioso di rendere odioso il 
Governo moderato, approvava la dichiarazione seguente : 

« La Camera dichiara che l'arresto del Generale Garibaldi e la 
minacciata sua espulsione dal Piemonte, sono lesioni dei diritti consa- 
crati dallo Statuto e dei sentimenti di nazionalità e della gloria italiana ». ] 

Così, sorretto dalla maggioranza della Camera, il diritto J 
di Garibaldi di prender dimora nel suo proprio paese diven- 

1 Riv. di Roma, luglio 1907, pag. 398. 



Espulsione dal Piemonte 15 

tava pericolosamente forte, e se a questo punto egli avesse 
ceduto alla tentazione di sfruttare la sua popolarità e di 
accettare le lusinghe di un partito alle spese del benessere 
dello Stato, avrebbe causato non poco danno all' Italia. Ma 
egli venendo in Piemonte non si era aspettato che gli fosse 
concesso di restare in quel territorio. Lo aveva preferito a 
un bastimento inglese come suo primo porto di salvezza, 
soltanto perchè desideroso di vedere a Nizza i suoi figli, 
ormai orfani di madre. ^ I più affezionati entusiasti non avreb- 
bero potuto persuaderlo a resistere, e neppure a sdegnarsi 
della determinazione del Governo di fargli riprendere i suoi 
viaggi. Così egli scriveva a uno dei suoi campioni principali 
nel campo politico piemontese, con semplicità piena di grati- 
tudine e dignità : 

« Parto domani per Tunisi col Tripoli. Io ho veduto quanto 
hai fatto per me e quanto fecero i generosissimi tuoi colleghi. 
Ti incarico di presentare loro i sensi di tutta la mia gratitudine : 
io non ho motivo di lamentarmi di nessuno. Credo che siamo in 
tempi di rassegnazione perchè in tempi di sciagura ». ^ 

Prima della partenza definitiva, il Governo gli permise di 
passare qualche ora a Nizza. Il piccolo porto, in seno al 
cui molo egli era nato e cresciuto, giace stipato e chiuso 
fra ripide colline che per buona ventura tagliano ancor 
oggi fuori della vecchia « Nizza » di Garibaldi la moderna 
spianata che forma la Nice degli stranieri, « la sede cosmo- 
polita di ogni corruzione », come la chiamò poi il suo grande 
cittadino indignato della cessione di essa alla Francia. Ma 
quella sera del settembre 1849, in cui Garibaldi, data la 



1 Mem., 260. 

^ CiampoH, 48; Mem., 261 



16 Garibaldi e i Mille 



parola d' onore a quelli che l' avevano in guardia, sbarcò 
dal piroscafo per esser accolto fra le braccia dei suoi, la 
vecchia città all' ombra delle sue colline era tutta piena 
d' animazione nella semplicità della sua vita marinaresca. 
Una folla di parenti e d' amici della sua prima giovinezza, 
messasi alla testa della popolazione entusiasta, lo trasportò 
alla porta della sua triste casa. Al suo apparire, sua madre 
gli si gettò al collo, mentre i piccini Menotti e Ricciotti gli 
si avviticchiavano alle ginocchia gridando : « Anche la 
mamma viene ? » Era un incontro amaro e pur troppo breve. 
Quand' egli se ne fu andato, sua madre, allora ottantenne, 
confidò a persona amica che ben sapeva come non rivedrebbe 
mai più quel suo fìghuolo così grande e così buono. ^ 

Sebbene cacciato fuori d' Italia, Garibaldi sperava ancora 
di prender dimora su qualche riva del Mediterraneo. Il 
Governo piemontese lo mandò prima a Tunisi; ma il Bey 
gli rifiutò il permesso di approdo. Trovandoselo così sulle 
braccia, il suo Stato nativo lo fece sbarcare provvisoria- 
mente alla Maddalena, l' isola principale del piccolo gruppo 
al nord della Sardegna, dove, accolto come ospite illustre 
e come amico da quella popolazione marinaresca e patriot- 
tica, rimase per un mese. Le balze rocciose della vicina 
e deserta Caprera non sono divise dalla Maddalena che da 
un canale di poche centinaia di metri, ma non pare che il 
pensiero di stabilirvisi gH balenasse ancora alla mente e nem- 
meno la più lontana idea che per suo fatto il nome di Ca- 
prera passerebbe alla storia e alla poesia. 



1 Mario, 178; Mem., 9, 261. 

^ Risorg., anno I, IV. 590-598. Garibaldi da Genova a Tangeri. Fal- 
coni, 1 2-24, autorità locale, sulla dimora di Garibaldi alla Maddalena e a 
Caprera. Quand* efi alla Maddalena Garibaldi portava un costume « medie- 



A Tangeri 17 

Il 24 ottobre 1849, ^ un vascello piemontese lo tolse 
dalla Maddalena per trasportarlo a Gibilterra, dove il Gover- 
natore inglese gli concedette di sbarcare il 10 novembre, 
a condizione che nel giro di quindici giorni egli si recasse 
in Inghilterra o in qualunque altra terra di rifugio. Quest' or- 
dine di partenza amareggiò Garibaldi, che confessò di esserne 
stato colpito in pieno petto, perchè veniva dal rappresentante 
deir Inghilterra, « la terra d' asilo per tutti. » ^ 

Ma egli non era abbandonato del tutto. In tanta avver- 
sità di fortuna gli giunse dal Console piemontese a Tan- 
geri r invito cordiale di andare a stare con lui. Ivi, Garibaldi 
visse con lui dal novembre 1 849 al giugno 1 850 nelle condi- 
zioni più adatte a risanargli l'animo profondamente ferito. 
Era un uomo all'antica, amante della natura ; per distrarsi non 
gli abbisognavano ne stimolanti intellettuali ne eccitamenti 
artifìciaH; le lunghe e solitarie contemplazioni del mare e 
dell' incolta natura, corse indefesse per la campagna, qualche 
tranquillo lavoro manuale, la compagnia di uno o più d' uno 
dei tanti che, grandi o piccini, astuti o semplici, potevan 
fregiarsi del titolo di « amici di Garibaldi », gh offrirono 



vale » consistente in una giubba attiìata di velluto nero, calzoni simili, stiva- 
Ioni e cappello all' italiana alzato da una parte con penne (Falconi, 1 4- 1 9). 
Negli anni seguenti in America, in Inghilterra e in Italia indossava un sopra- 
bito abbottonato fino al mento, (vedi frontespizio) : soltanto la famosa sera del 
5 maggio 1860, la camicia rossa rivide la luce. 

^ Falconi, 2 1 -22, e Risorg., anno \, IV. 602, danno questa data. Guer- 
zoni, I. 394, attribuisce erroneamente la data della partenza dalla Madda- 
lena al 1850. 

^ Risorg., anno I, IV. 598-602; Mem., 263. Le isole britanniche gli 
sarebbero state naturalmente aperte, come il Governatore stesso affermò espres- 
samente : inoltre egli ricevette un preavviso di 1 5 giorni, non di sei, come egli 
dice erroneamente nelle sue Memorie. 

Garibaldi 2 



18 Garibaldi e i Mille 



il farmaco e il cibo per cui languiva. Queste risorse non 
gli mancarono a Tangeri come non gli mancarono poi durante 
tutti gli anni che passò a Caprera. I suoi amici in Tangeri 
erano Leggiero, il camerata della recente e avventurosa fuga 
attraverso 1' Italia, il suo cortese ospite, e Murray, il console 
inglese. Le sue occupazioni consistevano nel fare vele, attrezzi 
da pesca e sigari e nell' usarli quando fatti. Una volta almeno 
si sa che uccise un cinghiale, ed egli stesso si chiamava « il 
flagello dei conigli ». Soleva passare periodi di parecchi 
giorni, solo nelle solitudini incolte con il suo cane Castore, 
a cui era teneramente affezionato e che morì di dolore per 
la sua partenza, nutrendosi della selvaggina presa a caccia 
e dormendo, in quel mite clima del sud, sotto magnifici boschi 
di olivi. Questo il suo modo di tener fronte al più grande dolore 
della sua vita. 

•« Martoriato da certe reminiscenze — scriveva nel febbraio 
1850 — e dair abbiezione delle condizioni nostre, io procuro 
divagarmi, a caccia per lo più, e me la passo, materialmente almeno, 
benone ». 

Sua unica occupazione intellettuale a Tangeri era scri- 
vere quelle memorie della sua vita nell* America del Sud, 
che rimangono sempre la sorgente principale delle notizie 
sulla sua perduta Anita, suH' eroismo di lei in oscure sca- 
ramuccie ormai cadute in oblio e sulla devozione da lei 
spiegata in un amore che il mondo non dimenticherà mai. ^ 

Durante questi sette mesi inoperosi a Tangeri egH con- 
tinuò a fare ricerche costanti benché vane per un posto 
di capitano mercantile. Aveva già rifiutata una pensione 

i Gampoli, 49-60 e 935; Mem., 263-264. 



operaio in una fabbrica di candele 19 

offertagli, per se, dall' onesto Massimo d' Azeglio, primo 
ministro di Vittorio Emanuele ; ne aveva però accettata una 
per la sua vecchia madre e anche alcune somme di danaro 
per i suoi propri viaggi, fatti significativi della sua attitudine 
favorevole verso la monarchia. ^ All' educazione dei suoi 
figli, affidati ai Deideri e ad altri buoni amici di Nizza, 
doveva provvedere con il lavoro delle proprie mani, se non 
voleva dipendere dalla generosa carità di quelli che lo ama- 
vano. Ma la prospettiva di riprendere il posto di una volta 
nella marina mercantile del Mediterraneo, dopo sedici anni 
di avventure arrischiate, svanì davanti all'opposizione della 
diplomazia europea, determinata a ricacciarlo al di là del- 
l'Atlantico. ~ Nell'aprile del 1850, formò il pensiero di ritor- 
nare a Montevideo, ma invece nel giugno lasciò Tangeri 
per r America del Nord. ^ 

Imbarcatosi a Liverpool per New York, durante la tra- 
versata fu assalito da quei violenti dolori reumatici che tor- 
narono a intervalli a rattrappirlo e torturarlo per tutto il 
rimanente della sua vita. « Fui finalmente sbarcato come 
un baule », scrive egli. Le sue speranze di procacciarsi un 
bastimento a New York andarono a vuoto e gli fu forza 
lavorare come operaio in una piccola fabbrica di candele 
impiantata appunto allora nell' isola di Staten, dal suo buon 
amico e compatriolta Meucci, che lo trattò non come un 
semplice dipendente, ma come uno della famiglia. Così si 
sarebbe potuto vedere il difensore di Roma e il futuro 
conquistatore della Sicilia e di Napoli, « spinger su dal 

1 Panizzi, 478 (lettera del d'Azeglio, 25 luglio 1864); Ciampoli, 50, 
51, 59, 62; Risorg., anno I, IV. 598-600. 
^ Ciampoli, 56. 
* Per queste date vedi lettere in Ciampoli, 56, 59-61. 



20 Garibaldi e i Mille 



vecchio scalo Vanderbilt, in compagnia di un altro operaio 
italiano e dell' inevitabile olandese, delle carriole di sego per 
alimentare il tino bollente ». 

A quel tempo New York era piena di rifugiati politici 
e gli Americani nutrivano per le vittime dell' « Europa feu- 
dale » tutta la simpatia dovuta a fratelli in repubblicanismo. 
Ma Garibaldi, a differenza di Kossuth, rifiutò con buon garbo 
di prestarsi a esser festeggiato dai cittadini influenti e d'esser 
presentato al pubblico, come avevan voluto fare al primo 
giungere in mezzo a loro. Egli visse in mezzo a quelli del 
suo paese, ancor più malinconico e accasciato che essi non 
sospettassero, ma sempre dolce e generoso. La sua scarsa 
biancheria e persino la camicia rossa indossata alla difesa 
di Roma andavan di mano in mano a coprire i suoi com- 
patriotti più poveri di lui. 

Un americano che lo conobbe intorno a questo tempo, 
notò « i suoi movimenti liberi ed atletici, malgrado la cat- 
tiva salute e i reumi che gli immobilizzavano il braccio 
destro », il suo « portamento disinvolto, naturale, franco, 
senza pretese », « la sua Ubertà di linguaggio e la pro- 
prietà e bellezza della sua lingua », quando si serviva del 
francese o dell' italiano. A quel tempo egli imparava 1' in- 
glese, ma non se ne impadroni mai del tutto come aveva 
fatto delle varie lingue datine. « Sebbene io avessi prima 
di lui sentito altri parlare in maniera eloquente e toccante 
— dice lo stesso americano — pure Garibaldi mi elevò la 
mente e mi impressionò il cuore in una maniera tutt' affatto 
nuova, sorprendente e indescrivibile. » 

Ma per quanto grato al Meucci ed agli altri suoi amici, 

» Centurx), giugno 1907, 174-184; Mem., 264-266; Mario, 206, 
207, nota. 



In America 21 

egli era infelice nel segreto del suo cuore e consumato dalla 
voglia di correr di nuovo 1' Oceano. « Un giorno » , egli 
scrive, 

« stanco di far candele e spinto forse da irrequietezza natu- 
rale ed abituale, uscii di casa col proposito di mutar mestiere. 
Rammentavo d'esser stato marinaio, conoscevo qualche parola 
d' inglese, e mi avviai sul littorale dell' isola, ove scorgevo alcuni 
barchi di cabotaggio occupati a caricare e scaricar merci. Giunsi 
al primo, e chiesi d' esser imbarcato come marinaio. Appena mi 
dettero retta coloro che scorgevo sul bastimento, e continuarono 
i loro lavori. Feci lo stesso avvicinando uà secondo legno, ed 
ebbi la medesima risposta. Infine passo ad un altro ove si stava 
lavorando a scaricare, e dimando se mi si permette di aiutare al 
lavoro, ed ebbi in risposta che « non ne abbisognavano ». « Ma 
non vi chiedo mercede » io insisteva ; e nulla. « Voglio lavorare 
per scuotere il freddo » (vi era veramente la neve). Meno ancora. 
Io rimasi mortificato. 

» Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di 
comandare la squadra di Montevideo, nonché il bellicoso ed immor- 
tale esercito. A che serviva tutto ciò? non mi volevano! Rintuzzai 
infine la mortificazione e tornai al lavoro del sego. Fortuna ch'io 
non aveva palesato la mia risoluzione all'eccellente Meucci, e 
quindi, concentrato in me stesso, il dispetto fu minore. » ^ 

Finalmente il suo amico Carpanetto di Genova, arrivò 
a New York, e lo riportò via con se nel 1851 per un giro 
d'affari nell'America centrale. Quivi egli cadde malato di 
febbri malariche e le devote cure del Carpanetto e di alcuni 
italiani del Panama riuscirono a stenlo a restituirgli la vita. 
Poi navigò lungo le coste del Pacifico fino a Lima a bordo 

1 Mtm., 265-266. 



22 • Garibaldi e i Mille 



di un bastimento inglese, ricuperando le forze e confron- 
tando il paesaggio delle Ande con quello alpino e l' apen- 
ninico della sua Liguria. GÌ' Italiani dei porti americani del 
sud, coprendo posizioni più importanti nelle industrie che 
non quelli di New York, ebbero maggior agio di aiutare il 
loro famoso compatriotta e gli fecero calde accoglienze. 
A Lima, Pietro Denegri gli affidò il comando di un vec- 
chio bastimento a vela, la Carmen, che faceva rotta per la 
Cina con un carico di merci. Si trattava d' un anno di 
viaggio fra Y andata e il ritorno ed egli non desiderava niente 
di meglio fino a che venisse per 1' Italia il tempo di sguai- 
nare la spada sul serio. Nel frattempo non voleva dar retta 
alle voci di inutili rivolte che i mazziniani tentavano costan- 
temente di provocare. « Molti vedono ogni giorno dei moti 
italiani, scriveva da Lima al suo ritorno dal viaggio. Io non 
vedo nulla e rimango marinaio. » ^ La vita di mare gli 
pareva la migliore preparazione per la gran guerra, dato che 
essa finalmente arrivasse, e desiderava che tutti gli altri esi- 
liati potessero unirsi a lui. « Si deve » — diceva — 

« o diventare schiavo, o lasciarsi ruinare, o vivere m pace in 
Inghilterra. Stabilirsi in America è anche peggio ; è la fine di 
tutto, è una terra in cui si dimentica il proprio paese. Ci si rifa 
la casa, ci si assorbe in interessi d' ordine diverso.... Quale pro- 
getto potrebbe essere migliore del mio?... L' intero corpo d' emi- 
granti radunato intorno a pochi alberi maestri che attraversa l'oceano, 
arrobustito dalla rozza vita del marinaio, dalla lotta cogli elementi 
ed i pericoli ; sarebbe un' emigrazione galleggiante, inaccessibile e 
indipendente, sempre pronta ad approdare da qualsiasi lido. » ^ 



^ Ciarapoli, 68-69; Mem., 270; Guerzoni, I. 397. 

2 Rodenberg, I. 214-215; Athenaeum, 27 aprile 1861, 568. 



Viaggio in Cina 23 

L* anno di viaggio sul mare cominciato il IO gennaio 1852 
da Callao, fu prospero e privo d' eventi. Garibaldi era più 
felice sul mare che altrove, pure anche sul mare lo per- 
seguitava il ricordo e una paura ancor più amara del ricordo. 

« Che vi dirò dell' errante mia vita, mio caro Vecchi ? — scri- 
veva nelFanno seguente — . Io ho creduto con la distanza poter sce- 
mare r amarezza dell' anima, ma fatalmente non è vero, ed ho 
trascinata un'esistenza assai poco felice, tempestosa e inasprita 
dalle memorie. Si, anelo sempre all'emancipazione della nostra terra 
e non dubitate che questa vitaccia sarebbe onoratissima, se dedi- 
cata, anche logora com' è, ad una causa si santa : ma gì' Ita- 
liani d' oggi pensano più alla pancia che all'anima ; e io racca- 
priccio alla probabile idea di non maneggiar più un ferro od un 
fucile per l' Italia. » ^ 

Quest* angoscia peggiore d* ogni altra, era naturale in un 
uomo di quarantasei anni, ormai spesso provato da vecchie 
ferite e da acciacchi, traccie dei suoi conflitti con l'uomo 
e la natura nei due emisferi ; essa lo perseguitava nelle sue 
veghe notturne sul vasto Pacifico. E uno strano sogno venne 
a lui anche su quell* oceano, il sogno delle donne nizzarde 
che portavan sua madre alla tomba, venutogli, com'egli narra, 
il giorno stesso in cui ella moriva lontano, dall' altra parte 
di quella distesa d' acque. ^ 



^ Ciampoli, 70, omette una linea guastando questa bella lettera, ma se 
ne veda il testo in Jack la Bolina, 96. 

^ Guerzoni, I. 398-399, per la narrazione di Garibaldi stesso. Anche 
il Basso, suo amico devoto e segretario, da lui conosciuto a New^ York, rimasto 
con lui per venti anni e ora con lui a bordo della Carmen, raccontò ai Mario 
l'effetto straordinario prodotto da questo sogno su Garibaldi; Mario, 5upp., 
120. Il sogno ebbe luogo il 19 marzo 1852. 



24 Garibaldi e i Mille 



Raggiunti i porti cinesi e ultimati gli affari per i suoi 
principali in Hong-Kong e Canton, egli ritornò toccando 
r Australasia del Sud. Nei pressi della Tasmania egli ancorò 
in una delle isole Hunter per approvvigionarsi d' acqua. Era 
un angolo solitario e bellissimo, e mentre gì' Italiani sbarcavano, 
un nuvolo d' uccelli si levò di mezzo alla vegetazione ver- 
gine e al gorgogliar di limpidi rivi scorrenti. Quella scena 
doveva lasciare nella mente di quell' Ulisse, che aveva visto 
per tutto il mondo tanti luoghi belli e selvaggi, un' impres- 
sione profonda e permanente simile a quella che il Words- 
w^orth ricevette dalla vista di narcisi « lungo il margine 
d'una baia ». Negli anni futuri, nei momenti di irritazione 
e disperazione politica, egli ripensò a più riprese e con sol- 
lievo improvviso all' isola deserta. La sua attenzione era 
stata attratta e i suoi gusti solleticati da una casa fornita 
d' ogni comodo e da altre traccie di una colonia recente 
stabilitavi da una famiglia inglese e poi abbandonata in seguito 
alla morte d* uno dei compagni, come testimoniava l' inscrizione 
incisa su una tomba solitaria. Non pare improbabile che la 
memoria di questa scena e l' idea di impiantare una casa simile 
per se e per i suoi figliuoli sopra un' isola similmente deserta, 
concorressero subito dopo a spinger Garibaldi a Caprera. ^ 

Infatti a quest' ora egli era già senza saperlo sospinto 
a piccole tappe verso 1' Italia. Non molto dopo il suo ritorno 
a Callao e a Lima nel gennaio del 1 853, egli, imbarcatosi per 
un altro viaggio, fece il giro del Capo Corno, raggiungendo 
New York nell'autunno.^ Ai primi di gennaio del 1854, egU 
veleggiava per 1' Europa in qualità di capitano del Common- 

i Mem., 111-11 A; Guerzoni. I. 399, e Ms. Canzio. 

2 Ms. Canzio, Mem., 114-115 ; Ciampoli, 68-69 ; cfr. Jack la Bolina, 
95-97, per le dichiarazioni del Denegri, il principale di Garibaldi, circa i suoi 
grandi meriti come capitano della Carmen. 



Mazzini in Inghilterra 25 

wealih, nave di 1250 tonnellate, con un carico per New- 
castle, da cui poi doveva riportare carbone a Genova. La 
ciurma consisteva in una dozzina d' italiani e in un numero 
minore di marinai parlanti la lingua inglese. Alla metà di 
febbraio essi erano nella darsena di Londra, e Garibaldi e 
Mazzini si rivedevano ancora una volta. ^ 

In tutta la sua lunga vita consacrata così esclusivamente 
al servizio dell' Italia e del genere umano, il Mazzini si vide 
rivestito di una scarsa e temporanea autorità soltanto per il 
breve periodo di quattro mesi, che si chiuse con la caduta 
della Repubblica Romana. L'ex triumviro ritornato allora allo 
squallore degli alloggi londinesi, riassunse, fino alla sua morte 
nel 1872, quella parte che pareva spettargli di diritto: 
soffrire, meditare, esortare e cospirare senza tregua. 

Neil' estate del 1852, l'anno stesso in cui nel bel mezzo 
dell'Oceano Pacifico Garibaldi era stato agitato dal sogno 
della morte di sua madre a Nizza, moriva anche la madre 
del Mazzini. Fu un colpo terribile. L'ambizione segreta della 
sua vita privata, « di vederla nella gioia del trionfo, quando 
l'Italia fosse libera », era fallita per sempre. « Ora — egli 
scrive — non ho altra madre ai mondo che la mia patria 
e a questa sarò fedele come mia madre fu a me ». Quanto 
al resto, i suoi amici inglesi, uomini e donne, come gli Ashurst, 
i Taylor, i Malleson, i Shaen e gli Stansfeld, gli dedicarono la 
loro instancabile devozione e tutto quel poco eh' egli si ebbe 
d' allora in poi di quella felicità eh' egli considerava dove- 
roso disprezzare. Naturalmente fatto per le piccole affettuosità 
della vita di famiglia che egli aveva volontariamente rinne- 
gate per seguire la chiamata ad un più alto dovere, quest'uomo 

* Ms. Canzio, par questi dettagli; Ciampoli, 71 ; Risorg. I, IV, 683-4. 



26 Garibaldi e i MilU 



tenero, puro e insieme d' una giocosità corretta, si guadagnò 
l'accesso in molti focolari inglesi, non solo come maestro 
che sa nobilitare la vita, ma come amico che la allieta e la 
ingentilisce. ^ 

E tale atmosfera gli era necessaria a proteggerlo alquanto 
dalle miserie della sua missione perpetuamente frustrata. 
Nel 1852-53 la cospirazione di Mantova e la rivolta abortita 
di Milano, crudelmente seguite dai colpi di sferza e dalle 
esecuzioni con cui gli Austriaci solevan ripagarsi, furon rin- 
facciate al Mazzini da tutti i liberali d'Europa che, esaspe- 
rati, gridavano esser oramai passato il tempo delle insurre- 
zioni disperate, basate sul principio dell' « iniziativa popo- 
lare ». L' orrore ispirato da ciò che si considerava vano 
sperpero di nobili vite, venne messo a profitto dal Cavour 
e dai piemontesi moderati, che riuscirono a far passare la 
gioventù italiana dal vessillo di Mazzini e della Repubblica, 
al vessillo di Vittorio Emanuele e della Monarchia. E indu- 
bitato che questa concentrazione politica era passo neces- 
sario verso r unità nazionale ; ma resta a vedersi se i moderati 
fossero interamente dalla parte della ragione condannando 
i moti di Mantova e di Milano come irremissibilmente opposti 
agli interessi della causa. Come moti rivoluzionari, non avevan 
probabilità di successo e non avrebbero dovuto esser tentati ; 
ma come proteste di martiri, essi sortiron grand' effetto ren- 
dendo l'Austria odiosa all' Inghilterra e alla Francia e mante- 
nendo vivo l'odio verso i soldati stranieri nella mente di 
quegli stessi che protestavano contro la temerità delle vittime 
e la criminosità del Mazzini come supposto istigatore. ^ 

1 King, Mazzini, 144. Mazzini, IX, pagg. LXV-LXXII. 
^ Opinione divisa financo da uno storico cavouriano e monarchico come 
il Luzio ; per es. Luzio, Mazzini, 55-56, e Luzio, Belfiore, 293-294. Circa 



L* Austria e F opinione pubblica 27 

No, i popolani impiccati ai muri rossi del magnifico Castello 
di Milano in vista del posto dove oggi s'alza la statua di 
Garibaldi ; il prete e lo stuolo di giovani che, dopo gli orrori 
sofferti nella vecchia fortezza di Mantova, pendettero final- 
mente dalle forche fuori delle mura della città con lo sguardo 
vitreo fisso sul bello e malinconico paesaggio che si stende 
dalle paludi di Virgilio e dalle pianure serve, alle cime del 
Monte Baldo e alle torreggianti Alpi veronesi, tutti costoro 
non morirono invano. 

Infatti lo stesso Governo piemontese sapeva bene come 
usare lo svolgimento di queste tragedie contro l'Austria non 
meno che contro il Mazzini. 

« Ieri sera — scrive il Greville ^ nel suo diario di Londra 
del 1 ° marzo ì 853 — è venuto il marchese Massimo d' Azeglio. 
E stato primo Ministro del Piemonte fino a che il conte Cavour 
lo ha rimpiazzato ed è venuto a raggiungere suo nipote che è 
Ministro qui. E alto, esile, dignitoso e ha maniere molto piacenti. 
Ci ha fatto il racconto della condotta abbominevole degli Austriaci 
a Milano in seguito al recente scoppio di rivolta. La tirannia e 
la condotta di cui han dato saggio, sono cose più da Medio Evo 
che dei nostri tempi.... Han sciupato la buona occasione di miglio- 
rare la loro posizione morale in Italia e fatto buon gioco su tutta 
la linea ai loro nemici, attirando su se stessi un odio nazionale 
dieci volte più fiero di prima. Se accadrà che la Francia trovi il 
suo tornaconto nella guerra, l' Italia sarà il suo campo, che ora 
avrà l'intera popolazione in suo favore e la Sardegna pronta a 
unirsi a lei..,, ne sarebbe possibile a questo nostro paese appoggiar 
l'Austria in modo da garantirle i possessi italiani, dopo un così 
mostruoso abuso ». 

il grado di responsabilità del Mazzini per il moto di Milano, vedi Mazzini, 
IX, pagg. XLIH-LXIII ; De Cristoforis, cap. VI. 
» Greville, VII, 47-48. 



28 Garihaldi e ì Mille 



Questa profezia, straordinariamente corretta e proferita 
da uno che per essere il tipo del vero inglese era tutt'altro 
che mazziniano, ci mostra la connessione esistente fra gli 
eventi del 1 852-53 a Mantova e Milano e le battaglie di 
Magenta e Solferino del 1 859. Pertanto, l' effetto più impor- 
tante di questi eventi fu forse la diminuzione del prestigio 
del Mazzini e l'accelerazione del processo per cui la gio- 
ventù italiana si ritirò dal patto stretto con lui per trasferirlo 
a Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi. 

Così fu che quando il capitano del Commonwealth sbarcò 
in Londra nel febbraio 1854 e andò a trovare il suo vecchio 
amico e maestro, il Mazzini si trovò faccia a faccia con 
uno di coloro che l' avevan soppiantato. Il suo solo pensiero 
però fu di servirsi di Garibaldi e di tutta la fama del suo 
nome per iniziare un'altra rivolta. 

« Garibaldi —'scriveva egli il 16 febbraio— è qui, pronto 
ad agire. 11 suo nome è onnipossente fra i napoletani dopo il 
fatto di Velletri. ^ Voglio mandarlo in Sicilia, dove son pronti 
per un'insurrezione e lo desiderano come capo ». ^ 

Pare però che la « prontezza » di Garibaldi ad accorrere 
in SiciHa fosse soltanto a condizione che prima i siciliani 
stessi insorgessero e lo invitassero ad andare a aiutare una 
insurrezione già avviata. '^ E su queste condizioni egli insi- 
stette in modo assoluto, tanto allora che più tardi ogni 



1 Per la battaglia di Velletri del 1849, vedi Trevelyan, Garihaldi e la 
difesa di Roma, cap. Vili. 

2 King, Mazzini, 355, dai Mss. Taylor. 

^ « Nel marzo 1854, Mazzini avvertì Fabrizi che Garibaldi sarebbe 
pronto a capitanare una spedizione in Sicilia, se ivi fosse iniaata l' insurre- 
zione ed egli fosse chiamato ». Mario, Mazzini, 367; King, Mazzini, 173. 



Inghilterra e Italia 29 



qualvolta il progetto fu rinnovato, fino al 1860, quando fu posto 
ad esecuzione con pieno successo. Anzi nell'agosto del 1854, 
non più di sei mesi dopo il suo incontro con Mazzini, egli 
scriveva ai giornali italiani per mettere la gioventù in guardia 
contro le « temerarie imprese » , iniziate da uomini ingannati 
o ingannatori che servon soltanto a « rovinare o per lo meno 
screditare la nostra causa »/ 

Ma checche si pensasse davvero fra i due patriotti rispetto 
alla Sicilia, le parole più significanti profferite quella volta in 
Londra da Garibaldi al Mazzini furon quelle riferiteci da 
un testimonio oculare, Alessandro Herzen. Non sarebbe stato 
bene, — disse Garibaldi — offendere il Governo piemon- 
tese ora che lo scopo principale era di liberarsi del giogo 
austriaco, ed egli dubitava assai che 1' Italia fosse matura per 
r unità in forma di Repubblica, come il Mazzini supponeva. ^ 

Garibaldi passò più d' un mese in Londra, contraendo 
alcune amicizie intime e stringendo quei legami di reciproco 
affetto che da allora lo avvinsero mai sempre al nostro paese. ^ 

L' affezione disinteressata che si venne sviluppando fra 
il '50 e il '70 nella nostra isola per l' Italia e i suoi cam- 
pioni, ha lasciata un'orma nella vita letteraria, politica e 
sociale della Gran Brettagna. A parte l' impressione impareg- 
giabile che r Italia fa più d'ogni altro paese sull' imaginazione ; 
a parte la conoscenza allora prevalente fra gì' inglesi colti della 
sua storia, della sua letteratura antica e moderna, della sua 
arte, della sua musica, delle sue città e del suo paesaggio ; a 
parte l'attrazione delle qualità personali dei suoi campioni che 
si cattivavano gli animi inglesi come nessun altro gruppo di 



^ Ciampoli, 71-72. 

2 Rodenberg, I. 214-215. Athenaeum, 27 aprile 1861, pag. 568. 

* Mario, Supp., 125. 



30 Garibaldi e i Mille 



profughi ha mai fatto o prima o dopo; a parte tutto ciò, 
altre cause speciah fomentavano nei nostri nonni Y entusiasmo 
che allora cominciava a diventare fattore importante nella 
carriera di Garibaldi. 

In primo luogo, essendosi assicurata la loro posizione 
contro un'oligarchia di pochi per mezzo della Riforma del 1 832, 
e, scaduto il Chartism, non avendo più a temere nessuna 
pressione dal basso, il grosso della classe dei proprietari 
poteva abbandonarsi a fare sfoggio di Hberalismo speculativo. 
La riforma sociale non era ancora la questione dominante 
del giorno, e i sentimenti liberali s' incanalavano per la 
maggior parte in una corrente anticlericale e antidispotica, 
che trovava maggior campo a sfoghi sul continente che non 
nel paese stesso. La politica interna era in condizioni fuor 
dell'usato stagnanti, così che molti uomini animati da spirito 
pubblico avevan tutto l'agio di darsi a fondare la società degli 
« Amici d' Italia » (Friends of Italy) nel 1851 , e di dedicarsi 
per molti anni al lavoro di propaganda con sempre crescente 
successo. Ad alleviare 1' uggia della politica inglese bastava 
il grido di « Abbasso il Papismo », grido che per quanto 
esercitasse un' influenza futile e mal diretta sugli affari interni, 
pure indusse una buona porzione del ceto religioso, d'abitudine 
non molto proclive a simpatie rivoluzionarie, a prendere gene- 
roso interessamento per la causa della libertà italiana. Lo stesso 
Lord Shaftesbury doveva diventare uno dei più ardenti ammi- 
ratori di Garibaldi. Il fatto poi che gl'irlandesi stavan dalla parte 
del Papa e di quando in quando disturbavano le riunioni prò 
ItaHa, disperse nella maggior parte degli inglesi anche l'ultimo 
residuo del dubbio che il movimento non fosse rispettabile. 

Oltre a ciò era ben naturale che quando i governi rivo- 
luzionari del 1 848 vennero l' uno dopo l' altro rimpiazzati dal 
militarismo e dall' assolutismo, noi cominciassimo a sentirci 



Inghilterra e Italia 31 



orgogliosi della posizione unica di paese libero, tenuta dalla 
sola Gran Brettagna fra tutte le grandi potenze d'Europa. 
Noi eravamo rispetto al Continente intero, ciò che il Piemonte 
era per l' Italia. Eravamo noi che davamo asilo agli esuli, 
noi che in tempi di tenebre tenevamo acceso il faro della 
libertà disciplinata ; e perciò eravamo odiati di tutto cuore 
a Pietroburgo, Vienna, Berlino, Napoli e Roma e a malin- 
cuore e con secreta invidia dai così detti liberali che sedevan 
malcontenti nelle Tuileries, subendo la protezione dei preti e 
delle baionette. ^ Noi non tardammo ad accorgerci di questa 
malevolenza e della sua cagione. Allora il nostro orgoglio 
nazionale avvampò per la libertà e sotto la guida animosa 
del Palmerston, tutte le forze e le passioni che la genera- 
zione seguente stigmatizzò chiamandole « Jingo », si schie- 
rarono dalla parte del liberalismo continentale. E degno di 
nota che, quando il generale austriaco Haynau venne impru- 
dentemente in Inghilterra nel 1850 e fu assalito personal- 
mente nella fabbrica di birra di Barclay, a motivo della 
sua brutalità verso donne e uomini che valevan più di lui, 
non solo il Punch, ma anche Lord Palmerston, il Segretario 
per gli affari esteri, applaudirono allo zelo poco diplomatico 
dei birrai. ' Molti consideravano la guerra delia Crimea 
come un attacco contro V arcidespota che aveva aiutato 
l'Austria nel 1 849. Non soltanto il Daily News e la stampa 
prettamente liberale, ma anche la Morning Post, organo del 
Palmerston, erano saldi sostenitori della causa italiana. Il 
Times invece doveva rimanere pro-Austria fino ad anno inol- 
trato (1859), quando cominciò a diventare evidente che la 
causa italiana aveva qualche probabilità di riuscita. 



i Greville, VII, 49-52. 

* Ashiey, Palmerston, I. 240. 



32 Garibaldi e i Mille 



E mentre molti della classe degli abbienti diventavano 
sempre più ostili verso le tirannie esercitate in Italia, una 
parte della classe lavoratrice, la sola che allora avesse nozioni 
di politica, simpatizzava profondamente con Mazzini e Gari- 
baldi, considerandoli i campioni della democrazia europea.^ 
Questo sentimento prevaleva, più che altrove, nel distretto 
del Tyne, da dove Joe Cowen spediva clandestinamente in 
Italia la letteratura mazziniana, nascondendola nei famosi 
mattoni eh' egli fabbricava a Blaydon, e dove conduceva 
esuli illustri a istruire le masse industriali del Northumber- 
land. Quivi fu che il Padre Gavazzi ^ parlò a un pubblico 
che, senza aver nozione della lingua italiana, restava là affa- 
scinato dai suoi ampi gesti di Demostene e dalla sua facondia 
di un carattere tutto nuovo per 1' Europa del nord, applau- 
dendo frenetico al menomo barlume di un attacco contro 
il Papa o ai nomi colti a volo di Mazzini e Garibaldi. Cosi 
fu che alla nuova dell'arrivo di Garibaldi in Newcastle per 
imbarcare un carico di carbone, quegli operai vollero ono- 
rarlo con il dono d'una spada, ed essendosi egli rifiutato, 
secondo il suo costume d'allora, di assistere ad un ricevi- 
mento pubblico nella città, gliela fecero presentare da una 
deputazione a bordo del Commonwealth, dov' egli la rice- 
vette circondato dalla sua piccola ciurma. Nell'atto di por- 
gergliela, il Cowen disse : 

« La spada è stata acquistata con i soldi di poche centinaia 
d' operai che vi contribuirono non solo volontariamente, ma entu- 
siasticamente ; e ogni soldo rappresenta un cuore che batte per 
la libertà europea ». 



1 Holyoake. I. 210-211. 

^ Per il Padre Gavazzi, vedasi Trevelyan, Garibaldi e la difesa di 
Roma, 89-91. 



Garibaldi a Newcastle 33 



Al che Garibaldi rispose con un discorso in inglese 
preparato con cura : 

« Io stesso figlio del popolo — e operaio come voi — valuto 
tanto più altamente questa espressione della vostra stima, in quanto 
che per essa voi testimoniate la vostra simpatia per il mio paese 
oppresso e calpestato.... Un giorno l' Italia sarà una nazione e allora 
i suoi liberi cittadini sapranno esser grati di tutta la cordialità 
mostrata ai suoi figli esuli nei giorni più tristi della sua miseria. » ^ 

Forse quest'accoglienza fraterna fatta al campione pro- 
scritto di una causa fallita e di un paese servo, dagli operai 
di un solo distretto e dai loro capi, tutti uomini del ceto 
medio, potrebbe ascriversi ad onore dell' Inghilterra, non 
meno che il portentoso e unanime insorgere della nazione 
nel 1864, per festeggiare lo stesso uomo, ma ormai famoso 
in tutto il mondo come il liberatore della Sicilia e di Napoli. 

^ Cowen, 8-16, Risorg., anno I, 3-4, pag. 685. Esiste un ritratto a 
olio di Garibaldi preso durante questa sua visita, visibile nella Biblioteca Pub- 
blica di North Shields. Io ne ho una fotografia gentilmente inviatami da 
M. Herbert Craig. Indossa un soprabito abbottonato fino al mento come nel 
ritratto del frontispizio, I fatti del distretto del Tyne qui narrati son basati su 
lettere e informazioni orali del Dott. Spence Watson, Sir J. Wilson Sv^an, 
Mrs. Boyce e altri. 



Garibaldi 



FS£|'--.*^5!»5^»*j^y^'fW 




CAVOUR 
(1860) 



CAPITOLO II. 

Cavour e la convalescenza deir Italia. 
Garibaldi a Caprera. 



Italy, what of the night ? — 

Ah, child, child, it ìs long ! 

Moonbeam avod starbeam and song 
Lea ve it dumb now and dark. 
Yet I perceive on the height 

Eastward, not now very far, 
A song too loud for the lark, 

A light too strong for a star. 

SWINBURNE : A Wakh in the night. 



Nella primavera del 1854, Garibaldi ritornò in Italia 
prendendo dimora fissa a Nizza, apparentemente senza comu- 
nicare con il Governo piemontese. Il paese non era così 
gravato sotto l' incubo della paura dell'Austria come cinque 
anni prima, quando si era ritenuto pericoloso dar asilo al 
capo rivoluzionario. Allora, in quei giorni tristi, in cui ad un 
regime oscurantista che aveva durato un' intera generazione 
(1815-48) era seguito un improvviso cambiamento interno 
ed una guerra disastrosa e mal condotta alla frontiera, la 
nave dello Stato stava quasi per affondare. La Monarchia 
liberale, sfornita di molti accessori della vita moderna, 
con una finanza in rovina e un esercito male organizzato e 
sconfitto, minacciata dal clero reazionario da una parte e 
da un partito democratico eccitabile e non troppo fedele 
dall' altra, era a mala pena scampata dalla distruzione, 
grazie al carattere del giovane Re Vittorio Emanuele e 
ai servigi dell' onesto D' Azeglio prima, del gran Cavour 



36 Garibaldi e i Mille 



dopo \ Quest'uomo meraviglioso, ostico ai democratici non 
meno che ai reazionari, personalmente antipatico al Re, si era 
imposto e al Re e al Paese con astute manovre e alleanze 
parlamentari, e con la forza di quel suo genio per l'arte di 
governo, che Re e Paese ebbero il buon senso di valutare 
alla stregua del suo valore inestimabile. Simile al nostro 
Guglielmo III nella sua superiorità sui partiti e gì' individui 
a cui spiaceva, ma che non potevano fare senza di lui, 
anch' egli non fu sempre di una scrupolosità incrollabile 
nella scelta dei mezzi con i quali sventava i piani degli 
ancor meno scrupolosi campioni dei predominio clericale e 
dispotico in Europa. 

Cavour si era formato tutto solo — che nessuno gli fu 
maestro — alla scuola politica che era allora tutta inglese. 
Italianissimo nell' animo, tutte le sue idee politiche ed econo- 
miche eran però basate su acute osservazioni fatte in Inghil- 
terra e sullo studio accurato del Grey e del Peel. Per 
lui, sostenitore della libertà civile e religiosa lino a un grado 
insolito fra gli uomini di Stato del continente, di qualsiasi 
partito, il Parlamento liberamente eletto era l'organo essen- 
ziale di governo, e la forza pessimo espediente, salvo allorché 
si trattasse di cacciare stranieri e despoti. « Anche un asino 
— soleva dire — potrebbe governare con la legge marziale ». 
Secondo lui, l'uomo di Stato doveva invece saper governare 
per mezzo del Parlamento, non certo obbedendo a ogni 
cenno di partigiani ignoranti o d' interessi corrotti, bensì 



^ La migliore vita di Cavour è quella della contessa Martinengo Cesa- 
resco nella serie Foreìgn Statesmen (Macmillan). Non esiste ancora una 
biografìa autorevole di lui, né tutte le sue carte hanno visto la luce, sebbene 
Ja collezione Ghiaia sia pregevolissima. La vita del De la Rive è lavoro di 
un amico intimo e di un acuto osservatore contemporaneo. 



Cavour 37 

persuadendo il paese e la Camera a prendere il cammino giusto 
con il peso dell' autorità dovuta alla saviezza, al sapere e 
air esperienza. A quest' ideale, che un paese vede di rado 
tradotto in realtà, il Cavour informò il metodo di governo 
del Piemonte, dopo il '30. Se egli avesse potuto vivere 
governando tutta l' Italia alla stessa maniera anche dopo il '60 
e il '70, la nazione eh' egli aveva creata avrebbe evitato ben 
altre sciagure oltre quelle di Custoza, di Lissa e di Mentana. 
E se si fosse allora preferito 1' esempio di lui a quello di 
Bismarck, come modello dei patriotti e uomini di Stato del- 
l' Europa moderna, tutto il mondo sarebbe oggi assai migliore 
di quello che non sia. 

Non appena ebbe deciso di vivere sotto il governo di 
quest' uomo, Garibaldi si accorse che nuove speranze ed 
energie erano in fermento nel paese a cui aveva fatto ritorno 
e che esso non era più quel d'una volta. Nel decennio decorso, 
la vita del Piemonte si era arricchita di migliaia di profughi 
accorsi dagli altri Stati d' ItaHa, il fior fiore del paese che 
avevan tutti giurato di unire in nazione. Per tutti costoro 
il Piemonte era il microcosmo dell' Italia futura e lo servi- 
vano come soldati, come uomini di Stato, nel giornalismo, 
negli affari. Una parte di essi, sempre avvinta alla fede 
repubblicana e soltanto a metà soddisfatta del Governo che 
dava loro asilo, si affannava senza posa a suscitare rivolte 
mazziniane in diversi punti della Penisola. Ma l'altra parte, 
tutta di sostenitori entusiasti del Cavour, pronti ad aspettare 
r iniziativa di lui, e riluttanti a compromettere con moti 
irriflessivi da parte loro, i piani di lui preparati da lunga 
mano, aveva accettata la monarchia come il solo mezzo con- 
ducente all' unità e all' indipendenza nazionale. Questo partito 
andava ingrossando le sue file, accogliendo i repubblicani 
convertiti; ed è ad esso che Garibaldi aderì. 



38 Garibaldi e i Mille 



Al suo ritorno in Italia, le due questioni del giorno in 
Piemonte erano la soppressione dei monasteri e la parteci- 
pazione del paese alla guerra di Crimea ; egli le approvava 
entrambe con vera convinzione. La prima era naturalmente 
popolare fra i partiti liberali ^ d' ogni colore, ma fieramente 
contrastata dall'influenza dei preti, ancora efficacissima nel 
contado, specie nelle montagne savoiarde. Al contrario, la 
spedizione aveva pochi ardenti sostenitori. La si considerava 
in generale come una pazzia di Cavour, uno sperpero delle 
magre risorse del Piemonte, che avrebbero dovuto essere 
gelosamente custodite per il prossimo cozzo con l'Austria. 
Ma fin dal principio Garibaldi si rallegrò per la spedizione 
di Crimea, quasi quanto per la soppressione dei monasteri. 
La soppressione fu il primo atto che gli ispirò la fiducia in 
Cavour. Della spedizione disse che: 

« L' Italia non dovrebbe perdere nessuna occasione di spiegare 
la bandiera italiana sui campi di battaglia che potessero ricordare 
alle nazioni europee il fatto della sua esistenza politica. » ^ 

Probabilmente egli non capì la mira più lontana e definita 
di Cavour, quella di preparare la via ad un'alleanza con 
Napoleone III o con 1' Inghilterra o con tutte e due contro 
il dominio austriaco in Italia. 

Ma per quanto Garibaldi approvasse la guerra, non potè 
prendervi parte, giacche i francesi avrebbero considerata 

^ Prendo V occasione per spiegar 1' uso eh' io faccio in questo libro della 
parola « liberale ». Me ne servo ne! senso che le si dava in Italia a quei 
tempi, cioè abbracciando ogni partito, repubblicano, monarchico, federalista e 
militare che desiderasse le riforme a prò della libertà nei vari Stati italiani 
contro i governi autocratici. 

~ Mario, SuppL, 1 32- 1 34 ; Mario, 210. In questo tempo Jessie White 
(Mario) vedeva spesso Garibaldi a Nizza. 



Ritorno di Garibaldi in Piemonte 39 

la sua presenza nell'esercito, con qualsiasi comando, come 
un insulto a loro stessi. I 17,000 italiani che il generale 
La Marmora condusse in Crimea, dovettero aspettare un 
bel pezzo prima che si offrisse loro V occasione di dare 
air Europa qualche prova vantaggiosa al loro paese ; poterono 
peraltro rendere noto il loro Commissariato, perchè meglio 
organizzato di quello dei loro alleati inglesi. Finalmente, 
nell'agosto 1855, furon fatti scender in campo sulle rive della 
Cernaia e si comportarono bene. In Italia alla nuova della 
battaglia l' opinione pubblica si accese e la politica di Cavour 
si ebbe finalmente il consenso della nazione. 

Intanto Garibaldi usava tutto il peso della sua immensa 
influenza sul partito democratico per dissuadere dai moti 
prematuri d' insurrezione con una lettera vibrata ai giornali, 
atto tanto più meritorio in quanto che egli stesso aveva ogni 
ragione al mondo d' essere impaziente. 

« Io pure non godo buona salute — scriveva al suo vecchio 
amico Cuneo nel gennaio 1 855 — e vorrei prima d'essere affranto, 
impiegare questo resto a prò di questa terra infelice. » ^ 

Nell'attesa, faceva del suo meglio per mantenersi in 
esercizio. Si alzava all'alba e in compagnia del suo ormai 
inseparabile amico e segretario Basso, scorreva le montagne 
dietro a Nizza per quattro ore ogni mattina, in cerca di 
pernici. Nella giornata insegnava a scrivere al suo bimbo 
minore, tracciando lui stesso a matita le grandi lettere che 
Ricciotti doveva ripassare in inchiostro e andava a vedere 
la sua Teresita eh' era stata adottata dai suoi amici, i Deideri. 
Le sere le passava da una signora inglese, una vedova a 



^ Ciampoli, 71-72. Lettera all' Italia del Popolo, 4 cigosto 1854. 
^ Ciampoli, 72. 



40 Garibaldi e i Mille 



cui fu fidanzato per un certo tempo, ^ nella casa da lei presa 
in affitto. Jessie White, che allora viveva anch'essa in quella 
casa, lo giudicò « un signore tranquillo, pensoso, senza 
pretese », facile alle amicizie, ma soggetto a impeti di collera 
fanciullesca che sbollivan spesso nel riso senza lasciar traccia 
d'amarezza, come quando le signore scimmiottavano il suo 
modo speciale di parlare, o non riuscivano a maneggiare 
il fucile in previsione della prossima guerra santa, o lodavano 
il Mazzini come il primo uomo dell' epoca. Tutto ciò quando 
era a terra : ma spesso egli s' imbarcava per brevi corsi al 
comando del piroscafo a elica Salvatore, facendo rotta per 
Marsiglia, Civitavecchia e altri porti, prendendo il suo figliuolo 
maggiore Menotti a bordo, come mozzo. ^ 

Nell'autunno del 1855 suo fratello Felice morì, lascian- 
dogli un'eredità di 35,000 lire che insieme con la somma 
minore dei suoi risparmi fatti sulla sua paga di capitano di 
mare, lo misero in condizione di cambiar genere di vita. La 
cosa ch'egli desiderava più d'ogni altra, in mancanza di una 
guerra di liberazione, era — come diceva ai suoi amici — 
di finire i suoi giorni lontano dal mondo, nella comunione 
con le grandi solitudini della natura. Memore delle coste 
rocciose e delle isole al nord della Sardegna, egli s'imbarcò 
per quella regione nel dicembre del 1855, con l'intenzione, 
com' egli scriveva, di : 

« percorrere la Gallura, ove penso che sarà facile che scelga 
un punto di rifugio, per passarvi alcuni mesi d'inverno o forse 
abitarvi definitivamente, se trovo un luogo adatto. » ^ 



' Mario. Sappi, 125; Mario. Vita, I. 143-145, 148. 

2 Mario. Sappi, 132; Mario, Vita, I. 143-145 ; Jack la Bolina, 98-101, 

* Falconi. 24-31. 



Caprera 41 

Il punto della Gallura ch'egli aveva in vista era il 
Capo Testa (Santa Teresa di Gallura), un promontorio sulla 
costa della Sardegna, proteso nello Stretto di Bonifacio. 
Ma quando toccò V isola della Maddalena, dove aveva passato 
un mese nel 1849, ^ alcuni vecchi amici di mare in quel 
porto e in particolar modo la famiglia Susini, ansiosi di 
averlo ancor più vicino a loro, lo avvisarono che se andasse 
a vivere nella solitudine del Capo Testa, avrebbe potuto 
facilmente esser rapito o assassinato da una spedizione orga- 
nizzata nella Corsica francese. Non era facile spaventar 
Garibaldi, ma egli era convinto che Napoleone, « l'uomo del 
2 decembre » , fosse capace d'ogni infamia ; fors'anche gli parve 
che una maggior vicinanza alla Maddalena offrisse maggiori 
convenienze non meno che maggior sicurezza, e prima della 
fine del mese aveva stretto accordi per comprare la metà setten- 
trionale dell' isola di Caprera pel prezzo di circa 360 sterline. ^ 

La sua nuova dimora era mirabilmente adatta alle proprie 
mire e a quelle che 1' Italia aveva in lui. Dal punto di vista 
del Governo piemontese, l' « Eremita di Caprera », stan- 
ziato a un' ora scarsa di distanza dal piccolo porto della Mad- 
dalena, dove le navi della marina piemontese ancoravano 
spesso, ^ non avrebbe mai potuto esser d' impaccio pur essendo 

^ Vedi più sopra, pag. 1 6. 

2 Falconi, 24-31 ; Mario, Vita, I. 144; L'Isola, 32-33; Guerzoni, I. 401 ; 
Ms. Canzio : Convenzione passata tra me ed i proprietari della Caprera il 
29 dicembre 1855. 

2 La Maddalena era stata teatro della prima sconfìtta del giovane Bona- 
parte nel 1 792. Più tardi era stata soggiorno favorito del Nelson che preve- 
deva sarebbe diventata una stazione marittima e l'agognava come tale per l' In- 
ghilterra. Ai nostri tempi è stata messa a quest' uso dal Governo itahano e 
già fin da quando Garibaldi andò a Caprera era abitata da una popolazione 
marinara che forniva uomini e ufficiali alla marina piemontese. Mahan, Nelson 
indice; O. Browning, Boyhood and Youth of Napoleon, 199-202. 



42 Garibaldi e i Mille 



sempre a portata di mano. In due giorni 'lo si poteva far 
venire dall' isola se il bisogno della sua spada si facesse 
sentire. Se era inerte la spada, e egli se ne indignava, poteva 
ritirarvisi e sbollir l' ira sua ammonticchiando massi di gra- 
nito in muraglioni rustici, o prendendo quello ch'egli chiamava 
« il bagno della zappa ». ^ Una volta al sicuro in Caprera, 
egli era meno disposto a dar retta ai politicanti e agli ade- 
scatori, ne questi potevan facilmente seguirlo nel suo covo, 
poiché i piroscafi ordinari di servizio fra Genova e la Mad- 
dalena non vi andavano che una volta al mese. ^ Così egli 
riuscì a tutelare la sua dignità con una solitudine che aveva 
del pittoresco, e il suo vigore con una vita sana e dura. 
Durante i famosi anni del '59 e del '60, Caprera risultò 
per r Italia una istituzione di non poco valore, come vedremo 
nel corso della nostra narrazione. E anche dopo il 1860, 
nei suoi ultimi vent' anni di vita, quand' egli era arrivato a 
ritenersi un essere privilegiato, dotato del diritto di aprir 
la guerra per suo proprio conto, Caprera lo salvò dal com- 
mettere errori più frequenti e più gravi. 

Quest' isola che conta all' ingrosso cinque miglia di lun- 
ghezza e quindici di circonferenza, è ancor oggi ^ quasi in 
tutto come l' ha lasciata Garibaldi, vale a dire su per giù 
come è stata dacché mondo è mondo. E finche lo Stato, a 
cui ora appartiene, la manterrà al sicuro dalla profanazione 
delle rinnovazioni moderne e da monumenti nazionali, essa, 
imponente nella sua aspra bellezza, eloquente nell' intatto 
ricordo di ciò che fu, rimarrà il più nobile monumento 



^ Ciampoli, 83. 

2 Melena, 21 nota; Melena, 1861, pag. 189. 

* Oggi un largo ponte unisce Caprera al punto più vicino della Madda- 
lena e una larga strada anche attraversa l'isola. 



Caprera Ai3 

del Risorgimento italiano. Dalle tolde dei bastimenti in 
rotta verso il sud, costeggiando la Corsica nel tratto fra 
Genova e Livorno, o per 1' est, attraversando lo Stretto di 
Bonifacio, Caprera e la sua casa bianca si scorgono a con- 
siderevole distanza dalla costa. Sul fianco ovest, il terreno 
cade alquanto meno ripido dalla base della roccia precipi- 
tosa che corona la vetta dell' isola fin giù al lido, e là, sulla 
brughiera, a un quarto di miglio dalla spiaggia lambita dalle 
acque, biancheggia la lunga casa piatta, a un sol piano, frutto 
delle fatiche di Garibaldi e dei suoi amici. E il solo oggetto 
che colpisce 1' occhio in mezzo alle rocce grigiastre e alle 
piante di un verde cupo che si dividon l' isola fra di loro. 
Caprera è ancora, e tale possa sempre rimanere, una landa 
incolta e deserta, che non si può percorrere se non a piedi 
prendendo la via fra le ginestre olezzanti, e saltando o iner- 
picandosi da una rupe granitica all' altra. Ogni fessura della 
roccia dove la terra si è infiltrata, ogni spazio fra i massi 
franati, è la culla di una vegetazione selvatica: orchidee, 
lavanda, sassifraghe rosse, il maestoso asfodelo, l'euforbia con 
la sua fioritura gialla, il tamarisco e il lentisco sempreverde 
dalle foglie levigate. Ma più che altro, la rosa di roccia riz- 
zando la testa bianca fino al ginocchio del viaggiatore gli 
intralcia piacevolmente il cammino attraverso la maggior 
parte dell' isola. Soltanto qua e là dei verdi praticelli in minia- 
tura rompono l' ammasso della boscaglia. Gli alberi vi sono 
radi, stentati e nascosti fra le roccie. E davvero, percossa 
com'è da un vento singolarmente fiero e persistente, Caprera 
spira in più d' un modo il sentimento del paesaggio nordico. 
Perfino in una bella giornata, quando il vento si è alquanto 
calmato, quando il sole imbalsama l' aria fondendo in uno 
gli odori di tutte le piante aromatiche, e le acque di quel- 
l'angolo del Mediterraneo circoscritto dal piccolo arcipelago, 



44 Garibaldi e i Mille 



si gonfiano dolcemente nel loro bacino granitico, anche allora, 
se r eliantemo e il lentisco potessero trasformarsi nell' erica 
paonazza, la scena si potrebbe prendere per uno di quei pic- 
coli seni di mare sulla costa occidentale della Scozia, dove 
le grandi acque del mare si apron la via fra una brughiera 
in declivio e cumuli di roccie frantumate. Così, se non in 
tutto caratteristica dell' Italia, quest' isola è però in tutto 
caratteristica di Garibaldi. ^ 

Nella primavera del 1856, quando venne a occupare la 
sua nuova proprietà, Garibaldi non era il solo abitante di 
Caprera. Al tempo delle guerre di Marlborough, un ban- 
dito di nome Ferraciolo, perseguitato dalla giustizia, erasi rifu- 
giato con sua moglie e un figlio nell' isola, che avevan tro- 
vato assolutamente deserta, sebbene portasse traccie di abi- 
tazione dei tempi di Roma e anteriori a Roma. Per cento 
cinquant' anni, i discendenti di quest' uomo feroce avevan 
perpetuata la loro razza di generazione in generazione in 
quella terra desolata, menandovi vita di caprari e contrab- 
bandieri nella capanna di fango e sassi costruita dai loro 
antenati. Al tempo di Garibaldi l' ultimo dei Ferracioli, 
continuò a rimanervi con la sua famiglia vivendo in buo- 
nissimi rapporti con il nuovo arrivato. Un' altra mezza doz- 
zina di mandriani pascevano le loro capre nell' isola ; uno o 
due di essi abitavano sul luogo in capanne o in grotte natu- 
rali, gli altri venivano dalla Maddalena. Non molti anni 
prima dell' arrivo di Garibaldi un inglese eccentrico e malaz- 
zato, di nome Collins, e la sua ricca moglie, il cui affetto 
per lui pareva avere ad un tempo un non so che di roman- 
tico, di commovente e d' inesplicabile, avevan comprato dal 
Governo piemontese una buona parte dell' isola costruendovi 



^ Vedi in fine Appendice A « Caprera », I. 



Caprera 45 

una casa, sebbene abitassero alla Maddalena. Dopo che 
Garibaldi ebbe comprato da loro e dai Ferracioli la metà 
settentrionale e più montuosa di Caprera, i suoi rapporti con 
il signor Collins diventarono alquanto tesi. Le capre e i 
porci dell' inglese girovagando liberi come prima fra le gine- 
stre, non tardarono a scoprire il campo di patate e cavoli 
del Generale ; le mucche del nuovo colono presero la rivincita, 
e ne risultarono complicazioni internazionali. Ma Garibaldi 
risolse il problema rompendola con i suoi amici ed elevando 
un rozzo muro di pietra attraverso l'isola quant' era larga, 
dall' ovest all' est, lungo il confine della sua proprietà. Verso 
il 1 859 il Collins morì e la sua vedova fedele, ma più socie- 
vole di lui, strinse amicizia con la colonia italiana. Nel 1 864 
un gruppo di ricchi inglesi, ammiratori di Garibaldi, com- 
prarono da lei la metà sud dell' isola e ne fecero dono 
all' eroe di loro elezione. Ma il forestiere che si apre a fatica 
la via fra i cespugli di Caprera, s' imbatte ancora inaspet- 
tatamente nel muro ornai fatto inutile e mezzo sepolto sotto 
r alta vegetazione. ^ 

Fabbricar muri e case furono infatti le occupazioni prin- 
cipali di Garibaldi nei primi anni di residenza nell' isola. 
La sua prima abitazione del 1 856 era una tenda che spesso 
il vento portava via la notte. Tanto lui che il suo robusto 
figliolo Menotti vissero così attendati fino a che ebbero 
messo su la capanna di legno ancora esistente, per ricevervi 
Teresita. Poi da questa nuova base di operazione si accin- 
sero a costruire con 1' aiuto del Basso e di qualche altro 
amico la graziosa casa a tetto piatto, nello stile architetto- 



^ Cono. Canzio e Ms. Canzio; L'Isola, 37-41; Cagnoni, 81, 89, 92; 
Melena, 1861, pag. 234; Vecchi, 16. 25-28; Sacchi, Visita, 13; Mistrali. 
Pellegrinaggio. 



46 Garibaldi e i Mille 



nico di Montevideo, una parte della quale fu abitabile 
alla bell'e meglio fin dal 1857 e l'altra aggiunta più tardi. 
Questa seconda parte, finita nel 1861, aveva un piano supe- 
riore fatalmente destinato a esser demolito cinque anni più 
tardi perchè non possedeva la solidità necessaria per resi- 
stere ai venti di Caprera. ^ 

Garibaldi fu il primo a tentare su larga scala la colti- 
vazione dell' isola. Pur tuttavia anche il suo campo di grano, 
il suo oliveto e il suo campicello di patate scavati d' in mezzo 
le roccie con 1' ascia, formavan piuttosto un poderetto di fìt- 
taiuolo che una vera e propria fattoria. Prima di tutto e 
sopra tutto egli era pecoraio e capraio, allevatore di una 
bellissima razza di capre che aveva importate da Malta e 
che lasciava libere fra le rocce. Ogni mucca aveva il suo 
nome e tutte eran trattate con la più grande tenerezza. 

« Egli è gentile con i bruti come con gli uomini — scrisse il 
Vecchi — e so^re tanto di veder battere gli animali che non 
permette lo si faccia in sua presenza. Prende singoiar diletto a 
piantare e coltivare vegetali utili e si corruccia non poco al vedere 
una pianta calpestata e sradicata per errore. » ^ 

Garibaldi stesso, in mezzo a una curiosa descrizione 
commovente dei suoi lavori di giardinaggio a Caprera, 
esclama : 

« L' anima delle povere piante era in corrispondenza colla 
mia — come lo sono quando gettato in questo pelago di mise- 
ria — lontano da esse — ad esse rivolgo il mio pensiero — e 
mi sento deliziosamente sollevato ». 



^ Vedi in fine Appendice A « Caprera », II. 
2 Vecchi, 8-11; Melena. 24. 



Caprera 47 

Egli stesso, le piante e la farfalla che svolazza intorno 
ad esse, sono tutti « parte dell' anima dell' universo, parte 
dell'infinito, parte di Dio ». E questo pensiero, soggiunge, 
« lo innalza al disopra del miserabile materialismo. » ^ 

La casetta cosi modestamente costruita, rigurgitava di 
ospiti che partecipavano allegramente alle occupazioni della 
giornata nel giardino, per le costruzioni e per le mandrie. 

« Qui regna la libertà in tutto — scrisse il Vecchi nel 1861 — 
perfino nella cantina, sebbene il Generale non beva che acqua... 
a cena prende del latte appena munto. Per gli altri vi sono carni 
salate con caffè, tè e latte a discrezione. Egli serve i suoi vicini 
di tavola cominciando dalle donne e invita i più lontani a servirsi 
a loro piacere. Parlando a sua figlia dice « Teresa » con tale 
dolcezza di voce che è impossibile imitarla. Se è di buon umore 
accende il sigaro e, — stimolato da qualche nome o fatto a cui 
io alludo a bella posta — narra in termini modesti per sé, ma 
con larga messe di lodi per gli altri, le grandi gesta di guerra in 
America o i dettagli degli eventi più recenti di Lombardia, Sici- 
lia e Napoli.... Se è oppresso da pensieri tetri si affretta a lasciar 
la tavola e passeggia di fuori, che egli soffre costantemente di un 
senso d' isolamento rievocando, a ripopolare il campo di battaglia, 
gli amici caduti e tutti quelli che morirono per la nobile causa, 
a sostegno della quale egli ha sempre tratta la spada. » 



■2 



Una sera — narra il Vecchi — la brigata raccolta in 
casa fu informata che un agnello di pochi giorni si era per- 
duto fra le roccie. Le lunghe ricerche al lume di lanterna, 
sotto la guida di Garibaldi, su per le balze e fra gli arbusti, 
prima e dopo la cena furono vane. 



' Ciatnpoli, 935-936. 
« Vecchi, 8-9. 



48 Garibaldi e i Milk 



« Eran le nove, pioveva ed eravamo stanchissimi; tornammo 
ancora una volta a casa e ci coricammo. Un' ora dopo sentimmo 
un calpestio di passi nella stanza vicina, poi la porta della casa 
che si apriva,... Verso la mezzanotte ci riscosse una voce.... era 
r eroe che tornava tutto lieto con 1' agnello nelle braccia. Si portò 
il piccolo animale in letto e si sdraiò con lui dandogli a succhiare 
un pezzetto di spugna immersa nel latte, per tranquillizzarlo... e 
passò tutta la notte accarezzando e nutrendo la sventata creatu- 
rina.... Alle cinque del mattino lo trovammo in giardino a pian- 
tar patate. Prendemmo le zappe e cominciammo a lavorare 
anche noi. » ^ 

Le qualità che lo rendevan caro alle anime semplici che 
vivevan con lui in Caprera, si guadagnarono allo stesso modo 
il cuore di quanti eran fra i più antichi e provetti cono- 
scitori d' uomini in Italia e in Inghilterra. La carezzevole 
semplicità d' un fanciullo, la pietà tenera e pronta d* una 
donna, il saldo valore d' un soldato, la bontà e l'intrepi- 
dezza d' un marinaio, la maestà imponente di un Re come 
Carlomagno, il sentimento di fratellanza e di simpatia uni- 
versale di un democratico come Walt Whitman, la profon- 
dità spirituale e il fuoco d' un poeta, e una calma olimpica 
tutta sua propria, tutto ciò improntato nelle movenze e nel- 
r aspetto, nella voce e negli occhi, lo resero anzi più 
grande, l' unica figura del suo tempo. Che una creatura 
tanto rara non avesse testa per V amministrazione o la poli- 
tica non deve destar sorpresa : che avesse un genio istintivo 
per la guerrigHa fu un caso singolarmente fortunato. Ma una 
natura simile non potrà mai essere il prodotto della città o 
della vita tipica dei tempi moderni. L' avevano alimentata 
le solitudini del mare e delle Pampas, e fu mantenuta intatta 

1 Vecchi, 44-45. 



Caprera 49 

dalla vita di Caprera. « Ama la solitudine — scrisse il 
Vecchi — e il mare anch' esso, una solitudine spirante sogni 
e sentim.enti profondi » . ^ Soleva spesso inerpicarsi solo sulla 
vetta rocciosa che corona Caprera e di là stender lo sguardo 
intorno a se dal mare sui monti, sulle distese incolte: al 
nord, di là dallo stretto, poteva contemplare i magnifici pic- 
chi della Corsica; al sud qualche collina della Sardegna, 
tra le più basse; all'ovest, proprio sotto a lui, il gruppo delle 
isole incolte e rocciose, e l' asilo eh' egli si era costruito in 
quella regione selvaggia. Ma all'est, dove il declivio di rupi 
granitiche ai suoi piedi, scendeva fino al mare così scabroso 
e scosceso che il rumoreggiar delle acque alla sua base giun- 
geva fin su alla cima anche nei giorni di calma, nessun 
tentativo d' abitazione umana era stato fatto ; soltanto le 
piante selvatiche si avviticchiavano, o pendevan dalle roccie, 
r aquila gli squittiva sul capo e una quiete profonda e seco- 
lare, non mai turbata dall' uomo fin dal principio del 
mondo, lo riempiva del soffio della libertà, dèi senso di 
assoluto oblio della folla, delle corti, dell' officiosità, delle 
condizioni della vita moderna, alla quale egli fu sempre 
estraneo nel cuore e nella mente ; e questa libertà spirante 
dal mare sulla cui distesa ininterrotta vagava con lo sguardo ; 
gli sarebbe bastata fino ai suoi giorni estremi, se egli non 
avesse veduto oltre l'orizzonte orientale, con gli occhi della 
mente, le spade italiane ancor serve. ^ 

' Vecchi, 7. 

^ Vedi in fine Appendice A « Caprera ». 



Garibaldi 



CAPITOLO III. 
ì prigionieri Napoletani. 



O miseri, o codardi 
Figliuoli avrai ; miseri eleggi. 

LEOPARDI : A sua zorella Paolina. 



La Rivoluzione francese e con essa i molti movimenti 
nazionali a cui diede origine in altri paesi, portarono la 
distruzione di tre sistemi ben distinti: i diritti feudali della 
nobiltà, i privilegi secolari della chiesa e il potere politico 
della monarchia. In nessun altro paese d' Europa questa 
triplice rivoluzione era stata così lamentevolmente protratta 
come in Napoli,^ dove la tirannia dei preti, dei nobili e dei re, 
non frenata da secoli, aveva lasciato traccie di devastazione 
non soltanto nelle condizioni passeggere di qualche gene- 
razione, ma nelle radici stesse del carattere nazionale. Nel 
medioevo, la Campania e le Puglie non avevan saputo cosa 
fosse la vita comunale, che aveva fatto della Lombardia e 
della Toscana il focolare della civiltà europea. Anzi i diritti 
feudali esercitati dalla nobiltà della Germania e della Francia 
eran al confronto inferiori e in numero e in genere, a quelli 
conquistati sopra le città montuose dell' Italia meridionale, dagli 
avventurieri normanni del secolo XI e dai loro discendenti 
degeneri. In quei miseri asili della paura, della povertà e 
della superstizione, 1' età delle tenebre si prolungò sino alla 



^ Rimando al capitolo VII per quanto ho da dire della Sicilia, l' altra 
parte dello Stato Borbonico o Regno delle due Sicilie. 



")! Garibaldi e i Mille 



fine del secolo XVIII e in quelle tenebre si venne plasmando 
il carattere del popolo napoletano. C è a mala pena di che 
sorprendersi dunque se i pastori delle montagne che avrebbero 
potuto reclamare la discendenza dai Sanniti e dai Bruzi avevano 
una selvaggia ferocia quasi di bestie ; e i lavoratori dei campi, 
della pianura, un torpore di inetti; se le città della costa 
già sedi di civiltà ellenica, avean visto svilupparsi dai vizi del 
Graeculus esuriens le qualità proverbiali dei « lazzaroni >'. ^ 

Poi era venuta improvvisa l'insurrezione armata della 
Rivoluzione francese che doveva scernere « i morti dai vivi ». 
I re napoleonici, Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat 
abolirono il sistema feudale nella maniera radicale caratte- 
ristica di queir epoca di riforme, ma con quella imparzialità 
verso le varie classi, che servì a rendere duraturo il cambia- 
mento anche dopo la restaurazione dei monarchi borbonici. ^ 

Così era sparito il feudalesimo, che del resto già da un pezzo 
aveva cominciato a cedere davanti al principio monarchico. 
Ma non era altrettanto facile liberarsi dal governo del prete 
e del principe ; e quando il Murat fu fucilato, e Waterloo 
ebbe deciso per allora del destino d' Europa, non fu difficile 
assoggettare di bel nuovo al dispotismo oscurantista dei 
borbonici spagnoli, un popolo preparato alla servitù da tanti 
secoli di abbietta oppressione ai signori feudali, dall'ignoranza 
e dalla povertà ancora quasi universali e da una superstizione 
singolarmente crassa.^ 

Pure vi erano altri elementi nel Regno napoletano. Al 
primo sopraggiungere delle armi francesi nel 1 799 la classe 
istruita, piccola di nome e la sola che avesse un vero spirito 



Mohnston, L 1-38. 
'Idem, I. 221-223. 
3 King. I. 86-94. 



Storia del Napoletano 53 



pubblico, aveva accolto con gioia quell'occasione di progresso, 
e sebbene i « lazzaroni », sotto una protezione che gl'inglesi 
godrebbero di poter dimenticare, avessero aiutato il loro 
padrone reale a farne massacro, sopprimendo così quanto di 
più rispettabile contava Napoli, ^ essa aveva ricevuto appoggio 
e incoraggiamento dai re napoleonici. Dopo cinque anni di 
restaurazione del Governo borbonico (1815-20) questa classe, 
per l'azione della società segreta dei Carbonari, riuscì a 
guadagnarsi l'appoggio delle forze militari del Regno e a 
strappare a Ferdinando I la famosa costituzione del 1 820. La 
notizia inattesa commosse tutta l' Italia, e quanti a lei tenevan 
rivolta l'attenzione, oltre il Byron fremente d'impazienza a 
Ravenna, credettero per poco che sorgerebbe tutta in armi. 
Ma un' altra generazione doveva passare prima che i tempi 
fossero maturi per questo movimento nazionale, e per allora 
i liberali napoletani non seppero servirsi del potere così facil- 
mente conquistato. Vennero a dissenso con i siciliani anch'essi 
insorti contro Ferdinando I, perorarono fin troppo in Parla- 
mento, ma non fecero efficaci preparativi di resistenza e diven- 
nero preda ignominiosa degli eserciti austriaci inviati dal Metter- 
nich e dalla Santa Alleanza a sradicare dall' Europa quel 
bubbone pestifero del Governo costituzionale. Ferdinando I che, 
secondo il costume di famiglia in simili occasioni, aveva giurata 
la costituzione e poi chiamate le truppe straniere a mettervi fine, 
si prese un' orribile vendetta. Da quel giorno le crudeltà e lo 
spionaggio diventarono i metodi precipui del Governo bor- 
bonico, che se a dir vero era stato corrotto e oscurantista dal 
1815 al 1 820, non era però stato sfrenatamente tirannico. 

Dal 1821 al 1850 la storia del Governo di NapoU si 
riassume quasi tutta negli annah della poHzia che era assistita 

^ Giglioli, i quattro ultimi capitoli. 



54 Garibaldi e i Mille 



da tutti gli altri funzionari civili, dall' esercito, rinnovato, dal 
clero e. da spie innumerevoli. Le autorità locali, scelte dal 
Governo centrale fra i reazionari più fieri dei diversi distretti, 
erano innanzi tutto delatori e agenti di polizia, mentre nulla 
o quasi nulla veniva fatto per la costruzione delle strade, 
per i lavori pubblici e per qualsiasi genere di migliora- 
mento locale. Tutte le energie del Governo, tanto locale 
che centrale, erano assorbite nella repressione. I privati 
dovevano comprare o piaggiare i Capi Urbani (sindaci e 
autorità dei villaggi), la polizia, i preti e i loro innumerevoli 
dipendenti, se non volevan incorrere nel pericolo gravissimo 
di esser rovinati, pur essendo in realtà innocenti. Non v' era 
infatti altra legge che la volontà di queste arpie del Governo. 
Talvolta ci si ficcava in mezzo anche la soldatesca : un povero 
disgraziato nella Provincia di Salerno ricevette cento sferzate 
d'ordine d' un colonnello per « il suo disprezzo verso l'autorità 
del Re ». L'elemento comico non manca quasi mai in Italia; 
portar la barba era un segno di liberalismo e gli sbirri spie- 
gavan la stessa prontezza a far marciare le loro vittime dal 
barbiere come a cacciarle in prigione. In tale stato di cose, 
la censura scrupolosa fino al ridicolo tale che ostacolava 
il cammino a qualsiasi forma di letteratura seria e moderna, 
era uno dei mali minori. Che un barbiere di Reggio fosse 
condannato a una multa di 1000 ducati perchè teneva nel 
suo negozio un volume delle poesie del Leopardi, non era 
fatto da destar sorpresa. « La Polizia » — scrisse un Ministro 
inglese nel luglio del 1856, e avrebbe potuto scrivere le 
stesse parole, essendo ugualmente nel vero, durante il tren- 
tennio precedente, — 

« la Polizia, composta d' una banda d' individui brutali della 
peggior ridila, che hanno il potere d'imprigionare e maltrattare 



Metodi della polizia napoletana 55 

chiunque, senza conceder mezzi di difesa o di rivalsa, sparge 
naturalmente lo sgomento e impedisce qualsiasi progetto o azione 
concorde, giacché grande è la paura e la corruzione introdotta 
da questo sistema, e nessuno si fida del suo vicino. » ^ 

Questo sistema era umiliante, onnipresente e corruttore al 
punto che quanti avevano un po' di concezione di vita pub- 
blica e un certo senso di se, diventavano vivamente ostih alle 
autorità. Il mite e tenero Luigi Settembrini, uno degli uomini 
più umani e simpatici che possegga l' Italia, così ricorda le 
ragioni per le quali nel 1 839 prese la deliberazione d' abban- 
donare la sua vita di famiglia felice ed idillica e la facile 
carriera di professore in provincia di Greco e Rettorica, 
per spendere i migliori venti anni della sua virilità in putride 
prigioni e in oscura miseria : 

« Nel Lombardo- Veneto — scrive egli — c'era lo straniero 
che è peggiore di ogni tirannide paesana, ma lì lo straniero era 
forte, non stolto, puniva feroce ogni reato pubblico, ma favoriva 
la buona amministrazione interna ed era giusto con tutti fra certi 
limiti : lì erano due campi, in uno lo straniero, nell' altro il popolo 
tutto unito.... Noi altri (in Napoli) per contrario, si aveva la 
tirannide fraterna che è la più crudele fra tutte e non era 
Ferdinando il tiranno, no, ma il prete, il gendarme, il giudice regio, 
il ricevitore, qualunque impiegato con potere, che non ci lasciavano 
un' ora di pace, che continuamente, ogni giorno, e in piazza e in 
casa ci stavano ai fianchi e ci dicevano come il ladro : o dammi o ti 
pungo. Questa oppressione corrompe una nazione sin nelle ossa. » '^ 



1 De Cesare, I. 45-46, 92-93. 1 2 1 - 1 22, 1 97, 20 ! ; II. 1 1 0- 1 1 9 e f. di P., 
pagg. LXVI-LXXVII; Settembrini. I. 60-61; Br. Pari. Papers, 2, 
pagg. 8, 9, 14; Castromediano, I. 84-85; Poerio, 21, nota 2. 

2 Settembrini, I. 206-207. 



56 Garibaldi e i Mille 



11 re Ferdinando II (1830-59), il Bomba della Storia 
tanto italiana che inglese, era la personificazione di un tal 
Governo. Come molti altri re pessimi, egli aveva un discreto 
numero di virtù domestiche, ne era sprovvisto di certe 
personali attrattive. E bensì vero che la sua prima moglie, 
Maria Cristina di Savoia, esempio fine e amabile di un tipo 
più alto di civiltà, fu infelicissima a Napoli. Sia vero o 
no quello che narra la tradizione che egli le levasse la 
sedia di sotto mentre si sedeva, e eh' ella rialzandosi sdegnata 
lo chiamasse il « Re dei Lazzaroni » ^ è certo eh' egH si 
seccava delle sue arie di superiorità e la trattava con poco 
riguardo. Nel 1836 ella morì, adorata come una santa dai 
napoletani, lasciando un figlio, Francesco, che, debole di 
corpo e di mente, era destinato a perdere il trono e la 
dinastia. 

Più adatta a Ferdinando II fu la sua seconda moglie, 
l'austriaca Maria Teresa, a cui egU si mantenne costante- 
mente fedele. Vivevano una vita semplice, ritirata e frugale, 
alquanto simile a quella di Giorgio III e della Regina sua 
moglie, a parte gli scherzi grossolani che mandavano Fer- 
dinando in solluchero. Meglio per lui se fosse stato un 
poco più socievole per indole. Poche parolette gioviali di 
quelle eh' egli sapeva tanto ben dire, quando voleva, agli 
uomini eminenti del suo Regno, un po' più di cerimoniale 
in Corte, un po' più di comparsa in pubblico, un po' più 
di larghezze e di sorrisi al popolo avrebbero giovato, così 
opinavano quelli che conoscevano Napoli, a render stabile la 
sua dinastia. Ma egli non poteva sopportare ne le cerimonie 
di Corte, ne la società in generale. Neanche i sacerdoti 
voleva avere a compagni, sebbene fosse superstizioso al punto 

1 Settembrini. I. 54; Trinity, 125; De Cesare. I. 213-214, 



Re Ferdinando II 57 



da passare in proverbio e da venir messo in ridicolo in Napoli 
stessa e, quantunque mantenesse ferma la sua politica di 
rendere anche maggiori i privilegi della Chiesa già eccessivi 
in se stessi. Quando voleva darsene il disturbo, poteva catti- 
varsi un nemico con pochi minuti di conversazione ; ma 
spesso v' era una punta di malignità nella sua cordialità. 
« Stategli al fianco — ha scritto un acuto osservatore, — ed 
egli è tutto quel che si può desiderare ; perdetelo di vista 
un momento, e di lì a cinque minuti potete trovarvi sotto 
arresto ». Pronto di mente, con tutta la scaltrezza dei fan- 
nulloni delle strade di NapoU, era però ignorante, e tronfio 
della sua ignoranza. Per lui gli uomini colti non erano 
che « pennaruH ». In politica era completamente cinico, 
non credeva nelle virtù pubbliche e quanti godevan buona 
riputazione gli erano antipatici come individui che non 
saprebbero prendere a gioco le cose. Inganno e tirannia 
erano i due principi massimi dell' arte di governare che gli 
avevano insegnata da giovane e alla quale aderì per tutta 
la sua vita. 

Ma benché non conoscesse scrupoli quanto ai mezzi, 
si mantenne fedele a ciò eh' egli considerava il vero fine 
della politica. Fu un vero patriotta napoletano : l' idea 
dell' Italia fatta nazione gli era incresciosa, ma seppe tenere 
l'Austria a rispettosa distanza assai più che non avessero 
fatto i suoi predecessori, rifiutando una più stretta alleanza 
che pur gli avrebbe garantita la sicurezza del suo trono. 
Seppe risentirsi con fuoco delle ingerenze ostiU dell'Inghil- 
terra e della Francia. Era più intelligente di suo padre. 
Riformò e rinsanguò 1' esercito, beninteso entro i limiti 
imposti dal sistema universale di corruzione eh' egli non si 
curò mai di cambiare in alcun ripartimento governativo. 
Lavorò assiduamente alla testa di un sistema di accen- 



58 Garibaldi e i Mille 



tramento esagerato; fu a un tempo il primo ministro e il 
favorito. ^ 

11 dominio borbonico era odioso a tutti i buoni, anche 
ai pochi che, come il generale Filangieri e il Pianell, lo 
servirono lealmente nella vana speranza che si sarebbe 
riformato un giorno o l'altro. Invece rimase immutato dal 
1821 fino alla sua fine nel 1860, con l'eccezione dei quattro 
primi mesi del 1848, quando in seguito allo scoppio rivolu- 
zionario della Sicilia, i napoletani strapparono a Ferdinando II 
un' altra di quelle costituzioni che quella casa reale era 
sempre pronta a giurare al bisogno. Si ripetè la storia 
del 1820 con una variante. Infatti questa volta, essendo insorta 
tutta r Italia, ed essendo scoppiata la guerra nazionale contro 
l'Austria nel nord, Napoli non fu invasa dagli austriaci e la 
reazione vi si compì senza intervento straniero. Nel maggio 
del 1 848, mentre l' Italia liberata era ancora all' apogeo delia 
sua fortuna nella valle del Po, mentre il Radetzky era ancora 
tenuto a bada al di là del quadrilatero, i napoletani riuscirono 
a giocarsi la loro libertà recentemente conquistata. Vi era 
una mancanza generale di esperienza e anche, salvo qualche 
onorevole eccezione, penuria di coscienza nazionale. Deci- 
sioni violente messe codardamente ad effetto, l' erezione 
imprevidente di barricate e il rifiuto di combatter dietro ad 
esse una volta erettele, disgregarono i liberali e offrirono a 
Ferdinando li il destro di ristabilire il suo Governo dispotico 
con l'aiuto dei suoi reggimenti svizzeri, il 1 5 maggio 1 
Questa incapacità dei napoletani di mantenersi liberi nel 
quando furon padroni di se stessi, fu uno degli argomenti più 

1 De Cesare, I. 1 91 -2 1 4 ; Nisco, Ferdinando II, 366-37 1 ; Trinity. 1 09- 1 25. 
167-171; Settembrini. I. 52-54. 

* Nisco. Ferdinando II, 176-184; Settembrini. I. 282-302. 



La reazione in Napoli 59 

poderosi con cui si sostenne poi la necessità di quell'annes- 
sione dal sud al nord, che fu portata a compimento nel 1 860. 

Una rivolta mal condotta dei contadini calabresi, gente 
più risoluta, fu presto soffocata, e la Sicilia venne ricon- 
quistata più lentamente (settembre 1848 — maggio 1849) con 
tutti gli orrori del bombardamento e del saccheggio che 
fruttarono a Ferdinando II il nomignolo di Bomba. Le 
truppe napoletane che i loro compatriotti liberali avevan 
stoltamente raccolte nel fermento dei giorni di libertà si eran 
ora serrate intorno al trono, ed ebbero quind' innanzi per i 
liberali del continente un odio pari a quello che nutrivano per 
i siciliani. ' Fu con queste forze che nella primavera del 1849 
Ferdinando si senti in grado di condurre una crociata contro 
la Repubblica Romana a favore del suo ospite, l' esule 
Pio IX. ~ Ma non ne ricavò altro che la disfatta di Palestrina 
per opera di Garibaldi e la vergognosa ritirata di Velletri, 
fatale alla confidenza che l'esercito aveva cominciato a sentire 
in se stesso dopo le vittorie di Sicilia. E tanto e tale fu il 
terrore ispirato, in questa campagna, dal « Diavolo rosso » che 
undici anni dopo bastò che corresse la voce dell'avvicinarsi di 
Garibaldi per sparger lo sgomento fra i reggimenti napoletani. 

Così il re Ferdinando ritornò dalla sua vana ricerca di 
gloria militare, al compito che più gli si attagliava, la perse- 
cuzione dei suoi sudditi. Nell'estate e nell'autunno del 1 849 
le prigioni di NapoH e delle Provincie si riempirono rapi- 
damente di uomini d'ogni colore e varietà politica, che 
avevano partecipato al movimento dell'anno avanti. Alcuni, 
specialmente fra i calabresi, si eran sollevati in armi contro 
la reazione, ma altri eran stati ostili ai ribelli, e calabresi 

1 Settembrini. I, 321. 

^ Trevelyan, Garibaldi e la difesa di Roma, capitolo Vili. 



60 Garibaldi e i Mille 



e siciliani, e non eran colpevoli d'altro che d'essersi accinti 
a metter in atto la costituzione che il Re aveva concessa. 
È impossibile calcolare il numero dei sudditi di Ferdinando 
che già languivano in prigione per cause politiche nel 1 85 1 , 
giacche il suo Governo non pubblicò, fors'anche non compilò 
mai, la lista di nessuna classe di prigionieri, due ristret- 
tissime eccettuate ; ma il numero di 20.000 dato dal Gladstone 
come « computo non irragionevole » sarebbe da ritenersi al 
di sotto del vero secondo il De Cesare, storico imparziale 
e ben informato di NapoH.^ Questa cifra considerevole inclu- 
derebbe il gran numero di quelli che eran detenuti per 
anni ed anni prima del processo e dopo l'assoluzione o 
« correzionalmente » cioè per ordine amministrativo. Ma 
oltre i prigionieri v' era un numero ugualmente indefinito 
di attendibili o sospetti sotto la sorveglianza della polizia, 
valutati dal De Cesare a 50.000 ; questi, generalmente fra 
i più intelligenti e spesso i più agiati cittadini dei rispet- 
tivi distretti in cui vivevano, venivano esclusi da qualsiasi 
funzione civile o accademica, avevan la proibizione di lasciar 
la loro casa senza un permesso speciale della polizia, ed erano 
sorvegliati in ogni loro più minuta azione dalle autorità, che 
trovavano piacere nel vessarli e profitto nell' estorcer loro 
denaro ad ogni più lieve concessione.^ 

Questi procedimenti del Re Bomba, come invariabilmente 

^ De Cesare, F. di P., pag. LXIX. Per gli argomenti prò e contro, vedi 
Gladstone (lettera!) 7; Gladstone, Rassegna, 23-25 e Appendici; Gladstone 
Examination, 24-30 ; De Cesare considera vittoriosa la risposta di Gladstone 
alla Rassegna neW Examination. Vedi anche Br. Pari. Papers, 15, pag. 2 
e Racioppi, 26. 

«De Cesare. F.diP., pigg. LXXI, LXXXI ; Bt. Pari. Papers, 15, 
pagg. 2. 3. 9, 31, 32, 36; Elliot, 13-14; Castromediano, 1. 39-59, 84-85; 
Racioppi, 34. 



Carlo Poerio 61 

lo chiamavano i nostri nonni, ^ diventarono noti al mondo 
intero, e in special modo all' Inghilterra, nei loro veri colori, 
senza quella verniciatura decorosa di frasi reticenti con 
cui di solito il mondo ufficiale camuffa tali azioni. A quel 
tempo gì' inglesi, per le ragioni esaminate nel capitolo pre- 
cedente, non avevano il vezzo di trovar delle scuse per quel 
genere di tirannie. E così il dramma non ebbe veH per 
r Inghilterra e per l' Italia; si scoprì non soltanto in tutto il suo 
orrore, ma anche nella sua strana bellezza, giacche le vittime 
principali — Poerio, Settembrini e Castromediano — erano 
uomini di idealismo così elevato e di tempra così gentile 
e risoluta ad un tempo, da riuscire a modificare la recisa 
condanna pronunciata sovente e non senza ragione, sugli 
abitanti della terra del Vesuvio. « Se — come disse il 
Filangieri a sfogo dell'amara esperienza di tutta la sua vita — 
se l'esser nato napoletano è spesso una gran calamità per un 
uomo d'onore e di spirito »,~ le conseguenze peggiori di tante 
calamità furono sopportate ugualmente senza lamento da alcuni 
spiriti, i più eletti che mai abbellissero la storia d' un popolo. 
Carlo Poerio, un uomo di vedute che noi in Inghilterra 
chiameremmo conservatrici, aveva fatto opposizione a ogni 
specie d' insurrezione armata in Sicilia e altrove. ' In ragione 



^. Una volta il capitano d'una nave inglese mercantile gettò lo sgomento 
in una comitiva di fedeli sudditi napoletani dicendo, al vedere un ritratto di 
Ferdinando, in un tono che doveva essere a suo parere di profondo rispetto : 
« Dunque questo è il Re Bombai » Non è facile descrivere il terrore degli 
astanti convinti che la polizia, invisibile e pur ognora presente, piomberebbe d'un 
subito su quanti avevano ascoltate le parole di lesa maestà. Trinity, 1 18. 

«De Cesare, II. 246. 

2 Poerio, 1 9-23 ; Detailed Exposure^ 50, fa notare che permettendo al suo 
apologista di accusare il Poerio d'aver avuto rapporti con il Mazzini {Rassegna, 
37), il Governo Napoletano mentiva, e sapeva bene di mentire. 



62 Garibaldi e i Mille 



del suo carattere e del suo beli' ingegno quest' uomo, che 
Gladstone ha giustamente paragonato al suo collega e rivale 
inglese di più alto sentire, era considerato il capo naturale 
del partito costituzionale. Era stato Ministro di Ferdinando 
sotto la costituzione del 1848, e come tale era stato trattato 
dal suo signore con maggior bonomia del solito. Ferdinando 
lo aveva presentato con effusione alla regina, lo chiamava 
Carlino e gli faceva, pressione perchè fumasse i suoi sigari 
migliori. Il « Re dei Lazzaroni » che aveva una vena d'umo- 
rismo vero, per quanto strano, aveva deciso che il suo Carlino 
marcisse in una fetida prigione. ^ Il giugno 1850, Poerio, 
Settembrini e quaranta altri furono messi sotto processo e il 
processo durò fino al febbraio 1851, quantunque abbreviato 
dal fatto che i prigionieri non ebbero il permesso di citar 
testimoni. ^ Andato a vuoto un documento risultato chiara- 
mente falso, e riserbatolo per ulteriori investigazioni, si riuscì 
a ottenere un falso testimonio di nome Jervolino che giurò 
un' accusa più assurda dell' altra contro il Poerio tirandosi 
d' impaccio con l'aiuto dei giudici. Correva questa sola diffe- 
renza fra lui e Titus Oates, che nessuno credeva una parola 
di ciò che diceva. Ma la formalità della sua testimonianza 
bastò a procurare ventiquattro anni di prigione ai ferri al 
suddito più rispettato della corona. Mentre si svolgeva la 
tragica farsa, i quaranta compagni di prigonia del Poerio, 
fra cui parecchi degli uomini più nobili d' Italia, stavan là 
spettatori disperati, consci d' esser predestinati alla ruina e 
a lunghi anni d'orrore. Uno di loro, un certo Leipnecher, 
strappato dal suo giaciglio per esser portato al giudizio 
come detrattore, era già morto di febbre ; « Il Dio vendi- 



iDe Cesare, I. 194; Trinity, 120-125. 
2 Gladstone, 11-12, 19. 



/ prigionieri napoletani 63 

catore degli oppressi farà pagare la morte di quest'uomo », 
aveva gridato al giudice, l'amico di lui Pironti. Ma ben 
remota da loro era l' idea che colui che sarebbe man- 
dato a vendicarli stava guadagnandosi il pane giornaliero 
spingendo le carriole sullo scalo dell' isola di Staten. Ancor 
più remota da loro era la supposizione che il suo precur- 
sore fosse nel tribunale fra gli spettatori stessi. E pure proprio 
là, sulle panche pubbliche, stava seduto un inglese andato 
a Napoli per la salute di sua figlia, un uomo di mezz'età, 
ma i cui occhi brillavano d'un fuoco che non era soltanto 
giovanile, mentre fiammeggiavano di mal frenata indignazione 
sui giudici malvagi e sui falsi testimoni; egli fremeva al 
pensiero di quanto veniva perpretato in nome dell'ordine e 
della religione. 

Gladstone che si trovava a Napoli per ragioni del tutto 
estranee alla politica, non aveva fede nell' idea dell' unità 
e nazionalità italiana, che egli continuò a considerare una 
vana chimera per molti anni ancora. Lungi dal simpatizzare 
con la rivoluzione, egli era ancora, come dichiarò al suo 
ritorno in Inghilterra, « un membro del partito conservatore 
nella grande famiglia delle nazioni », « costretto a ricordarsi 
che il proprio partito sta virtualmente e realmente, sebbene 
forse inconsciamente, in alleanze con tutti i governi stabili 
d'Eurbpa appunto perchè tali ». Chiunque altro al suo posto, 
se fatto alla solita maniera, si sarebbe appagato di passare il 
suo tempo a Napoli, « salendo in vulcani, ed esplorando città 
morte. » ^ Ma nel cuore di quell' uomo, più profondo che i 
legami di partito e le predilezioni personali nella politica 



1 Gladstone, 14-23; Nisco, Ferdinando II, 293-299; Morley, !. 389-391; 
De Cesare, F. di P., pag. LXV. 

^Gladstone. 4; Morley, I. 389-390, 401-402. 



64 Garibaldi e i Mille 



europea, più profondo che la curiosità dello studioso di cose 
classiche e ancor più profondo assai che il desiderio di agio 
durante una vacanza ben guadagnata, avvampava quell' odio 
disinteressato per l' ingiustizia e la crudeltà che s' incontra 
spesso servo di altre passioni, ma raramente, come in lui, 
signore e ispiratore dell'anima. 

All'Ambasciata Inglese gli era capitato di far la cono- ■ 
scenza del consulente legale, un degno gentiluomo napole- ' 
tano, non molto dopo esiliato e naturalizzato in Inghilterra, | 
dove, acquistatasi alta considerazione per servizi pubblici da I 
lui resi, ricevette il titolo di Sir James Lacaita. ^ Egli raccontò ; 
molte cose a Gladstone e più gliene mostrò. Com' è natu- 
rale, il Gladstone nutriva gran simpatia per i preti liberali ì 
che incontrava, ma egli amico di New^man, seppe anche | 
riconoscere con un senso doloroso i rapporti esistenti fra 
un' altra parte del clero e il Governo, e i servizi resi 
dal confessionale alla polizia. Poi era venuto il processo 
Poerio. Dopo questo, gì' incanti della più bella baia d'Europa 
non ebber più presa sulla sua imaginazione e quando gettava 
l'occhio « sulle forme romantiche e pittoresche delle belle 
isole sparse lungo la costa », sapendo ormai che erano pri- 
gioni, non poteva pensare ad altro che alle « immense masse 
di esseri umani in esse nascoste, che vi soffrivano e vi mar- 
civano ». ~ Il suo spirito, scosso il giogo di considerazioni 
interessate e di vecchi legami, sorse nella sua maestà nativa j 
e, noncurante dello scandalo che provocherebbe nel mondo 
ufficiale d' Europa, come della sconfìtta dei suoi propri 
colleghi e del trionfo del Palmerston a cui si troverebbe 



1 Per la sua carriera, vedasi Gigli, Scrittori Manduriani. 

2 Gladstone, 13, 41-48; Morley, I. 391. È in Italia che ho raccolto 
r informazione delle sue visite al clero liberale. 



Gladstone e i prigionieri napoletani 65 

forzato di domandar scusa, decise di prendere una linea di 
condotta che, come rappresenta il momento decisivo della 
sua vita, così disse il suo stesso amico e biografo, può a 
ragione ritenersi anche il momento decisivo nella marea 
bassa della fortuna d' Italia. ^ 

Poerio e i suoi quaranta compagni, meno una mezza 
dozzina dei più fortunati, furono condannati. Si assegnò il 
carcere per periodi diversi di detenzione e, nel caso dei 
capi, per la vita o per un numero d' anni a cui non era 
probabile che essi sarebbero sopravvissuti. In seguito a ciò 
Gladstone decise di visitare la prigione Vicaria in Napoli. 
Il Governo nutriva tanta fiducia nella propria forza ed era 
tanto ignorante delle intenzioni e dell'influenza del visitatore, 
eh' egli ottenne l' accesso senz' altro. Gladstone fu accusato 
d' aver esagerati gli orrori della Vicaria, forse la prigione 
meglio tenuta del Regno per esser nella capitale e per ciò 
più esposta a inchieste e cure. Ma anche un altro inglese, 
un amico del Governo napoletano, dopo averla vista fu 
costretto a confessare che « vi era un'atmosfera fitta come 
una nebbia londinese, per esalazioni orribili », che i prigio- 
nieri erano « evidentemente trattati a parole e a fatti come 
bruti e che là la vita umana chiusa in una tomba, assisteva 
vivente allo spettacolo del suo proprio decomporsi ». ^ Ed 
era appunto là che Gladstone aveva visto 

« non i dottori d' ufficio andare dai prigionieri malati, ma i pri- 
gionieri malati, con la morte sul viso, trascinarsi per le scale fino 

^ Si ricordi che Gladstone si ritrattava. Gladstone e Molesworth — scri- 
veva Lord Palmerston nel 1851, — dicono di aver avuto torto nei loro attacchi 
dell'anno scorso sulla mia politica estera, ma che non sapevano la verità. 
Palmerston, I. 257. 

* Rassegna, 29-30 ; Detailed Exposure, 36-40. 

Garibaldi 5 



66 Garibaldi e i Mille 



a quelli, perchè le parti basse di quel regno tenebroso sono tanto 
sozze e repellenti che non si potrebbe aspettarsi dai professionisti, 
che consentissero a guadagnarsi il pane entrando colà. » ^ 

Nella prigione insulare di Nisida, dove andò poi, egli trovò 
il Poerio e altri uomini d' alta condizione, nel rozzo costume 
rosso dei galeotti accoppiati con la catena a un' altra vittima 
della stessa causa o a un criminale comune. 

« I prigionieri si movevano zoppicando pesantemente, proprio 
come se avessero una gamba più corta dell'altra. Nel primo caso, 
le sofferenze sono acuite dalla circostanza che si hanno uomini di 
coltura e alto sentire costantemente incatenati insieme. » 

Le coppie non erano disgiunte in nessun caso ne di 
giorno ne di notte. 

« Io stesso — scrisse ancora Gladstone — vidi un prigioniero 
politico, Romeo, accoppiato nella maniera descritta, a un reo 
ordinario, un giovane dalla fisonomia più feroce e torVa, una delle 
peggiori che ho viste fra centinaia di criminali napoletani. » 

Un altro disgraziato, per un raffinamento di crudeltà, 
era stato incatenato al falso testimonio Margherita che era 
stato corrotto a deporre contro di lui nel processo. ^ 

« Devo confessare — continua Gladstone — che la modera- 
zione con cui parlavano di quelli per opera dei quali essi dovevano 
sopportare tante abbominevoli persecuzioni, la loro rassegnazione 



^ Gladstone, pag. 12. 

2 Castroraediano, 1. 281, dice che il condannato accoppiato con il Mar- 
gherita a Nisida era il Poerio, ma Gladstone, 27, allude a qualcun altro. Poiché 
il Castromediano non andò a Nisida, Gladstone rimane l'autorità più sicura. 



Gladstone e i prigionieri napoletani 67 

cristiana,.... la loro disposizione al perdono, mi fecero stupire, che 
essi sembravano pronti ad affrontare serenamente qualsiasi prova 
loro riserbata. Era evidente che la loro salute era scossa.... Avevo 
visto il Poerio nel dicembre durante il processo, ma non lo avrei 
riconosciuto a Nisida. Egli stesso diceva che non aspetta vasi che la 
sua fibra avesse la resistenza a tanto male, sebbene Dio gli avesse 
concesso la forza d' animo necessaria a sopportarlo. Gli fu suggerito 
da persona autorevole che si potrebbe forse mandare sua madre, 
di cui egli era il sostegno, a implorare la grazia del Re, o eh' egli 
stesso avrebbe potuto farne domanda. Egli rifiutò fermamente. La 
madre intanto, oppressa da tanta afflizione, andava perdendo le 
facoltà mentali quand' io era ancora a Napoli. » * 

Infatti la poveretta morì nel settembre dell'anno dopo. 
L'altro suo figliolo, Alessandro, più focoso di temperamento 
e più spinto in politica, era caduto a Venezia combattendo 
per r Italia. Era ella che li aveva preparati al servizio della 
patria preferendo figli infelici a codardi, ma venuta la fine 
inevitabile, il cuore le si era spezzato. ^ 

Fu appunto in Nisida che quei prigionieri incatenati 
implorarono dal visitatore di non tener conto dell'aggravamento 
di pena che un'azione pubblica da parte sua attirerebbe su 
di loro, ma solo considerasse che così facendo, egli potrebbe 
accelerare la liberazione dell' Italia. E prima di lasciar la 
prigione egli e il Poerio avevano convenuto che per soddi- 
sfare alla bisogna, ci voleva una denunzia pubblica. « Quanto 
a noi — aveva detto il generoso martire, e i suoi compagni 
gli avevan fatto eco — quanto a noi poco monta, ci sarebbe 
quasi impossibile peggiorare. » ^ 

^ Gladstone, 26-27. 

2 Martinengo Cesaresco, 1 42- 1 43, 1 48, 1 56. 

* Nisco, Ferdinando II. 302 ; Morley, I. 392-393. Prove di fonte indi- 
scutibile in tutti e due. 



68 Garihaldi e / Mille 



Essendosi accordato su questo punto con il Poerio, 
Gladstone commise forse un errore al suo ritorno in Inghilterra 
persuadendo se stesso o lasciandosi persuadere da Lord 
Aberdeen ^ a ritardare la pubblicazione finche quel diplo- 
matico più anziano d' anni avesse privatamente fatto appello 
a Vienna, come « vecchio amico del Governo Austriaco » 
prima di Waterloo. Lord Aberdeen convinto e colpito di 
quanto gli era stato detto, aveva sperato che l'Austria usasse 
la sua influenza come patrona di Ferdinando II per ottenere 
« qualche miglioramento ». ^ Due mesi eran scorsi prima che 
giungesse la risposta dello Schv^arzenberg e, com'era naturale, 
il lungo intervallo aveva messo alla prova la pazienza di 
Gladstone. Ai primi del luglio 1851, appunto due giorni 
avanti l'arrivo della risposta austriaca, egli pubblicò le sue 
famose Letters to Lord Aberdeen. Avrebbe dovuto farlo due 
mesi prima ; pubblicando le lettere allora e in quella forma, 
egli recò offesa per quanto leggera al suo benevolo e ono- 
revole collega. Le negoziazioni austriache con Napoli, iniziate 
freddamente ^ ma onestamente ^ dallo Schwarzenberg erano 
fin dal principio destinate a riuscire futili, limitandosi a soddi- 

^ Morley, 394, nota; Aberdeen, 203. 

2 Aberdeen, 204. 

3 Morley, I. 396. 

* Lord Stanmore m' informa che suo padre, Lord Aberdeen, fu lasciato 
a lungo senza risposta dallo Schwarzenberg perchè quest' ultimo aspettava da 
Napoli l'assicurazione privata che Ferdinando avrebbe aderito alla richiesta 
dell'Austria quando gli fosse mandata in forma ufficiale. Lord Stanmore dice 
che lo Schvsrarzenberg aveva ricevuto 1' assicurazione domandata, sebbene non 
sia possibile accertare l' esatta natura delle concessioni promesse. Dall'altra parte 
De Cesare, 1. 65-66, dice che il Ministero napoletano messo sull'avviso della 
prossima pubblicazione di Gladstone, dal Castelcicala rappresentante in Londra, 
a cui Lord Aberdeen aveva notificata la cosa, non aveva ricevuto assoluta- 
mente r avvertimento e Re Ferdinando era stato tenuto all' oscuro. 



Le « Lettere » di Gladstone 69 

sfare in qualche modo raccordo preso con il Poerio e i 
suoi compagni, a Nisida. Che l'Austria stessa, bollata dai 
suoi tristi annali e dalla sua politica italiana tutta a base di 
repressione, volesse e potesse mai ottenere da Ferdinando 
— che per di più non era schiavo sommesso dell'Austria 
come il suo predecessore ^ — più che la scarcerazione di 
un numero limitato di prigionieri, è cosa inconcepibile. E non 
era già di poche dozzine d'uomini che si trattava, ma di 
molte migliaia, non di un dato processo di Stato, ma di un 
intero sistema politico. 

« Non è — scriveva Gladstone nella sua prima lettera — 
non è mera imperfezione né corruzione di basse classi, né severità 
occasionale eh' io sto per descrivere ; é la violazione sistematica 
e incessante della legge per opera del potere stesso che é inca- 
ricato di sorvegliarla e mantenerla..., E la persecuzione a tutto 
spiano della virtù unita all' intelligenza, persecuzione fatta su scala 
cosi larga che si é nel vero asserendo che prende di mira classi 
intere, di modo che il Governo risultò essere in amara e crudele, 
non meno che assolutamente illegale ostilità ^ contro tutto quanto 
ha vera vita e si muove e costituisce una sorgente vitale di pro- 
gresso e miglioramento effettivo. E l'orribile profanazione della 
religione, che il potere governante accoppia notoriamente con la 
violazione d'ogni legge morale, E la prostituzione radicale del- 
l' ufficio di giudice.... Severe e pur troppo vere espressioni ho 
sentite correre : Questa è la negazione di Dio eretta a sistema 
di Governo. » ^ 



^ De Cesare, I. 197. 

^ La costituzione concessa nel gennaio del 1 848 non fu mai revocata, soltanto 
rimase lettera morta. Era questa insolente indifferenza verso la legge che 
sopratutto offendeva Gladstona, conservatore per istinto. 

^ Epigramma famoso, ma d* origine italiana, non facitura di Gladstone 
(Gladstone, 6). 



70 Garibaldi e i Mille 



Questa terribile invettiva e 1' ancor più terribile corredo 
di fatti su cui si basava, produssero un effetto profondo e 
permanente sui sentimenti dell' Inghilterra. Foggiò l'opinione 
inglese rispetto a Napoli, come le Refledions del Burke nella 
loro forma più astratta, l'avevano foggiata rispetto alla Rivo- 
luzione Francese ; i due opuscoli essendo tanto più persuasivi 
in tutti e due i casi, in quanto che i loro autori erano noti 
come aderenti a quel partito inglese eh' era meno proclive 
verso le opinioni in essi spalleggiate. Quasi senza eccezione, 
la stampa fece coro alla protesta e il Times ritirò l'appoggio 
già dato nel 1848 al Re Ferdinando. 

Nei circoli politici stranieri le Lettere sollevarono maggiori 
controversie, ma mal si direbbe minor interesse. La risposta 
del Governo napoletano pur provando alcuni lievi errori in 
cui Gladstone era caduto e eh' egli prontamente riconobbe, 
non servì che a dimostrare la verità dell'accusa in massima 
con il suo silenzio sul resto, e fu schiacciata interamente 
dall' Esame della risposta del Gladstone stesso e da una 
anonima Denunzia dettagliata. 

L' odio concepito contro l' Inghilterra nel mondo reazio- 
nario o papalino sorse allora ad altezze vertiginose. Uno dei 
principali storici di questo partito, il De Sivo, rispondeva 
al Gladstone alla distanza di più di dieci anni nella sua 
Storia delle due Sicilie, dicendo che gì' inglesi vendevan le 
loro mogli « per pochi soldi » con la corda al collo e poi 
avevan il coraggio di lagnarsi di « qualche processelo di 
Napoli ». Sebbene una parte importante della stampa fran- 
cese, specialmente la stampa cattolica, difendesse a spada 
tratta il Re di Napoli; sebbene l'alta società parigina si ponesse ., 
a corpo morto contro 1' Inghilterra ed il Gladstone, pure la 1 
cosa non mancò di produrre un effetto considerevole su *| 
Napoleone III e i suoi sudditi che per di più avevan i loro 



Le « Lettere » di Gladstone 71 

propri disegni murattisti sull' Italia. Nel 1 856 la Francia operò 
all'unisono con l'Inghilterra nel richiamare il suo rappresen- 
tante da Napoli, come protesta contro il malgoverno reale, 
e nel 1860, quando si svolse la manifestazione suprema del 
destino di Garibaldi soltanto il concetto che i Borboni di Napoli 
fosser dei paria trattenne Napoleone dall' intervenire in loro 
favore. Quest' uomo strano, sebbene avesse egli stesso com- 
messo un dehtto politico, non era però insensibile alle respon- 
sabilità morali della diplomazia, come un despota orientale. 
Insomma, Gladstone creò tanto in Francia che in Inghilterra 
quei sentimenti che servirono a mantenere Hbero il campo 
internazionale durante l' attacco finale di Garibaldi sul Regno 
delle due Sicilie. Quando il liberatore ^i Napoli venne nella 
nostra isola nel 1864 e un gran ricevimento fu dato in suo 
onore, Gladstone gli andò incontro ad accoglierlo fino alla 
scala, con altri uomini illustri. Salendo le scale con la 
sua camicia rossa e il punch, Garibaldi vide l'amico dei 
prigionieri e afferrandogli la mano proferì tutto commosso 
una sola parola : Précurseur. ^ 

Ma delle sofferenze più terribili di tutte — quelle soste- 
nute nella fortezza di Montefusco e nell' isola di San Stefano — 
Gladstone non fu mai testimone, ne mai le descrisse. La 
posterità tuttavia possiede un ricordo più palpitante di vita 
e d' intimità di quello eh' egh avrebbe mai potuto dare, 
giacche esse ci- furono narrate dalle stesse vittime principaH, 
dal Castromediano nelle sue Memorie e dal Settembrini nelle 
sue Ricordanze, memorie tali che non altri se non uomini 



^ Argyll, I, 118; Morley, I. 396-402; Panizzi, Vita, IL 96; Times, 
26 settembre 1851; De Sivo. II. 259-265; De Cesare, f. diP., LXIX, LXX. 



11 Garibaldi e i Mille 



dì tempra e mente eccezionali, in circostanze di tanto inte- 
resse potevano scriverle. ^ 

La nobiltà napoletana in generale, benché disapprovasse 
spesso l'azione del Governo, lasciava il movimento costitu- 
zionale nelle mani della classe immediatamente inferiore alla 
sua nella scala sociale.' Pure questa regola aveva le sue 
eccezioni : 

« Sigismondo Castromediano, duca di Morciano, marchese 
di Caballino, signore di sette baronìe, moriva il 26 agosto 1895 
nella più angusta stanza del suo vasto castello in rovina, a poche 
miglia da Lecce. Non lasciava eredi della sua povertà. Con lui 
spariva una casa già illustre e antica fin da quando uno dei suoi 
membri combatteva per il biondo Manfredi a Benevento. Sulla 
sua bara giaceva la catena dello schiavo di galera e la casacca 
rossa del galeotto napoletano. Erano, egli soleva dire, le sue 
decorazioni. »^ 

L'uomo, la cui vita intera è riassunta in queste parole, 
era piuttosto un antico romano che un liberale napoletano. 
Aveva le qualità dell'ideale aristocratico e stoico adombrato 
nei caratteri di Plutarco. La sua fierezza si distingueva dalla 
fierezza della nobiltà napoletana in quanto che era intima, 
non esteriore ; morale, non mondana ; non aspirava ad altra 
approvazione che a quella della propria coscienza. Ma 
sapeva ciò che gli antichi non sempre seppero: che il vero 



^ Vedi la loro storia anche in Italian Charaders della Contessa Marti- 
nengo Cesaresco. Il saggio sul Castromediano trovasi soltanto nell' edizione 
del 1901. Colgo l'occasione per ringraziare l'autrice dei molti servigi che mi 
ha resi nei miei studi di storia Garibaldina. 

2 Gladstone, 48, 

• Martinengo Cesaresco, I. 



Castromediano 73 



orgoglio è generoso verso il nemico, e quando nell'ora del 
trionfo Garibaldi gli domandò il nome dei suoi giudici 
ingiusti, rispose : « Li ho dimenticati ». Non era un politicante; 
aveva a dispregio le società segrete dell' Italia meridionale 
e la « ridicolaggine dei loro riti mistici ». Non conosceva 
altra ambizione che vivere e morire nel suo vecchio castello, 
remotissimo dal mondo, nelle lande riarse delle Puglie. 
Fu quivi infatti eh' egli passò gli ultimi trentacinque anni 
della sua lunga vita dal 1860 in poi. Ma nei primi mesi 
del 1848 si era sentito in dovere di prendere la parte che 
gli spettava come magnate locale nell'accoglienza festosa dei 
dintorni a quel buon regno della libertà. Questo il delitto 
per cui fu imprigionato, processato e condannato a trent' anni 
di ferri dalla Corte provinciale di Otranto.^ 

Nella prigione dell' isola di Procida, dov' egli fu trasferito 
subito dopo la sentenza, la « Camorra » regnava fra i pri- 
gionieri senza che i carcerieri se ne ingerissero gran che. 
I criminali erano in possesso di coltelli e si assassinavano 
a vicenda con impunità relativa, mentre vizi d'ogni genere 
pullulavano non repressi. I condannati più onesti talvolta 
imploravan di esser rinchiusi nelle peggiori segrete penali, 
affine di evitare una società tanto terribile e pericolosa. Ma 
anche i più sfrenati sciagurati trattavano il Castromediano 
con il rispetto dovuto a un essere superiore. Finalmente un 
giorno i carcerieri eruppero nel grido di « Viva il Re! 
Libertà, libertà ! » e informando i condannati politici che eran 
liberi per la clemenza del Re, li fecero uscire dalle fila dei 
criminali comuni e li imbarcarono a bordo di una nave per 
il continente. Molti rimasero nell' inganno crudele per qualche 
ora, ma il fatto eh' essi eran soltanto trasportati ad un luogo 

^ Castromedliano, I. 18-20, 126; Martinengo Cesaresco, 2-5. 



74 Garibaldi e i Mille 



dì maggior tormento, non tardò a trapelare. Strada facendo 
furono messi insieme a un altro gruppo di prigionieri di 
Nisida, fra cui il Poerio e gli altri che Gladstone aveva 
visitati. Il Poerio fu da tutti acclamato come padre e duce. 
Ben presto si cominciò a bisbigliare fra di loro senza che 
riuscissero a prestarvi fede, che eran diretti alla fortezza interna 
di Montefusco già chiusa da sette anni perchè non più umana- 
mente abitabile. Ferdinando infatti aveva deciso di rinchiudere 
cinquanta dei principali prigionieri politici fra le mura di 
quella rovina medioevale, tenendoli sotto dure regole che 
avevan la sua speciale approvazione, e in balìa di un 
carceriere che era la crudeltà in persona. Mentre la fila 
dei prigionieri incatenati, già accasciati dalla fame e dal 
dolore, serpeggiava su per la salita tortuosa di quell'orribile 
covo, un povero cencioso dal viso sparuto e mezzo nudo 
si rizzò air improvviso sulle mura di un paese sotto cui 
passavano e dimenando un grosso bastone, gridò con giubilo 
satanico: « Viva 'o Re! Carbonari, Giacobini, Montefusco 
v' aspetta ! » E cominciando a cantare, uscì in queste frasi 
sinistre : 

Chi trase a Montefusco e po' se nn' esce, 
Po dì ca n' terra nata vota nasce. 

Ed essi si trascinarono oltre sentendosi mancare il cuore. ^ 
Al primo arrivare in quelle carceri umide e schifose 
d' insetti, furon quasi lasciati morire di fame, e non ottenner 
cibo che in seguito a ripetute lagnanze. Il capo carceriere 
aveva ricorso a ogni astuzia per aggravare la loro miseria. 
Eran tutti uomini di sentire fine, sottomessi e tolleranti, pure 
eran cotidianamente minacciati della sferza, e uno di essi 

^ Castromediano, I. 229-233, 251-252, 273-298, 306. 



La prigione di Montefusco 75 

ebbe infatti a subirla. Le loro lettere venivano lette dai 
carcerieri non solo, ma spesso eran negate loro con parole 
insultanti, salvo nelle frequenti occasioni in cui comunicavano 
la morte di crepacuore di una moglie, di un padre, una 
madre, una sorella : anzi allora le lettere venivano consegnate 
con sollecitudine, e senza un'ombra di commiserazione. Molti 
n'ebbero la salute rovinata per sempre, otto vi morirono per 
malattia, e nessuno « rinacque » senza riportar via con se 
traccie permanenti della lunga agonia. Il Castromediano vi 
imbiancò, ma lui e il Poerio, sebbene accasciati dal male, 
sapevan far animo ai loro compagni uomini della loro stessa 
tempra. Il gorgheggio di un usignuolo, salendo a fiotti dai 
cespugli ai piedi del castello, infondeva loro conforto e 
speranza: il carceriere si fece un dovere d'ucciderlo.^ 

Finalmente su cinquanta, una mezza dozzina si lasciò 
corrompere facendo da spie ai rimanenti. Questi erano inces- 
santemente tormentati perchè implorassero il perdono ; anzi 
pare probabile che le sevizie peggiori venissero loro inflitte 
appunto per fiaccare l'animo di uomini il cui solo nome 
significava tanto per l' Italia e l' Europa, onde indurli a 
ritrattarsi e umiliarsi davanti a quel trono che le loro sofferenze 
ormai famose e le loro continue sfide facevan fortemente 
pericolare. Ma essi sapevano di essere in prima fila nella 
battaglia ingaggiata dall' Italia ed eran pronti a morire al 
loro posto.^ 

Intanto nell' isola disabitata di Santo Stefano, a dieci leghe 
dalla punta di Gaeta, in quel famoso ergastolo, in mezzo a otto- 



^ Castromediano, I. 319, 326, 327 ; IL 1 94- 1 95 ; Martinengo Cesaresco, 
10-12; Nisco, Ferdinando II, 313-315; Poerio. 53. 
^ Castromediano, II. 39-66. 



76 Garibaldi e i Mille 



cento sciagurati condannati per omicidio e altri delitti abbomi- 
nevoli a pena perpetua e disperata, era stato condotto Luigi 
Settembrini in seguito a sentenza di morte commutata a car- 
cere perpetuo, e con lui trenta altri « politici ». Sulla porta 
di faccia alla prigione, si leggeva un' iscrizione latina : 

Donec Sancta Themis scelerum tot monstra catenis 
Vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus. ^ 

« Parole — scrisse il Settembrini — non lette o non capite 
dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato 
politico, e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, 
fra gente perduta alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere 
gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi. » 

A Santo Stefano nessuno portava catene, anzi vi regnava 
molta licenza. L'ubbriachezza circolava fra i peggiori, alle- 
viando forse la loro miseria, e abbreviando indubbiamente il 
termine delle loro pene, ma aumentando di molto il malessere 
dei migliori. I coltelli abbondavano, l'omicidio era un incidente 
ordinario. Ogni cella rinserrava dieci uomini e i prigionieri 
politici erano a bella posta fra gli altri perchè fossero in 
ogni caso fisicamente e moralmente alla mercè dei loro orrendi 
compagni. « Discesi all' ultimo grado della depravazione, qui 
gli uomini diventano bestie », scrisse il Settembrini, sebbene 
egli stesso riuscisse a stringere rapporti umani e spirituali con 
uno o due di quei figli di un inenarrabile dolore.^ 

Il diario dell'agonia di quest' uomo scritto in un carcere 
per delinquenti condannati a vita, è un libro classico per 
gì' italiani. 

^ « Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro !o Stato 
e la proprietà ». Settembrini, II. 234-235. 

2 Settembrini, II. 225-279; Nisco. Ferdinando II, 316-317. 



L. Settembrini a S. Stefano 11 

« Tre anni — egli scriveva allo spirar di questo periodo — 
sono per me un giorno solo, e brevissimo e lunghissimo. Mi rivolgo 
a contemplare con la mente questo tempo non distinto da avve- 
nimenti e mi par breve : un giorno non è dissimile dall'altro ; si 
vede sempre lo stesso, si soffre sempre lo stesso. Qui il tempo 
è come un mare senza sponde, senza sole, senza luna, senza 
stelle, immenso ed uno. Molti ergastolani che sono qui da 
trent' anni parlando di cose che videro o fecero trent' anni fa, 
dicono spesso: ultimamente vidi questo, feci guest' altro. Anch'io 
dico : ultimamente fui condannato a morte. Ma quando io con- 
templo me stesso, e l' anima mia e questo povero cuore straziato ; 
quando conto i miei dolori, e scopro le piaghe profonde che mi 
vanno sino alla sostanza dell'anima, oh ! allora questi tre anni mi 
paiono un tempo infinito ; mi pare eh' io non sia vissuto altro 
tempo: non ricordo i pochi piaceri e i molti dolori che ebbi 
prima : i dolori di questi tre anni immensi sono tutta la vita mia. 
Tre anni : e se dovrò dir dieci, e venti e trenta ? Io noi dirò, 
perchè non ci vivrò tanto. 

» Ho il corpo e le vesti sozze : non mi giova uso di nettezza : 
il fumo e la sozzura mi rendon schifo a me stesso. Ho l'anima 
anche sozza, sento tutta la bruttura, l' orrore, il terrore del 
delitto, e se avessi rimorso mi crederei anch' io un malvagio. 
L' anima mi si va guastando , mi pare che anch' io ho le 
mani lorde di sangue e di furto : ho dimenticata la virtù e la 
bellezza. 

» O mio Dio, o Dio padre degli sfortunati, o consolatore di 
chi soffre, deh salvami l'anima da queste sozzure : e se hai scritto 
che io qui debba finire la mia vita dolorosa, deh, fa che venga 
presto questa fine. Tu il sai, il dolore non mi spaventa né mi 
vince : io sopporto la mia croce, io la trascino anche camminando 
con le ginocchia per terra : ma io temo di divenire un malvagio, 
io temo che l'anima mia diventi scellerata, io già non la rico- 
nosco più. » ^ 

1 Settembrini, II. 288-291; Mirtinengo Cesaresco, 66. 



78 • Garibaldi e i Mille 



E nell'aprile del 1 854 scriveva a sua moglie : 

« Ho baciato il tuo ritratto, o mia diletta, ma l' ho baciato 
segretamente. Gli uomini tra cui sono, se mi avesser veduto, 

m'avrebber deriso, perchè non conoscono la virtù e l'amore 

Se alcuno leggesse queste parole che io scrivo certo riderebbe 
di me e del mio amore. Ma tu, non riderai tu, o diletta mia. 
Chi non ha sofferto come noi, non può intenderci, non capisce 
che la sventura accresce ed affina l'amore. » ^ 

Per conservare la vita e la ragione in quell' inferno il 
Settembrini ricorse alla famosa traduzione di Luciano e 
air amicizia del suo compagno di prigionia, Silvio Spaventa. ^ 

Finalmente nell' inverno del 1 854, i prigionieri furono 
separati dai delinquenti e chiusi tutti insieme in due stanze che 
guardavan sul mare. Ivi essi cominciarono sul serio a divisare 
dei mezzi di fuga accordandosi e corrispondendo segreta- 
mente con i loro amici italiani per mezzo del rappresentante 
inglese a Napoli, il Tempie. Antonio Panizzi, esule da 
Modena fin dall'anno 1821, famoso nella sua patria d'ado- 
zione come Bibliotecario del British Museum, ordì un com- 
plotto per la hberazione del Settembrini e dello Spaventa. 
A questo scopo fu raccolto del denaro da Lord e Lady 
Holland, Gladstonc ed altri. Sir James Hudson, l'ambascia- 
tore inglese a Torino, che si era già guadagnato la fiducia 
di tutti i partiti patriottici itahani dal Cavour in giù, mise 
i cospiratori inglesi in rapporto con i democratici di Genova, 
ben sapendo che questi eran più adatti all'impresa che non 
fossero i moderati e i Cavouriani. ^ Il complotto fu cosi 



1 Settembrini, II. 323-325. 

2 Spaventa. 156-160. 

^ Cavour era bensì al corrente del complotto e credeva che anche il 
Palmerston lo fosse. Castromediano, I. 273. 



Complotto per liberare Settembrini 79 

affidato, per la parte italiana, alle mani di tre : il Medici, 
il prode difensore del Vascello, la chiave del Gianicolo 
nell'assedio del 1 849, il dottor Bertani alla testa degli ospedali 
romani nella stessa occasione, e poi agente principale e amico 
del Mazzini in Italia, e Garibaldi stesso ; tre vecchi amici 
destinati a organizzare ed attuare di lì a pochi anni un'avven- 
tura più importante ma non meno temeraria che la libera- 
zione del Settembrini da Santo Stefano. Garibaldi tutto fremente 
d'azione anche se in campo limitato, si assunse di comandare 
la spedizione, e si fissò nei più minuti particolari un pro- 
getto di fuga, d'accordo con i prigionieri. Ma il bastimento 
comprato con il denaro degli aderenti inglesi si perdette 
presso Yarmouth nell'ottobre del 1855, ancor prima che 
Garibaldi vi mettesse piede a bordo. Dopo questo colpo il 
complotto non parve potersi più concertare nonostante una 
rapida visita di Garibaldi al British Museum per veder 
il Panizzi, nel febbraio del 1 856. Il Tempie l'aveva giudicato 
« imprudente » già da un pezzo e aveva legato il Panizzi 
alla sua opinione. Al finir di quell' anno anche il Bertani 
aveva rinunciato a sperare, e così Garibaldi continuò a restare 
in Caprera e il Settembrini a Santo Stefano per altri tre anni. ^ 
Mentre gli emissari di questo complotto abortito andavano 
innanzi e indietro fra Caprera, Genova e l' Inghilterra, nei 
domini napoletani ricominciava a correre un fremito di ribel- 
lione. Dopo il 1 848, ogni speranza erasi spenta e l' indigna- 
zione stessa era stata soffocata dalla paura, fino a che la 
politica di Cavour nella guerra di Crimea aveva incoraggiato 
la causa italiana in generale, e l' Inghilterra e la Francia 



^ Ms. Milano ; Archivio Bertani, plico D. ; Risorg., anno I, I. 22-65; 
Cattaneo, 1 27- 1 28 ; Panizzi, Life, II. 1 3 1 - 1 43 ; Mario, Sappi ,135; Mario. 
Vita, I. 146-148. 



80 Garibaldi e i Mille 



avevan sollevata la questione napoletana in particolare. Final- 
mente nell'ottobre del 1 856, queste due potenze avevan richia- 
mati i loro rappresentanti da Napoli per la sola ragione che il 
Re aveva recisamente rifiutato di dar retta agli ammoni- 
menti dell' Inghilterra sui metodi di governo verso i suoi 
sudditi. ^ L'azione del Palmerston e del Clarendon, sebbene 
sagacemente criticata da uomini elevati come indiscreta e 
impotente, ebbe il suo effetto in quanto incoraggiò i sud- 
diti ribelli del Re Ferdinando, ai quali parve una promessa 
d'aiuto e un riconoscimento ufficiale delle accuse di Gladstone. 
La voce delle vittorie italiane in Crimea e l' importanza del 
contegno della Francia e dell' Inghilterra verso Napoli, s' in- 
grandivano oltre misura passando segretamente di bocca in 
bocca fra i siciliani e gli italiani del Sud, le cui menti male 
informate e facilmente eccitabili, eran rese ancor più credule 
dall' ignoranza artificiosa a cui li forzava la censura. L' era 
delle speranze e delle cospirazioni ricominciò. 

Ma a fine di capire i tre metodi politici rivaleggianti, 
diretti contro il Re di Napoli — quello dei Murattisti, quello 
dei Mazziniani e quello dei Cavouriani — e il rapporto in 
cui si trovava Garibaldi rispetto a ciascuno di essi, bisogna 
prima dare un'occhiata più ampia alle cose d' Italia. 



^ Br. Pari. Papera, 2, pag. 34 e passim. 

^ Greville, Vili. 60-65, 72, 89; De Cesare, F. di P., LXXXII, 
LXXXIII. 



CAPITOLO IV. 

Cavour tira dalla sua i democratici e Napoleone IIL 
— La spedizione di Pisacane. — Plombières 
e la dichiarazione di guerra air Austria. — 
1856-59. 

La solenne adesione di Garibaldi ai nostri prin* 
cipi è un fatto immenso : bisogna profittare di questo 
fatto che ci assicura le simpatie, e, all'uopo, il con- 
corso di tutta la gioventù italiana. 

Lettera del Pallavicino al Manin, 1857. ^ 

Il partito democratico, sorgente massima della fede, del 
vigore e dell' iniziativa del Risorgimento italiano, come pure 
del difetto di saviezza e cautela nel movimento, era venuto 
a conflitto mortale con la Francia e con Napoleone III nel- 
r estate del 1 849, sulle mura di Roma. Non ci voleva che 
il genio supremo di Cavour, per riuscire in dieci anni a 
schierare fianco a fianco sullo stesso campo di battaglia 
contro l'Austria, questi due nemici irreconciliabili. Cavour 
fu infatti uno dei pochissimi che si rendessero conto della 
necessità di questa ammirabile combinazione, con questo di 
più, eh' egli scorse fin dal principio che ne la diplomazia 
ne le armi piemontesi avrebbero mai potuto sopraffar l'Austria 
e gli altri principi d' Italia da lei appoggiati, senza l'aiuto della 
Francia e dei democratici itahani. Nel settembre del 1856, 
egU fece alleanza con i capi del partito democratico ; nel 
luglio del 1 858 strinse il patto con l' Imperatore francese a 
Plombières ; nella primavera del 1 859 affrettò la guerra e 
la rivoluzione. 

^ Manin e Pallavicino, 312. 
Garibaldi 6 



82 Garibaldi e i Mille 



Dalla parte dei democratici italiani, i promotori del- 
l' alleanza con Cavour furono il Manin, creatore e difensore 
della Repubblica Veneta del 1848, e il Pallavicino suo 
intimo amico / L' immenso valore eh* essi annettevano a 
che Garibaldi aderisse alla loro nuova politica si rileva dalle 
parole che sono in testa a questo capitolo. La sollecitata 
adesione fu data con prontezza. Il 1 3 agosto 1 856 Garibaldi, 
presentato dal Pallavicino, ebbe una prima intervista con 
Cavour. Il guerrigliero fu ricevuto con cortesia e famiglia- 
rità, e se ne ritornò gongolante di gioia, chiamando il gran 
ministro « amico suo ». ^ Il colloquio fu segreto, ma Tanno 
seguente Garibaldi proclamò pubblicamente ch'egli metteva 
a base dell' unità italiana, la Monarchia con Vittorio Ema- 
nuele. Quando si seppe che il difensore della Repub- 
blica Romana aveva accettato il principio monarchico dietro 
istigazione del difensore della Repubblica Veneta, ogni 
probabilità di smembramento fra le file dei liberali fu rimossa, 
e salvo poche e importanti eccezioni, i patriotti italiani si 
unirono sotto una sola bandiera. La politica mazziniana della 
« bandiera neutrale » — vale a dire di alleanza temporanea 
con il Piemonte contro l'Austria rinviando al poi la questione 
della Repubblica o della Monarchia — fu a sua volta ripu- 
diata. Garibaldi non cessò mai di ritenere che la repubblica 
è idealmente la miglior forma di governo, ma d'allora in poi 
egli si mantenne tutta la vita operosamente leale alla monarchia 
italiana e non consentì mai a innastare la « bandiera neutrale », 
sebbene spesso vi fosse terribilmente tentato. 

Molti erano i motivi che lo avevano sospinto a prendere 
questa grande decisione, l'atto politico più importante e più 

^ Gioberti e Pallavicino e Manin e Pallavicino, passim. 
2 Manin e Pallavicino, 172. 



La Società Nazionale 83 

savio della sua lunga carriera. Prima d' ogni altra cosa aveva 
capito che la monarchia avrebbe unito un paese, che vice- 
versa la repubblica avrebbe diviso. « Fui e sono repub- 
blicano — egH scrisse — , ma nello stesso tempo non ho 
creduto il popolare sistema esclusivo al punto da imporsi 
colla violenza alla maggioranza d'una nazione ».^ 

Un secondo motivo era stata forse la sua rottura col 
Mazzini, conseguenza del loro litigio durante la difesa di 
Roma e prodotto di una naturale incompatibilità di carattere.^ 
Un altro motivo strettamente connesso a questo era la sua 
antipatia di soldato per il metodo mazziniano d'intraprendere 
la guerra con forze indisciplinate e insufficienti, e la sua 
particolare veduta che, a compiere 1' espulsione degli austriaci, 
l'esercito regolare del Piemonte era indispensabile." E bisogna 
tener conto anche della fiducia eh' egli allora riponeva in 
Cavour e della convinzione che 1' Italia fosse alla vigilia della 
guerra e della rivoluzione, questa volta stimolate « dall'alto ».* 
Oltre a ciò v' era la sua fede vaga ma costante nell'efficacia 
di un Dittatore popolare che supplisse e rimpiazzasse il 
Governo parlamentare e questa teoria che s' innestava stra- 
namente sui suoi principi democratici e repubblicani nella 
sua mente illogica, lo predisponeva ad accettare il primato 
di Vittorio Emanuele. "" Da ultimo, ma non ultima in ordine 

1 Mem.. 277. 

^ Quando Garibaldi venne a Londra nel 1864, Mr. John Morley, che 
aveva assistito al suo ingresso trionfale, ne faceva la descrizione al Mazzini la 
sera stessa. Il Mazzini chiese: « Ha mai veduto un leone, Mr. Morley? » 
« Sì certo, al giardino zoologico ». « Bene, e ha mai osservato la fisonomia 
del leone ? Non le pare molto stupida ? Ebbene : quella di Garibaldi è tale 
e quale ». L'aneddoto è tratto da fonte originale, 

* Mario, 2 1 2 ; Manin e Pallavicino, 1 64 ; Ciampoli, 74. 

* Ciampoli, 76. 

^Ciampoli, 85, 952-954; Mem., 320, 344; Guerzoni, I. 411. 



84 Garibaldi e i Mille 



ò* importanza, veniva la sua devozione personale al Re cavalle- 
resco e guerriero. La fede di Garibaldi in Vittorio Emanuele 
sopravvisse di molti anni alla sua fede in Cavour e non cessò 
che con la morte. 

Neir estate del 1857 i capi del nuovo partito « nazionale » 
formarono la Società Nazionale Italiana, modellando la propria 
costituzione su quella della Lega inglese conosciuta sotto il 
nome di Anti-Corn-Law League. GÌ' Italiani d'ogni provincia, 
libera o serva, furono invitati a unirsi ad essa, e lo fecero 
a migliaia. I graduati della società erano repubblicani con- 
vertiti ; il Pallavicino ne era il presidente, Garibaldi il vice- 
presidente e il siciliano La Farina il segretario. Manin, 
dall' esilio in Parigi, firmò gli articoli della società sul suo 
letto di morte nell'agosto 1857, ne vide mai maturare il suo 
ben organizzato disegno per la liberazione dell' Italia. ^ 

Fin qui la politica della Casa di Savoia, anche quando 
patriottica e liberale, era stata « provinciale» o « municipale », 
come dicevano i mazziniani con scherno, mirando a estendere 
i confini del Piemonte, non a creare uno stato italiano in cui 
il Piemonte si fonderebbe. Fin qui i « rivoluzionari », cioè 
il partito democratico che s' ispirava al Mazzini, eran stati 
alla testa del movimento per quell'unità nazionale che agli 
uomini di Stato del Piemonte non era sembrata se non vana 
chimera. I predecessori di Cavour e molti dei suoi colleghi 
« avevano mirato all'annessione della Lombardia e dei Ducati, 
non a formare la nazione ».~ Ma ora le cose erano cambiate. 
Il Primo Ministro del Piemonte era in segreta alleanza con 
una società diretta da capi repubblicani, la cui mira esplicita 
era di porre la corona dell' Italia intera e della Sicilia sul 

1 Manin e Pallavicino, 341-348; Cappelletti, V. E., I. 347-348. 
«Gioberti e Pallavicino, Vili, IX; Ghiaia, II. 144. 



Cavour e La Farina 85 

capo di Vittorio Emanuele. Da una parte e dall'altra si era 
accettato qualche po' del programma e dello spirito del partito 
contrario. 

Ma era necessario tener coperto fino a che punto Cavour 
cospirasse con il Pallavicino e con Garibaldi contro il Papa 
e il Re di Napoli, per non dare l'allarme a Napoleone IH 
e così mandare a vuoto l'altra cospirazione del nord contro 
l'Austria. Napoleone III si opponeva a che l' Italia setten- 
trionale annettesse Roma e il sud : da una parte egU era 
il protettore del Papa e dall'altra aveva concepito il disegno 
di mettere sul trono di Napoli il suo proprio parente Luciano 
che aveva qualche diritto a esser ricordato in quel Regno 
come figlio di Gioacchino Murat. Il più che Cavour si 
arrischiasse a fare, per intralciare questi disegni murattisti 
così perniciosi all'unità nazionale, era di mettere sull'avviso 
i diplomatici inglesi.^ Nel settembre del 1837, egh così espo- 
neva francamente l'animo suo al siciliano La Farina, segre- 
tario della Società Nazionale : 



« Ho fede che l' Italia diventerà uno Stato solo e che avrà 
Roma per sua capitale; ma ignoro s'essa sia disposta a questa 
grande trasformazione, non conoscendo punto le altre Provincie 
dell'Italia. Sono ministro del Re di Sardegna e non posso, né 
debbo dire o far cosa che comprometta avanti tempo la dinastia. 
Faccia la Società Nazionale ; se gì' Italiani si mostreranno maturi 
per l'Unità io ho speranza che l'opportunità non si farà lunga- 
mente attendere ; ma badi che de' miei amici politici, nessuno 
crede alla possibilità dell'impresa, e che il suo avvicinamento 
mi comprometterebbe, e comprometterebbe la causa che propu- 
gniamo. Venga da me quando vuole, ma prima di giorno, e che 



1 Ghiaia, II. 143, 296, 458-459. 



86 Garibaldi e i Mille 



nessuno lo veda e nessuno lo sappia. Se sarò interrogato in Parla- 
mento o dalla diplomazia — soggiunse sorridendo — lo rinnegherò 
come Pietro, e dirò : non lo conosco. » 

Da allora in poi La Farina cominciò a vedere Cavour 
ogni mattina prima dell'alba salendo nella sua camera da 
letto per una scaletta segreta.^ 

Per il momento intanto la propaganda monarchica in 
Napoli e in Sicilia era scarsamente appoggiata dal Governo 
piemontese mentre riceveva una spinta vigorosa dagli amici 
napoletani di Cavour che vivevano in esilio a Torino come 
Antonio Scialoja, dal La Farina e dalla Società Nazionale.^ 
Anche quelli che dalle prigioni napoletane esercitavano una 
valida influenza sull'opinione pubblica di Napoli, accoglie- 
vano quella politica favorevolmente. Il Poerio riuscì a far 
uscire di nascosto dalle segrete di Montefusco un biglietto 
a matita, con le parole : « Che la nostra stella polare sia 
sempre e unicamente il Piemonte » . Tanto lui che il Settem- 
brini condannavano come anti-nazionale il movimento francese 
muralista, e come faziosa, prematura e talvolta criminosa 
l'azione dei mazziniani. ^ Infatti quest' ultimo partito, * per 
quanto facesse opera utile combattendo i murattisti, attaccava 
il Governo borbonico con metodi assai dubbi. Il tentativo 
d'assassinio commesso sul Re Ferdinando nel dicembre del 
1856, dal soldato Agesilao Milano che lo ferì con una 
baionetta durante una rivista, non era che l'atto isolato di un 



1 Ghiaia, li. 144. 

2 De Cesare, Scialoja, 34-35 ; Manin e Pallavicino, 338. 

* Castromediano, II. 37-38; De Cesare, F. di P., pag. LXXXIII ; 
Poerio, 40-42, 52; Settembrini, IL 414-416, 434. 

* Mazzini, IX. pag. CIV-CV. 



La spedizione del Pisacane 87 

individuo, di un mazziniano, un fanatico pronto a sacrificar la 
propria vita, e dotato di qualità morali che spiegano, senza però 
giustificarla, Talta stima in cui era tenuto dagli italiani e dagl* in- 
glesi simpatizzanti con lui/ Ma la lode e il biasimo per la spedi- 
zione del Pisacane avvenuta l'estate. seguente, spettano entrambe 
al Mazzini stesso e ad una buona parte dei suoi seguaci. 

I mazziniani, allarmatisi del progresso del murattismo, 
avevan risolto di agire senz' indugio nel sud. Il progetto com- 
binato era d' invadere la costa napoletana movendo da Genova, 
culla marittima della democrazia italiana. Il Mazzini stesso 
lasciò r Inghilterra per venire travestito in quella città, base 
d'operazione. Ma le risorse del partito erano così magre, 
dopo le recenti diserzioni nella Società Nazionale, e i rap- 
porti inviati dalla capitale napoletana così scoraggianti, che 
una metà dei pochi fedeli rimastigli, cercarono di persuadere 
il loro capo ad abbandonare il progetto temerario. Il suo 
amico Saffi, che dopo aver diviso con lui il triumvirato in 
Roma, divideva con lui l' esilio in Inghilterra, e il Bertani, 
suo agente in Genova, si opponevano anch' essi al disegno. 
Il soldato migliore che si contasse fra gli esiliati napoletani, 
il Cosenz, l'abile luogotenente di Garibaldi in Sicilia e 
Napoli qualche anno dipoi, rifiutò di condurre alla morte degh 
ardimentosi.^ Garibaldi stesso, rimproverato da Jessie White 
Mario per aver rifiutato di prender parte nella spedizione, 
rispose con cortesia e con arguzia, ma dichiarandosi avverso 
al mandare uomini all'eccidio per « far ridere la canaglia » .^ 

»De Cesare, I. 167-176. 

2 Bertani, I. 242; Sapri, cap. I-VII; Paolucci, Pilo, 217; Mazzini, IX, 
pag. CXXX-CXXXVIII. 

^ Questa lettera si trova per intero in Mario, Suppl. , 1 39- 1 40, con la sua 
vera data 3 febbraio 1 857 e l' intero contesto. La data della lettera è scorretta 
tanto in Mario, Vita, I. 149 che in Ciampoli, 73. 



88 Garibaldi e / Mille 



Il Mazzini peraltro trovò la tempra d'uomo necessaria al 
suo scopo nel napoletano Carlo Pisacane, nel calabrese Nico- 
tera e nel siciliano Rosolino ^ Pilo. Il 25 giugno 1857, Pisacane 
e Nicotera salparono da Genova in un vaporetto chiamato 
Cagliari, conducendo con loro due dozzine di giovani non 
meno risoluti di loro stessi. Avendo perduto di vista Roso- 
lino Pilo che navigava in vedetta con uguah forze in un 
altro piccolo battello, essi procedettero soli verso il loro fato. 

In origine, il disegno era di approdare per prima cosa a 
Santo Stefano e liberare il Settembrini, lo Spaventa e i loro 
compagni di prigione. Ma lo Spaventa, che avevan trovato 
il modo di consultare, non volle aver nulla a che fare con 
il progetto, temendo che la presa violenta dell'isola potesse 
coinvolgere nella liberazione non solo i prigionieri politici, 
ma anche i delinquenti. ^ Il Pisacane perciò sbarcò invece 
alla prossima isola-ergastolo di Ponza impadronendosene con 
la sua piccola forza, per mezzo d' un abile colpo di mano. 
Ne seguì il deplorabile risultato che l'ammonimento generoso 
dello Spaventa aveva allontanato da Santo Stefano. Il Pisa- 
cane liberò e imbarcò con lui sul Cagliari 200 galeotti comuni, 
oltre una dozzina di condannati politici, e un centinaio di 
soldati della guerra di liberazione. ^ Fu con queste forze 
equivoche che sbarcarono a Sapri. Alcuni liberali dei paraggi 
tentarono di spargere il grido di Viva Murai, ma il grido 
degli invasori era Viva V Italia , Viva la Repubblica. * 

^ Spesso anche Rosalino, ma negli scrittori siciliani, specialmente nel Pao- 
lucci, è sempre Rosolino. 

2 Nisco, Ferdinando II, 362. Il complotto Panizzi-Garibaldi (vedi addietro, 
pag. 78-79) non presentava lo stesso rischio, poiché la liberazione doveva esser 
fatta di sottomano, per destrezza, non per forza. 

^ Saprì, 156; Nisco, Ferdinando II, 362. 

* Saprì, 1 95 ; Nicotera, 1 5. 



La spedizione del Pisacane 89 

Inoltrandosi nel paese e marciando nelle montagne della 
Basilicata, essi trovarono che i contadini si erano mantenuti 
neutrali in alcuni villaggi, ma in altri si erano raccolti a 
difesa delle loro case contro forze che ben a ragione rite- 
nevano composte per lo più di delinquenti, sebbene nella 
breve durata della spedizione, i! Pisacane fosse riuscito a 
reprimerne le tendenze al mal fare. ^ Ne v' era penuria di 
sentimenti reazionari rinfocolati dai preti ; così che i libe- 
ratori si trovaron di fronte non solo le truppe napoletane, 
ma anche contadini armati e perfino donne e ragazzi. Dopo 
due gravi scontri con le truppe e i villici a Padula e Sanza, 
dove i galeotti si comportarono del loro meglio, le forze 
repubblicane furono sopraffatte. Ne seguì un massacro spie- 
tato, che i contadini erano pazzi di furore. Il Pisacane morì 
combattendo ; il Nicotera e altri, feriti miseramente, furon 
fatti prigionieri. ^ 

Nel frattempo il Mazzini a Genova complottava 1' assalto 
e la presa degli arsenali regi affine di equipaggiare altre 
spedizioni a sostegiio del Pisacane. Il Governo piemontese 
fu messo sull'avviso e prese misure contro il complotto. 
Dietro di che si decise per consiglio del Mazzini stesso di 
abbandonare il progetto, ma un piccolo gruppo di cospiratori 
ostinandosi a mandarlo ad effetto secondo gli accordi presi, 
provocò un tafferuglio in cui fu ucciso un soldato piemontese. 
L' indignazione dei patriotti contro coloro che avevan fatto 
fuoco suir uniforme nazionale, provocando pazzamente il 
rischio di una guerra civile nello Stato ormai considerato 
come r Italia in embrione, si scatenò in tutta la Penisola. 
La pubblica opinione permise così a Cavour di manifestare la 

1 Sapri, 197; Nicotera, 15, 

^ Sapri, cap. XV-XIX; Nicotera, 15-22. 



90 Garibaldi e i Mille 



sua avversione per il Mazzini, un sentimento che nutrì per tutta 
la sua vita in forte contrasto all'altro suo di ammirazione 
per Garibaldi. Il Mazzini fuggì in Inghilterra, ma fu con- 
dannato a morte benché assente, mentre molti suoi seguaci 
erano condannati a lunghi anni di prigionia. Il colpo inflitto 
al suo prestigio era ancor più severo di quello toccatogli 
cinque anni prima per i processi di Milano e di Mantova. Il 
suo partito era in isf acelo. ^ 

Fra la spedizione Pisacane contro i Borboni e quella 
vittoriosa di Garibaldi tre anni dopo, corre esattamente la 
stessa relazione che fra la scorreria di John Brov^^n su 
Harper' s Ferry e la guerra civile d'America. Per il 
momento il Pisacane fu condannato da quasi tutti gli amici 
della libertà per aver gettato l'onta sulla loro causa, ma pochi 
anni più tardi il suo nome diventava la parola d'ordine della 
stessa causa trionfante, quando le ombre dei precursori 
parevano marciare alla testa delle colonne liberatrici vitto- 
riose. Come John Brow^n, egli aveva inacerbito il dissidio 
rendendo impossibile ogni compromesso e per tal modo 
aveva concorso ad accelerare la lotta finale. Come il Brown, 
egli aveva commesso alcuni atti criminosi ed altri sublimi, 
sopra tutto aveva saputo morire. La parte del complotto 
svolta in Genova, cioè l'attacco sugli arsenali piemontesi, 
non poteva nemmeno mendicare l' ombra d' una scusa, ma 
il suo insuccesso aveva se non altro servito a provare che 
non era possibile condurre una spedizione efficace da Genova 
contro i Borboni, senza la connivenza segreta delle autorità 
piemontesi. Nel 1 860 Garibaldi non dimenticò questa lezione, 
e nemmeno Cavour. 



^ Sapri, cap. XIV; Ghiaia. II. 168-173; King. Mazzini, 174-175; 
Mazzini, IX. CXXXIX-CLV ; Risorgimento, anno II. II. pag. 205. 



L'attentato Orsini 91 



Sebbene la severa rappresaglia di Cavour contro i mazzi- 
niani per r insurrezione di Genova, sia incorsa nella censura 
dei contemporanei e più ancora dei posteri, pure le sue 
misure parvero anche troppo miti all' usurpatore irrequieto 
delle Tuileries, che denunciò Genova come la città più 
pericolosa dell' Europa lagnandosi incessantemente da vero 
Bonaparte, che gli esuli politici fossero tollerati in Piemonte 
e che la stampa vi godesse una Hbertà relativa. ^ I suoi queruli 
lagni per gli esuli e per i giornali eran accolti con scherno 
quando diretti all' Inghilterra, ma eran fonte di gravi ansietà 
per Vittorio Emanuele e Cavour, i quaH da un lato non 
potevano rinnegare il sistema di libertà in Piemonte senza 
sacrificare il favore dei democratici guadagnato di fresco 
in tutta la penisola, ne dall'altro offendere Napoleone senza 
rischiare l'ultima risorsa per scacciare gli austriaci da Milano. 
Essi si sottrassero al dilemma in modo mirabile, per mezzo 
di un evento che per sua propria natura sembrava dovesse 
precipitarli in un abisso. 

La notte del 1 4 gennaio 1 858, tre bombe furon scagliate 
contro la carrozza dell' Imperatore Napoleone e dell' Impe- 
ratrice Eugenia presso l' ingresso del teatro dove si recavano 
a sentir l'opera. I cavalli stramazzarono morti, ma 1' Impe- 
ratore uscì incolume di mezzo ai rottami della carrozza, 
come già suo zio nella circostanza stranamente simile del 
complotto realista del 1 800. Intorno a lui giacevano 1 56 feriti 
di cui otto spirarono. Informato della strage spietata, provo- 
cazione al sovrano destinato a esserne la vittima non meno 
che al popolo su cui erano in realtà cadute le terribili 
conseguenze, Cavour, assalito da apprensioni mortali, aveva 
esclamato: « purché non sia opera di italiani! ». I suoi 

1 Bianchi, VII. 381-384. 



92 Garibaldi e / Mille 



timori peggiori non tardarono ad avverarsi. Il colpevole 
risultò essere Felice Orsini, ex-funzionario della Repubblica 
Romana nel 1849, al cui servizio si era distinto sopprimendo 
il terrorismo e i delitti politici in Ancona. ^ Da allora egli 
aveva abitato buona parte del tempo in Inghilterra frequen- 
tando gli amici inglesi del Mazzini, le cui opinioni politiche 
eran sempre le sue. Fra queste, la più erronea di tutte era 
forse la ferma convinzione che Napoleone fosse il solo impe- 
dimento a che la Francia scendesse in campo a favore 
dell' Italia, mentre era proprio l'opposto. Traviato da questa 
errata convinzione politica e da una ancor peggiore nel 
campo morale, l'Orsini che era venuto a dissenso con il 
Mazzini a proposito di certe faccende private, aveva com- 
plottato la cosa senza metterne a conoscenza i suoi compagni 
d'una volta, ma con l' aiuto d' individui d' infima lega ch'egli 
stesso aveva scovati. ^ 

L'Austria stessa non avrebbe potuto desiderare un evento 
che potesse compromettere le speranze d' Italia più di questo, 
salvo la circostanza che le bombe e i cospiratori eran venuti 
in Francia non dal Piemonte ma dall' Inghilterra. La Francia 
riversò la sua collera sulla « perfida Albione » con la quale 
entrò in una lite lunga e complicata, provocata dall'avvenimento. 
A dir vero, da principio Napoleone non era meno arrab- 
biato contro il Piemonte da cui reclamava in termini precisi 
che gU emigrati fossero espulsi e la stampa democratica 
ridotta al silenzio. Era un momento di estremo pericolo. 
Ma questa volta, come in parecchie altre posteriori, il Re 
Vittorio Emanuele venne in aiuto del suo ministro di genio. 



^ Trevelyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, 120-121. 
«La Gorce, II. 212-224, 239; King, II. 45; Mazzini, X. pag. XV; 
King, Mazzini, 1 65 ; Martinengo Cesaresco, Cavour, 1 28. 



Vittorio Emanuele 93 



Una sua lettera piena di fuoco e pur cordiale, così definiva 
la situazione con franchezza e accorgimento : 

« Se r Imperatore desiderasse ch'io usi violenza nel mio Regno, 
fategli sapere che io perderei ogni influenza e lui tutta la simpatia 
di una nazione nobile e generosa ; che egli non ha il diritto di 
minacciare in questo modo un fedele alleato ; che io non ho mai 
tollerato violenza, da nessuno ; che io seguo la via dell'onore senza 
restrizioni e sono responsabile di quest'onore soltanto a Dio e al 
mio popolo ; che la nostra Casa ha portato la testa alta per 850 
anni e nessuno la farà piegare a me ; e che con tutto ciò io non 
desidero altro che essergli amico. » 

Il generale Della Rocca, seguendo le istruzioni ricevute, 
« commise Y imprudenza » di leggere all' Imperatore queste 
parole che avrebbero stimolato il primo Napoleone a uno 
scoppio di furia volgare. « Questo è ciò eh' io chiamo 
coraggio », fu la risposta generosa, « il vostro Re è un 
galantuomo; la sua lettera mi piace ».^ Egli, l'arbitro debole 
e tentennante del destino d' Europa, era commosso da 
queir accento tutt' altro che diplomatico, vibrante di verità, 
fermezza e coraggio ; egh, l'avventuriero, era preso d' invida 
ammirazione per « quell'antica dignità regale ch'era la sola 
cosa eh' egli non potesse comprare ». 

Infatti queir uomo piccolo, focoso e battagliero, con un 
paio di baffi immensi, che incedeva a testa alta come se 
si sforzasse invano a sorpassare in statura i suoi cortigiani, 
era « Re fino alla punta dei capelli ». Vittorio Emanuele 
veniva da stirpe reale tanto antica e onorata che poteva 
permettersi delle simpatie democratiche senza paura di per- 
dere il suo grado. Come il Re guerriero di Navarra che 

1 Della Rocca, 127-132. 



94 Garibaldi e i Mille 



due secoli prima di lui, aveva compiuto per la Francia 
un' opera in certo modo simile a quella eh' egli si accingeva 
a compier per l' Italia, Vittorio Emanuele si era indurito 
sulle montagne e alla caccia, e aveva imparato di buon'ora, 
sotto la disciplina di quei tempi duri, a valutare gli uomini 
per quel che erano, non per quel che parevano visti attra- 
verso le vetrate del palazzo. Più aspro di parole e più brusco 
di maniere che il « mite Enrico », era però anch' egli amato 
dai popolani il cui benessere gli stava a cuore e la cui 
compagnia gli era cara in tutti i tempi, alla guerra e alla 
caccia. E vero eh' egli era ugualmente instancabile e spre- 
giudicato nel dar la caccia alle gonnelle come alla selvaggina, 
ma sotto altri rispetti egli aveva grandi virtù. 11 suo amor pro- 
prio e il suo orgoglio di famigHa, forse il movente più forte di 
tutte le sue azioni, prendevano in lui una forma assai nobile, 
giacche la sua prima regola di condotta era di essere un 
« galantuomo » in tutti gli atti della sua vita, verso i suoi 
sudditi a cui aveva giurato la costituzione, verso Napoleone, 
verso r Italia aspettante. Troppo spesso egli ingannò o per- 
mise a Cavour d' ingannare i suoi perfidi nemici, ma coloro 
verso cui egli era legato di gratitudine o che avevan riposta 
fiducia in lui non ebbero mai ragione di pentirsene. Dotato 
di coraggio illimitato e di straordinario buon senso, era assai 
più tenace nel suo patriottismo d' italiano che nella sua pur 
tenace devozione religiosa con la quale ebbe spesso a venire 
a conflitto. 

Ben presto divenne evidente, con gran stupore e gioia 
di Cavour, non solo che il padrone della Francia non si 
era alienato dall' Italia, ma anche che egli si era final- 
mente deciso di trattarla da amica. La sua condotta verso 
r uomo che aveva tentato d' assassinarlo, forma uno dei 
capitoli più strani nel libro affascinante e misterioso della 



// processo Orsini 95 



psicologia di Napoleone III. Permise che il processo fosse 
condotto in modo da diventar piuttosto l'apoteosi di un 
patriotta e di un martire, che la condanna di un delinquente. 
L' Orsini morì, è vero, sul patibolo, ma in odore di santità 
sparsagli intorno dai suoi esecutori. La sua lettera d'appello 
a Napoleone perchè si guadagnasse la gratitudine di venti- 
cinque milioni d'abitanti liberando il loro paese dall'Austria, 
non soltanto ottenne il permesso d' esser letta nella maniera 
più impressionante in tribunale, ma venne stampata nei 
giornali francesi, e dietro speciale richiesta di Napoleone 
stesso, nella Gazzetta Ufficiale Piemontese. Cavour, che non 
simpatizzava con gli assassini di qualsiasi paese fossero, ne 
con i cospiratori non appartenenti alle file della diplomazia, 
poco mancò si scandalizzasse a quel prostrarsi di Napoleone 
davanti al suo assassino fallito, ma giacche la pubblicazione 
della lettera dell'Orsini era una sfida diretta della Francia 
all'Austria, consentì di buon grado a fare stampare il dodu- 
mento, il più strano forse che abbia mai fatto palpitare di 
vita le colonne di un giornale ufficiale. ^ 

Le ragioni che persuasero Napoleone all'indulgenza 
verso r Orsini e l' Italia saranno sempre fonte di conget- 
ture. I suoi nemici l' attribuirono interamente alla paura di 



^ « Que Votre Majesté se rappelle que les Italiens, au milieu desquels 
était mon pére, versèrent avec joie leur sang pour Napoléon le Grand, par- 
tout où il lui plut de les conduire ; qu' elle se rappelle qu' il lui furent fidèles 
jusqu' à sa chute; qu' elle se rappelle, que tant que l'Italie ne sera pas inde- 
pendante, la tranquillité de l'Europe et celle de Votre Majesté ne seront 
qu' une chimère, que Votre Majesté ne repousse pas le voeu supreme d' un 
patriota sur les marches de l' échafaud ; qu' elle délivre ma patrie et les béné- 
dictions de 25 millions de cJtoyens la suivront dans la posterité ». La Gorce, 
II, 349-353; Bianchi. VII. 403-404; Ghiaia, II. 540-541 ; Martinengo Cesa- 
resco, Cavour, 1 29- 1 30. 



96 Garibaldi e i Mille 



essere assassinato, sostenendo che una campagna in Lom- 
bardia, facendo ammenda dell' intervento di Roma, gli per- 
metterebbe di dormire i suoi sonni tranquilli senza V incubo 
della feroce fermezza di proposito propria degli italiani, che 
altrimenti lo perseguiterebbe fino alla tomba. Ma credere 
che la condotta di Napoleone possa spiegarsi con la paura 
o qualsiasi altra passione particolare o con un singolo scopo, 
significa conoscere ben poco Y uomo. Anche se citato a dar 
conto delle sue intenzioni davanti al trono dell'Onnipos- 
sente, egli avrebbe a stento, in parecchi momenti del suo 
regno, potuto dare una risposta chiara e consistente. Egli 
era ad un tempo l' avventuriero egoista e scaltro che aveva 
uccisa la libertà nel suo proprio paese e protestato contro 
il naturale manifestarsi di essa nei paesi confinanti, e l' idea- 
lista romantico desideroso di estendere in Europa i principi 
delia Rivoluzione Francese. Il liberticida accoglieva il grido 
della Polonia e dell' Italia arrivato invano agli orecchi di 
molti che disapprovavano la tirannide di lui nella Francia. ^ 
Commosso dallo spettacolo di abnegazione dato dall'Orsini, 
egli si era ricordato del giorno in cui, ventisette anni prima, 
egli stesso aveva cospirato ed era insorto in nome della 
libertà italiana. I Bonaparte erano d' antica origine italiana. 
Il fondatore della loro fortuna nei tempi moderni si era 
guadagnata d' un sol tratto fama europea con la sua cam- 
pagna italiana del 1 796, mentre il risultato più puro e alto 
della sua possente attività poteva dirsi fosse stata la risurre- 
zione dell' Italia alla vita dopo due secoli di sincope mortale. 
Era il caso di compiere o di sopprimere questa risurre- 
zione? E se una delle basi su cui fondare la ristaurata 
dinastia napoleonica, doveva essere la gloria militare (la 

' Greville. Vili. 219-220. 



Napoleone e V Italia 97 

« pace » sarebbe naturalmente l' altra), dove si sarebbe 
potuto meglio conquistare, che nelle pianure di Lodi e 
Marengo e davanti ai colli di Rivoli? ^ 

Queste le aspirazioni personali di Napoleone, incorag- 
giate dal suo intimo amico italiano. Conte Arese e da suo 
cugino Gerolamo Napoleone che malgrado tutti i suoi difetti, 
nutriva un entusiasmo saldo e disinteressato perfino per l'idea 
estrema della completa unità dell' Italia. ^ Ma Napoleone III 
era quasi del tutto servito, circondato e sostenuto da rea- 
zionari e clericali. Sua moglie, eh' egli aveva sposata per 
amore, era clericale. Il suo trono dipendeva dai cattolici 
francesi, e il prezzo fissato in cambio del loro appoggio era 
che r esercito francese assicurasse la difesa del potere tem- 
porale del Papa. Si racconta che il Cardinale Antonelli un 
giorno, essendogli stato domandato : « Quando si ritirerà 
da Roma la guarnigione francese ? » , rispondesse : « Quando 
io ritirerò le mie guarnigioni da Parigi » . La contraddizione 
flagrante tra i patti per cui Napoleone si manteneva sul 
trono in Francia e il suo desiderio di liberare 1' Italia, lo 
coinvolsero durante gli ultimi anni del suo regno in debo- 
lezze e tortuosità tali che lo condussero al disastro finale. 
Se fosse stato più perspicace o meno generoso avrebbe 
certamente rifuggito dal rimestare la questione itahana. 

Un fatto caratteristico della sua attitudine mentale e del 
suo metodo è che una volta aperte con Cavour le tratta- 

* Il materiale per lo studio intimo di Napoleone III è fornito dalla 
beli' opera del La Gorce e dall' Empire Liberal dell' OUivier. Il miglior saggio 
inglese è Bonapartism di Mr. H. A. L. Fisher (1908). 

2 Arese e il Principe Napoleone. Chiamo il Principe Napoleone {Plon- 
Plon) con il nome di Principe Gerolamo perchè lo si chiamava così anziché 
con il suo vero nome di Giuseppe. Gerolamo era il nome di suo padre (m. 1860) 
e di suo fratello maggiore (m. 1847). 

Garibaldi 7 



98 Garibaldi e i Mille 



tive per un' alleanza offensiva contro l' Austria, egli non 
congedò il suo Ministro degli Affari Esteri, il reazionario 
Walewski, ma si accontentò di ingannarlo conducendo alla 
insaputa di lui con il più profondo mistero, le transazioni 
più importanti del suo regno. Durante le vacanze parlamen- 
tari del 1 858 fu organizzato, per intromissione del Principe 
Gerolamo prima e del dottore imperiale Conneau poi, ^ un 
incontro fra Cavour e Napoleone, alla tranquilla stazione 
termale di Plombières. Un unico abboccamento tenuto il 
21 luglio e protratto per otto ore, parte dentro casa, parte 
fuori, nel phaeton dell' imperatore per le valli boscose dei 
Vosgi, bastò ai due uomini per decidere del destino del- 
l' Italia. Quando nel mondo diplomatico si sparse la voce che 
Cavour era stato in incognito a Plombières, ci fu un momento 
di trepidazione ; ma il segreto di quanto egli aveva fatto 
non trapelò. 

Cavour riassunse brevemente il risultato di quel lungo 
abboccamento d' un giorno nelle sue lettere al General La 
Marmora e al Re. ^ Si doveva trovare un acconcio pretesto 
di rottura con l' Austria per nascondere agli occhi del- 
l' Europa l'attacco premeditato. Allora 200,000 francesi e 
100,000 italiani dovevano cacciare gli austriaci dalla Lom- 
bardia e dal quadrilatero veneziano e finire con dettar la 
pace a Vienna. Si doveva metter fine al dominio dei Tede- 
schi neir Italia cisalpina. Ma l' Italia Hberata non sarebbe 
unita in un solo stato: da buon francese Napoleone non 
poteva tollerare l' unità dell' Italia più che non potesse tol- 
lerare r unità delle Germania, sebbene per una strana ironia 
del destino egli dovesse agire da istrumento nel rasgiungi- 

^ Principe Napoleone, 13; Ghiaia, II. 556-557. 
2 Ghiaia. II. 568-584. III. pag. XXXII. 



// patto di Plombières 99 

mento e dell' una e dell'altra. Secondo il patto di Plom- 
bières, r Italia doveva comprendere una federazione di Sta- 
terelli deboli sotto la presidenza del Papa nominalmente, in 
realtà sotto la protezione della Francia. Di questi Stati il 
più forte sarebbe riuscito quello dell' Italia settentrionale sotto 
Vittorio Emanuele, che comprenderebbe il Piemonte, la 
Lombardia, il Veneto e i possedimenti del Papa sull'Adria- 
tico. I possedimenti umbri di quest' ultimo uniti alla Toscana 
avrebbero formato uno Slato Centrale, mentre il Papa stesso 
terrebbe per se stesso Roma e la sua provincia. Napoli 
doveva adottar le riforme o, e Napoleone non ne faceva 
mistero, esser data a Luciano Murat. In cambio di tanti 
benefìci, 1' Italia doveva cedere la Savoia e probabilmente 
anche Nizza alla Francia, mentre Vittorio Emanuele rice- 
verebbe la domanda in matrimonio di sua figlia Clotilde per 
il Principe Gerolamo. 

Nel gran progetto, due cose eran state mal calcolate: 
prima, che le forze francesi e le italiane non eran tanto 
forti da spingersi fino a Vienna, e nemmeno fino a Venezia ; 
secondo, che il mondo cattolico francese non avrebbe mai 
consentito che 1' Imperatore spogliasse il Papa di tre quarti 
dei suoi dominii italiani. Non solo Napoleone, ma anche 
Cavour nutriva delle illusioni suH' attitudine del Papato. Un 
mese dopo Plombières, avendo interrogato il Conte Pasolini, 
già amico di Pio IX nei giorni del suo hberalismo, Cavour 
si avvide non esservi probabilità alcuna che la Chiesa con- 
sentisse a cedere il potere temporale in nessunissima parte. 
E se essa non consentiva, Napoleone non avrebbe mai par- 
tecipato a un' azione coercitiva verso di lei. ^ 

^Ghiaia, II, 225; Pasolini, ì 56- 157, 169. Nel gennaio 1859 il Papa 
disse chiaramente a Odo Russell, rappresentante inglese a Roma, che non 



100 Garibaldi e i Mille 

Ma se non aveva a bella prima previste tutte le difficoltà 
che il patto di Plombières avrebbe incontrato nell'esecuzione, 
Cavour capi per lo meno tutte quelle che sarebbero sorte 
una volta che fosse messo in atto : alla supremazia austriaca 
si sarebbe sostituita la francese. Cavour vagheggiava questa 
tanto quanto potevano vagheggiarla un Garibaldi e un Maz- 
zini, ma poiché questa era la sola via aperta per liberarsi 
dal vecchio incubo, ebbe il coraggio di rischiare il nuovo 
pericolo. Sperava e non senza fondamento, che alla fine egli 
stesso risulterebbe troppo sagace e avveduto per Napoleone 
e che il patriottismo italiano saprebbe essere all'altezza della 
situazione. Questo patriottismo egli si accinse a coltivarlo 
neir intervallo che corse fra l' incontro di Plombières e lo 
scoppiar della guerra, anche nelle sue forme più estreme, 
sia per rinforzare la sua posizione contro il suo alleato troppo 
formidabile, sia per servirsene come mezzo per provocare 
la guerra con l' Austria. A tal doppio scopo egli invitò tutti 
i patriotti degli altri Stati italiani ad accorrere in Piemonte 
e arruolarsi nelle file nazionah. La Società Nazionale stabilì 
in quasi tutte le città dell' Italia settentrionale un' organiz- 
zazione segreta per mandare la gioventù alla chetichella al 
di là delle frontiere. Molte migliaia provenienti dalla Lom- 
bardia-austriaca e dal Veneto, dagli Stati papali, e dei 
Ducati si arruolarono nei corpi piemontesi e nel marzo e 
nell'aprile del 1859 altre 3 migliaia si costituirono in un 
piccolo corpo di volontari che, con il nome di Cacciatori 
delle A Ipi, doveva esser messo al comando di Garibaldi. ^ 

avrebbe mai acconsentito a cedere una parte qualsiasi degli Stati Papali 
all' amministrazione di laici ; lo Stato della Chiesa doveva essere governato da 
preti. Queen Victoria 's Letters, voi. III. 397-398 (14 gennaio 1859). 

1 Ghiaia, 111. LIII-LVI, LXXXVil-XCV; Venosta, 411-412; Bian- 
chi, Cavour, 64; Bianchi, VIII, 19; Arrivabene, I. 9. 



« Il grido di dolore » 101 

Con questo arruolamento di volontari accorsi da ogni 
parte d' Italia, non esclusi i sudditi dell' Austria stessa sot^ 
trattisi alla sua detestata coscrizione, Cavour riuscì a pro- 
vocare la guerra. Nel dicembre 1858 egli aveva detto a 
Odo Russell allora di passaggio per Torino, che avrebbe 
« forzato l'Austria a dichiarar la guerra verso la prima 
settimana di rriaggio » e mantenne la promessa straordinaria 
con r anticipo di una settimana. ^ E l' aveva mantenuta mal- 
grado le circostanze più avverse. Potrebbe dirsi che nei 
primi quattro mesi del 1 859 Cavour abbia toccato il culmine 
della sua grandezza, come certo toccò il culmine delle sue 
ansietà. Il primo gennaio Napoleone apriva il ballo dolen- 
dosi con l'ambasciatore austriaco perchè i suoi rapporti con 
Francesco Giuseppe non erano così buoni come egli avrebbe 
voluto. Nove giorni più tardi, Vittorio Emanuele introdu- 
ceva nel suo discorso al Parlamento torinese le famose parole 
suggerite da Napoleone stesso ~ « il grido di dolore che 
da tanti punti d' Italia si leva verso di noi. » Gettato così 
l'allarme, tutta la Francia e tutto il mondo diplomatico 
europeo si levarono a protestare contro la guerra. Napo- 
leone si trovò abbandonato dagli stessi elementi della società 
francese dai quali là sua dinastia dipendeva; i cattolici, e 
le classi dei proprietari ; mentre mal poteva aspettarsi che i 
liberali e i repubblicani riponessero immediata fiducia in lui, 
loro nemico, o salutassero con gioia la prospettiva del suo 
ritorno, trionfante, come il Cesare di un esercito vittorioso. ^ 
In Inghilterra i ministri conservatori che si compiacevano 



^ Quarterly, luglio, 1879, pag. 129, nota. 
2 Ghiaia, pag. Ili, XXIII-XXV. 

»La Gorce. HI. 396-401; [Malmesbury, 148-153, 179; Ghiaia, Storia 
contemp., 3-4. 



102 Garibaldi e i Mille 



di credere che i guai dell' Italia si potessero rimediare senza 
l'espulsione dell'Austria, si misero con alacrità alla testa 
del movimento per la pace, ma con una parzialità evidente 
per l'Austria. «La loro attitudine», ha scritto Lord Mal- 
mesbury « era di tener saldo in nome delle divisioni di 
territorio del 1815, alle quali si doveva il più lungo periodo 
di pace. » La maggior parte degli inglesi, per quanto più 
simpatizzanti per l' Italia e meno ben disposti verso l'Austria, 
dividevano il terrore dei ministri per una guerra che avrebbe 
potuto preludiare una nuova età di conquiste napoleoniche. 
Il nostro entusiasmo per l' Italia era per il momento raffred- 
dato dall' ostilità per la Francia appunto come sei mesi più 
tardi doveva esserne grandemente rinfocolato. ^ 

La Francia e l' Inghilterra insieme erano troppo per il 
malfermo proposito di Napoleone. Egli indietreggiò davanti 
alla tempesta che aveva sollevato, disertò il Principe Gerolamo 



1 Br. Pari. Papers, 4, e Malmesbury, 1 47 ; Elliot, 7. Questo terrore 
delia Francia, con la quale eravamo recentemente venuti a contesa, spiega 
r attitudine instabile degli inglesi in generale, verso l' Italia, durante la pri- 
mavera e l'autunno del 1859: terrore descritto con brio divertente da Mat- 
thew Arnold nel suo Friendship 's Garland. Il Ruskin, che disprezzava il 
Risorgimento italiano, disprezzò ancor più quest'attitudine inglese del 1859. 
Il 1 5 giugno egli scriveva : « La nazione italiana è infelice e povera ; il suo 
commercio ridotto a nulla; le sue arti e scienze, retrograde; la sua tempra e 
il suo senso morale ugualmente prostrati; non sa far più che una cosa, domandar 
aiuto a voi, e voi non volete aiutarla. Colui che voi avete ingiuriato, si assume 
di aiutarla con i suoi colonnelli indisciplinati ; e l' Inghilterra cristiana, nella 
secreta speranza che I' esercito francese sia battuto a soddisfacimento del suo 
rancore contro i colonnelli indisciplinati, e che il Papato stabilisca il suo governo 
suir Italia intera, — l* Inghilterra cristiana, dico, con il suo geloso rancore, da 
una parte, e con il suo stupido, cieco e torpido orrore per ogni interruzione 
negli affari, dall'altra, — prende questa posizione altamente cristiana ecc. ecc. » 
Arrows of the Chace, 13. 



La dichiarazione di guerra 103 

e Cavour, e a mezzo aprile si unì all'Inghilterra nel racco- 
mandare che il Piemonte riducesse il suo esercito sul piede 
di pace, e che la Francia e l'Austria disarmassero ugualmente a 
un tempo. Cavour sapeva che emanare un ordine di disarmo in 
Torino allora, quando il sentimento patriottico aveva raggiunto 
il suo diapason più elevato, significava provocare ammu- 
tinamento, rivoluzione, anarchia e sparizione della Casa di 
Savoia. Meglio sarebbe stato perire sconfitti, combattendo 
da soli contro l'Austria. Per qualche ora egli meditò il suicidio : 
i suoi amici lo trovarono che bruciava le sue carte ed egli 
stesso non negò di aver avuto delle cattive intenzioni. ^ 

Nel frattempo egli non aveva lasciato nulla d' intentato. 
V'era ancora un'ultima probabilità che l'Austria rifiutasse 
il disarmo simultaneo, e intanto nella speranza che così fosse, 
egli stesso l'aveva accettato — benché mal si potesse compren- 
dere che egli avesse l'intenzione di soddisfare veramente 
l'accordo. Ma le sue costanti provocazioni all'Austria ripetute 
per mesi e mesi avevano finalmente sventato ogni savio consi- 
glio a Vienna. L'Austria rifiutò le proposte dell' Inghilterra 
per il disarmo simultaneo e il 24 aprile arrivò a Torino un suo 
corriere con un ultimatum, e tre giorni di grazia. Mai fu mes- 
saggero di pace o di vittoria ricevuto con maggior trasporto 
di gioia. Quella sera Cavour festeggiò il suo trionfo con 
un pranzo nel suo piccolo circolo d'amici intimi. Il 27 aprile 
l'Austria dava alle sue truppe l'ordine di invadere il Piemonte, 
e Napoleone, fra il consenso imbronciato dell' Inghilterra e 
l'entusiasmo crescente della Francia, venne al soccorso del 
pacifico Staterello contro l' improvvido aggressore. Bismarck 
può dirsi aver uguagliato nel 1 870 questo colpo maestro di 
Cavour, ma certo non lo sorpassò. L' Inghilterra disgustata 

1 Castelli, 82-83; Ghiaia, III. pagg. CXXVIII-CXXX. 



104 Garibaldi e i Mille 



dell'Austria, disgustata con Napoleone, si ritirò per allora, 
ma per ritornar sulla scena con un nuovo governo e in una 
disposizione d'animo molto diversa \ 

Ma r Italia, esultante per aver così strappata l'occasione 
dagli artigli del fato, fiduciosa nei suoi capi, — e poche 
nazioni ne ebbero di simili nelle loro crisi storiche, — memore 
delle sconfitte subite, onde trarne profitto, pensosa dei suoi 
morti che sorgerebbero dalle tombe a vigilarla, s'impegnò 
in due anni di guerra e rivoluzione che le assicurarono il 
suo diritto di essere. 



1 Bianchi, Vili. 1-67, 482-490; Bianchi, Cavour, 63; Principe Napo- 
leone, 19-27; Br. Pari Paper 's, 4; La Gorce, II. 425-449; Castelli, 84. 
« Benché questa crisi terribile fosse in origine preparata dalla mala follia della 
Russia e della Francia, pure la guerra è ora causata dalla pazzia e dalla 
cecità dell'Austria ». La Regina Vittoria al Re del Belgio, 26 aprile 1 859. 



CAPITOLO V. 
La campagna Alpina di Garibaldi, 1859. 



Si scopron le tombe, si levano i morti, 
I martiri nostri son tutti risorti ! 
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome. 
La fiamma ed il nome d' Italia sul cor I 

Veniamo ! Veniamo, su, o giovani schiere. 
Su al vento per tutto le nostre bandiere ! 
Su tutti col ferro, su tutti col foco, 
Su tutti col foco d'Italia nel cor. 

Va fuora d' Italia, va fuoia ch'è l'ora, 
D* Italia va fuora, va fuora, o stranier. 

Inno di Garibaldi. 



Verso la metà del dicembre 1858, Cavour chiamò 
Garibaldi, il quale lasciata Caprera, sbarcò a Genova il 19, 
passandovi la sera con i suoi amici del partito democratico. 
Ne all'uno ne agli altri era noto il patto di Plombières, 
pure essi fiutavano già la guerra nell'aria. « Scrivimi un 
inno per i miei volontari », disse Garibaldi al Mercantini, 
e il risultato dell'incarico apparve dieci giorni dopo nella 
forma dell' « Inno di Garibaldi » che era destinato a risuonare 
negli anni seguenti sui campi di battaglia dell' Italia dalle 
Alpi alla Sicilia, anzi, a divenire Tlnno Nazionale.^ 

Il 20 dicembre Garibaldi continuò il viaggio per Torino 
dove il La Farina, segretario della Società Nazionale, lo 
condusse con lui in una delle sue visite segrete a Cavour. 
Probabilmente fu durante questo abboccamento che Garibaldi 
fu informato della parte importante assegnatagli da Cavour 
in un suo complotto, subito dopo abbandonato, inteso a dar 

^Guerzoni, I. 417; Mario. 231. 



06 Garibaldi e i Mille 



principio a una rivoluzione nel distretto di Carrara onde 
provocare la guerra con l'Austria. Certo è che in questo 
abboccamento Cavour gli disse che gh sarebbe affidato il 
comando dei corpi volontari che si dovevan formare fra i suoi 
stessi amici. Al suo ritorno a Genova egli senza frapporre 
indugio incaricò il Bixio di cominciare privatamente a com- 
pilare le liste degli arruolati. Egli stesso tornò a Caprera per 
passarvi il Natale, lasciando detto al La Farina di mandarlo 
a prendere con un battello quando si avesse bisogno di lui. 
Pochi giorni dopo il Capo d'Anno, Napoleone lanciava la 
sfida pubblica all'Ambasciatore Austriaco.^ 

Alla fine di febbraio, Cavour faceva venire un* altra 
volta r eremita di Caprera. La progettata rivoluzione di 
Carrara era stata a poco a poco abbandonata dinanzi ad 
un metodo più facile di provocazione all' Austria : l' arruo- 
lamento dei suoi stessi sudditi fuggiaschi, sotto il vessillo del 
Piemonte. Migliaia di questi furon raccolti in distaccamenti 
dell' esercito regolare ; il progetto favorito di Cavour però 
era di formare i corpi volontari di Garibaldi. L'abboccamento 
decisivo su questo punto ebbe luogo il 2 marzo 1859. 
Garibaldi era giunto a Torino la sera prima, e nella mattina 
il cameriere di fiducia di Cavour entrò nello studio annun- 
ziando che « e' era un uomo che domandava di vedere il 
signor Conte ». « Come si chiama? ». « Non vuol dirlo, 
porta un grosso bastone e un gran cappello, ma dice che 
ha un appuntamento con il signor Conte » . « Ah ! — disse 
Cavour, alzandosi — fallo passare » ^ L' uomo che aveva 
colpito il cameriere con il suo aspetto, entrò. Aveva la pelle 



1 Paolucci, Pilo, 224-225 ; Lettera di Giorgio, 23 dicembre ; Guerzoni, Ì. 
417-420, Mem., 278-279; La Farina, II. 82-84, 91-99, 110-124. 
« De la Rive, 390. 



Garibaldi e Vittorio Emanuele 107 

abbronzita dal vento e dal sole, le mani indurite dal lavoro 
quotidiano. Gli occhi 

« aveva circondati da una rete finissima di solchi, ma senza quel 
carattere d' astuzia che accompagna /spesso la rugosità della pelle 
intorno agli occhi. Pareva piuttosto prodotta dall'abitudine di 
contrarre i muscoli per guardare oggetti molto lontani. In breve, 
cosi per questo lato, come rispetto al loro sguardo fermo e 
remoto, i suoi occhi erano gli occhi di un marinaio. »^ 

Cavour e il suo interlocutore si accordarono subito riguardo 
ai volontari e lo stesso giorno Garibaldi fu condotto da 
Vittorio Emanuele. Era la prima volta che questi due uomini 
si trovavano faccia a faccia, ma come questo, così ogni altro 
loro incontro fu quasi sempre pregno di eventi per il destino 
d' Italia. E ogni qualvolta essi s' incontrarono, Garibaldi lasciò 
la presenza del Re pieno di un senso più forte di fedeltà 
e di uno spirito più docile.^ 

Questa volta egli non aveva davvero bisogno di per- 
suasione da parte del Re. Quella stessa sera egli ritornò 
ripieno di gioia a Genova ; convocò sul posto e radunò 
intorno a lui i capi delle vecchie truppe democratiche, 
i veterani del '48 e '49, repubblicani e Garibaldini.'^ Invano 
il Mazzini denunziò la guerra per il fatto che 

« se vittoriosa, Luigi Napoleone s' impadronirà più che mai degli 
spiriti francesi per mezzo della gloria militare e dell'aumento di 



^Trollope, II. 230; Cfr. Carfano, 163. 164. 

^Mem., 276-279; Guerzoni. I. 419-420; Ghiaia, III. pagg. LXXXIX- 
'XGIX; Bertani, I. 322, 323. 

^Bertani, I. 323; Mem., 270-279; Ghiaia, III. pagg. XGI-XGV. 



108 Garibaldi e i Mille 



territorio. Il Regno Lombardo-Sardo diventerà moralmente una 
dipendenza francese. Per mezzo di altri acquisti già progettati 
nel sud, il Mediterraneo diventerà un lago francese. »^ 

Quest'attitudine, che pur esercitò molta influenza in Londra 
fra gli esuli di là, ne ebbe ben poca in Italia dove il fermento 
per la guerra aveva raggiunto il suo massimo grado." I 
garibaldini non negavano il pericolo indicato dal Mazzini, 
ma s'industriavano a porvi argine dando alle forze ultra 
patriottiche una formidabile organizzazione militare indipen- 
dente, tale che Cavour non sentisse il bisogno di dipen- 
dere dalla Francia, ne avesse il potere di tradire l' Italia 
anche se lo volesse. Non uno dei vecchi soldati di Gari- 
baldi mancò all'appello. Perfino il Bertani che era stato 
per tanto tempo agente del Mazzini in Genova, si assunse 
di organizzare l' ambulanza per i Cacciatori delle A Ipi come 
r aveva organizzata per i difensori di Roma dieci anni prima. 
Il Medici che aveva portato la camicia rossa sui campi delle 
Pampas e per tre settimane aveva tenuto le rovine del Vascello 
contro le armi francesi, e Nino Bixio che era stato riportato 
in barella dalla sua carica ardita sulla gradinata della Villa 
Corsini e messo a giacere nell'ospedale presso l'amico 
Mameli morente, erano tutti e due pronti a obbedire ad ogni 
cenno di Garibaldi. ^ Il Cosenz, napoletano di nascita ma | 
settentrionale di temperamento, quieto, modesto, dallo sguardo 
benigno dietro gli occhiali, freddo in battaglia quanto Bixio 
era bollente, già famoso fra i difensori di Venezia, entrò 
al servizio di Garibaldi e divenne da quel momento il suo 



^Lettera del Mazzini a Stansfeld, 30 gennaio 1859, Mss. Shaen. 

2 Mazzini, X. 238-242; Paolucci, Pilo, 224-233. 

«Trevelyan, Garibaldi e la difesa di Roma, 192, 200, 209, 210, 228. 



/ « Cacciatori delle Alpi» 109 

buon angelo e in politica e in guerra. I Cacciatori furono 
organizzati in tre reggimenti ciascuno di un migliaio d'uomini, 
e diviso in due battaglioni. Il primo reggimento fu affidato 
al Cosenz, il secondo al Medici, il terzo a un ufficiale meno 
provetto, l'Ardoino. Uno dei battaglioni di quest* ultimo fu 
condotto in campo e al bisogno sarebbe stato trascinato fin 
negli abissi infernali, da Nino Bixio, che godeva di una 
popolarità straordinaria fra i suoi uomini, malgrado quel suo 
scagliarsi costantemente su di loro a spada tratta, cieco d' ira, 
con scatti che sarebbero costati una palla nella schiena a 
uno qualunque degli altri ufficiali. ^ Le liste dei capitani e 
tenenti dei Cacciatori delle Alpi sono piene di nomi, come 
Bronzetti, Sacchi, Carrano, Piva, Cadolini, familiari nella 
storia dell'assedio di Roma e di Venezia e nelle ultime 
fasi della ritirata di Garibaldi. 

Permettendo a Garibaldi di sceghersi i suoi propri ufficiali, 
Cavour mostrava di non temere gli ex-repubblicani e nemmeno 
i repubblicani stessi che eran pronti a battersi per il Re. 
Era stato uno spediente tutto suo, non suggeritogli da alcuno 
e avversato da molti, per creare una forza che rappresentasse 
il sollevarsi della nazione distinto dall'intervento ufficiale 
del Piemonte e dall' alleanza francese. 

Se Garibaldi, noto come il nemico di Napoleone e il 
campione della nazionalità italiana, avesse compiuto qualche 
romanzesca gesta di guerra sulle Alpi, tanto il pubblico 
inglese che i democratici italiani avrebbero concepito maggior 
simpatia per la guerra e riposta maggior fiducia in Cavour 

^ Le apologie ripetute che Nino Bixio faceva a sua moglie a questo riguardo 
nelle lettere datate dalle campagne del 1859-60, provano che la Signora non 
trascurava il suo dovere ammonendolo su questo punto. Nino era adorato dalla 
sua famiglia, con cui sapeva sempre usare quella gentilezza che soltanto talvolta 
usava verso i soldati. Vedi Mss. Bologna, Bixio, e Risorg., anno I. II. 338. 



no Garibaldi e / Mille 



che ne era Y autore. ' Il progetto riuscì alla perfezione, grazie 
al valore dei Cacciatori e al genio del loro duce, due cose 
che compensarono le deficienze del numero, dell' artiglieria, 
della cavalleria, del commissariato e di buone armi da fuoco, 
vantaggi tutti di cui li privò, per gelosia, il Ministero della 
guerra alla testa del quale stava allora il generale La Marmora. 
In quei giorni Cavour era tanto sovraccarico di faccende 
che non poteva attendere a tutto: 2000 carabine da lui 
ordinate per i Cacciatori furono spedite troppo tardi poi 
distribuite da uno scervellato ufficiale fra le guardie nazionah 
del Lago Maggiore. ^ Non si provvidero ne cavalli ne carri 
per l'ambulanza, tanto che il Bertani e i valenti dottori suoi 
assistenti dovettero ricorrere alla liberalità degli abitanti del 
luogo ove facevasi la guerra. Non e' era commissariato, non 
e' era artiglieria, se si toglie una batteria da montagna 
arrivata troppo tardi per prender parte ai fatti principali 
della campagna. Non c'era cavalleria, salvo cinquanta guide 
montate su cavalli di loro proprietà. Un altro corpo di 
Cacciatori degli Apennini simile a quello delle Alpi ma 
probabilmente inferiore, fu spedito a bella posta sotto il 
comando d' un altro, contrariamente a ogni ordine espresso 
del Re che tutti i reggenti di volontari fossero messi a dispo- 
sizione di Garibaldi. Una sola buona cosa fece il Ministero 
della guerra: si assicurò i servizi del generale Cialdini, il 
quale si dedicò con entusiasmo a organizzare i tre reggimenti 

^Ghiaia. III. pagg. XCIV-XCV; Guerzoni. I. 421. 422; Venosta. 517. 
E in fatto notevole che il Times, già ostile alle speranze italiane sui primi 
dell'anno, a causa della sua paura di Napoleone, si schierò dalla parte di 
Garibaldi e dei suoi volontari non appena com'nciata la guerra ; vedi, per 
esempio, l'articolo di fondo del 28 maggio: Garibaldi gli sembrava offrisse 
il modo di combinare l'amicizia per l'Italia con l'ostilità per la Francia. 

«Carrano, 260, 261 ; Mario. 237. 



Indugio del Gyulai 1 1 1 



nei depositi, giapchè Garibaldi stesso non aveva questo 
talento. ^ 

Fortuna volle che i volontari inesperti e i loro ufficiali 
veterani avessero tre settimane di servizio attivo con l'esercito 
regolare prima che si richiedessero da loro servizi di qualche 
importanza. Grandissimo era il pericolo che minacciava 
Torino al dichiararsi della guerra, il 27 aprile. Il generale 
Gyulai con più di 100.000 austriaci pronti ai suoi .cenni, 
stava già sulle sponde del Ticino mentre i francesi erano 
ancor lontanissimi al di là delle Alpi. Ma il Gyulai con 
la sua scarsezza d'acume era preoccupato dai precedenti 
delle guerre anteriori, quando la salvezza dell'Austria stava 
nella difensiva e in una giudiziosa ritirata nel quadrilatero. 
Avendo attraversato il Ticino il 29 aprile, egli sciupò tre 
settimane che costarono tre corpi d' esercito all'Austria, in 
movimenti futili e esitanti, mentre i reggimenti francesi di fan- 
teria, di zuavi e di corazzieri, si succedevano l'uno all'altro mar- 
ciando giù per la valle tortuosa dall'alto passo del Moncenisio 
o arrivando dal mare con bastimenti a Genova, e di là per 
treno nella valle del Po. In questo periodo di attesa tre- 
pidante dei francesi, le forze intere del Piemonte, 60.000 
in tutto, si erano concentrate intorno al gran fiume, a difesa 
del cuore dello Stato. I Cacciatori delle Alpi avevano operato 
fianco a fianco con le truppe regolari, aprendo di quando 
in quando qualche scaramuccia ben riuscita, per proprio conto, 
e sottomettendosi ai disagi gravissimi della pioggia e delle 
inondazioni, che erano anch' esse da mettersi fra le cause 

iCarrano, 171-179, 187, 188. 206. 207, 236, 260; Bertani. I. 338, 
341, 343, 348, 351; Guerzoni, I. 424. 425; Poi, 295. Mem., 278. 279; 
De Crisloforis, 267, 277 ; Mario, 236, 237 ; ConOen. Marchetti, Mss. Peard, 7; 
Peard (Cornhill, gennaio 1908). 107. 



112 Garibaldi e i Mille 



minori dell' inazione del Gyulai. In quest' occasione Garibaldi 
si mostrò subordinato, solertissimo e obbediente, guada- 
gnandosi la calda benevolenza degli ufficiali suoi superiori. ^ 

Quando alla fine i francesi furono arrivati e gli alleati 
si trovarono in grado di prendere 1' offensiva, i Cacciatori 
vennero mandati al nord a invadere la Lombardia alpina 
come un' ala sinistra mobile e avanzata dell' esercito. Gari- 
baldi era troppo sodisfatto di avere con un comando indi- 
pendente, anche 1* occasione di essere il primo liberatore 
su suolo lombardo, e oltre a ciò era troppo buon soldato, 
per lasciarsi scappare alla presenza dei suoi uomini un 
lamento qualunque di scoraggiamento perchè li avevan man- 
dati così alla sprovvista in un' impresa azzardata. 

Le forze eh' egli guidava nel territorio nemico consi- 
stevano di oltre 3000 ^ giovani forniti di moschetti di un 
modello vecchio e cattivissimo la cui portata era più corta 
di quella delle armi dell' esercito regolare. In cima ad ogni 
moschetto però era assicurata una baionetta, e quest' arma 
provvida era destinata a render vittoriosa la piccola cam- 
pagna. ^ Vi erano poi cinquanta carabine proprietà privata 
di altrettanti tiratori provetti di Genova, « signori, mercanti, 
artisti e professionisti », che sotto il nome di Carabinieri 
Genovesi formavano un bel corpo di tiratori sempre in prima 



^ Hohenlohe, 6^ 7^ 8» lettera; Camp. J' Italia E. M. Pr., 25; Carfano, 
180-226; Guerzoni, I. A19-^35. Mss. Peard.; De Crlstoforis, 280. Riv. Mil II, 
dicembre 1872, pag. 482, gennaio 1873, pagg. 214, 215. 

2 Carfano, 236; Mem., 281 ; Cadolini, 10; Hohenlohe, I. 206. La regola 
da me seguita nel mio studio, è di adottare le cifre date dai rapporti ufficiali 
delle parti interessate (sia l'italiana che l'austriaca o la napoletana) sulle pro- 
prie forze, non le loro opinioni sulle forze nemiche che sono generalmente 
esagerate. 

3 Cadolini. 6; Peard {Cornhìll, gennaio 1908), 107. 



/ Garibaldini del 1859 113 

fila sul campo. C era infine una carabina eccellente nelle 
mani del gigantesco Peard — già il terrore della città di 
Oxford, — destinato ora a diventar senza volerlo una cele- 
brità europea come « l' inglese di Garibaldi » . Ma eccettuati 
questi, il resto della divisione che doveva togliere i passi 
alpini ai tirolesi, — ottimi tiratori a bersaglio, e ai ben 
addestrati soldati croati e ungheresi muniti di fucili e d'arti- 
glieria, era costituito non soltanto di gente militarmente mal 
armata ma anche di gente di città non avvezza alle mon- 
tagne ne a grandi e lunghe fatiche fisiche di qualsiasi genere. 
Il compito sarebbe stato impossibile se i Cacciatori fossero 
stati di quel genere d' uomini di cui d' ordinario si com- 
pongono gli eserciti, mossi soltanto dalle solite passioni di 
guerra. Essi contavano invece il fior fiore delle prime fami- 
glie milanesi ^ e le loro file erano composte per lo più di 
studenti lombardi, artigiani, proprietari, professionisti e ragazzi 
scappati dalla scuola. Erano stati scelti fra i loro compagni 
per la devozione con cui avevano rischiata e l' ardimento 
con cui si eran salvata la vita alla frontiera, sfuggendo alle 
sentinelle austriache, che non v' era alcuno di loro che non 
se la fosse svignata in Piemonte « valicando i monti e gua- 
dando i fiumi sul cavallo di san Francesco ». Eran per lo 
più uomini istruiti e pieni d'ideaHsmo. Il loro camerata 
inglese, uomo tutto d' un pezzo, restava sorpreso e commosso 
al sentirli intrattenersi a vicenda recitandosi brani del Tasso, 



^ Mrs. Gurney Buxton mi racconta che ancora nel 1 88 1 , i contadini del 
Lago Maggiore cantavano la seguente strofe in dialetto celebrante la libera- 
zione compiuta dai Cacciatori nel 1 859 : 

Evviva Garibaldi 
Tutti i sciuri (signori) di Milano 
Li ong fa' scappa i Tedeschi 
Coir la btadier' in mang (mano). 

Garibaldi 8 



114 Garibaldi e i Mille 



dell'Ariosto o dell'Alfieri, raccolti intorno al fuoco del 
campo. Mai gioventù era accorsa a battersi sotto uno stimolo 
più possente per la vittoria. Stavano per tornare come libe- 
ratori, aprendosi la via a colpi di spada, in quello stesso 
paese loro da cui avevan dovuto fuggire come delinquenti 
inseguiti. Non essi trovavan le parole dell' inno di Garibaldi 
troppo rimbombanti per l' occasione. Era a loro che toccava 
fare l' Italia e vendicare finalmente la lunga lista dei suoi 
martiri. E in privato ciascuno di essi si rodeva al ricordo 
di qualche storia di abuso e d' onta inflitta alla propria 
famiglia o a quella dei suoi più cari amici dalla stupida e 
rozza soldatesca dell' Europa orientale. Riponevano piena 
fiducia nei loro ufficiali veterani e più assai che fiducia nel 
loro Generale, l' idolo del loro culto. La paura delle sue 
rampogne eh' egli non risparmiava ne agli individui ne alle 
compagnie, li teneva in terrore continuo, mentre la speranza 
delle sue parole di lode misurate e affettuose, la certezza 
di vedere il suo viso calmo e di udir risonare la sua voce 
penetrante nel clamore della carica decisiva della giornata, 
eran forze morali che sarebbero bastate da sole a renderli 
superiori ad ogni reggimento ordinario. ^ 

La camicia rossa non fu indossata in tutta la campagna; 
sarebbe stato un insulto gratuito a Napoleone e al partito 
piemontese ufficiale. Garibaldi stesso portava doverosamente 
la divisa di generale piemontese, quantunque lo si fosse veduto 
sostituire al corrispondente « tormentoso berretto » un cappello 
di feltro a larghe falde, durante le marcie, e avvolgersi 



^ Bertani, I. 357; Venosta, 432-441, 542; Times, 26 luglio, « A Sketch 
of Garibaldi », scritto dalla Valtellina ; Mario, 238 ; Cadolini, 5 ; Conv. Mar- 
chetti; Tupper, 61; Peard ( Co rnM/, gennaio 1908), 97-107; e tutti gli 
studi sulla campagna. 



// passaggio del Ticino 1 1 5 

nelle pieghe del suo puncio americano, durante la pioggia. ^ 
Ma nelle battaglie in nome del Re, egli sfoggiava sempre 
r uniforme del Re. I suoi uomini nel costume brutto e con- 
venzionale del soldato semplice regolare, non avevan traccia 
della teatralità pittoresca spiegata dieci anni prima a Roma, 
o l'estate seguente in Sicilia. Ma alla viglia del loro ingresso 
in Lombardia, Garibaldi ordinò loro che si lasciassero dietro 
gli zaini e si accontentassero di quel tanto di biancheria e 
di provvigioni che potevano stipare nelle bisaccie da pane 
e in certi tasconi eh' egli aveva fatto cucire sui loro pastrani. 
Per tal modo egli aveva accresciuto quella mobilità ch'era 
il primo principio del suo metodo di guerra, ma aveva 
accresciuto anche le difficoltà del commissariato e dell'approv- 
vigionamento. ^ Per fortuna, nel paese eh' essi si accinge- 
vano a invadere non vi era una sola casa che non parteg- 
giasse appassionatamente per loro. 

Il Ticino che divideva la Lombardia austriaca dal Pie- 
monte, scaturisce dal lago Maggiore con un corso largo e 
vorticoso che non offre speranza di guado a un reggimento 
pur che sia. Per ciò appunto esso, continuando la linea del 
lago occupato dai battelli austriaci, offriva al nemico una 
facile linea di difesa contro la fanteria di Garibaldi che si 
avanzava da Biella senza rinforzi. I suoi cinquanta esploratori 
erano i soli che avessero almeno la parvenza di un regolare 
corpo di servizio e per maggior fortuna il loro capo, l' abile 
Simonetta, era un possidente che godeva molta popolarità 
appunto in quel distretto. 1121 e 22 maggio il Simonetta sotto 
mentite spoglie fece un rapido giro su tutte e due le sponde 

^ Cariano, 195. 

^ Venosta, 5 1 8 ; Cadolini, 14-15; Carrano, 233. 



16 Garibaldi e ì Mille 



del lago, la libera e la serva, e sebbene l' Austria seque- 
strasse ogni travicello che si reggesse a galla e stesse all'erta 
con i suoi battelli, pure egli riuscì destramente a raccogliere 
in segreto un certo numero di barconi in un luogo conve- 
nuto. Questo luogo era Castelletto sulla riva piemontese del 
Ticino a tre miglia dal punto di sbocco del fiume dal lago, 
e un miglio più in giù di Sesto Calende sulla riva opposta, 
dove stava un piccolo distaccamento di austriaci. A Gal- 
larate questi avevano un altro battaglione, che, se bene usato, 
sarebbe bastato a ritardare il passaggio degli italiani fino a 
che si fornissero di forze maggiori da Milano. Ma gli austriaci 
non avevan sospettata l' intenzione di Garibaldi di passare 
il fiume. La loro illusione fu confermata da uno dei suoi 
soliti strattagemmi ; giacche egli ostentò di ordinare gli approv- 
vigionamenti per le sue truppe ad Arona e Meina come se 
avesse intenzione di marciare al nord lungo la riva piemon- 
tese del Lago Maggiore. Come sempre, anche i suoi stessi 
soldati caddero nelF inganno, così che arrivati alle porte di 
Arona la sera del 22, furono stupiti al sentir l' ordine non 
d' entrare nella città, ma di fare una voltata brusca a destra. 
Procedettero così verso il sud a marcia forzata, celati dalle 
tenebre più fitte. Scoccava la mezzanotte al campanile di 
Castelletto, quando la colonna, sempre ignara della sua 
destinazione, giunse suU' alto ciglio del lago sotto a cui 
stavano i barconi del Simonetta e vide l'indistinto bian- 
cheggiar delle acque fra gli alberi del pendio. Allora sol- 
tanto si avvidero che avrebbero invasa la Lombardia prima 
dell' alba. D' un tratto, mentre le compagnie della retro- 
guardia erano ancora in mezzo ai cespugli del rapido decHvio, 
aprendosi il passo fino al fiume, un' onda di luce lunare si 
diffuse sulle lunghe spire e i gorghi vorticosi del Ticino, 
rischiarando la scena animata e memoranda. Nello stesso 



Garibaldi a Varese 1 1 7 



tempo le prime compagnie, toccata già la riva opposta, mar- 
ciavano in silenzio e ordine perfetto verso Sesto Calende. 
Quivi essi s'impadronirono dei cinquanta austriaci sorpresi 
in letto. Il resto della divisione traghettò allo spuntar del 
mattino, tutti esultanti della gioia di essere i primi a metter 
piede sul caro suolo lombardo. Gli abitanti che « si eran 
coricati servi e si svegliavano liberi » furono prodighi di rin- 
graziamenti e di tutta l' ospitalità che potevan offrire, rifiu- 
tando a ogni costo di esser pagati. ^ 

La mattina dopo alle cinque le truppe eran già in via 
per Varese. Era una delle più belle mattine preannunzianti 
l'estate; l'atmosfera era chiara per pioggia recente; tanto 
il paesaggio che gli abitanti, l' uno e gli altri fra i più belli 
d' Italia, eran vestiti a festa per accogliere i loro liberatori. 
Garibaldi guidò tutto il giorno i suoi uomini per strade 
campestri intricatissime, serpeggianti fra colline verdi di 
castagni, quercie e abeti, attraverso ruscelletti scorrenti fra 
rive fiorite, lungo le molli e ben coltivate sponde meridio- 
nali dei laghi di Cernobbio e Varese, al nord dei quali si 
rizzavano le grandi vette del monte. E ovunque sul loro 
passaggio, dai campi di fieno, dalle fattorie lungo la strada, 
dagli sbocchi delle viuzze nei villaggi, accorrevano al grido 
di « Viva Garibaldi » , « Viva V Italia » dei contadini dal- 
l' aspetto florido e forte, un tipo di mezzo fra l' italiano della 
pianura e il montanaro delle valli alpine più alte. Mentre 
si avanzavano verso la base del colle su cui si eleva Varese, 
cominciò a calare la sera; le lucciole svolazzavano fra le 
colonne in moto, destando il riso fra i giovani soldati per- 
chè una dopo l'altra posavano la loro lieve scintilla sulla 

^ Mss. Milano, Simonetta, \5-\7 ; Carrano, 227-243; De Cristoforis, 
285-292; Peard {Comhill, gennaio 1908) 99-100; Cadolini, 16-18; Mario, 238. 



118 Garibaldi e i Mille 



barba spessa del loro enorme camerata inglese. Poi mentre 
salivano la costa faticosa verso la città che sembrava sempre 
più allontanarsi, un temporale alpino si scatenò su di loro in 
tutta la sua forza. Toccarono Varese poco prima della mez- 
zanotte sotto un vero diluvio di pioggia; neanche questa 
però poteva smorzare la pazza gioia di quel popolo che si 
gettò al collo dei garibaldini, all'aperto, senza neanche 
aspettare che prendesser rifugio sotto i bei portici medie- 
vali che fiancheggian la strada. La città si era sollevata 
qualche ora prima del loro arrivo. Quel dopo pranzo molte 
bandiere tricolori del '48 scolorite come i morti che allora le 
avevan sventolate, eran state tirate fuori dai loro nascondigli 
fra le tegole dei tetti. Proprio in quel distretto stesso, nel- 
r autunno di quell' anno disastroso, Garibaldi aveva pro- 
lungato di qualche settimana la guerra già perduta ed era 
passato appunto per Varese dirigendosi a sostener lo scontro 
di Morazzone. Il fatto che ora, dopo undici anni, Garibaldi 
stesso ritornava a liberarli, rendeva la liberazione ancor più 
inebbriante. L'accoglienza di Varese con quel temporale di 
mezzanotte fu la prima di ben mille altre del genere, fatte 
ai liberatori piemontesi o garibaldini nei due anni seguenti i| 
e in più che metà delle città italiane. ^ 

La rivoluzione si sparse in tutte le direzioni precedendo 
di gran lunga la linea di marcia. Non appena giungeva la 
nuova dell' arrivo di Garibaldi di qua dal Ticino, gli abi- 
tanti delle città e delle campagne, sia lungo le rive del 
lago di Como, sia su nella Valtellina fino al piede nevoso 
dello Stelvio, cacciavano a furia la polizia austriaca, forma- 



1 Cadolini, 20; Mem , 285-286; Carrano, 252-254; Peard {Cornhill, 
gennaio 1908), 101. Le descrizioni locali sono tratte dalle narrazioni con- 
temporanee e dai miei propri appunti presi percorrendo a piedi i luoghi descritti. 



Espandersi della rivoluzione 119 

vano comitati rivoluzionari e si mettevano in comunicazione 
con il commissario del Re, Emilio Visconti Venosta, che 
Cavour aveva mandato dietro a Garibaldi, perchè si assu- 
messe r amministrazione dei distretti liberati. Erano le stesse 
popolazioni patriottiche e maschie che nella primavera del 
1848 avevano lasciato i loro monti per marciare su Milano 
e arrivare in tempo per prender parte alle « Cinque Gior- 
nate ». ^ Anche questa volta con la loro sollevazione pre- 
matura essi rischiarono, e in alcuni casi ebbero anche a 
subire, le rappresaglie severe degli austriaci che non si scos- 
sero intieramente di dosso se non dopo Magenta. Agli occhi 
di Cavour questi movimenti avevano un'alta importanza poli- 
tica, ma militarmente eran poco utili a causa della mancanza 
d'armi. Da dieci anni in qua il compito principale della 
polizia austriaca era stata la caccia alle armi e quei distretti 
avevan visto più di un coraggioso cader fucilato per esser 
stato trovato in possesso di un coltello a lunga lama o di 
un vecchio fucile : ne i Cacciatori, essi stessi tanto male equi- 
paggiati, avevan portato di che armare la rivoluzione. ^ 

Garibaldi doveva ancora render fruttifera di bene, la 
sfida da lui gettata alla fortuna inoltrandosi di tanto al di là 
del Ticino molti giorni prima dell' esercito alleato. Vedendo 
che Varese offriva un' ammirabile posizione di difesa, impiegò 
il 24 e 25 maggio, a fortificarne le linee d' approccio e a 
dar riposo ai suoi uomini. Il generale Urban che veniva per 
farla finita con lui, godeva fra gli itahani la riputazione ben 

^ I lettori della Vittoria del Meredith ricorderanno i patriotti delle mon- 
tagne della Valtellina : la narrazione del libro è in perfetto accordo con la 
realtà dei fatti. 

2 Venosta, 469-492. 517; Carrano. 260, 291-292. 



20 Garibaldi e i Mille 



meritata di brutalità, e fra i suoi compatriotti quella di 
capitano impetuoso, particolarmente adatto a misurarsi con 
il famoso guerrigliero al suo stesso gioco. Lo chiamavano il 
« Garibaldi Austriaco » e gli eventi che seguirono provarono 
in pochi giorni ch'egli era davvero un Garibaldi Austriaco. * 
Non appena saputo che i Cacciatori aVevan traversato il 
Ticino, il Gyulai lo aveva mandato alla testa della brigata 
Rupprecht, consistente di 3000 fantaccini e più e di un 
intiero sussidio di artiglieria e cavalleria. L'Urban si avanzò 
da Como sulla strada di Camerlata e attaccò Varese da 
questa parte sola, dopo aver distaccata una colonna man- 
dandola sui monti di destra nella vaga speranza che essa 
riapparirebbe nel momento critico, al nord della città. Ma 
questa non si rivide più, di modo che le forze di Garibaldi 
in Varese rimanevan superiori di numero ai 2000 e più 
fantaccini che l'attaccavano, sebbene questi ultimi avessero il 
vantaggio di portar in campo l'artiglieria. ^ 

L'attacco dell' Urban si svolse il 26 maggio di buon'ora, 
in Biumo Inferiore, un sobborgo giacente alla base nord-est 
del gruppo di colli boscosi su cui Varese è amenamente 
situata in mezzo ai suoi giardini e alle sue ville. In questo 
sobborgo in pianura Garibaldi aveva collocato il Medici 
mentr' egli stesso aveva occupato la vicina collina boscosa 
di Biumo Superiore un po' più al nord, dalla qual direzione 
tanto lui che l' Urban si aspettavano che avanzasse la colonna 
austriaca perduta. Più in basso gli uomini del Medici occu- 
pavano una gran casa (ancor oggi distinta dalle altre per 
avere un busto di Garibaldi sul muro esterno) il cui giar- 



1 Mss. Milano A. B. MigUaOacca; Valle, V. G. U., 108-113; Storia 
Anedd., 119-120; Arrivabene, I. 46-47; Carrano, 352. 

* Vedi più avanti, Appendice B. Forze impegnate a Varese e a Como. 



Battaglia di Varese 121 



dinetto murato si stendeva sul lato sud della strada di 
Camerlata appena fuori di Biumo Inferiore : dall'altra parte 
della strada vi erano delle case più piccole e qualche trincea 
costruita il giorno avanti. Gli austriaci respinsero gli avam- 
posti italiani dalla fattoria di Belforte, poi avanzarono per 
un miglio di pianura tutta a filari di gelsi, ritti sul grano. 
La loro artiglieria, piantata la batteria, bombardò i volontari 
venendo alle prese con loro in Biumo Inferiore, senza però 
abbatterne il morale. Anzi quando gli austriaci si avanzarono 
alla carica i giovani italiani inferiori al nemico per le loro 
cattive armi da fuoco, ma superiori ad esso per il bollore 
dell'animo, saltarono giù dall'altra parte delle trincee e del 
muro attaccandoli alla baionetta. I cannoni levaron la batteria 
e non si rividero più in tutto il giorno. Il sole disperdeva gli 
ultimi residui della nebbia mattutina quando Garibaldi, assi- 
curatosi con accurate perlustrazioni che non vi erano colonne 
marcianti su Varese in nessun' altra direzione, scese al galloppo 
da Biumo Superiore per mettersi alla testa della colonna 
d'avanguardia. Il Cosenz portò giù altri corpi di Cacciatori 
dalle colline del sud girando l'ala sinistra degli austriaci. Questi 
si ritirarono lentamente sostando dietro ogni nuovo filare di 
gelsi per far fuoco, e facendo un ultimo tentativo di serrar 
le file una volta raggiunto il bel gruppo della vecchia fattoria 
sul poggiolo di Belforte. Ma ben presto il terreno fu sgombro 
d'ogni vestigio delle divise bianche. 

Questa battaglia di Varese costò alla madre dei Cairoli 
il primo dei quattro figH che ella diede all' Italia. Era Ernesto, 
dottore in legge, accorso a battersi come soldato semplice : 
Garibaldi che già conosceva e amava la famiglia Cairoli, 
testa del partito patriottico in Pavia, lo pianse amaramente. 
Il maggiore dei cinque fratelli, Benedetto che doveva solo 
sopravvivere a quell' età eroica, e non già per non essersi 



22 Garibaldi e i Mille 



esposto in prima fila nelle guerre garibaldine, fu poi primo 
ministro del paese che il sangue dei suoi fratelli aveva 
riscattato. 

Gli austriaci erano in rotta completa ma non e' era 
cavalleria per inseguirli. Una sezione dei Cacciatori, ancora 
digiuni, ma smaniosi di andare avanti per « accompagnare 
i loro amici un pò* più in là », come aveva proposto Gari- 
baldi, li incalzarono per altre due miglia, giù giù per burroni 
boscosi e corsi d'acqua, poi su di nuovo attraverso il villaggio 
di Malnate e la pianura coltivata al di là di questo. Ma 
furon forzati a sostare dalla retroguardia austriaca che aveva 
serrato le file sulle alture di San Salvatore per coprire la 
ritirata del grosso delle forze su Binago.^ Una gola profonda 
sui cui fianchi scoscesi era impossibile arrampicarsi se non 
aggrappandosi agli arbusti, divideva gli austriaci dagli inse- 
guitori. Un primo attacco di questi fu respinto ma alla fine 
riuscirono a girare la posizione dal nord dove la gola era 
meno profonda. Mentre la retroguardia nemica evacuava 
San Salvatore, Garibaldi raccolse a mano a mano i suoi 
uomini su Malnate poi su Varese, giacche la voce corsa 
che la colonna austriaca perduta era stata vista sui monti 
del nord lo aveva fatto temere momentaneamente per la 
salvezza di Varese. A mezzogiorno riconduceva i suoi 
uomini, tutti esultanti di gioia, nella città. Vedendo il Peard 
che non aveva davvero lasciata la sua carabina in ozio nel 
folto della battaglia e che allora camminava coi piedi piagati, 
trascinandosi dietro il peso del suo gran corpo, egli ebbe 

^ Peard {Cornhill, gennaio 1 908, 1 03- 1 04) dice chiaramente che tale era 
il carattere delle operazioni austriache; la sua narrazione quadra esattamente 
con la geografia del suolo e acquista chiarezza evidente una volta ammesso 
che egli chiama Malnate il villaggio che era in realtà Binago. Il vero Malnate 
è fra Varese e San Salvatore. 



Gli Austriaci si concentrano a Como 123 

parole gentili per V inglese e gli fece prestare un cavallo 
da un suo ufficiale. ^ 

La ben condotta difesa e quindi l'animoso attacco, 
avevano infuso alla nuova generazione di garibaldini quella 
fiducia in se stessi di cui avevano bisogno. La battaglia di 
Varese però era saggio di tattica inappuntabile in campo 
ristretto, non una meravigliosa gesta di guerra. Garibaldi 
doveva piuttosto spiegare a pieno il suo particolare genio 
strategico, il giorno dopo, effettuando la presa di Como contro 
forze che erano piìi del doppio delle sue. 

La sera stessa della disfatta di Varese, l'Urban telegrafò 
al quartier generale che quella mattina il nemico vincitore 
aveva disposto di 7000 uomini, ~ un numero due volte più 
grande del vero. Il Gyulai si allarmò seriamente a causa 
degli effetti che quelle operazioni del nord potevano avere 
sulla sua stessa posizione in Milano. Gli alleati potevano 
attaccarlo a ogni istante di fronte sul Ticino con il grosso 
delle loro forze e intanto gli si sollevavano di fianco e di 
dietro i distretti alpini, i battelli del Lago di Como eran 
caduti nelle mani dei ribelli locali, ^ e Garibaldi stava per 
raggiunger questi alla testa delle sue truppe vittoriose. E se 
Garibaldi marciasse poi su Milano nel momento critico in 
cui il grosso dei due eserciti si scontrava sul Ticino ? E se 

^ Per la battaglia di Varese mi valgo delle autorità seguenti : Mss. Milano, 
Simonetta, 19-23; Mss. Milano A. B., Plico Vili. n. 120, dee. 8, le 
tre narrazioni (inclusa « Migliavacca ») descritte nella bibliografia ; Krieg, I. 
370-371; Camp.diNap., 102; Mem., 286-292 ; Valle, V. G. U., 65-66; 
Peard, (Cornhill, gennaio 1908, 102-105) ; Elia, I. 229-233; Storia Anedd., 
121, 153; Guerzoni, I. 448-452; Cadolini. 23-24; Carrano. 268-281. 

« Krieg, I. 373. 

«Canano, 291-292. 



24 Garibaldi e i Mille 



Milano insorgesse come nel '48 ? Bisognava farla finita con 
Garibaldi. Quella notte stessa (26 maggio) l'Urban fu messo 
al comando di tre brigate : quella del Rupprecht che aveva 
appunto allora toccata la sconfitta di Varese, e quelle del- 
l' Augustin e del Schaffgotsche, più di 1 1 ,000 uomini in 
tutto. ^ Il 27, nel corso della mattina e delle prime ore del 
pomeriggio, tutti e quattro i battaglioni della brigata Augustin 
arrivarono per treno da Milano e si unirono alla brigata 
Rupprecht per la difesa della città di Como. Per tal modo, 
sebbene la terza brigata Schaffgotsche fosse ancora per via, 
l'Urban aveva otto battaglioni di fanteria, cioè 6400 uomini 
circa, oltre l' artiglieria e la cavalleria, con cui tenere Como 
contro 3000 garibaldini ancora sprovvisti di cannoni. ^ 

Como giace in basso sulla riva del lago, difesa all'ovest 
da una linea di montagne boscose così scoscese che non 
v' è esercito che possa sormontarle se non in due punti : il 
passo di San Fermo al nord, e la città di Camerlata al sud 
dove le montagne terminano. Tutto ciò che l'Urban aveva 
da fare era occupare questi due punti con le sue forze che 
eran più del doppio di quelle di Garibaldi. Ma egli preferi 
lasciare parte della brigata Augustin giù in Como, al livello 
del lago, dove non era di utilità alcuna. Concentrò come 
di rigore delle forze considerevoli alla difesa del punto 
d' approccio di Camerlata, ed egli stesso occupò il passo 
di San Fermo con una o due sole compagnie di ungheresi, 
apparentemente ignaro del fatto che una città in fondo a 
una bassura dev' esser difesa sulle alture. ^ 

1 Hohenlohe. l 206 ; Camp. d'Italia E. M. Pr., 57 ; Krieg, I. 387-388; 
Krieg (non ufficiale), 62. 

^ Krieg, I. 397-388 ; vedasi anche Appendice B. 
, 3 Krieg, I. 387-388; Mss. Milano A. B. Migliavacca ; Storia Anedd., 
123-124. 



Battaglia di San Fermo 125 



La mattina del 27 maggio, Garibaldi inoltrandosi per 
il campo di battaglia del giorno avanti, cominciò la sua 
marcia per la strada maestra che conduce a Camerlata, 
come se stesse per attaccare da quel lato i difensori della 
città. E quivi, essi, tratti in inganno da alcune fìnte opera- 
zioni del Cosenz a Olgiate, continuarono ad aspettarlo anche 
un pezzo dopo che il grosso dei Cacciatori aveva voltato 
a sinistra nella direzione nord. Seguendo delle viuzze cam- 
pestri attraverso un labirinto di colli tutti a boschi e vigneti, 
gì* italiani arrivarono verso le quattro del pomeriggio in faccia 
al mal guardato passo di San Fermo fiancheggiato di qua 
e di là da alte montagne. Mentre attraversavano il villaggio 
di Cavallasca, i Cacciatori si videro apparire dinnanzi la 
posizione che stavano per attaccare : una vallicella e il suo 
fiume in basso, e al di là il dolce pendìo d' un colie in cima 
al quale torreggiavano l'abside e il campanile della vecchia 
chiesa di San Fermo ; tanto questo edificio su un lato della 
strada, che un piccolo albergo sull' altro, rigurgitavano di 
ungheresi i cui fucili sporgevano in lunghe file dai loro 
nascondigli, dominando così il pendìo, dal fiume in su. Delle 
squadre di fianco furono spiccate a destra e a sinistra ad 
occupare le due colline sovrastanti la chiesa e il villaggio 
e un' altra compagnia ricevette da Garibaldi 1' ordine di 
avanzarsi alla carica sulla strada di fronte non appena il 
fuoco fosse cominciato sui fianchi. Alla testa di questa com- 
pagnia stava il prode De Cristoforis, studente e patriotta 
del più nobile genere in quell'età d'oro del patriottismo ita- 
liano. Benché si fosse già distinto nella piccola campagna, 
ora egli sfortunatamente trascurò di spiegare i suoi uomini.^ 



1 Mss. Milano A. B. Migliavacca ; De Cristoforis, 324 e passim ; Guer- 
zoni, I. 456, nota. 



26 Garibaldi e i Mille 



Mentre si slanciavano alla carica in colonna, su per la strada, 
furon respinti da una terribile scarica^ fatta su loro dalla 
chiesa e dall'albergo. Il De Cristoforis stesso cadde mortal- 
mente ferito e due suoi ufficiali stramazzarono a terra nello 
stesso momento. Ma per lo sviluppo preso nel frattempo 
dagli attacchi di fianco, l'attacco di fronte potè esser rinno- 
vato e le due deboli compagnie ungheresi attaccate in breve 
alla baionetta furon fatte prigioni o cacciate in fuga fuori 
del villaggio, al di là di esso. 

I Garibaldini eran così riusciti a installarsi sul valico 
del passo. E quando, ormai troppo tardi, accorsero da Como 
e da altre direzioni, dei grossi corpi austriaci, cominciò un 
infuriare di scontri confusi e minori fra le vigne e le ginestre, 
sul sommo del valico e sulle falde delle montagne boscose 
che si stendevano da una banda e dall'altra. GÌ' italiani si 
batterono più che altro alla baionetta e Garibaldi era dap- 
pertutto, dove più ferveva la mischia. Gli ufficiali'fedeli alla 
norma garibaldina per ottener successo nel comandare i 
volontari novizi, si esposero a ogni pericolo in prima fila. 
Il Cosenz si avanzò con i suoi e il Medici respinse un'altra 
divisione del nemico verso Camerlata al sud. 11 giorno dopo, 
il Bixio scrivendo a sua moglie, ^ narrava che Garibaldi 
impartiva i suoi ordini a cenni, e i soldati si slanciavano a 
eseguirli con l' impeto di un torrente, aggiungendo : « sono 
nella poesia ». 

Alla fine gli austriaci si dettero per vinti e presero la 
fuga giù per il burrone, lungo la strada che precipita a 
zig-zag per molte centinaia di piedi da San Fermo a Como. 



^ Mss. Bologna, Bixio, Como, 1859. (Nella copia di Bologna si legge 
erroneamente 4 giugno, ma dal contesto e dalle referenze della lettera seguente, 
si vede che la vera data è 28 maggio). 



Occupazione di Como 127 

Dall'orlo del passo su cui avevan fatto sosta, i garibaldini 
vittoriosi potevano vedere giù giù in basso, le riserve della 
brigata Augustin che brulicavano come puntolini bianchi 
sulla piazza d'Armi fuori delle porte della città e i loro pezzi 
d'artiglieria rimasti inoperosi sugli affusti. Era venuto per 
Garibaldi il momento di prendere una delle sue grandi 
decisioni. Doveva o non doveva egli comandare ai suoi 
soldati di scender il fianco del monte ed entrare in Como, 
nel bel mezzo di un nemico più numeroso ma demoralizzato ? 

« Per un certo tempo — scrive il Peard — si continuò a 
far fuoco serrato sul burrone dalla nostra altura che lo dominava, 
poi proprio mentre il sole spariva e cominciava l'imbrunire, tutte 
le truppe alla nostra sinistra furon raccolte in file sulla strada 
maestra. 

Dopo poco Garibaldi a cavallo, venne a mettersi alla testa 
della colonica con il suo stato maggiore e la visiera del berretto 
calata fin sugli occhi, Il solo segno eh' egli abbia mai dato d' esser 
in preda a pensieri gravi, un vero barometro del suo stato d' animo 
come lo era il dimenarsi irrequieto del suo povero moncherino, 
per il Nelson. Poi cominciammo a muoverci tutti quanti. Mentre 
scendevamo per l'ampio stradone, l'oscurità ci si addensava intorno. 
Avendo visto la formidabile colonna che occupava la Piazza d'Armi, 
tutti si aspettavano d' incontrare uà qualche fiero contrasto prima 
di raggiungere Como. Di mano in mano che ci avvicinavamo al 
al punto che si supponeva sarebbe stata la scena d' una lotta corpo a 
corpo, gli alt si succedettero frequenti sebbene non durassero 
che pochi minuti. Le truppe si dettero a regolare la postura delle 
fiaschette e d' ogni cosa che producesse rumore ; pareva che 
camminassero con una leggerezza insolita ; non si udiva nemmeno 
il calpestìo d' un sol passo. Il silenzio si faceva quasi penoso. Cosi 
giungemmo alle prime case del sobborgo. Non appena videro 
avanzarsi la colonna, gli abitanti misero i lumi alle finestre e 
cominciarono il grido di « Viva Garibaldi », ma qualcuno corse 



128 Garibaldi e / Mille 



a loro scongiurandoli di mantenere il silenzio. Attraversammo il 
sobborgo veloci : ma dov' erano gli austriaci che avevamo visti 
numerosi in possesso della località soltanto un'ora o due prima? 
Siamo fuori del sobborgo ; all' ingresso della città (Como) sta una 
fitta massa di figure con torce in mano. Come per incanto appaiono 
lumi a tutte le finestre e invece di una tempesta di palle austriache 
ci saluta il grido assordante di « Viva l'Italia », « Viva Garibaldi^. 
Il popolo era pazzo di gioia. Marciava brandendo delle torce 
ai due lati del cavallo di Garibaldi, a cui e giovani e vecchi 
facevano a gara a baciare i piedi e i vestiti. Dei vecchi con le 
guancie bagnate di lagrime, e delle giovanette ci gettarono le braccia 
al collo salutandoci come i loro liberatori. Era .un frastuono 
immenso. Lo scampanio dei campanili che suonavano a stormo, 
e la musica delle bande, erano soffocati dagli evviva della folla 
raccolta nella gran Piazza. Il maresciallo Urban con otto suoi 
battaglioni, ^ una batteria di cannoni e qualche squadrone di ulani, 
aveva evacuata la città quasi un'ora prima del nostro arrivo. » 

Fu una notte di vero giubilo. Perfino quei soldati che 
il Bixio aveva troppo spesso coperti di parolaccie e percossi 
con la lama della sciabola andarono a dirgli che lo amavano 
dacché lo avevan seguito in battaglia quel giorno. ^ 

L' Urban era in piena fuga. Tanto Como che Camerlata 
eran stati abbandonati con tanta precipitazione che larghe 
provviste di armi, provvigioni e denaro, caddero in mano 
dei vincitori. 

1 Non che avesse otto battaglioni in Como stesso; ne aveva otto in tutto 
contando quelli di Camerlata e di Como. 

^ Per la battaglia di San Fermo, mi baso sulle autorità seguenti : Mss. 
Milano, Simonetta, 23-28 ; Mss. Milano A. B.. Plico Vili. n. 120, doc. 8, 
specialmente il Ms. M/g//ai;acca ; Krieg, I. 387-388; Mem., 292-297 ; Peard, 
(Cornhill, gennaio 1908), 105-109; Cono. Marchetti; Elia, I. 234-238; Cado- 
lini. 24-29 ; Carfano, 288-324 ; De Cristoforis, 3 1 8-338 ; Bertani, 1. 377 ; Guer- 
zoni, I. 455-458 ; Mss. Bologna, Bixio, lettera da Como, per cui vedasi più sopra. 



Garibaldi ritorna a Varese 129 

« Non solo si lasciò che Garibaldi occupasse Como — scrìve il 
famoso autore delle Lettere Strategiche, — ma il fianco e la riserva 
austriaca correvano pericolo cosi grave che tutto il primo corpo 
ricevette l' ordine di ritirarsi a Milano dove doveva arrivare qualche 
giorno più tardi... Così Garibaldi con soli 3000 uomini mise in 
scacco tre brigate dell' Urban e tutto il primo corpo d'esercito ».^ 

Garibaldi sapeva bene che T Urban non avrebbe tar- 
dato a raccogliere a Monza e a Milano le due brigate scon- 
fìtte, per unirle colla brigata Schaffgotsche e ritornare così 
a tenergli testa con forze soverchianti. Intanto essendosi assi- 
curato due o tre giorni di respiro con la vittoria del 27 
maggio, egli risolse di mettere a profìtto il breve intervallo. ^ 
Il 29, dopo aver concesso ai suoi uomini il necessario riposo 
d' un giorno a Como, egli messosi alla loro testa li fece ritor- 
nare indietro per Varese affidando la difesa della città e 
del lago di Como ai patriotti locali e a un distaccamento 
di Cacciatori. Il suo scopo era un segreto per i suoi stessi 
uomini ; lasciò correre la voce che si andava incontro alla piccola 
batteria da montagna mandata dietro a loro dal Cavour. Ma 
avendo trovato i cannoni già in salvo a Varese, trapelò che 
il vero scopo della marcia doveva essere la presa del porto 
di Laveno sul Lago Maggiore. Laveno era la base dell* ordi- 
namento di navigazione austriaco che assicurava ancora le 
acque di quel lago occidentale alla bandiera nera e gialla, 
mentre le acque e tutte e due le sponde del lago più orien- 
tale di Como erano già sotto il tricolore bianco, rosso e 

1 Hohenlohe, I. 1 7 1 . Lo scrittore austriaco del Krieg (non ufficiale), 64, dice 
che il 28 maggio, un'altra brigata era stata mandata a tener Bergamo contro 
Garibaldi : « 4 brigate e un intero corpo d' esercito furono paralizzati da 3000 
cacciatori delle Alpi ». 

«Hohenlohe. I. 179. 

Garibaldi 9 



130 Garibaldi e i Mille 



verde. La notte del 30 i garibaldini tentarono una sorpresa 
sul fortino difeso da 590 uomini e sui battelli del porto, 
ma una delle colonne si smarrì nell' oscurità e la sorpresa 
abortì. La mattina dopo questo smacco di Laveno, giunse 
la poco gradita notizia che l'Urban e le sue tre brigate 
complete, — più di 1 1 ,000 uomini — erano alle porte di 
Varese dove appunto Garibaldi stava per ritirarsi. Non gli 
rimaneva ormai più che salire sulle falde della montagna 
chiamata Campo di fiori — un alpino campo di fiori alto 4000 
piedi — che domina la città. Disceso fino a Sant'Ambrogio, 
egli vi rimase per protegger di là gh abitanti di Varese 
che erano scappati a cercar rifugio nell' alto villaggio di 
Santa Maria del Monte. Da tanta altezza quei disgraziati 
cittadini assistevano al bombardamento delle loro case vuote 
giù in Varese, ordinato dall' Urban per punirli del modo 
con cui avevan ricevuto i liberatori. 

Anche questa volta come già nel 1849, Garibaldi si 
vedeva davanti la prospettiva di essere inseguito sui monti 
come selvaggina da caccia, sebbene stavolta potesse con- 
tare sul morale superiore delle sue forze per protrarre 
indefinitamente la campagna nei luoghi forti delle Alpi. Nes- 
suno più di lui sarebbe stato capace di condurre una guerra 
del genere; pure non era da aspettarsi che 3000 uomini 
potessero mai sopraffarne 1 1 ,000, a meno che 1' Urban cadesse 
ripetutamente nell' errore di suddividere le sue forze ormai 
quadruple di quelle dell' avversario. Per il momento Gari- 
baldi trovandosi a sole poche miglia da Varese era in peri- 
colo imminente di sconfitta. Perciò al sopravvenire della notte 



1 Carfano, 324-356; Hohenlohe. I. 179; Guerzoni, I. 458-463; Krieg, 
I. 449-451; Camp, di Napoli, 104-106; Nievo. 310-311; Mem., 298-300; 
Valle, V. G. U., 101-113. 



, Garibaldi lascia Como 131 

del primo giugno, egli, con una marcia rapida e segreta 
per sentieri di montagna, ricondusse le sue forze a Como 
che era rimasto nelle mani dei patriotti. Nello stesso tempo 
r Urban riceveva 1' ordine di ritirarsi con parte delle sue 
truppe, che Vittorio Emanuele e il General Cialdini ave- 
vano riportato la vittoria di Palestro. Richiamato così e 
obbligato a lasciar le piste di Garibaldi, 1' Urban non fu 
però inviato sul campo delle operazioni principali e i suoi 
1 1 ,000 uomini risultarono inutili nella giornata decisiva del 
4 giugno, quando Napoleone traversato il Ticino, vinse 
una « battaglia di soldati » a Magenta. Dopo la tanto con- 
trastata vittoria dei francesi, il Gyulai evacuò la Lombardia 
afforzandosi nel quadrilatero per cui la sua anima poco 
avventurosa aveva tanto sospirato prima, quando avrebbe 
solo dovuto avere un unico pensiero, quello di avanzare su 
Torino. ^ 

Nella giornata del 5 giugno la notizia della vittoria di 
Magenta raggiunse Garibaldi a Como. In un lampo egli 
afferrò la nuova situazione creata dalla grande battaglia, e 
quella stessa notte levò le tende, agendo come ala sinistra 
mobile dell' esercito alleato che marciava allora verso la 
Lombardia. U 6 giugno le rive del più bel lago d' Europa 
videro passare i battelli carichi di Cacciatori, al grido e ai 
cenni di giubilo dei contadini accorsi giù alla sponda o su 
in alto fra i castagni dei boschi. Fatto il giro della punta 
di Bellagio, i piroscafi sbarcarono il loro carico a Lecco, 
prima che cadesse la sera: così Garibaldi aveva già pas- 
sato r Adda, quando il grosso dell' esercito aveva appena 

i Hohenlohe, I. 181-185, 200, 203; Carrano. 345-362; Rio. Mil. It., 
gennaio 1873, pagg. 228-230. 



132 Garibaldi e i Mille 



oltrepassato il Ticino. Da Lecco egli tirò avanti verso Ber- 
gamo e Brescia, per una strada pericolosissima parallela a 
quella seguita dal grosso degli austriaci nella ritirata sul 
quadrilatero. Ma egli si servì ora delle sue cinquanta guide 
a cavallo con l'abilità e il vigore già mostrati nella ritirata 
del 1 849 nel servirsi della cavalleria. ^ Mandò destramente 
a vuoto le manovre degli austriaci a Ponte San Pietro, e 
sostenne uno scontro piccolo ma vigoroso a Seriale, dove 
la sola compagnia di Narciso Bronzetti mise in rotta tutto 
un battaglione di ungheresi. ^ Per tal modo egli arrivò sano 
e salvo a Bergamo prima, poi a Brescia, le due città subal- 
pine che si dividevano fra di loro la riputazione, nata dai 
terribili sacrifici sostenuti nei giorni del dolore, di essere 
le più patriottiche città lombarde. 

L' 1 1 giugno, Giovanni Visconti Venosta, fratello del 
Commissario regio, Emilio, fu testimonio di una scenetta 
curiosa e caratteristica che ebbe luogo nel quartier mag- 
giore di Garibaldi a Bergamo. Una mezza dozzina di uffi- 
ciali austriaci fatti prigionieri sul campo, furono condotti 
davanti al Generale. Arrivarono alla presenza del « dia- 
volo rosso » con la forzata compostezza di chi è risoluto a 
morire. Le truppe che erano al loro comando, gì' ignoranti 
contadini della Croazia, solevan raccontare agi' italiani che 
li facevan prigionieri, come essi stessi avessero visto il 
« Garibalda » nel folto della mischia a Varese e a Como, 



^ Vedasi : Trevelyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, 270-27 ! . 

^ Mss. Peard, 87-94; Carrano. 376-411; Guerzoni, I. 475-479 ; Elia. 
I. 267-271. Quest'azione valorosa e straordinaria del Bronzetti a Seriale, 
per cui sconfisse 800 ungheresi con 100 Cacciatori, può forse spiegarsi in 
parte con l'apatia politica degli ungheresi per la causa austriaca. Il signor 
Marchetti mi dice che in questa campagna i croati resistevano sempre più degli 
ungheresi. 



Marcia su Brescia 133 



insensibile alle palle che gli rimbalzavano dalle spalle a 
guisa di grani di grandine, e come sapessero bene ch'egli 
mangiava le carni dei suoi prigionieri. ^ I loro ufficiali non 
dividevano queste superstizioni, ma avevano la ferma con- 
vinzione che il fiero guerrigliero da essi perseguitato a morte 
nel '49 con sua moglie e i suoi fedeli, ordinerebbe l' ese- 
cuzione immediata di ogni austriaco che cadesse in suo 
potere. Così quando egU invece si levò e andò a stringer 
la mano a ciascuno dei sei prigionieri con una parola di 
lode per il loro coraggio, e di pietà per la loro sventura, 
il Venosta vide i loro visi trasformati da un* espressione di 
profonda sorpresa e gratitudine. ^ 

La notte dal 1 2 al 13 giugno passò in una marcia peri- 
colosa per raggiungere Brescia. Evitate destramente le colonne 
dell' Urban, Garibaldi si avanzava nell'oscurità per un sen- 
tiero tortuoso serpeggiante sui fianchi del Monte Orfano, 
quando, dato uno strappo alle redini, si fermò tendendo 
l'orecchio — al suono lontano dei cavalli scalpitanti o dei 
cannoni, come i suoi ufficiali pensarono. Ma in realtà, il gor- 
gheggio improvviso di un usignuolo sul suo capo, in quella 
luce lunare, l'aveva trasportato in un attimo in un'altra sfera 
dove egli viveva la vita intima dell'anima 

« Qualche mondo remoto dal nostro 
Dove raggio di luna e concenti 
Sentir, son tutt' uno ». 



1 Cono. Marchetti; Valle, V. G. U., 84, nota; Carrano, 282; Cado- 
lini, 1 4. Gli austriaci lo chiamavano « rothteufel » nel '59 {Risorg, , anno I, 
V. IIOI, nota), sebbene egli allora non portasse la camicia rossa. II nome 
veniva forse in parte dal colore dei suoi capelli, in parte dalla camicia rossa 
del 1848-49, che essi ancora ricordavano. 

2 Venosta, 512-513. 



134 Garibaldi e i Mille 



Sedette a lungo immobile ed assorto come in estasi 
finche il suo seguito si fece ardito a riscuoterlo. La mattina 
entravano in Brescia al sicuro, dopo una delle marcie più 
azzardose della campagna. ^ 

A Brescia, Garibaldi cessò dall' esercitare il comando 
indipendente. Continuò a agire come ala sinistra avanzata degli 
eserciti alleati, mentre questi procedevano verso l'estremità 
meridionale del lago di Garda, ma sotto gli ordini di Vittorio 
Emanuele, non piìi sulla sua propria responsabilità. La notte 
dal 14 al 15 giugno ricevette dal quartiere generale l'ordine 
di avanzare su Lonato e la comunicazione che sarebbe 
seguito da quattro reggimenti di cavalleria e due batterie 
a cavallo. Mettendo in atto questi ordini il giorno dopo, 
egli trovò che il suo fianco destro era minacciato dagli 
austriaci mentre non vi era segno della promessa cavalleria. 
Procedendo egli stesso con parte delle forze fino a Lonato, 
fu costretto a lasciar l'altra parte con il Cosenz, il Medici 
e il ribelle ungherese Tiirr, a difesa della linea di comu- 
nicazione ai Tre Ponti. Non andò molto, e la retroguardia 
fu attaccata; si difese con successo, poi si avanzò respin- 
gendo il nemico al sud per due miglia di qua e di là del 
canale La Lupa, finche giunta al Ponte S. Giacomo si trovò 
aver accostato dei grossi corpi austriaci. Il Cosenz allora 
ordinò di fare alt, ma il Tiirr si spinse avanti venendo così, 
senza bisogno, alle prese con un' intera brigata austriaca. 
Il valoroso Narciso Bronzetti, l' eroe di Seriate, uno dei 
migliori ufficiali di Garibaldi, cadde mortalmente ferito. Si 



^ Dumas, I. 66-67 ; Stiavelli, 181-182. Vedasi Luzio, Corriere della Sera, 
15 settembre 1907, sul valore di narrazioni simili date dal Dumas e basate 
sul Ms. di Garibaldi stesso, Mem., 306; Carrano. 492 e Mss. Peard, 92, 
danno la data e le circostanze di questa marcia. 



Battaglia dei Tre Ponti 135 

cominciò una ritirata precipitosa, e Garibaldi arrivando al 
galoppo dalla strada di Lonato, nella direzione delle schiop- 
pettate, incontrò alcuni dei suoi che se la davano a gambe 
lungo il canale. La sua collera terribile li richiamò subito 
al dovere, ma sebbene la battaglia fosse ripresa e riuscisse 
favorevole come operazione difensiva dei Tre Ponti occupati 
già dalla mattina, pure il contro attacco cominciato da quella 
posizione con successo, era fallito per la sventatezza del 
Tiirr. Ogni pericolo per la situazione fu scongiurato dal- 
l'arrivo ritardato della cavalleria regolare. Gli austriaci 
ammisero di aver perduto in questa battaglia, come a Varese 
e a Como, fra i cento e i duecento uomini, ma le perdite 
degli italiani in questo scontro dei Tre Ponti non furono 
certo inferiori alle loro, contando i prigionieri.^ 

Dopo ciò Garibaldi fu mandato a Salò sul lago di Garda 
che fa ivi un seno assai profondo, e là in vista di tutte le 
Alpi veronesi e delle alture di RivoH sull'altra riva, egli 
fece i preparativi per passare le acque, tenendo per fermo 
che marcerebbe per il Veneto come aveva marciato per 
la Lombardia in qualità di ala sinistra avanzata degli eserciti 
alleati. Intanto le sue forze cominciarono ad aumentare rapi- 
damente di numero, salendo a 12.000 volontari nel breve 
giro di un mese. Ma ancor prima che raggiungessero questo 
numero, le sue grandi speranze furono frustrate dall' ordine 
mandatogli a Salò dal quartier generale il 20 giugno, di 
trasportare le sue forze fuori dal teatro della guerra, sulla 
remota Valtellina. Qualunque fosse il motivo che aveva 
suggerito quest' ordine, i Cacciatori si sdegnarono al vedersi 

1 Carfano, 412-435; Guerzoni, I. 480-482; Mss. Peard, 95-99; Mem. 
307-309; Krieg, I. 371, II. 88-91 ; Elia, I. 111-11 ì-, Mario, 141-144; Mss. 
Milano, Simonetta, 48, 



136 Garibaldi e i Mille 



mandati alla retroguardia, proprio quando stavano per diventare 
un corpo considerevole di numero. L' invasione austriaca nella 
Valtellina era una chimera come ben s' apponeva Garibaldi, 
e come ben credevano forse quelli stessi che avevano ema- 
nato l'ordine/ Le forze nemiche che occupavano il piede 
dello Stelvio sul fianco italiano, non richiedevano 12.000 
Cacciatori a contrastar loro il passo nella valle. Ai primi 
di luglio il Medici e l'avanguardia li scacciarono facilmente 
da Bormio e il Bixio inseguendoli su per il passo stabilì 
una catena d'avamposti sulle nevi perpetue, dove durante 
il breve continuarsi della guerra i patriotti italiani e tirolesi 
rimasero a vigilarsi a vicenda su quella vasta e candida 
linea di confine che la natura ha posto fra la patria dell' Hofer 
e quella di Garibaldi.^ 

Giovanni Visconti Venosta, nativo della Valtellina stessa, 
nominato commissario locale della valle sotto suo fratello 
Emilio, ebbe occasione di notare in quella località alcuni 
fenomeni che non tardarono a diventare comuni in tutta Italia. 

•« Garibaldi, quando attraversava un paese — egli ha scritto — 
sebbene allora non portasse la camicia rossa, non si sarebbe detto 
che fosse un generale, ma il capo d'una religione nuova, seguito 
da turbe fanatiche. Né meno degli uomini erano entusiaste le 
donne che portavano perfino i loro bambini a Garibaldi perchè 
li benedicesse o perfino li battezzasse. A queste turbe che gli 
si affollavano intorno, Garibaldi soleva rivolgere la parola con 
quella bellissima voce, eh' aveva pure la sua parte nel fascino 



^ Non so se l'ordine fosse dato in buona fede per pure ragioni militari, 
o piuttosto per liberarsi dei garibaldini per motivi politici o gelosie di profes- 
sione. Che vi siano prove evidenti del vero motivo ? 

^Mem. 311-315; Carfano, 445-447, 453-496; Mss. Peard, 110-119; 
Nievo, 3)4; Cadolini, 34. 



Nella Valtellina 137 



ch'egli esercitava... « Venite ! Chi rimane a casa è un vile! Io non vi 
prometto che fatiche, stenti e fucilate. Ma vinceremo o moriremo. » 
E dopo simili parole che non erano allegre, l'entusiasmo saliva 
al massimo grado... Fu un delirio; e la folla si sciolse commossa, 
commentando le parole del Generale: molti avevano le lacrime 
agli occhi. » 

ì montanari della Valtellina che non erano soltanto degli 
schiamazzatori come taluni delle popolazioni più meridionali 
su cui egli esercitò la stessa malìa, si arruolarono a frotte — 
400 dalla sola cittadina di Morbegno. Ma Garibaldi stesso 
non era un buon organizzatore. Il Visconti Venosta ricorda 
che al sentire che certi fornitori erano venuti a domandargli 
di firmare i loro contratti, egli proruppe dicendo : 

« Come ? quei mascalzoni di fornitori a cui procuriamo l'onore 
di vestire quei bravi giovani venuti a dar la vita per la patria 
mentre essi poltriscono a casa, osano domandar contratti, patti 
e firme? Non basta l'ordine mio o suo? Li mandi al diavolo! 
Se non sono nemici, non sono certo patriotti ! Non se ne fidi ! y> 

Il contratto fu fatto in regola, ma la scena rivela la 
natura dell' uomo. ^ 

Mentr' erano in cammino per la Valtellina, i garibaldini 
erano stati raggiunti dalla notizia della gran battaglia di 
Solferino, a cui, com' essi pensavano, avrebbero avuto ogni 
ragione di prender parte. Gli austriaci che si erano ritirati 
di là dal Mincio, lo avevano improvvisamente riattraversato 
ingaggiando un'ultima e fiera battaglia per il ricupero della 
Lombardia, il 24 giugno. Dopo un terribile macello, si 
ritirarono un' altra volta e per sempre dalla Lombardia. Ma 

^ Venosta, 544-546; Rusconi, 67, 



38 Garibaldi e i Mille 



i francesi e gl'italiani non avevano sofferto gran che meno 
di loro e la loro avanzata verso le fortezze del quadrilatero 
fu ritardata. Una settimana dopo arrivava la notizia che 
distruggeva ogni speranza e scatenava tutte le furie dei 
patriotti italiani, dai garibaldini nella Valtellina ai più remoti 
cospiratori siciliani : l' Imperatore dei francesi e quello degli 
austriaci si erano incontrati a Villafranca e avevano firmato 
i patti della pace. 

Garibaldi e i suoi volontari non avevano rappresentata 
una parte decisiva nella guerra del 1 859 che era stata vinta 
dagli eserciti regolari sui campi di battagHa della pianura 
lombarda, pure la piccola e ardita campagna, svoltasi sulle 
montagne boscose intorno a Varese ed a Como, rimase 
cara a ogni vero italiano perchè ricca di quella pretta atmo- 
sfera di pura poesia, propria del Risorgimento. Ne la cosa è 
priva d'interesse dal punto di vista della tecnica, giacche 
sta a provare quanto Garibaldi e i suoi sapessero tener testa 
alle migliori truppe austriache guidate da uno dei loro più 
distinti generali, e quanta ragione abbiano i suoi detrattori 
quando dicono che egli sapeva sconfiggere soltanto dei napo- 
letani. Lo studioso imparziale ha ogni ragione di condi- 
videre l'ammirazione dello storico militare prussiano per 
quel capo, guidati dal quale 3000 giovani volontari con cattive 
armi da fuoco e senza cannoni, poterono vincere un numero 
doppio di austriaci addestrati nella disciplina delle armi, equi- 
paggiati a puntino e con un treno completo di artiglieria, riu- 
scendo così ad allontanare dal teatro principale della guerra 
tre intere brigate ammontanti a più di 1 1 ,000 uomini. ^ 

^ Hohenlohe, I. 206. E ben vero eh' egli dice « i 3000 tiratori e alpini » 
di Garibaldi, ma in realtà essi non erano né tiratori, né alpini. 



Importanza della Campagna alpina 139 

Eppure r importanza principale della campagna alpina 
sta forse nel fatto che essa fu il campo su cui il capitano 
di guerriglia disciplinò le poche forze speciali con cui doveva 
compiere il lavoro dell' anno seguente. Fu là sulle Alpi, 
nel 1 859, che i garibaldini acquistarono quelle doti di guerra 
e queir illimitata fiducia in se stessi e nel loro duce che li 
pose in grado di conquistare la Sicilia e il napoletano 
nel 1860. 



CAPITOLO VI. 
Villafranca e suoi effetti. 



■« Peace, peace, peace, do you say ? 

What ! With the enemy' s guns in our ears ? 

With the country* s wrong not rendered back ? 
What ! While Austria stands at bay 

In Mantua, and our Venice wears 

The cursed flag of the yellow and black ? * 

Mrs. BROWNING. First News from Villa/ranca. 



Non si può giustamente biasimare Napoleone III per 
aver fatto la pace dopo la battaglia di Solferino. Certo, se 
si fossero potute adoprare tutte le forze della Francia e 
del Piemonte ad espellere gli eserciti austriaci dal quadri- 
latero, ci sarebbe stata una buona promessa di successo 
dopo una campagna sanguinosa e prolungata. Ma quali 
si fossero i risultati probabili di una lotta leale, vi eran serie 
ragioni per temere che non si potesse continuare a tenere 
,il campo libero da ingerenze. La Prussia cominciava a consi- 
derare se non dovesse acciuffar l'occasione per i capelli e 
invadere la frontiera della Francia sul Reno. La Russia, 
che aveva tenuto in scacco la Prussia con la sua amicizia 
per la Francia, si era alienata da questa, a causa delle 
insurrezioni popolari della Toscana e della Romagna, che 
davano un carattere rivoluzionario alla guerra e a causa del 
complotto fra Napoleone, Cavour e Kossuth per sollevare in 
armi la nazione ungherese, giacche le vicende dell'Ungheria, 
a sopprimer la quale nel 1849 l'Austria era stata aiutata 
dalle truppe dello Czar, influenzavano sempre la pressione 
barometrica politica della Polonia. Il partito clericale fran- 



142 Garibaldi e i Mille 



cese si faceva sempre più apertamente recalcitrante davanti 
al corso che gli eventi prendevano in Italia, in particolar 
modo per l' incoraggiamento dato ai sudditi ribelli del Papa 
in Romagna. 1 soldati francesi erano mal soddisfatti dello 
scarso sostegno che potevano ottenere dalle provincie italiane 
allora allora riscattate. Napoleone sapeva che una sola scon- 
fìtta poteva fargli perdere il trono, e quand'anche fosse stato 
pronto a rischiare questa perdita sua propria, in ogni modo 
non aveva il diritto di esporre la Francia a esser conqui- 
stata dalla Prussia per correr dietro a disegni che per 
quanto generosi, toccavan più davvicino lui e l' Italia che 
non la Francia. Snervato dai calori di un estate italiano, 
conscio che il suo cattivo generalato era sfuggito al meritato 
castigo soltanto in grazia del generalato ancor peggiore del 
Gyulai, inorridito dalle stragi a cui aveva assistito su due 
campi di battaglia strenuamente conquistati, egli non cono- 
sceva la forza confidente e incallita del vincitore di Eylau 
e Borodino. E così, evitare la sua Lipsia e il suo Waterloo 
mentr'era ancora in tempo, fu la risoluzione di Napoleone III. ^ 
Ma se mal si potrebbe fare il processo alla saviezza 
del consiglio per la pace, i termini di essa, stabiliti segre- 
tamente e affrettatamente dai due Imperatori a Villafranca 
rimangono pur sempre mostruosi. Quei termini non solo 
abbandonavano all'Austria il territorio veneto ancor occupato 
dalle sue armi, ma decretavano la restaurazione del dispo- 
tismo ducale e papale nella Toscana, a Modena e nella 
Romagna. Negli ultimi tre mesi queste provincie erano 
insorte una dopo l'altra adottando dei governi provvisori ben 
ordinati, sotto la protezione del Piemonte. Il buon vecchio 



1 La Gorce, III. 1 02- 1 04 ; Ollivier, IV. 217-218; Bianchi. Vili, 142-143 ; 
Mérimée, I. 52-56; Ghiaia, Poi. Segr., per l'Ungheria, ecc. 



Villaf ranca 143 

e rimbambito Granduca di Toscana non era mai stato perdo- 
nato dalle sue popolazioni per aver permesso l'occupazione 
austriaca del 1 849, sebbene egli fosse riuscito a mettervi fine 
sette anni più tardi. 

Ora nel 1859 al suo rifiuto di partecipare alla guerra 
nazionale, i sudditi gli avevan dato lo sfratto mandandolo 
in carrozza alla frontiera, con un gioviale « arrivederci in 
Paradiso ». Ciò era accaduto alla fine d'aprile; nel giugno, 
dopo Magenta, i ben maggiori despoti di Modena e 
Parma eran fuggiti dai loro territori con le guarnigioni 
austriache, e il ritiro simultaneo delle divise bianche da 
Bologna, era stato il segnale dell'insurrezione fra i sudditi 
romagnoli del Papa. La proposta segnata il mese dopo a 
Villafranca, di restaurare il vecchio ordine di cose, coinvol- 
geva il ritorno delle armi austriache, giacche non era conce- 
pibile che la conquista liberticida di Firenze e di Bologna 
si potesse compiere con le truppe francesi dello stesso 
liberatore di Milano. Per di più il trattato si prendeva gioco 
delle aspirazioni dell' Italia, proponendo una Federazione 
di Stati italiani sotto la presidenza del Papa, nella quale era 
chiaro che l'Austria avrebbe esercitata un' influenza preva- 
lente. « Forse — disse un amico di Napoleone, lo scaltro 
e cinico Prospero Mérimée — forse la pace era necessaria, 
ma noi non avremmo dovuto cominciare così bene, soltanto 
per lasciare 1' Italia in un guazzabuglio peggiore di prima » . ^ 
Accettando quei termini come definitivi e soddisfacenti, il 
Piemonte si sarebbe assicurata la Lombardia e fors' anche 
Parma, ma ne avrebbe pagato il fio perdendo il suo primato nel 
movimento patriottico e l'annessione del resto della Penisola. ^ 



lOllivier. IV. 136, 269; Trollope, li. 217-222. 
2 Bianchi. Vili. 154; La Gorce, III. 108-112. 



144 Garibaldi e / Mille 



Quando Cavour seppe che i due Imperatori, senza con- 
sultarlo o almeno farlo avvisato, avevano così crudelmente 
disposto dei diritti dell' Italia, V inveterata padronanza 
di se stesso, gli cadde dal viso come una maschera. Il 
mondo, attonito, ebbe una visione del fuoco interno di 
queir uomo, della fornace che infondeva moto alla macchina 
perfetta e scorrevole ; apprese che il cuore con cui egli 
amava 1' Italia era della stessa natura del cervello con cui 
la serviva. Per qualche ora, Cavour, davanti ai fatti com- 
piuti, si mostrò più ostinato e frenetico dello stesso Gari- 
baldi nei suoi quarti d'ora peggiori di caparbietà. Consigliò 
il Re di respingere il trattato e continuare la guerra lui 
solo. Quando Vittorio Emanuele rifiutò di commettere un 
suicidio nazionale adottando quella misura, egli si abbandonò 
a uno scoppio d' ira ; fra quei due uomini che si ammira- 
rono sempre ma non si amarono mai, segui una scena vio- 
lenta e Cavour fu visto lasciare la presenza reale gestico- 
lando furiosamente, rosso in viso « come una fornace », con 
le labbra tremanti, « spettacolo singolare e terribile » per 
i suoi amici. Durante quelle pericolose giornate della pazzia 
di Cavour, Vittorio Emanuele, sebbene egli stesso amara- 
mente umiliato dalla pace di Villafranca, non perdette la 
testa. Con una percezione più giusta dei sacrifizi e dei rischi 
sostenuti da Napoleone per 1* Italia, egli nutrì fino al termine 
della sua vita un sentimento di obbligazione personale verso 
r uomo che aveva varcato le Alpi per battersi in suo 
aiuto, contro l'Austria. ^ Sapendosi nell' impossibilità di 
continuar la guerra da solo, appose la sua firma al trattato. 



^ Nel 1870 avrebbe voluto battersi per Napoleone contro la Prussia, per j 
puro senso di gratitudine, cavalleria e don chisciottismo da cavaliere errante 1 

la cui famiglia aveva « tenuto la testa alta per 850 anni ». t, 

i 



Sdegno del Cavour 145 



ma vi aggiunse delle parole di riserva molto significanti 
« per quanto mi concerne » (pour ce qui me concerne). 
Era così chiaro, che pur consentendo alla pace e a ricevere 
la Lombardia come prezzo della pace, egli non si faceva 
garante per le clausole riguardanti il ritorno dei despoti 
nelle provincie insorte. ^ 

Nel frattempo Cavour, ancora fumante d'ira si era però 
padroneggiato abbastanza da saper cavare buon frutto dalla 
sua stessa ira. Tornato a Torino, si abboccò con il Kossuth 
il 14 luglio. I due patriotti avevano ugual diritto di dolersi 
della pace che Napoleone aveva gettato loro in faccia dopo 
averli lusingati con ben altre speranze. Ma V ungherese fu 
sopraffatto dalla passione dell' italiano e portò via un ricordo 
indelebile dell'enfasi terribile con cui Cavour aveva esclamato : 

« Questa pace non si farà ! Questo trattato non sarà messo 
in esecuzione! Se occorre, prenderò la mano del Solaro della 
Margherita ^ da una parte, del Mazzini dall'altra. Mi farò cospi- 
ratore ! (e si batteva il petto). Mi farò rivoluzionario ! Ma questo 
trattato non sarà messo in esecuzione, no, mille volte no. Mai e 
poi mai. »^ 

Quando Cavour diceva « mai », questa profezia negativa 
così frequente sulle labbra di uomini da meno, assumeva la 
probabilità di avverarsi. Aveva già presentato le sue dimis- 
sioni, ma mentre il Re cercava chi potesse prendere il suo 
posto, egli continuò a organizzare con il consiglio e l'inco- 
raggiamento di lui, la resistenza preparata in Toscana, 
Modena e Romagna contro il ritorno dei vecchi governanti. 

1 Ghiaia. III. CCXVI-CCXX ; La Gorce, III, li 5 ; Bianchi, Vili. 1 48. 1 59. 
^ Capo del partito clericale nel Parlamento piemontese. 
3 Ghiaia, Poi. Segr., 50-57. 62, 72. 

Garibaldi IO 



146 Garibaldi e i Mille 



Stando ai rapporti francesi, quegli Stati recentemente resti- 
tuiti a libertà si eran mostrati tiepidi o per lo meno inetti 
a mandare delle truppe sul teatro della guerra. Modena e 
la Romagna, che si eran tolte di dosso le guarnigioni austriache 
soltanto nel giugno, non avevano avuto il tempo di fare 
arruolamenti; ma l'accusa era vera fino a un certo punto, 
per la Toscana, dove le popolazioni non eran battagliere 
e la coscrizione non godeva popolarità fra i contadini, come 
non r aveva goduta nel 1 848. ^ Pure gli abitanti di tutti e 
tre gli Stati eran pronti a battersi piuttosto che ricadere 
sotto il vecchio regime. I romagnoli con il D'Azeglio, come 
commissario piemontese, cominciarono a organizzare delle 
forze in Bologna per respingere i mercenari svizzeri del Papa 
che minacciavano d' impossessarsi della provincia in nome 
del loro signore. Il Farini, amico di Cavour, preparò in 
Modena la stessa attitudine di difesa, dichiarando che se il 
Duca tentasse il ritorno sarebbe trattato come un nemico 
pubblico, per il che ricevette il 17 lugHo il seguente tele- 
gramma da Torino : « Il Ministro è morto, ma l'amico saluta 
e applaude alla vostra decisione ». Per istigazione privata 
dello stesso Cavour, egli rimase al suo posto malgrado 
l'ordine di richiamo che il Ministro Cavour era stato for- 
zato a mandargli secondo i patti di Villafranca. ^ Il Cipriani 
succedette di lì a poco al D'Azeglio, come governatore di 
Romagna. Ne egli ne il Farini portavan più il titolo di 
Commissari piemontesi, ma anche con quello di Dittatori 

^ Ricasoli, Ili. 2-4; la lettera del Lambruschini, 28 aprile 1859, afferma 
che la coscrizione avrebbe portata una reazione violenta in favore del 
vecchio Duca, e che il popolo era pronto a resistere a questo qualora fosse 
ritornato ^con truppe austriache, ma non voleva acconciarsi alla « leva ». 
Ollivier, iv. 177. 

2 Ghiaia. III. pag. CCXXIII e 109-112; Bianchi, Vili. 160-163. 



Cavour si ritira dal Ministero 147 

continuavano a tener alta la bandiera nazionale aspettando 
che arrivasse il giorno in cui il Piemonte potesse arrischiarsi 
a far l'annessione. 

La Toscana adottò la stessa politica mantenendosi in 
stretta alleanza con Modena e la Romagna. La molle Toscana 
aveva bisogno d'un uomo che le infondesse fermezza e lo 
trovò nella tempra d' acciaio del barone Bettino Ricàsoli, 
uno di quegli uomini titanici di cui l' Italia d'allora contava 
una mezza dozzina. Non dissimile per indole e per ten- 
denze religiose e politiche, dal repubblicano inglese del 
periodo puritano del Commonwealth, egli era come una 
roccia su terraferma, e la Toscana gli si abbarbicò ai panni 
per dieci mesi fino a che spuntò il tanto sospirato giorno 
dell'annessione. ^ 

Così, prima di uscir di carica, Cavour aveva provvisto 
a che r Italia Centrale continuasse a mantenere la libertà 
e l'ordine sotto la guida di capi moderati, e a domandare 
senza vacillamenti una cosa sola all' Europa diplomatica, 
r unione di quella al Piemonte. In una settimana egli con 
il concorso del Ricàsoli e delle popolazioni delle provincie 
centrali, aveva tracciato le linee su cui svolgere la resistenza 
passiva alla pace di Villafranca, e su cui il suo successore 
potè facilmente continuare a mantenersi per un mezzo anno. 

Ciò fatto, Cavour si ritirò per cinque mesi a vita pri- 
vata. La maggior parte del mese d'agosto 1859, la passò 
con i suoi amici De La Rive, nella quiete della loro casa 
sul^e rive meridionali del lago di Ginevra, dove ritrovò 
presto la sagacità e la calma d' una volta. « Il suo stato 
normale ritornò presto, e con esso anche l' oblìo del passato 

^ Un' ottima biografia del Ricàsoli si può vedere in Italian Characters 
della contessa Martinengo Cesaresco. 



148 Garibaldi e i Mille 



che era vano rievocare, e sorsero nuove speranze e nuovi 
disegni, una nuova politica, un nuovo piano di campagna » . 
Così scriveva il suo amico William De La Rive, che, tenendolo 
d' occhio giorno per giorno, e ascoltandolo, lo sentì preannun- 
ziare due eventi politici futuri, che avrebbero potuto trasfor- 
mare in benedizione, la maledizione di Villaf ranca. « L'Inghil- 
terra — egli aveva detto — non ha fatto ancora niente per 
r Italia ; tocca a lei ora ». E — « Di Napoli m' incarico io ». ^ 

Era davvero venuta la volta dell' Inghilterra. La gelosia 
inglese della Francia, per cui il nostro ardore a prò' degli 
italiani si era temprato durante la guerra, ora che dopo Villa- 
franca diminuiva, ci sospingeva a mutarlo nella gratitudine 
dell' Italia e ad architettare uno Stato italiano tanto forte che 
potesse far a meno della sua protezione. Il caso volle che 
appunto un mese prima di Villafranca fosse occorso in 
Inghilterra un cambiamento di ministero che la metteva 
nel caso di adottare la nuova politica adatta alla nuova 
situazione. Nel maggio del 1859 vi erano state le elezioni 
generali, ma in quei giorni il risultato di tale appello al paese 
non era ben chiaro, fino a che la Camera non si aduixasse, 
perchè in quei tempi facili molti deputati si mantenevano 
indipendenti dai legami di partito e potevano fare e disfare 
i ministri per mezzo del loro giudizio privato. La guerra 
infuriava, e il carattere della neutralità inglese era ancora 
in questione per il fatto che il gabinetto Derby, ancora in 
ufficio neir attesa del voto sul Discorso della Corona, era 
propenso all'Austria. ^ 

iDe La Rive, 400-401. 

^ Uno degli ultimi atti del Ministero conservatore era stato l' invio di 
Henry EUiot a Napoli con l'ordine di dissuadere il Re di Napoli dall' unirsi 
al Piemonte nella guerra contro l'Austria. EUiot, 7. 



Lord Palmerston 149 



Perciò non V Inghilterra sola, ma anche la Francia, 
r Italia e l'Austria aspettavano impazienti il risultato del- 
l' emendamento al Discorso che doveva essere proposto 
dal giovane Lord Hartington, e quando 1' 1 1 giugno, nelle 
prime ore della mattina, si annunziò nella Camera affollata 
da più di 630 membri, che 1' emendamento era passato con 
una maggioranza di 13 voti, il rappresentante del Piemonte 
che aspettava nel vestibolo con altri stranieri 

« gettò il cappello all'aria e le braccia al collo deìVattaché fran- 
cese Jaucourt, un atto a cui nessun ambasciatore, neanche se 
italiano, si era mai abbandonato in un luogo così pubblico ». 

Quando il vecchio Lord Palmerston si presentò, raggiante 
nel suo viso torvo, gì' italiani raddoppiarono « le vocifera- 
zioni »,^ ferendo al vivo i ministri sconfìtti, con la loro 
condotta che certo non era ne corretta ne avveduta. Ma 
essi avevano dimenticato dove fossero : non pensavano ai 
« va e vieni » del Parlamento inglese, solo a una terra 
tragica di cui ben pochi avevano nozione, fra tutti quegli 
inglesi ricchi e liberi ; una terra dove il pensare era un 
pericolo di sospetto, il parlare una rovina e l'agire la morte ; 
dove a ogni desco la parola era imbavagliata dal terrore 
dei preti, delle spie e dei soldati stranieri, dove la catena 
accoppiava gli uomini di Stato ai forzati, dove le donne 
erano trattate con la sferza e gli uomini fucilati. Pensavano 
all' ItaHa, quei poverini, e vedendo il Palmerston gli grida- 
rono un evviva. Era V uomo che spesso con quel suo fare 
rozzo e brutale aveva saputo spiattellare certe verità gene- 
ralmente taciute dagli uomini di Stato e dai diplomatici, e 
ora stava per salire un' altra volta al potere ; nell' incerto 

^ Malmesbury. 187. 



50 Garibaldi e / Mille 



crepuscolo di quel mattino d' estate, nell'atmosfera afosa del 
vestibolo parlamentare essi intravedevano un'alba speranzosa 
per il loro paese. Infatti, questo aveva guadagnato assai più 
che essi non credessero, più assai che « 1' attaché francese 
Jaucourt » non indovinasse o desiderasse. Quel suo abbraccio 
era stato un saluto di separazione fra l' Italia e la Francia. 
Un mese dopo giunse la notizia del trattato di Villa- 
franca. Il nuovo ministero liberale si teneva ormai ben 
saldo in arcione. Gli spiriti dirigenti o, come si diceva 
allora, il « Triumvirato » del Gabinetto consisteva di tre 
uomini notevoli, raramente concordi, eccetto che sul soggetto 
Italia, ormai divenuto il loro pensiero principale. Tutti e 
tre, tanto Lord Palmerston, che Lord John Russell e Glad- 
stone, erano predisposti, da simpatie personali e generose 
per r Italia, a seguire il nuovo corso che gli interessi e le 
circostanze avevano tracciato per il nostro paese, dopo la 
pace di Villafranca. L' Inghilterra, entrando in giuoco per 
accaparrarsi la gratitudine dovuta dall' Italia ai francesi che 
per lei avevan sparso il loro sangue, aveva tre grandi van- 
taggi sulla sua rivale, odiava il Papa, non aspirava a gua- 
dagnarsi territori, ed era veramente desiderosa che sorgesse 
uno Stato indipendente nel Mediterraneo. La Regina, la 
Corte e la maggior parte dei ministri caduti si erano schierati 
in attitudine di ostilità attiva contro la politica pro-Italia del 
« Triumvirato », e la maggioranza del nuovo Gabinetto era 
indifferente all'entusiasmo dei capi. Ma il grosso del ceto medio 
era decisamente per l' ItaHa, e lo stesso poteva dirsi della parte 
più influente della stampa. Il 7Vmes, alla metà del 1 859, fece un 
voltafaccia in forma di simpatia forte e duratura per l' Italia. ^ 

1 Vittoria. Lettere del 1859 e 1860; Greviile, Vili. 305. 31 I ; Bian- 
chi, Vili. 512-516; Russell, II. 312; Panizzi, Vita, II. 199. 



Lord John Russell 1 5 1 



Informato della nuova attitudine ministeriale in Inghil- 
terra, Pio IX disse air Odo Russell, con quel suo tono mite 
fra lo scherzoso e il lamentevole: 

« Si sa bene, voi siete del suo partito, ma poveri noil 
Che fine ci aspetta con vostro zio e Lord Palmerston alla testa 
degli affari in Inghilterra?,., e poi, c'è anche Mr. Gladstone che 
si è lasciato ingannare sulla sorte dei prigionieri napoletani. ^ » 

II nuovo Ministro degli Affari Esteri, Lord John Rus- 
sell, era destinato a essere uno degli strumenti principali 
che concorsero a fare l' Italia nei diciotto mesi che segui- 
rono. La parte che egli ebbe in quest' opera è, dopo la 
parte ch'egli ebbe nella gran legge che va sotto il nome 
di Reform Bill, il fatto principale della sua vita. Fu con 
gioia che Sir James Hudson, V ambasciatore inglese a Torino, 
sentì che una nuova mano era al timone ; finalmente il Governo 
del suo paese avrebbe cooperato con lui e porto Y orecchio 
ai suoi savi consigU per il bene dell' ItaHa e per l'onore 
dell' Inghilterra. Subito dopo Villafranca, Lord John si fece 
sostenitore della causa di Toscana, Modena e Romagna, 
opponendosi al ritorno dei vecchi governanti. Per sei mesi 
durante il periodo del ritiro di Cavour, la lotta diplomatica 
non ebbe tregua. « La politica del Governo di Sua Maestà 
la Regina, aveva dichiarato Lord John, è di non intervenire 
affatto, di lasciare che gli italiani sistemino da se i loro propri 
affari » . In conseguenza della nostra protesta contro l' inge- 
renza francese o austriaca nelle cose dell' Italia Centrale, 
i patti di Villafranca non poterono essere fatti osservare. La 
gratitudine dell' Italia era messa all' incanto, e l' Inghilterra era 
il maggior offerente. L'autunno del 1 859 vide Napoleone farsi 

1 Vittoria, Lettere, 1 7 luglio 1 859. 



52 Garibaldi e i Mille 



sempre meno ligio al Papa e sempre più furioso al rifiuto di 
Sua Santità sulle più lievi concessioni nella Romagna e altrove. 
La restaurazione dei vecchi governi dell' Italia Centrale entrava 
nella regione dell' impossibile e la lotta si riduceva a discu- 
tere se le Provincie insorte dovessero rimanere indipen- 
denti o essere unite al Piemonte. Su questo punto Napo- 
leone, timoroso di ogni passo ardito verso l' unità del- 
l' Italia, teneva sempre duro, dichiarando che non per- 
metterebbe mai r annessione. Ma il Ricasoli, il Farini e 
le popolazioni che essi governavano, non volevano saper 
d' altro. Perfino in Toscana, malgrado la tenace tradizione 
di campanile, la passione per l' unità si fece quasi tanto 
profonda quanto la passione per la libertà, grazie in gran 
parte ai patti insultanti stranamente proposti a Villafranca. 
Così bloccata, la questione s' arrestò per tutto 1' autunno e 
l'inverno del 1 859 ; intanto le popolazioni italiane davano prova 
di una fermezza e una pazienza che non sempre accompa- 
gnano un patriottismo esaltato e che senza la presenza del 
Ricasoli e l' appoggio dell' Inghilterra sarebbero degenerate 
in qualche forma di debolezza o di violenza. ^ 

Nel bel mezzo di questo lungo periodo di fermento e 
d' inazione, si svolse un incidente importante della vita di 
Garibaldi. Neil' agosto del 1 859 si era formato uno stretto 
accordo militare fra la Toscana, Modena e la Romagna: 
le forze della Lega erano state messe sotto il comando del 
Fanti, un esule modenese salito al grado di Generale al 
servizio del Piemonte. Il Fanti nominò Garibaldi suo secondo 
nel comando. Scopo precipuo della Lega era di tener la 



1 Br. Pari Papers, 6 passim, 8 pag. 2 ; La Gorce, IH. 1 68- 1 74 ; Bian- 
chi. Cavour, 76-77; Bianchi. Vili. 387-388. 514-515, 628-629 ; Russell, II. 
313; Ricasoli, III. 158. 



Garibaldi neW Italia Centrale 153 

difensiva. Prima della pace di Villafranca, nel giugno, le 
truppe papali avevano ripresa l' insorta Perugia tenendo così 
a freno 1' Umbria e le Marche, ed ora minacciavano d' inva- 
dere e riconquistare la Romagna con l'alleanza compatta degli 
eserciti del Re di Napoli. Che l' Italia Centrale avesse 
bisogno di difesa era dunque ovvio ; ma la questione sulla 
quale i pareri dei patriotti discordavano dovunque, quel- 
r autunno, era se l' esercito della Lega dovesse accon- 
tentarsi di difender le frontiere o se dovesse invadere le 
Marche, dove l'insurrezione che covava sotto le ceneri 
poteva scoppiare ad ogni momento, e di là riversarsi sui 
domini papali e napoletani con l' impulso irresistibile di una 
rivoluzione nazionale. Impeti di speranza si sollevarono al 
sentire che Garibaldi era il secondo in comando dopo il 
Fanti e che questi lo aveva mandato di stazione nella regione 
di Ravenna e Rimini, sulle rive del « Rubicone » che, 
dicevasi, divideva ancora una volta le due Italie. ^ 

Garibaldi condusse con se dalla Valtellina il Cosenz, il 
Medici, il Bixio e un grosso numero di volontari anelanti di 
continuare sugli Apennini la guerra troncata a mezzo sulle 
Alpi. Il 25 settembre Benedetto Cairoli scriveva che il pro- 
gramma di Garibaldi non era la difesa locale, ma la guerra 
nazionale. ^ E l' ardore patriottico dei settentrionali riceveva 
nuovo stimolo al contatto dei romagnoli. Queste fiere popo- 
lazioni avevano accolto con trasporti di gioia l' uomo che 
doveva la sua vita al loro coraggio e alla loro fedeltà. Nel 
1 849 egli aveva detto loro che sarebbe ritornato di lì a dieci 



^ L'antico Rubicone doveva essere o l'Uso o il Fiumicino: in ogni caso 
era sempre a circa quindici miglia a nord della Cattolica, la città di confine che 
divideva le Marche dalla Romagna. 

2 Mss. Milano, A. B. Plico X. 



54 Garibaldi e i Mille 



anni, e ora egli veniva a mantenere la sua parola, ^ giacche 
nel settembre del 1 859 egli percorreva la pineta e le paludi di 
Ravenna per fare una visita ai contadini che gli avevan 
salvata la vita e avevan cercato di salvare quella di sua 
moglie. Smontato di carrozza, egli entrò nella fattoria dove 
aveva visto morire Anita, e nella vicina cappella dov'ella gia- 
ceva sepolta. L'ora era certo suonata per vendicare quel 
giorno degnamente, portando il vessillo della libertà nel 
cuore delle provincie papali. I romagnoli e i volontari rac- 
colti intorno a lui da ogni parte d' Italia lo pregavano per- 
chè li conducesse al di là dei confini. Mazzini, che era 
venuto a Firenze sotto mentite spoglie, mandava i suoi amici 
a fargli istanza perchè s' inoltrasse, e veniva raccogliendo 
denaro inglese onde comprare armi per l' invasione immi- 
nente. Il gran cospiratore era pronto a tenersi nel retroscena 
e anche a rinunciare alla proclamazione della repubblica, 
purché Garibaldi si avanzasse e facesse Y Italia. ' 

Sul principio il Farini ^ e il generale Fanti piegarono 
verso la politica rivoluzionaria d'attacco. Il 19 ottobre il 
Fanti scriveva a Garibaldi istruendolo che caso mai qualche 
provincia o qualche città dei domini papaU insorgesse e 
domandasse soccorso, egli doveva passare il confine senza 
indugio. Ma alle rimostranze del Ricasoli da Firenze e del 
Rattazzi, successore di Cavour, da Torino, che un attacco 
in quel momento sul territorio papale significherebbe guerra 
con la Francia o con l'Austria, o con tutte e due, e la 
ruina dell' Italia, il Farini e il Fanti ritirarono il loro appoggio 

^ Trevelyan, Garibaldi e la difesa di Roma, 3 1 8. 

* Bianchi. Vili. 179; Bixio, 139-144; Fam. Crauford, 180-190; King. 
Mazzini, 1 79- 1 82 ; Melena, 66-90; Mss. Taylor, Lettera del Mazzini, 26 ottobre. 

2 Neil' autunno in corso il Farini diventò governatore di Parma, Modena 
e Romagna unite sotto il noma di Emilia, perchè la via Emilia le attraversa. 



Vittorio Emanuele e Garibaldi 155 

alla politica d' attacco e istigarono Garibaldi a seguire pru- 
dentemente lo stesso concetto. Il conflitto che gli si accese 
neir animo fu terribile, e con la debolezza che gli era solita 
prima di abbracciare qualche risoluzione ferrea, mutò parere 
d'ora in ora, secondo l' influenza dell' ultimo che lo avvicinava. 
La notte del 12 novembre, il Farini ed il Fanti, in concilio 
solenne, gli carpirono la promessa di non fare l' invasione. 
Qualche ora dopo essi ricevevano il seguente telegramma: 
« La rivoluzione è scoppiata nelle Marche: devo andare ad 
aiutarla. » E già s'era messo in marcia, sebbene la notizia della 
« rivoluzione » non fosse stata confermata e risultasse infatti un 
rapporto falso. Il Farini e il Fanti, con beli' esempio di pron- 
tezza, riuscirono a fermare l' invasione con i loro contrordini. 
Vittorio Emanuele, necessario in queste occasioni, 
chiamò a se Garibaldi e lo persuase della necessità d'aver 
pazienza. Egli depose il comando e si ritirò a Genova, 
pubblicando un manifesto in lode del Re « il soldato del- 
l' indipendenza nazionale », e in dispregio della « politica 
volpina » dei suoi ministri. Come il loro capo così il Medici, 
il Bixio e un migliaio di volontari si ritirarono, ma il suo 
appello efficace impedì che lo sbandamento si facesse gene- 
rale. Al loro separarsi, il Re gli offrì il suo fucile e il grado 
di generale nell' esercito piemontese. Garibaldi fu lieto di 
ricevere il simbolo dell' amicizia del Re cacciatore, ma rifiutò 
il generalato che pur avrebbe alleviata la povertà della sua 
vita di giardiniere e pastore a Caprera. Rifiutandosi di por- 
tare più r uniforme del Re, egli si teneva libero per la 
grande impresa dell' anno dopo, la maggiore della sua vita, 
- che un ufficiale regio non avrebbe mai potuto intraprendere. ^ 

»Rava, 139-142; Fanti, 287-296; Guerzoni, I. 491-505; Ricasoli, III. 
467-474; Panizzi, 404. 



156 Garibaldi e i Mille 



« E un uomo debole oltre ogni dire, — scrisse il Maz- 
zini quando seppe eh' egli si era arreso ; — e con un « vostro 
amico » prima della firma e un colpo di mano sulla spalla 
il Re potrà fargli far quello che vuole. ^ » Fortuna volle 
che così fosse. Se Garibaldi alla presenza di Vittorio Ema- 
nuele era debole come Chatham alla presenza di Giorgio III, 
e' era però questa differenza notevole, che Vittorio aveva 
per lo più ragione e Giorgio per lo più torto. L' Italia era 
scampata dal disastro per un pelo. Era impossibile attac- 
care il sud prima che la Toscana e la Romagna fossero 
state annesse dietro il tacito assenso della Francia. Con le 
armi francesi non ancora richiamate dalla Lombardia, era 
pazzia sfidare a un tempo e il signore di quelle e l'Austria. 
Ma poiché il Piemonte non era nella posizione di appog- 
giare un' invasione nelle Marche, era ovvio che i suoi ministri 
non avrebbero dovuto permettere che Garibaldi assumesse il 
comando di forze rivoluzionarie sul Rubicone, un fiume che 
non gli pareva vero di traversare. L' errore commesso nel 
mandarlo là si può paragonare all'errore commesso nell'affidare 
al Gordon l' evacuazione del Sudan. L' eroe inglese e l' eroe 
italiano, così fu detto una volta all' autore da uno che li 
conobbe entrambi, si rassomigliavano come due goccie d'acqua 
per molte di quelle caratteristiche che li distinguevano dagli 
uomini comuni. Inseparabilmente unita a quelle nobiH qualità 
era la tendenza di obbedire alla voce dello spirito più che agli 
ordini ben pensati di un'autorità mondana. Uomini simili 
dovrebbero esser mandati in prima fila quando l' ordine è di 
avanzare e quando quest'ordine non sta per esser revocato. ^ 

1 Mss. Taylor, lettera del novembre 1859 (LXXXIV). 

^ Chiunque conosce le vicende e il carattere di Garibaldi e i suoi rapporti 
rispettivi con il popolo e il Governo italiano, è colpito dal parallelo leggendo 
il capitolo XXII del Modem Egypt di Lord Cromer. 



La politica rivoluzionaria 157. 

Pare infatti che a un dato momento Vittorio Emanuele 
stesso avesse contemplato la probabilità di permettere al 
guerrigliero d' invadere le Marche sotto la sua stessa respon- 
sabilità ; ^ sebbene, ripensandoci sopra, il progetto fosse giu- 
dicato troppo pericoloso. E ad esso forse che si deve attri- 
buire r origine della missione di Garibaldi in Romagna. 
E non v' è dubbio che anche la sua condotta esemplare 
degli ultimi dieci anni aveva ispirato al governo piemontese 
un falso senso di sicurezza nei suoi rapporti con lui ; era 
stato così uniformemente savio, moderato e obbediente, dal- 
l'autunno del 1 849 in poi, che essi avevano dimenticato i suoi 
precedenti. Invece Villafranca era venuta a distruggere la 
fiducia di Garibaldi negli uomini di Stato, ed ora egli credeva 
che toccasse a lui stesso di prendere talvolta l' iniziativa. Con 
questa discordia dell' autunno del 1 859 finì la lunga luna di 
miele fra Garibaldi e il Gabinetto di Torino, e riapparve 
il Garibaldi più temibile e intrattabile, che il solo Cavour 
aveva 1' abilità di adoperare e tenere a freno ad un tempo. 

Pure non si deve supporre che la politica comune al 
Mazzini e a Garibaldi di spingere la rivoluzione al sud, 
fosse mera pazzia. Vero è che 1' anno propizio alla libera- 
zione a mano armata, delle Marche, dell' Umbria e di Napoli, 
risultò essere il 1860 e non il 1859, e il punto migliore 
d' attacco la Sicilia, non il Rubicone ; ma il Mazzini aveva 
la ragione dalla sua quando nell' agosto scriveva da Firenze : 
« la rivoluzione che si ferma in un sol luogo è perduta. ^ » 
Egli e Garibaldi erano nel giusto dicendo che Napoli e il 
territorio papale dovevano essere attaccati prima che l'ardore 



1 Bertani, I. 401-402, lettera del Re, 29 ottobre; Panizzi, 403, lettera 
del Medici, 29 dicembre; King, II. 105. 
* Fara. Crauford, 181. 



58 Garibaldi e i Mille 



rivoluzionario, allora infunante in tutta la Penisola, avesse 
modo di smorzarsi. Il gran nome di Garibaldi teneva uniti 
numerosi partiti, classi e persone diverse, tutte proclivi alla 
politica rivoluzionaria, e senza questa politica e senza l'unione 
di uomini votatisi a portarla a compimento, e con la sola 
diplomazia del Gabinetto di Torino, l' Italia non sarebbe 
mai stata fatta. E nessuno ne era più convinto di Cavour. 
Già neir agosto egli aveva detto al suo amico De La Rive : ^ 
« Sarò accusato di essere un rivoluzionario, ma più che 
altro preme andare avanti, e andremo avanti. » 

1 De La Rive, 401. 



CAPITOLO VII. 
Napoli, 1859 - Marzo 1860. 



Pare che nel Regno delle Due Sicilie, l'autorità 
della legge sia lasciata interamente da parte, e non 
vi prevalga che quel vago e fluttuante potere eibi- 
trario che si dice giustamente essere il segno di 
miseranda servitù. 

Lord JOHN RUSSELL all'Ambasciatore 
inglese di Napoli, 28 novembre I859' 

* Que voulez-vous faire avec un Gouvernement 
comme celui de Naples, qui s'obstine à ne pas 
écouter aucun conseil ? » 

NAPOLEONE HI. maggio i860. 
(Bianchi, VIIL 659). 

Benché la lieve ferita dovuta ali* attentato del fanatico 
Milano nel dicembre del 1 856, ^ non fosse, come fu talvolta 
affermato, la causa della dolorosa malattia di cui Ferdinando II 
di Napoli morì, pure la scossa mentale e nervosa che gliene 
venne, aggravò le paure e le superstizioni della sua imagi- 
nazione morbosa negli ultimi due anni del suo regno. Si 
mostrò meno che mai in pubblico, rese il sistema sbirresco 
più che mai repressivo, e fu prodigo alla chiesa di tali 
privilegi che se ne risentirono perfino i suoi sudditi laici 
più leali. ^ 

Allo stesso tempo rifiutava sistematicamente di alleviare 
la sorte dei prigionieri politici secondo la domanda del 
Ministero conservatore inglese, che avrebbe voluto, se egli 
fosse stato disposto ad andar loro un po' incontro, ricom- 

* Vedi più sopra, pag. 86-87. * 

2 De Cesare. I. 175, 201-202, 208, 441 ; Nisco, herd. Il, 367-371. 



160 Garibaldi e i Mille 



porre il dissidio fra lui e il Palmerston e riassumere le 
relazioni diplomatiche. ^ Finalmente nell* inverno del 1 858-59, 
sgomento alla voce della prossima guerra franco-austriaca 
nella Lombardia, scese a malincuore a concessioni. Un 
gruppo di sessantasei prigionieri napoletani scelti, fra cui il 
Poerio, il Settembrini, lo Spaventa e il Castromediano, fu 
imbarcato su un vecchio bastimento a vela che doveva portarli 
in America e lasciarveli liberi, ma esuli a vita. Scarsa era 
la probabilità che arrivassero tutti vivi alla fine del lungo 
viaggio su un piccolo scafo non meno crollante e lurido 
della vecchia prigione di Montefusco. Fortunatamente il figlio 
del Settembrini, Raffaele, imbarcatosi sotto le spoglie di 
sguattero del cuoco, un negro, ammutinò la ciurma e girò 
la prua del bastimento verso le isole Britanniche dove sbar- 
carono tutti ai primi del marzo 1859. I loro nomi erano 
ormai resi familiari dalle lettere di Gladstone, e l'accoglienza 
fatta loro, dopo dieci anni di sevizie brutali, li sbalordì e 
li intenerì. In mezzo al gridìo della folla che li pressava 
d'ogni parte nelle strade di Bristol, una ragazza del popolo 
fece scivolare il suo ultimo scelHno nelle mani di un vecchio 
grave d'anni, la cui canizie l'aveva mossa a pietà; era il 
barone Vico Porcaro, che in ricambio la forzò ad accettare 
da lui il suo ultimo pezzo d' oro. Il loro arrivo a Londra, 
proprio prima che scoppiasse la guerra, quando gl'inglesi 
oscillavano fra la paura per il successo di Napoleone e le 
speranze per la libertà dell' Italia, fu di tal peso che diede 
il tratto alla bilancia. « Make the rnost of it » (la faccia 
valere più che può) fu la frase espressiva inglese di cui si 
servì Cavour in quell'occasione nella lettera all'ambascia- 
tore piemontese in Londra. Quella primavera la causa ita- 

1 Bianchi, Vili. 112-113; Nisco, Fcrd. Il, 372-373. 



/ prigionieri napoletani in Inghilterra 161 

liana diventò di moda. Le dame dell'alta società impararono 
la lingua d' Italia, ne studiarono la storia e la letteratura, 
mentre i loro mariti tornando dal Parlamento facevano la 
conoscenza degli esuli nelle case dei grandi signori liberali, 
riconoscendoli per quei bravi uomini che Gladstone aveva 
descritti. Molti furono i vincoli stretti dai napoletani durante 
la loro breve dimora in Inghilterra, ma il più importante 
fu quello di amicizia intima fra il Poerio e il Braico da 
una parte, e Lord e Lady John Russell dall'altra ; un'amicizia 
destinata a esercitare la sua influenza nella crisi dell' anno 
dopo, quando il destino di Napoli fu deciso in massima 
parte da Lord John. ^ 

Nella sua politica il Re Ferdinando era stato più pura- 
mente napoletano e meno sottomesso a Vienna che i suoi 
predecessori, pure egli sapeva ben valutare l' amicizia del- 
l'Austria ed era in special modo bramoso di trasmetterla 
come valido appoggio a suo figlio maggiore, Francesco, il 
suo stolto e debole successore. Aveva perciò stabilito di 
dargli in moglie la cognata dell' Imperatore, Maria Sofia, 
figlia del Duca Massimo di Baviera, la cui sorella EHsa- 
betta, la più bella di quella famiglia tutta bella, era diventata 
da poco Imperatrice d'Austria per matrimonio. 

E cosi Maria Sofia di Baviera e Francesco Duca di 
Calabria, erede del trono di Napoli, si erano sposati 1' 8 gen- 
naio 1859 a Monaco, dove lo sposo fu rappresentato per 
procura. Savio era stato il provvedimento d' impedire alla 



1 Settembrini, II. 458-466; Castromediano, II. 198-202, 230-235; Marti- 

nengo Cesaresco, 72-74. Ms. Lady Russell, sua corrispondenza con Poerio 
e Braico. 

C&ribaldi 1 1 



162 Garibaldi e i Mille 



sposa di vedere il marito e la sua nuova casa o la sua 
nuova famiglia se non quando era troppo tardi per pentirsi, 
che mai ragione di Stato aveva accoppiato due esseri peggio 
assortiti. Essa era cresciuta con le sue quattro sorelle in una 
vita di famiglia semplice, libera e felice, un po' fra le Alpi 
Bavaresi dove passava il tempo in cavalcate e ascensioni in 
montagna, e un po' a Monaco dove usciva a piedi senza scorta. 
Una ragazza allevata in questo modo avrebbe potuto esser 
felice in Inghilterra, non mai a Napoli. Amazzone ardita, 
fiera e libera di modi e di parole, tempra d' eroina in guerra, 
chiamata a darne prova ben presto davanti all' Europa ammi- 
rante, ella non era davvero la compagna adatta al giovane 
mezzo scemo, che Garibaldi doveva detronizzare e che 
ventitre anni di disciplina molle e sfibrante, nelle mani dei 
preti napoletani e di una matrigna gelosa, avevano privato 
di quel qualsiasi rudimento di senno e di virilità che egli 
avesse potuto ereditare dalla madre savoiarda. Perfino se 
giudicato alla stregua della tirannia indomita di suo padre, 
Francesco non era che un folle Ishbosheth. ^ 

La giovane sposa salpò da Trieste sulla nave napoletana 
da guerra, il Fulminante, percorrendo l'Adriatico fino a Bari 
nelle Puglie dove ella doveva vedere per la prima volta il 
marito e il suocero. Questi intanto, per renderle omaggio, 
viaggiavano dà Napoli a Bari nel cuor dell' inverno, vali- 
cando le montagne per strade cattive, coperte di neve alta 
più dell' usato, così che il Re cadde gravemente malato. 
Triste accoglienza questa per la vivace sposa bavarese al 
suo sbarco sulla terra di una civiltà morta, tra una folla 
strisciante e sospettosa di preti e dottori, di cortigiani e 
sbirri, che si susurravano all'orecchio, intorno al letto del 

1 Maria Sofia, 41-44, 79; De Cesare. I. 197, 199, 342-344. 



Maria Sofia 163 

malato reale, le loro vili congetture di veleno e le loro 
speranze e paure servili per il cambiamento non lontano. 
Il Re morente volle guadagnarsi e si guadagnò l'affetto della 
nuova figlia, ma magra soddisfazione poteva venire alla sposa 
di un marito, la cui caratteristica esteriore era « una fiso- 
nomia inanimata che dava piuttosto l' idea di un* imagine 
che di un uomo,.... lineamenti che facevano pensare a una 
statua di legno, non di marmo » . ^ Sapeva a mala pena dirle 
qualche parola, tanto meno farle proteste d'amore e sembrava 
legato alle gonne della matrigna Maria Teresa. Questa 
matrona formidabile non tardò a concepire avversione per 
Maria Sofia a cagione del suo riso e della sua libertà di 
modi. Le ordinò di osservare più strettamente Y etichetta, 
di attendere più spesso alle funzioni religiose, e le ingiunse 
di non montare mai più a cavallo: un'arte di cui suo marito 
era digiuno. Passarono qualche settimana a Bari in una pena 
sempre crescente, finche fu deciso di ritornare per mare 
non lungi dalla capitale, dove il Re poteva essere curato 
più facilmente o morire più convenientemente. 

Era un carico tragico quello che veleggiava a bordo 
del Fulminante. Il tiranno impenitente, agonizzante negli 
spasimi di uno schifoso male interno, giaceva in una cabina 
coperto di reliquie, d' imagini d' ogni fatta, di superstiziose 
ciarlatanerie raccolte da ogni parte del regno per suo espresso 
desiderio, nella credenza che potessero dargli quell'aiuto 
a cui la natura e i dottori non bastavano. Sopra, sul ponte, 
nell'aria e nel sole, la bella giovinetta diciassettenne passava 
r intera giornata seduta su un affusto di cannone a mala 
pena conscia delle scialbe attenzioni del marito, lo sguardo 
fisso sul mare, sull' Etna e Aspromonte, sulla costa che le 

' Trinity, 201; cfr. Elliol, 9-10. 



164 Garibaldi e i Mille 



sfilava davanti, irrigidendo il cuore al pensare che ormai 
essa era tolta alla vita. ^ 

Finalmente gì' infelici raggiunsero il palazzo reale di 
Caserta, 1 5 miglia al nord di Napoli, e ivi il 22 maggio 1 859 
Ferdinando II scese nella tomba dei suoi padri. Le sue 
ultime ingiunzioni al figlio, sulla cui natura scrupolosa e 
remissiva ebbero una nociva influenza, furono di non stringere 
alleanza bellicosa con l'Austria e con il Piemonte nella 
guerra che cominciava allora nel nord, di continuare la già 
esistente politica interna di repressione e caso mai si pre- 
sentasse una crisi disperata, di affidarsi al generale Filan- 
gieri, il conquistatore della Sicilia, come all' uomo più capace 
del Regno. ^ 

Nell'occasione dell'omaggio dei magnati al nuovo Re, 
occorse un incidente significante. 

« Passando davanti a lui, i vassalli gli baciavano la mano che 
egli non si prendeva la pena di alzare e che dopo il bacio, lasciava 
ricadere al fianco come se fosse la mano d* una pupattola.... Un 
vecchio, pieno d'acciacchi, inciampò nel tappeto e cadde bocconi 
a terra ai piedi del Re, ma questi rimase imperturbato, né mosse 
muscolo del viso, mentre il povero vecchio si affannava e anna- 
spava per rimettersi in gambe, e passava oltre senza ricevere una 
sola parola di condoglianza per l'occorso o di premura verso il 
suo benessere ». 

La scena produsse un' impressione penosa sui realisti 
napoletani presenti, e l'ambasciatore inglese, Henry Elliot, 
voltosi al suo vicino disse : « Questo giovane finirà male ».^ 



iDe Cesare, I. 341-425; Trinity, 199-206; Maria Sofia, 8, 79-83. 
* De Cesare, I. 435 ; Filangieri, 287. 
«Elliot. 10. 



Missione del conte Salmour 165 

Alla morte di Re Bomba, V Inghilterra e la Francia 
riallacciarono subito le relazioni diplomatiche con Napoli e 
i loro rappresentanti Elliot e Brenier fecero a gara ad 
accaparrarsi l'attenzione del nuovo monarca. Sospettosi e 
ostili l'uno verso T altro, ' i due diplomatici s'accordavano 
per lo meno nel sollecitare l'amnistia e le riforme come soli 
mezzi di salvezza per il trono borbonico. Anche il Piemonte 
stava \ì pronto con una proposta che — se fosse possibile 
imaginarla lealmente accettata — avrebbe potuto condurre 
a un' Italia libera, ma costituita in due Stati, invece d'uno. 
Il 27 maggio 1859, cinque giorni dopo lo spegnersi di 
Ferdinando, Cavour inviava il conte Salmour alla Corte di 
Napoli , con istruzioni scritte per negoziare un' alleanza 
offensiva contro l'Austria in aiuto alla guerra che allora 
infuriava nella Lombardia. Egli doveva poi far notare, che 
adottare la causa nazionale nella politica estera, significhe- 
rebbe un mutamento nel sistema interno, amnistia e rispetto 
alla costituzione del 1 848, trascurata da un pezzo ma non mai 
revocata. La raccomandazione di Cavour era che i muta- 
menti interni non fossero troppo rapidi e che si affidassero 
soltanto a uomini devoti alla monarchia. ^ 

Subito dopo, a dar peso a queste offerte diplomatiche, 
giunse la notizia della battaglia di Magenta del 4 giugno. 
Le speranze destate nel sud dalle vittorie del nord, presero 
la forma di dimostrazioni, a cui le strade di Napoli e Palermo 
non erano più avvezze da molto tempo. L'ora della crisi 
era già arrivata e Francesco II, memore delle estreme parole 



^ Cfr. Elliot, passim. 

* Bianchi, Vili. 517-524 ; la data da assegnarsi a queste istruzioni non 
è il 25 giugno, come trovasi a pag. 517, ma il 27 maggio, come a pag, 126, 
nota. Vedasi su ciò il De Cesare, II. 40. 



166 Garibaldi e i Mille 



dì suo padre, chiamò subito a se il Filangieri e lo creò 
Presidente del Consiglio e Ministro della guerra. Ma disgra- 
ziatamente le idee del nuovo Ministro erano in inconcilia- 
bile contraddizione con il « testamento politico » del defunto 
Re, poiché egli raccomandava l'adozione di una costituzione 
liberale, per cui la dinastia potesse ottenere l'appoggio della 
Francia invece di quello dell'Austria. Il giovane monarca, 
forzato così a decidere fra le due parti contradditorie del 
consiglio paterno fu gettato in uno stato di stupore impo- 
tente, lasciandosi tirare di qua e di là dai suoi varianti consi- 
glieri d'ambo i sessi, mentre il sistema governativo della 
Sicilia rimaneva com' egli lo aveva trovato, e le forze di 
qua e di là dalle frontiere si stringevano insieme per l' esplo- 
sione finale. ^ 

I personaggi principali, che con i loro sforzi opposti 
tennero Francesco li in questo stato di bilico fatale e pro- 
lungato furono il Filangieri, il Brenier e 1' Elliot^ dalla parte 
delle riforme e dell'alleanza di Napoli con le potenze europee 
occidentali, la Regina Madre Maria Teresa, ella stessa 
austriaca di nascita, e tutta la camarilla di Corte capitanata 
dal Troya, dalla parte dell'Austria e della reazione. Questi 
ultimi erano incoraggiati dall'arrivo del conte Buoi, ex Ministro 
degli Affari Esteri in Austria. Il Buoi disse all' Elliot che 
aveva trovato il popolo contentissimo, che non vi erano 
lagnanze di sorta, e che gli era stato fonte di gran gioia il 
vedere che dopo tutto il miracolo del sangue di San Gen- 



1 De Cesare, II. 5-6, 39-43 ; Filangieri. 290-292, 303-306. 

* Elliot era stato mandato dal Governo Conservatore nel maggio 1 859 per 
impedire che Francesco si alleasse con il Piemonte, ma il mese dopo con la 
nomina del Russell al Ministero degli affari esteri, si era adottata su questo 
punto la politica opposta. 



Incertezze di Francesco II 167 

naro era genuino. La credulità di quest* uomo, ritenuto uno 
dei più esperti diplomatici d' Europa, è un' illustrazione della 
scuola che lo aveva formato. Ma i diplomatici inglesi, e lo 
prova r invio di uomini come V Elliot e V Hudson, erano 
di uno stampo ben diverso, e non riponevano fiducia in ciò 
che i Governi stranieri asserivan -loro, se non dopo averli 
considerati alla luce della loro propria conoscenza delle classi 
e dei partiti fuori delle mura del palazzo. E questi eccellenti 
funzionari pubblici riversavano da tutte le Corti italiane negH 
uffici ministeriali di Downing- Street, un fiume perenne di 
informazioni preziose e di commenti assennati. ^ 

La giovane regina Maria Sofia rappresentava un' influenza 
liberale e faceva pressione perchè suo marito concedesse 
la costituzione. Ma non era una donna politicante, e del 
suo avvento al trono si era rallegrata sopratutto perchè 
avrebbe potuto andare a cavallo quanto voleva, ridere alle 
cerimonie pubbliche quando la divertivano, e sfidare i 
consigli matrigneschi di Maria Teresa. In queste migliorate 
condizioni e con l' uso di maggior libertà, ella cominciava 
a sentire spuntare qualche po' d'affetto per suo marito. ' 

La Regina Madre, sebbene fosse fortemente sospettata 
di aver intrigato affine di mettere sul trono uno dei suoi 
figli invece di Francesco II, manteneva ancora in gran parte 
la sua antica influenza sul figliastro. La sua figura sinistra 
presiedeva alla rovina della dinastia e del vecchio regno; 
Maria Teresa portava a compimento ciò che Maria Carolina 
e Lady Hamilton avevano cominciato. Con l'aiuto dell'Austria 
e della camarilla di corte ella andava persuadendo Francesco 
a rifiutare e la costituzione e l' alleanza con il Piemonte. 



^ EUiot, 1 8-20, per il Conte Buoi ; Br. Pari. Papers, passim. 
2 Malia Sofia, 94-101 ; De Cesare, II. 26-27, 33. 



168 Garibaldi e / Mille 



Come ogni governante fiacco, Francesco continuava a 
sperare di poter contentare le due parti. Si teneva stretto 
al Filangieri, pur opponendosi alla sua politica. Il generale 
Filangieri, principe di Satriano, teneva senza dubbio il primo 
posto fra tutti i sudditi del suo regno. Si era battuto nelle 
grandi campagne di Napoleone I, aveva servito bene il Murat, 
e non meno fedelmente i Borboni restaurati. Dieci anni 
prima aveva ridotto la Sicilia all' obbedienza, e in seguito, 
fatto Governatore dell'isola, aveva tentato d' introdurvi un 
regime più mite, ma il Re defunto aveva mandato a vuoto 
il tentativo. La dinastia era ancora in tempo per esser salvata 
e Filangieri era l' uomo che avrebbe potuto salvarla. Ma 
poiché il nuovo Re rifiutava l' adozione del suo programma 
di riforme, egli presentò le sue dimissioni, nel luglio prima, 
poi di nuovo nel settembre del 1859, avendo però la debo- 
lezza di non tenerle ferme, soltanto perchè Francesco non 
voleva accettarle. Arrivò al punto di rimanere in ufficio senza 
adempiere le sue funzioni amministrative, che furono affidate 
ad altri, mentre egli se ne stava rinchiuso nella sua villa 
di Sorrento, rifiutando di lasciarsi vedere. E non fu che 
nel marzo del 1 860 eh' egli finalmente ricevette le dimissioni 
ufficiali. ^ 

Durante questo lungo interregno ministeriale protratto 
per tutto r autunno e 1* inverno del 1 859- 1 860, mentre colui 
che era normalmente il capo del gabinetto si era ritirato dalla 
vita pubblica e il Re rimaneva nel suo stato abituale di 
stupore, impotente fra gli opposti pareri dei suoi consigHeri, 
la polizia governava il paese secondo le norme già esistenti. 



^ Anche accettando i fatti addotti dagli ammiratori del Filangieri, De Cesare, 
II. 39-59 e Filangieri, 307-313, la sua condotta può esser giudicata debole. 
Vedasi Mazade, 527-528 e Nisco, Francesco II, 6-18. 



La polizia e la camorra 169 

A nulla giovavano le rimostranze del Brenier e dell'Eliot 
contro la continuazione del malgoverno; ma i rapporti che 
essi mandavano ai loro Governi provocavano lo sdegno di 
Napoleone e di Lord John Russell, preparando così nel 
campo diplomatico la via alla invasione di Garibaldi. ^ 

Il 16 giugno del 1859 fu promulgato un decreto reale 
per la Hberazione di un decimo di quelle migliaia di attendibili 
sottoposti alla sorveglianza della polizia, ^ ma 1' Elliot scoprì 
che di lì a qualche giorno il decreto era stato seguito da 
una lettera ai prefetti che lo rendeva nullo nella pratica.^ Non 
mai il terrorismo sbirresco era stato peggiore di allora, — la 
fine del 1 859 e il principio dell' anno nuovo, che doveva 
veder la caduta del sistema stesso. Membri di famiglie rispet- 
tabili non involte nella politica sparirono misteriosamente — 
trafugati segretamente al solo scopo di spargere la paura 
più codarda. Nessuno infatti osava esprimere un lamento. 
« In mezzo all'uragano più terrorizzante regnava un silenzio 
di morte. » ^ 

Potrebbesi credere che un Governo come questo, senza 
ombra di scrupolo nell' uso del potere arbitrario, sapesse 
almeno frenare efficacemente gli atti veramente delittuosi, ma 
al contrario la camorra era temuta non meno della polizia 
e questa stessa s' inchinava servile davanti alla paventata lega. 

« Se si voleva presentare una petizione al Sovrano o a un 
Ministro — scrive l' Elliot — bisognava pagare in contanti; 



* Vedansi le citazioni al principio del capitolo e Br. Pari. Papera, 1 5 
passim. 

* Vedasi più sopra a pag. 60. 

3 De Cesare, 11. 58; Elliot, 18; Br. Pari Papers, 15, pagg. 3-9, 31-32. 
^ Times, 3 gennaio 1860. 



70 Garibaldi e i Mille 



a ogni porta della città stavan piantati dei Camorristi a esigere 
dai contadini un pedaggio per ogni carro o soma d' asino portata 
al mercato, e sull'atto di montare in una vettura pubblica, io 
stesso ho veduto uno della banda accorrere a domandare al 
cocchiere la sua parte di paga. A nessuno veniva l' idea di 
rifiutare di pagare perchè tutti conoscevano bene le conseguenze 
di un rifiuto; chiunque fosse tanto imprudente da resistere, era 
soggetto a esser trovato subito dopo misteriosamente pugnalato 
da mano sconosciuta, che la polizia poneva ogni cura a non 
scoprire ». 

I napoletani piegavan la groppa a questi due padroni, 
la camorra e la polizia, che fin qui avevano agito in accordo 
perfetto. Le provincie lontane, la Calabria e la Sicilia, le 
sole in cui lo spirito di ribellione fosse serio, erano sotto 
la vigilanza dell'esercito ormai tanto considerevole di numero 
da bastare a proteggere i Borboni contro Todio impotente 
dei loro sudditi. 

Sarà bene descriver qui brevemente gli elementi e il 
carattere dell'esercito napoletano, giacche la storia della sua 
distruzione dovrà rappresentare una parte importante in questo 
volume. Nel 1 848 il suo numero reale era stato di 40.000, 
e di 60.000 il nominale. Ma nel 1860 al principio della 
primavera, vi erano 90.000 uomini sotto le armi e 1 30.000 
in tutto quando si fossero chiamate le forze di riserva. ^ 
Questo aumento di numero si doveva alla politica di Fer- 
dinando II a cui la creazione di un grande esercito era 
servita di salvaguardia contro i suoi sudditi e di occupazione 
nelle ore perdute. Sebbene le sorprese di una battaglia e 



^ De Cesare, I. 153; Riistow, 142; Cuniberti, 18; Insurr. Sic, 77-78; 
De Sivo, Ili. 121. 



L'esercito Napoletano 171 

le durezze della guerra non avessero attrazione per lui, come 
provò a Velletri, il Re Bomba continuò sempre, dalla culla 
alla tomba, a trovar diletto nella pompa e nei procedimenti del 
campo di parata. Un giorno, quand' era ragazzo, suo nonno 
Ferdinando I lo aveva sorpreso intento a studiare una nuova 
uniforme militare e: « Vestili come ti pare — gli aveva 
detto allegramente il vecchio — scapperanno lo stesso/. "^ 

Le parole del Re possono rimanere a commento degli 
sforzi fatti tutta la vita da Ferdinando II per organizzare 
r esercito. Le sue truppe facevano una bella figura alle 
riviste. Le divise erano belle, i cavalli buoni, le armi eccellenti. 
Nell'esercito agli ordini di suo figlio durante la primavera 
del 1860, le armi ordinarie della fanteria erano carabine 
immensamente superiori ai moschetti dei garibaldini. La 
cavalleria non soltanto era ben montata, ma anche ben 
esercitata nell' arte di galoppare a quaranta metri circa dal 
nemico e poi dar brillantemente di volta. 

Il maneggio delle armi e dei cavalli era infatti la sola 
disciplina militare che fosse veramente imposta. Quanto al 
resto prevaleva una disciplina inusata nei campi, la disciplina 
della confessione e delle pratiche religiose. Il Bomba, come 
il Cromwell, aveva cura gelosa dell' anima dei suoi uomini, 
con questa differenza fra le altre, che siccome la moralità 
non era necessaria alla salute dell'anima nel concetto dei 
napoletani, i soldati erano troppo spesso dei perfetti farabutti 
e degli ipocriti. Sebbene la punizione della sferza fosse 
crudele e oltremodo umiliante, i suoi soldati non erano 
tenuti gran che dentro i limiti della disciplina in tempo di 
pace, e in tempo di guerra civile erano incoraggiati a battersi 
con la promessa di bottino a man salva. In Sicilia non era 

1 De Cesare, I. 1 54. 



172 Garihalai e i Mille 



cosa nuova per un soldato giovarsi della sua eccellente carabina 
per prender di mira una pacifico viaggiatore inglese e alleg- 
gerirlo del suo denaro. ^ E se gì' inglesi potevano, quelli del 
luogo non potevano certo ottenere indennizzo per simili offese. 
Tutto considerato però, le truppe napoletane non man- 
cavano di coraggio naturale, e nelle occasioni in cui furono 
animosamente capitanate, come dal Filangieri e dal Bosco, 
si mostrarono degne dei loro compatriotti, che Napoleone 
il Grande aveva lodati per il valore mostrato alla battaglia 
di Lutzen.^ 

Ma un comando animoso era cosja rara. La voce comune 
diceva che nell' esercito borbonico ogni grado si distingueva 
da quello immediatamente inferiore per la sua maggiore insuffi- 
cienza, e questa così andava a finire nell'assoluta incompetenza 
dei generali. Vi era gran difficoltà per formare il numero 
dei sottufficiali a causa delle condizioni politiche e del sistema 
d'arruolamento. La coscrizione per un termine di quattro anni 
di servizio attivo e quattro altri di riserva era così impopolare 
che non era affatto obbligatoria in SiciHa, e sul continente 
stesso si permetteva al medio ceto e alle classi superiori 
di pagare il cambio. I contadini, che non potevano sottrarsi 
al servizio, erano fra i più ignoranti d' Europa e non era 
facile scegliere fra essi dei sergenti che sapessero leggere 
e scrivere. Così avveniva che i sottufficiali o erano di una 
ignoranza crassa o uscivano dalle classi medie e come tali 
erano soggetti a simpatie liberali. E stato osservato che i 
« tre qua. li almeno di quelH che passarono nel campo di 



^ Mss. Palermo, Polizia, n. 1237, 4, 175, 60; Rapporto Castelcicala, 
31 marzo 1860. 

2 De Cesare, I. 159-162; Pianell, 15; Brancaccio. 209-210; Times, 
21 giugno 1860, pag. 9, col. 4 e 5; Rustow, 146-150; Mundy, 163-164. 



L'esercito Napoletano 173 

Garibaldi dopo la presa di Palermo, nel giugno 1860, 
erano caporali e sergenti. ^ » 

La stessa difficoltà si verificava per gli ufficiali superiori. 
La nobiltà, per essere, parte troppo effemminata e indolente, 
parte troppo liberale, non aveva la stessa tendenza dei nobili 
piemontesi per i! servizio militare. I migliori poi non potevano 
essere orgogliosi d' appartenere a un esercito come quello. 
Era una forza non nazionale ma dinastica: suo scopo non 
era tanto la protezione del paese contro Io straniero, quanto 
la sorveglianza contro i ribelli. Così completo era l'abbandono 
delle nobili tradizioni militari del periodo napoleonico, che 
gì' individui e le famiglie che le rappresentavano avevan 
quasi tutti lasciato il servizio e si tenevano in disparte con 
cipiglio di malcontenti. Lo spirito coltivato dal Re Bomba 
nell'esercito, ch'egli aveva tirato su con le sue proprie mani, 
era di frati e di spie poliziesche, non di soldati. Anche in 
altri eserciti la valentia professionale non è sempre stata 
la sola via alla promozione, ma non mai forse in altri come in 
quello di Napoli la norma riconosciuta di onore e spirito 
militare, è stata così apertamente trascurata. Nel 1848 un 
giovane unciale, desideroso di esser mandato una seconda 
volta nel campo di battaglia era stato presentato al Re. « Come ! 
siete stato in Sicilia e ne siete ritornato con la pelle sana, e 
volete ritornarci a rischiarla un'altra volta ! — aveva esclamato 
il Re con stupore manifesto. — Che la Madonna vi protegga ! ^ » 
In queste condizioni, la difficoltà di avere ufficiali abbastanza 
buoni era insuperabile e quella di averne un numero suffi- 
cente di qualsiasi genere, grande. Ne conseguiva che molti 



iRacioppi, 33; De Cesare, I. 1 54 e F. diP., CHI; Times, 21 giugno 1860. 
pag. 9, col. 5; Rustow, 144. 
^ Brancaccio, 211-212. 



174 Garibaldi e i Mille 



venivan scelti nelle file dei soldati semplici, ma la promo- 
zione non era sempre basata su principi savi. Vi erano degli 
ufficiali che non sapevano ne leggere ne scrivere, e altri che 
erano stati ladri comuni. Il limite d'età per la promozione 
era eccessivamente alto. « Un capitano che non avesse i 
capelli bianchi, era una vera eccezione ».M generali, a parte 
il Nunziante, il Pianell e qualcun altro, eran rimbambiti 
dagli anni e pareva fossero specialmente scelti per la loro 
ben nota incompetenza. ^ 

In questa forza conscia della sua impopolarità fra gli 
abitanti del paese, mancava perfino quell'armonia interna e 
quel senso di solidarietà che è spesso il prodotto di un isola- 
mento simile. Il favoritismo di Corte e 1* intrigo privato, 
mantenuti vivi dall' uso napoletano, distruggevano ogni fiducia 
reciproca. Il vero merito e lo zelo eran negletti, mentre 
« un po' più o un po' meno di favore dalla parte dei superiori 
o del sovrano » poteva tutto. L'egoismo, l' invidia, la gelosia 
e l'intrigo — ci dice il Cava, un fedele sostenitore dei 
Borboni che, appartenendo allo stato maggiore, vedeva il 
tutto dal di dentro — vi regnavano soli, invece dello spirito 
di mutuo aiuto. La critica degenerava in maldicenza e 
questa in calunnia. E la divisione e la sfiducia non erano 
soltanto da uomo a uomo, ma in modo spiccato anche fra 
diversi gradi e branche del servizio. La gelosia e l' ignoranza 
tenevano divisi in altrettanti gruppi esclusivi l'artiglieria e la 
cavaHeria, la fanteria, il genio e lo stato maggiore. Soldati 
semplici, sergenti e ufficiali erano « tre caste separate e 
discordi ». E oltre le divisioni dovute al rango militare, vi 



^ Times, 21 giugno 1860, pag. 9, col. 5. 

«Rustow, 144-145; Cava, II. 7-8; De Sivo, ili. 118; De Cesare, I. 
154-156 e f. di R, CHI, CIV. 



/ mercenari Svizzeri 175 



eran quelle dovute al rango sociale. La classe di mezzo, 
che avrebbe potuto dare una certa unità al tutto, non vi 
era che inadeguatamente rappresentata. I nobili si amman- 
tavano nel loro orgoglio aristocratico e con tutto ciò i con- 
tadini — cosa ben spiegabile, date le circostanze — non 
conoscevano quella soddisfazione dei soldati inglesi nell'essere 
capitanati dai « sigivori ». Contro un esercito così fatto, un 
migliaio di uomini scelti, mossi da un impulso comune sotto 
un duce per cui ognuno era pronto a morire, poteva compiere 
opere sbalorditorie. ^ - 

Neil* anno che intercedette fra la morte del vecchio Re 
avvenuta nel maggio del 1 859, e la spedizione di Garibaldi, 
r esercito napoletano era stato portato al suo numero com- 
pleto per mezzo di nuove leve,^ ma era stato nello stesso 
tempo indebolito per due rispetti importanti. In primo luogo 
i rivoluzionari, valendosi del disprezzo che il nuovo Re 
ispirava, avevano fatto propaganda nell' esercito, tanto che 
al principio del 1860, delle liste di ufficiali ritenuti propensi 
alla causa italiana circolavano fra i comitati patriottici : 
r artiglieria e il genio civile , erano i due rami di servizio 
più malcontenti di tutti. ^ In secondo luogo i reggimenti 
svizzeri, che erano i migliori dell'esercito, erano stati 
congedati. 

Queste truppe straniere erano parte integrante del sistema 
governativo dei Borboni e del Papa. Come sovrani che 
non potevano fidarsi se non di pochi sudditi loro propri, 
essi credevano di poter fare assegnamento sulla lealtà e sul 



iCava. II. 4-5; De Sivo. III. 119; Racioppi, 33. 

2 De Sivo, III. 120-121. 

3 De Cesare, F. di R, CVl, CVII ; De Sivo, III. 118. 



176 Garibaldi e i Mille 



coraggio di pochi mandriani e montanari cattolici di quella 
stessa razza di mercenari immortali che il Leone di Lucerna 
aveva resi celebri. Erano gli svizzeri, che nel 1848^vevano 
rappresentato una parte principale nei successi militari ripor- 
tati nelle strade di Napoli e di Messina. Erano trattati 
come una forza separata avente speciaH privilegi, e la loro 
paga eccedeva di due terzi quella dei soldati paesani. Dei 
loro reggimenti, tre stavano alla sorveglianza della capitale, 
e il quarto teneva a freno Palermo. Ma con Y avvenimento 
di Francesco al trono, il Governo federale svizzero, arros- 
sendo oramai del vergognoso legame fra il proprio Stato 
libero e la peggior tirannide europea, aveva domandato che 
si sopprimessero gli stemmi dei cantoni dagli stendardi delle 
truppe svizzere al servizio straniero. All' annunzio di questo 
cambiamento male accetto, un migliaio di svizzeri in Napoli, 
più fieri della loro terra nativa che del servizio del loro 
padrone mercenario, e timorosi di veder abrogati gli altri loro 
privilegi, si erano ammutinati la notte dal 7 all' 8 luglio del 1 859. 
La prontezza del generale Nunziante li aveva ridotti all'ordine 
con la perdita di un centinaio tra morti e feriti, ma tutti 
e quattro i reggimenti eran stati sciolti, e la loro partenza 
effettuatasi da Napoli e da Palermo nell'agosto, aveva ravvi- 
vate le speranze dei rivoluzionari tanto in Sicilia che sul 
continente. ^ 

Gli svizzeri erano stati congedati per consiglio del Filan- 
gieri, ma nell'autunno e nell' inverno, quand' egli aveva cessato 
di attendere agli affari, la corte, per rimpiazzarli, aveva 
ricorso a un mezzo eh' egli avrebbe in tutto disapprovato. 



iDe Cesare. I. 156-157; li. 15-20; Filangieri, 294-301 ; Rosi, 186; 
Nisco, Frane. II, 12-14; Ma, Palermo, Br. Cons., lettere del Goodwin, 
agosto e settembre 1859. 



Coalizione contro la libertà 177 

Napoli, il Papa, l'Austria e gli espulsi principi di Modena 
e Parma si erano stretti in cospirazione per attaccare e 
distruggere il Piemonte e la Lega degli Stati Centrali. ^ 
Il Governo di Vienna aveva imposto alle autorità tirolesi 
di secondare più che potevano nelle loro valli il lavoro di 
arruolamento per l' esercito napoletano ; e soldati austriaci 
il cui periodo di servizio era spirato, furono mandati per 
mare da Trieste ad Ancona e ai porti napoletani per esser 
incorporati negli eserciti di Pio IX e di Francesco II. Se non 
tenuti in Napoli, secondo un antico privilegio degli svizzeri, 
erano però entrati a far parte dell'esercito regolare, diventando 
noti sotto il nome di reggimenti « bavaresi », diplomatica- 
mente sostituito a quello di « austriaci » che si sarebbe 
più correttamente applicato a un gran numero di essi. ^ 

Questa coalizione contro la libertà di fresca data del- 
l' Italia superiore, rendeva urgente e doveroso che i gover- 
nanti del Piemonte si adoprassero a distruggere, se non 
altro per legittima difesa, i due Regni di Napoli e del Papa 
ora cospiranti con l' Austria alla loro distruzione. ^ Dati i 
principi delle due parti, non si può incolpare ne l'una ne 
l'altra di esse di esser stata la prima a provocare un conflitto, 
ormai divenuto veramente inevitabile. L' Italia non poteva 
rimanere scissa in due dal Rubicone « mezza serva e mezza 
libera ». Era lo stesso problema di « una famiglia divisa 
ai propri danni » sorto allora negli Stati Uniti d'America 
dove non molto prima Abraham Lincoln aveva profetizzato 



1 Bianchi, Cavour, 88-90 ; Bianchì, Vili. 279-280 ; Mazade. 525. 

2 Bianchi, Vili. 279; Monnier, Rivol. due Sic, 96-98; Mazade. 526; 
Br. Pari. Papers, 6, pag. 256 ; 7, pagg. 9-11; Times, 2 1 giugno 1 860, 
pag. 9, colonne 5 e. 6. 

3Treit8chke. 182. 

Garibaldi 1 2 



178 Garibaldi e i Mille 



che, dati due sistemi irreconciliabili, uno doveva di necessità 
abbattere l'altro. « La rivoluzione che si ferma in un luogo 
solo, è perduta » aveva scritto il Mazzini, ed i consiglieri 
di Pio IX e di Francesco II applicavano la stessa norma 
alla reazione. 

Mentre 1* influenza del Filangieri vacillava di giorno in 
giorno e il Governo napoletano si abbandonava a misure 
sempre più violente all' interno ed all'esterno, gli statisti del 
Piemonte stavano fermi alla vedetta, tenendosi bene informati 
per mezzo dei loro agenti, sulle possibilità e difficoltà reali 
della situazione nel sud. Il 29 agosto 1859 il rappresentante 
piemontese di Napoli scriveva per disteso al suo Governo, 
esponendo lo stato di decadenza del Governo borbonico 
dopo la morte di Ferdinando, e la facilità relativa con cui 

10 si sarebbe potuto rovesciare per mezzo di un attacco 
esterno. Egli però negava la probabilità che una rivoluzione 
scoppiasse nel paese stesso senza una spinta in favore. 

11 popolo — scriveva egli di nuovo il 26 novembre — 
per quanto ostile al Governo, si mantiene « avvilito e 
disunito » e il richiamo di Garibaldi dal Rubicone ^ ha 
sparso la gioia nella corte, ma non nel « paese che da lui 
sperava, mancando qui all' intutto la fiducia nelle proprie 
forze. ^ » 

Nel gennaio 1860 il Ministero Rattazzi, vedendo che 
Napoli stava per diventare il centro burrascoso della politica 
italiana, v' inviò uno dei più provetti uomini di Stato 
piemontesi, il marchese di Villamarina. Le istruzioni ch'egH 
recava con se erano di attirare il Re Francesco in una 
alleanza nazionale con il Piemonte contro l'Austria, su una 

^Cfr. addietro, pp. 154-155. 

* Rosi, 184, dagli archivi di Torino. 



Missione del Villamarina 179 

base di riforme interne liberali moderate. ^ Non era che la 
stessa offerta già fatta dal conte Salmour sette mesi prima 
per incarico di Cavour ; e andò a vuoto come quella. I Bor- 
boni rifiutavano di pentirsi mentre era ancor loro concesso 
di farlo. E già si avvicinava a gran passi 1' ora in cui fareb- 
bero appello al Piemonte per quella stessa alleanza, e lo 
farebbero invano. 

La missione del Villamarina fu uno degli ultimi atti del 
Ministero Rattazzi. Nel gennaio del 1860 Cavour ritornava 
al potere e l' Italia, l' Inghilterra e tutti i liberali d'Europa ne 
esultavano di gioia. Era suonata l'ora, e l' uomo necessario 
era venuto. Si alzava il sipario del secondo atto. Oramai 
tutto era pronto per un altro passo avanti con una politica 
che solo pochi mesi prima sarebbe stata vera pazzia. Durante 
il suo ritiro, Cavour aveva tenuto d' occhio il maturarsi degli 
eventi — il prx)lungarsi paziente ed efficace della resistenza 
passiva dell* ItaHa al trattato di Villafranca, 1' appoggio 
dato dall' Inghilterra, l* alienarsi di Napoleone dal Papa. 
L'attitudine di non possumus assunta da Pio IX verso l' insorta 
Romagna, la sua ostentata alleanza con i più sfegatati legitti- 
misti d' Europa e in ispecial modo con quelH della Francia, 
erano altrettanti atti intempestivi di ostilità verso il protettore 
di Roma che era prima d'ogni altra cosa un usurpatore e 
un figlio della rivoluzione, anche quando aveva bisogno del 
voto clericale per consoHJare il suo potere. Con il Natale 
del 1859 Napoleone puniva il Papa e il partito clericale 
pubblicando un opuscolo « ispirato », Le Pape et le Congrés, 
in cui si proponeva in termini velati di confinare il territorio 
papale alla sola Roma e al territorio circostante conosciuto 
sotto il nome. di Patrimonio di San Pietro. 

» Bianchi. Vlil. 274-275, 64^-650. 



180 Garibaldi e i Mille 



Cosi era avvenuto che anche prima di ritornare in ufficio, 
Cavour avesse spesso esclamato : « Sia benedetta la pace 
di Villaf ranca »,^ giacche egH vedeva sorger la speranza di 
un' Italia più estesa e più indipendente di quella promessagli 
da Napoleone a Plombières* 

Al principio del 1860 Napoleone si era già smosso di 
tanto da esser pronto a rendere il suo consenso all' annessione 
della Toscana e dell' Emilia (Parma, Modena e Romagna). 
Il prezzo doveva esserne la Savoia e fors' anche Nizza, il 
cui territorio ceduto alla Francia, avrebbe dovuto, secondo 
i patti non mantenuti di Plombières, riscattare Venezia. 
Cavour era perciò fermo nella determinazione di far sì che 
il primo gran passo del suo nuovo ministero fosse l' annes- 
sione immediata della Toscana e dell' Emilia al prezzo della 
Savoia. Rispetto a Napoli, la sua politica era meno definita. 
Si trattava di aspettar l'occasione : ma a meno che Francesco 
accettasse l'offerta di alleanza presentata dal Villamarina, egli 
non avrebbe avuto il menomo scrupolo a rovesciare la dinastia 
borbonica qualora ne avesse i mezzi. Nel giro di poche 
settimane l'offerta del Villamarina risultò respinta, come 
anche apparve chiaro al Cavour che Napoli stava formando 
un' alleanza offensiva con il Papa e con l'Austria. ^ Assicu- 
ratasi nello stesso tempo la tanto protratta annessione della 
Toscana e dell' Emilia con la conferma di un plebiscito in 
quelle provincie, egli che non aveva mai potuto sentirsi 
libero fino a che questa faccenda rimaneva sospesa, ^ si 
abbandonò finalmente a sperare in eventi ulteriori nel sud. 
Cosi nel marzo 1 860 l'attitudine del Piemonte verso i Borboni S 

1 Ghiaia. III. 187. 

^ Bianchi, Cavour, 88-91. 

3 Ghiaia, III. 209. Lettera al Villamarina, 11 f.bbraio 1860. 



Cavour e Napoli 181 



subì un cambiamento finale in peggio, come e stato rivelato 
chiaramente ai posteri dalla corrispondenza segreta fra Cavour 
e il Villamarina. 

Il 30 marzo egli così scrive a Napoli al Villamarina : 

« Evidentemente si preparano degli eventi di grande impor- 
tanza nel sud dell'Italia.... Ella sa che io non ho il menomo desi- 
derio di spingere la questione napoletana a una soluzione prematura. 
Credo al contrario che per noi sarebbe più conveniente se lo stato 
attuale delle cose durasse ancora qualche anno. Ma... Credo dunque 
che saremo ben presto forzati a tracciare un piano eh* io avrei 
voluto aver tempo di maturare ». 

E perciò egli continua facendo un mondo di domande 
sulla forza relativa dei partiti nel regno borbonico. ^ La 
risposta del Villamarina, del 14 aprile 1860^, contiene con una 
giusta analisi della situazione, queste parole significanti : 
« il Re ha, senza dubbio, l'esercito dalla sua.... le ho scritto 
e le ripeto che il Governo è forte, molto forte, per tener 
a freno la popolazione. » 

Tale era infatti il caso : per sopraffare l'esercito napo- 
letano ci volevano forze esterne. Ma poiché le potenze 
d' Europa, e specialmente la Francia e l'Austria, si oppo- 
nevano a che Cavour mandasse le armi piemontesi, la forza 
esterna da applicarsi doveva essere in forma di bande rivo- 
luzionarie e non vi era che un solo uomo in tutta Italia che 
potesse condurre con qualche probabilità di successo una 
scorreria rivoluzionaria contro 90,000 truppe regolari fornite 
di carabine e di cannoni. E per fortuna quest' uomo, a 

' Ghiaia, HI. 235-236. 

«Ghiaia. IV. pagg. GXXXV-GXXXVII ; Whitehouse. 181-185. 



182 Garibaldi e i MilU 



differenza di alcuni democratici più spinti del suo seguito, 
era incrollabilmente fedele al programma dell' unificazione 
sotto la monarchia di Vittorio Emanuele ; e mentre da un 
lato la fama delle sue gesta e della sua natura romantica 
avrebbe servito a disarmare in gran parte V indignazione 
europea, dall' altro l' entusiasmo illimitato eh' egli suscitava 
in Inghilterra avrebbe assicurato la neutralità benevola della 
potenza che poteva aprire o chiudere a suo piacere, il passo 
nelle acque della Sicilia. ^ 

1 Mazade, 532. 



CAPITOLO Vili. 

La Sicilia. - La Rivolta del 4 aprile 1860. - Rosolino 
Pilo e le speranze per Tarrivo di Garibaldi. 



Fratelli miei, la causa propugnata da me e dai 
miei compagni d'armi, non è quella di un campa- 
nile, ma quella dell' Italia nostra , da Trapani 
air Isonzo, da Taranto a Nizza. Dunque la reden- 
zione della Sicilia è la nostra, e noi pugneremo per 
essa con lo stesso ardore con cui pugnammo sui 
campi Lombardi I 

Lettera di Garibaldi ai Siciliani, 
29 settembre 1859. 



L* isola destinata a diventare in questa crisi suprema, 
il punto di partenza dell' azione unificatrice dell' Italia, ha 
un carattere tutto suo proprio per ragioni sociali e di razza. 
Oltre i primitivi Sicani e Siculi della cui origine poco si 
sa di certo, gli elementi di cui si compone il popolo sici- 
liano, sono venuti in tempi storici dagli estremi opposti 
dell' Europa, dall'Africa e dall'Asia. Gli abitanti dell'estre- 
mità orientale dell'isola discendono in parte dagli antichi 
coloni greci la cui vita pastorale e i cui amori ispirarono la 
musa di Teocrito. L' estremità occidentale — specialmente 
la regione compresa fra Palermo, Trapani e Marsala, teatro 
delle gesta di Garibaldi e dei Mille — è stata popolata 
per la massima parte da genti dell' Africa settentrionale e 
dei paesi orientali, giacche è in quest' angolo nord-ovest 
dell' isola dove un gruppo di coloni fenici si era stanziato 
ai primi albori storici del Mediterraneo, che Cartagine si 
afforzò fino all' ultimo nella sua lotta contro i greci e i 
romani per il possesso dell' isola. Probabilmente i fenici 



184 Garibaldi e i Mille 



lasciarono dietro poche traccie ; ma l* occupazione araba 
succeduta nell' età delle tenebre medievali al decadente 
governo bizantino, vi ha lasciata un' impronta duratura non 
soltanto nell'architettura e nei sistemi di irrigazione, ma nella 
musica, nei costumi, nell' aspetto somatico e nel carattere del 
popolo comune.^ 

Nel nono secolo la Sicilia era divisa fra la religione 
maomettana e la greco-bizantina. ^ Ma con la conquista nor- 
manna la Chiesa cattolica acquistò a poco a poco terreno.^ 
Nei tempi moderni la Sicilia è rimasta ardentemente devota 
alla Chiesa di Roma e se la rivoluzione del 1860 vi avesse 
portato il programma anticlericale da essa proclamato nell' Italia 
del nord, non vi avrebbe ricevuto che un magro sostegno. Al 
moto contro i Borboni parteciparono molti frati, preti e vescovi, 
perchè rappresentava la rivolta di un popolo insulare per 
eccellenza contro la dominazione straniera dei napoletani. 

L'origine di questa ostilità contro il dominio straniero 
suir isola risale a un' epoca remota della storia, ai giorni 
dei Vespri Siciliani, fatto cruento la cui memoria veniva 
invocata con orgoglio quando si dava la stura all' eloquenza 
patriottica. Cresciuti nella credenza che erano stati in tutti 
i tempi indegnamente dominati dallo straniero — bizantini, 
saraceni, normanni, angioini, spagnuoli, napoletani — i sici- 
liani avevano una certa dose di quell'astio ereditario contro 
la sorte e contro il governo che è proprio degli irlandesi. 
Erano dei frondeurs nati e cresciuti. L'attitudine dei capi 
a ordire congiure sopra trame sicure e sottili, e l'intesa 
segreta della popolazione tutta nell' eludere le autorità, erano 



^ Freeman, Sicily. Corsi, 1 5-23. 

«Amari, Mas.. I, 197. 485-487. 

^Gally Knight. 25-26, 124, 260-262. 332-333. 



Sentimenti dei Siciliani 185 

caratteri ancor più spiccati nell' isola che negli altri stati di 
terraferma. Nei tempi di crisi, come nel 1820, nel 1848 e 
nel 1860, essi adottavano i metodi di battersi apertamente 
sulle strade nelle città costiere e di resistere con guerriglie 
sui monti, nell' interno dell' Isola. Ma nutrivano tale odio per 
il servizio militare regolare delle caserme o del campo, sia 
sotto la bandiera dell'oppressore sia sotto quella del libe- 
ratore, che un proverbio siciliano del tempo diceva : « Meglio 
un porco che un soldato ».^ I Re napoletani non osavano 
imporre la coscrizione ai loro sudditi isolani e nel 1860 sol- 
tanto poco più d' un decimo dell'esercito era composto di 
siciliani. ^ Ne conseguiva che la guarnigione dell' isola era 
di napoletani, e odiata come una forza straniera, in modo 
non molto dissimile da quello toccato alle divise bianche 
degli Austriaci in Lombardia. 

Quest' odio generale per il Governo straniero impediva 
la discordia sociale fra gl'isolani stessi. Sebbene il feuda- 
lesimo fosse stato nominalmente abolito nel 1812 ^, un sistema 
latifondista con tutti gli svantaggi e nessuno dei vantaggi 
pertinenti allo stesso sistema in Inghilterra, teneva i conta- 
dini nella miseria più abbietta. Ma molti grandi proprietari 
partecipavano al movimento nazionale come i loro stessi 
dipendenti e riscuotevano attestati di alta stima ogni qualvolta 
dirigevano contro il nemico comune quel sentimento popolare 
che in tempi più prossimi si è specialmente rivolto contro 
loro stessi. Fino al 1 860 non vi furono agitazioni puramente 
agrarie e la questione sociale cominciava a mala pena a 



^ Brancaccio, 248. 

* Riistow, 1 44. 

* Spesso i grandi poderi siciliani si chiamano ancora ex-feudi : prima 
del 1812, erano feudi. 



186 Garibaldi e i Mille 



essere suscitata poiché la povertà dell' isola che colpiva il 
viaggiatore allora non meno di adesso, era considerata dagli 
abitanti come cosa naturale o inevitabile o per lo meno 
come il risultato del dominio napoletano. ^ 

Il programma rivoluzionario del 1848 era stato infatti 
essenzialmente insulare malgrado una certa influenza eser- 
citata dal Mazzini. L' espulsione delle truppe napoletane 
dopo le giornate di Palermo nel gennaio di quell'anno, era 
stata seguita da una dichiarazione di sovranità siciliana indi- 
pendente con r offerta del trono vacante al figlio minore di 
Carlo Alberto di Piemonte. Al rifiuto di questo, reso neces- 
sario dal ritorno degli austriaci in Lombardia, i siciliani 
avevano dovuto tirare avanti come meglio potevano con un 
Governo provvisorio, in mezzo a crescenti difficoltà : quali, 
l'antipatia radicata nel popolo per il servizio militare, il grido 
che la « Chiesa era in pericolo », il diffondersi dei misfatti 
e del disordine per tutta l' Isola e l' incapacità amministra- 
tiva accoppiata all' alto sentire di chi stava alla direzione 
degH affari. Quando finalmente il 15 maggio 1849 il Filan- 
gieri era entrato in Palermo alla testa delle truppe napo- 
letane vittoriose, malgrado l'odio che tutti gli portavano come 
a conquistatore straniero, molti lo avevano salutato restau- 
ratore della tranquillità sociale. '^ 

Questo abile soldato e statista, l' appoggio più saldo della 
dinastia borbonica se essa si fosse appagata di affidarsi 
a lui, era stato fatto governatore dell' isola che aveva soggio- 
gata e se gli avessero lasciato mano libera sarebbe forse 



1 De Cesara, I. 301-303. Cono, ledaldi. Per l'impressione di povertà 
dell'isola, vedansi : Violet le Due, passim; Venosta, 274-283; Ms. Peard 
e altre note garibaldine del 1660. 

* De Cesare, I. 2-5, 



// Filangieri in Sicilia 187 

riuscito nell'intento di riconciliare i siciliani alla loro sorte. 
Invece egli fu sottoposto al controllo del Ministro degli affari 
siciliani in Napoli, giacche la Casa dei Borboni fin dal 181Ó 
aveva mantenuta la stolta attitudine di trattare come una 
provincia serva, l'isola che durante la fortuna avversa del 
periodo napoleonico le si era mostrata tanto fedele. Da 
qualunque parte si voltasse, il Filangieri si vedeva la strada 
intralciata. Aveva meditato un disegno per provvedere la 
Sicilia, non davvero di ferrovie, ma di strade. Nel 1852 
tutta r isola non contava più di 750 miglia di strade car- 
rozzabili : le due stesse città principali di Palermo e Messina 
anzi che essere messe in comunicazione da una strada 
maestra continuata, avevano « 42 miglia di strada mulat- 
tiera » nel bel mezzo del cammino. ^ I viagggiatori perciò 
che dovevano andare dall' est all' ovest dell' isola sceglievano 
la via di mare, tolti pochi inglesi fra i più ricchi e avven- 
turosi che si arrischiavano a cavallo per quei sentieri scoscesi 
e si portavano dietro tende e provvigioni, il cibo e l'alloggio 
che gì' isolani avrebbero potuto offrire essendo, allora a quel 
che pare, anche peggiori che non siano oggi. " Il Filangieri 
aveva sperato di migliorare questo stato di cose ma le sue 
intenzioni furono mandate a vuoto da Napoli e la costru- 
zione delle strade fu posposta fino all' era piemontese. Alla 
fine, nel 1854, trovandosi la via inceppata dagl'intrighi di 
corte, egli aveva deposto il suo ufficio di governatore e, 
pieno di disgusto, si era ritirato. " 



^ Ms. Palermo, Br. Cons., rapporto del Goodwin, 2 giugno 1852. 

^ Venosta, 276-279, storia di tre giovani lombardi che tentarono un viaggio 
in Sicilia nel 1853. 

3 De Cesare, I. 12-13, 37-39, 43-47. 57-59, 301 ; Peard {Cornhill, 
giugno 1908). 818-819. 



188 Garibaldi e / Mille 



Pure egli era riuscito temporaneamente in una parte 
della sua politica di conciliazione. Se le sue truppe avevano 
dato prova di barbarie durante la guerra e in special modo 
a Messina, la restaurazione del potere assoluto non era però 
stata accompagnata da un inutile periodo di terrore. Gladstone 
non avrebbe potuto scrivere intorno ai processi e ai prigio- 
nieri siciliani del 1 85 1 come aveva fatto dei napoletani, perchè 
i promotori principali del 1848 in Sicilia, se la cavarono 
con le più lievi condanne d' esilio. Questi uomini degni, in 
complesso, delle altezze morali e intellettuali additate dal- 
l'Amari e da Ruggero Settimo, non avevano potuto gover- 
nare con successo perchè troppo semplici e inesperti, ma 
avevano sdegnato di arricchirsi quando tenevan le redini e 
ora andavano a sostenere le miserie dell' esilio a Londra, 
a Parigi, a Torino e a Malta guadagnandosi la stima di 
quanti li conobbero, con la loro forza d'animo, il loro 
altruismo e la loro fede. ^ 

Con la partenza del Filangieri sfumò l' ultima speranza 
di conciliazione. Gli succedette al governo dell' isola, il 
Castelcicala, un uomo senza programma politico. Dal 1854 
fino allo sfacelo finale le autorità non si preoccuparono d'altro 
che di praticare la repressione , e il vero governatore 
dell' isola fu il Maniscalco, direttore di Polizia. Questo 
funzionario pieno del suo pubblico ufficio, la cui abilità il 
Filangieri aveva scoperta e ricompensata con promozioni, 
divenne il terrore dei Uberali e dei malfattori troppo spesso 
stretti in lega nei distretti montuosi dentro la terra, perchè tutti 
soggetti a una comune persecuzione del governo. Fu lui che 
formò un corpo siciliano di guardie a cavallo, i Compagni d'armi 
quasi tutti ex briganti assai più destri nel dar la caccia ai 

^ Whitaker, 245 e segg ; Amari, passim ; Ms. Della Cerda ; Corsi, 191. 



Condizioni della Sicilia 189 

loro compagni d'una volta, che non fossero i napoletani 
deli' esercito regolare. ' 

Il paese era privo di qualsiasi libertà di stampa. La 
circolazione dei giornali era proibita, uno eccettuato, il 
Giornale di Sicilia. Per avere le vere notizie bisognava farsi 
prestare i giornali dai Consoli degli altri paesi, che erano 
i soli a riceverh ^, o radunarsi a tre o quattro alla volta, 
con ogni cautela, nella bottega del farmacista, solito luogo 
di ritrovo dei liberali. ^ Perfino le autorità austriache si 
facevano beffe di questa polizia meridionale che ostacolava 
o proibiva agli italiani di viaggiare in Sicilia ^ che radeva 
le barbe e sequestrava i cappelli neri alla lombarda pren- 
dendoli per segni sediziosi'', e interveniva nei ritrovi musicali 
di cinque o sei persone. ^ Nella classe alta vi eran di quelli 
che stavano passivamente dalla parte del Governo, ma anche 
di quelli ben più attivi che si erano messi alla testa delle 
classi artigiane e dei contadini, tutti universalmente ostili al 
Governo napoletano. Fra i contadini non vi era, come nel 
continente, un partito reazionario, e una sola era la loro 
consueta espressione augurale : « Quando ci libereremo di 
questo giogo infame ? » . ^ 

^Brancaccio, 24 (nota). 38; De Cesare, I. 5-7, 57-59; II. 155-157. 
Conv. Paternostro. 

^ Fazio, 18. II colonnello Tedaldi mi ha detto che suo padre gli fece 
imparare l' inglese per metterlo in grado di poter leggere il Morning Post del 
Console inglese. 

^ Fazio, 18. 

* Venosta, 273; Ms. Palermo, Polizia, passirrì, come n. 1237, 4, 
177-178, 60. 

^ PietraganziH, I. 187; Ms. Pahrmo, Br. Cons., 22 marzo 1854; 
De Cesare, II, 193. 

^ Conv. TedaUi. 

'Fazio, 16-17. 



190 Garibaldi e i Mille 



Può sembrar strano che i siciliani partigiani dell' unità 
riuscissero a servirsi del ferito orgoglio insulare dei loro 
compatriotti per creare un entusiasmo popolare verso l'assor- 
bimento dell' isola in un' Italia più vasta, e l'annessione alla 
corona di Vittorio Emanuele. Ma l' esperienza del 1 848 
aveva portato al popolo siciliano questo utile avvertimento : 
dal momento che essi stessi non volevano diventare soldati, 
non potevano sperare di assicurare a se stessi l' emanci- 
pazione permanente da Napoli. Così avevano cominciato 
a metter gli occhi su Garibaldi perchè H liberasse e 
inoltre sugli armamenti piemontesi perchè li proteggessero 
contro una riconquista. Ne uomini come l' Amari, il 
La Farina e il Crispi, né la classe colta in generale si 
facevano un domma di questo esclusivismo insulare. Rite- 
nevano che r annessione alla nuova Italia avrebbe risposto 
al loro desiderio di partecipare alla più larga coltura italiana 
che dopo tutto era stata l'elemento più valido della civiltà 
siciliana moderna, e la vera forza che dal Medio Evo in 
poi aveva fuse le diverse razze che ancora abitano l' isola, 
in una sola. Supponevano ben a ragione che, effettuata 
l'unione con l' Italia, quella coltura troverebbe campo di 
espandersi, una volta che la libertà di stampa e la libertà 
personale fossero garantite : che frutterebbe loro, almeno 
in un certo grado, la persuasione di esser padroni nella 
propria isola ; che porterebbe con sé strade e ferrovie, 
che attirerebbe da ogni lato capitale e commercio e 
mettrebbe loro stessi in contatto con il mondo esterno 
da cui il sistema poliziesco dei Borboni a bella posta li 
isolava. E non pochi s' imaginavano a torto che otterreb- 
bero tutti questi benefìci, senz'aumento di tasse e senza 
doveri militari, e con miglioramento immediato della disgra- 
ziata condizione economica e sociale del paese. Il desi- 



// movimento unitario 191 

derio però di unirsi all' Italia, mal potrebbe dirsi generale 
prima del 1 859. ^ 

Dal 1850 al 1858 le fila delle cospirazioni in tutta l'isola 
erano nelle mani dei partigiani del Mazzini. Di mano in 
mano che la sua influenza veniva rimpiazzata da altre nel 
nord, egli dirigeva gli sforzi dei pochi rimastigli fedeli verso 
la Sicilia negletta dagli altri partiti. Le sue idee di unità 
e repubblica avevano ispirato il Bentivegna a dare con gioia 
la propria vita sollevando una disperata rivolta presso Cefalìi 
nell'inverno del 1856.^ Gli agenti principali del Mazzini nella 
questione del sud erano i due esuli siciliani Crispi e Pilo, 
e un modenese, anima eletta, Niccola Fabrizi. Fin dal 1837 
il Fabrizi aveva piantato il suo quartier generale a Malta 
e di là aveva dedicato la vita a volgere a favore dell'unità 
italiana il senso di ostilità che esisteva contro i Borboni. Nei 
primi anni dopo il 1850 aveva raccolto in segreto delle 
munizioni e qualche centinaio di moschetti usati e cattivi, 
in parte acquistati, in parte salvati dal naufragio dell'ultima 
rivoluzione in Sicilia, in parte acquistati dal Mazzini in 
Inghilterra per 500 sterline. ^ Era illegale tenere una simile 
collezione d'armi in Malta, ma le autorità inglesi, neutrali 
e pur benevoli verso i nemici del Bomba, non si dettero 
attorno per scovarla. La voce che ne correva rivestì il Fabrizi 
di importanza agli occhi dei partiti siciliani. Il Governo di 
Palermo lo fece circondare di spie che mandavano rapporti 

1 Ad esempio, Ms. Palermo, Br. Cons., lettera del Goodwin, 3 luglio 1851, 
e Arch. di Stato, Polizia, n. 1212, lettera del Castelcicala, 7 marzo 1857; 
sullo Spirito pubblico. 

« Mazzini, XI. pag. XXVIII-XXX ; Pietraganzili, 1. 51-52 ; Villari, 291, 
Bentivegna e Sansone, passim. 

» Villari, 392-393; Ms. Shaen, lettera del Mazzini, 17 novembre 1851; 
Rass. Naz., gennaio 1905, pag. 7. 



192 Garibaldi e i Mille 



periodici sui suoi movimenti. ^ Il passaggio dei cospiratori 
dalla Sicilia, da Genova e dall' Inghilterra era costante, e 
tutti facevano centro a Malta minacciando di là il Governo 
borbonico. 

Così per r attività incessante dei mazziniani negli anni 
in cui gli altri partiti si appagavano di pazientare aspet- 
tando tempi più propizi, V idea dell' unità italiana si era 
venuta amalgamando nelle menti siciliane con l' idea della 
rivolta contro Napoli. Quando negli anni più vicini al 
'60, giunsero agli orecchi di quegli isolani*, gli echi della 
politica di Cavour e dell' appoggio a essa dato dalla Società 
Nazionale e dal suo segretario La Farina ^ — anche lui 
un siciliano in esilio — le menti eran già preparate per 
detto e fatto del Mazzini, all' idea della fusione con l'Italia. 
Ne potrebbe dirsi che il Mazzini o i suoi agenti si oppo- 
nessero attivamente a che i loro amici siciliani abbando- 
nassero le idee repubblicane del vecchio programma. Lo 
stesso Fabrizi seguendo Garibaldi, dava la sua adesione al 
principio fondamentale della Società Nazionale, l' unione 
sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. ^ 

Finalmente, nell' estate del 1 859, la notizia delle vitto- 
rie riportate suH' Austria nella pianura lombarda provocò 
in Sicilia un movimento concorde di tutte le classi e di 
tutti i partiti. L'aristocrazia di Palermo non aveva parte- 
cipato in massa alle agitazioni e cospirazioni mazziniane, ma 
Magenta e Solferino 1' accesero di entusiasmo. La sera del 
26 giugno 1859, alcuni giovani improvvisarono un' illumi- 



1 Mss. Palermo, Polizia, ad esempio n. 1 212 ; Note di Malta, marzo 1857, 
• n. 1237, 5, 209-211, 60. 
* Vedasi addietro pag. 84. 
3 Fabriii. 39: Villari, 382-391. 



Dimostrazioni a Palermo 193 

nazione nel Circolo dei Nobili in piazza Bologni di faccia 
alla bella statua di Carlo V. In principio i popolani igno- 
ranti non sapevano spiegarsi il perchè di quei lumi alle fine- 
stre e avendo sentito che i nobili celebravano « Solferino », 
rimanevano là bisbigliando fra di loro: « Chi è sta sufra- 
reddu? ^ La sentinella di guardia al piede della statua 
guardava i lumi scintillanti godendoseli allegramente, senza 
sapere che segnavano il principio di molti dolori per lui, 
e per i suoi camerati, ma le autorità fecero ben presto la 
luce. Il Maniscalco stesso, bollente d'ira, si aprì il passo 
nel Circolo alla testa dei suoi sbirri, spense i lumi, chiuse 
le porte e per qualche giorno continuò a far arresti fra la 
gioventii delle prime famiglie di Palermo. Un tal proce- 
dere scorretto e violento gli sollevò contro tutta l'aristo- 
crazia della capitale, e affratellò tutte le classi, dalla più 
alta all'infima in una tacita cospirazione contro il governo, 
la quale durò tenace per tutto il corso dell'anno decisivo che 
seguì a quello. L' entusiasmo era contagioso : giovani di fami- 
glie che fin qui non avevano concepito altro modo di pas- 
sar la vita che partecipando ai suoi piaceri più facili, erano 
pronti a qualunque azione coraggiosa che li facesse rinchiu- 
dere nella gran prigione Vicaria, divenuta^er loro il « luogo 
in cui si riceveva il battesimo della rigenerazione patriottica. »^ 
Il movimento ebbe l' immediato effetto di far rivolgere 
il pensiero a Garibaldi. I cospiratori lo invitarono ad andare 
a dirigere la rivoluzione in Sicilia, al che egli rispose con 
molto buon senso da Bologna il 29 settembre 1859: 

« Rannodatevi al nostro programma: Italia e Vittorio Ema- 
nuele! Indissolubilmente. Se potete farlo con possibilità di riu- 

^ Brancaccio, 11-22, 35. 
Garibaldi 13 



194 Garibaldi e i Mille 



scita, insorgete ! Se no, lavorate ad unirvi e farvi forti. Circa ad 
andare io in Sicilia, Io farò con piacere, con devozione ! Abbisogno 
però d' un contatto più intrinseco da me a voi : di relazioni più 
strette. Bisognerà stabilirne il modo e farlo efficace, perchè non 
vogliamo oggi rischiare il sicuro. » 

In risposta i suoi corrispondenti gli rinnovarono la domanda 
di andare a mettersi alla loro testa, o se egli stesso non 
potesse, di mandare qualcuno di sua fiducia, perchè per 
discordi che fossero fra di loro, tutti i partiti e tutte le 
classi dell' isola si riunirebbero al nome di Garibaldi. La 
cosa non ebbe seguito, ma il consiglio di Garibaldi e la 
sua promessa condizionata di andare avevano concorso non 
poco a unire e incoraggiare i siciliani. ^ 

Intanto nell'agosto un signore armato di occhiali, pro- 
veniente dall'Argentina, viaggiava per l' isola come un tourist 
sotto il nome di Manuel Pareda. Lo si vide arrampicarsi 
sull'Etna come di prammatica, ed esplorarne con l'occhio 
gli abissi del cratere in compagnia di alcuni ufficiali inglesi 
a cui r americano parve straordinariamente al corrente 
delle cose siciliane. 11 Pareda non era in realtà che un 
siciliano, sotto mentite spoglie, quel Francesco Crispi che 
fu poi celebre primo Ministro d' Italia. A quel tempo egli 
aveva quarant' anni e già a chi lo aveva conosciuto in 
Londra pareva superasse i suoi compagni d' esigHo sia per 
talento, sia per spirito d'ambizione personale. Ma egli aveva 
sacrificato ogni aspirazione della vita alla causa mazziniana, 
era stato perfino espulso da Malta e dal Piemonte e ora, 



1 Villari, 373-377; Mazzini, XI, pag. XXXVII. Cfr. la citazione in testa 
al capitolo per altra parte di questa lettera. 



Francesco Crispt in Sicilia 195 

travestitosi, sfidava i pericoli d' un viaggio attraverso la sua 
terra nativa affine di mettere in accordo per una preparata 
insurrezione, i cospiratori di Messina e di Palermo sempre 
sospettosi gli uni degli altri. La partenza del reggimento 
svizzero da Palermo servì d' incoraggiamento alla cosa ^ e 
fu convenuto che la rivolta cominciasse nella capitale il 
4 ottobre 1 859. Ma al suo ritorno nell' isola 1' 1 1 ottobre, 
sotto un nuovo travestimento, dopo un suo breve soggiorno 
in Inghilterra il Crispi trovò che la miccia non aveva 
preso fuoco. Il Mazzini e i suoi amici credettero che il 
Piemonte avesse mandato dei contrordini per mezzo del 
La Farina onde evitare un* insurrezione in Sicilia prima che 
le Provincie dell' Italia Centrale fossero annesse e sicure. 
Ma è più probabile che i siciliani stessi non avessero osato 
fare il colpo, perchè la polizia aveva fiutato il complotto e 
arrestato parecchi dei capi. Un' insurrezione locale a Baghe- 
ria, dieci miglia fuori della capitale, capitanata dall'impe- 
tuoso patriotta Campo, era stata facilmente repressa. La 
congiura era andata a vuoto. ' 

Il 27 novembre il Maniscalco fu pugnalato sulla soglia 
della Cattedrale di Palermo dov' era andato a sentir messa 
con la moglie e il figlio. L'assassino travestito se la scampò, 
ne si seppe mai se egli avesse avuto dei complici. II Mani- 
scalco si riebbe presto della ferita, ma l'inazione tempo- 



* Vedasi più sopra pag. 1 76. 

* Crispi (I), 233-255. M.r Dolmage, un inglese che s'imbattè nel Pareda, 
conferma la storia del loro incontro, indipendentemente dal Crispi. Ms. 
della Cerda ; Cono. Mrs. Whitaker ; Stillman, Crispi, 51-52; Mazzini, XI, 
pag. XXXVI-XXXVIII ; De Cesare, II. 1 53- 1 54 ; Campo, 55-79 ; Villari, 379- 
381 ; Pietraganzili, I. 218-231 ; Paolucci, Pilo, 238; Riso, 5-8; Ms. Roma, 
Mazzini Lettere, V. E., n. 3344, a Crispi, 1859. 



1% Garibaldi e / Mille 



ranca di lui, V uomo più temuto d*ogni altro, servì a infon- 
dere coraggio nei rivoluzionari. ^ 

Nel febbraio del 1860 un piemontese di nome Benza, 
si attirava gli sguardi di tutti nella miglior società di Palermo. 
Egli portava messaggi secreti del La Farina, il rappresen- 
tante di Cavour : che i Siciliani insorgessero se sicuri di 
successo, e il Piemonte, sebbene per l'attitudine dell' Europa 
non potesse dare loro appoggio che a rivoluzione compiuta, 
proteggerebbe la Sicilia liberata, contro il pericolo d'esser 
riconquistata. ^ 

In tutto conforme a questo era il consiglio del Mazzini. 
Il 2 marzo 1860 egli scriveva la sua famosa lettera ai 
Siciliani : 

« Fratelli, confesso.... ch'io non riconosco più gli uomini 
della disfida del '48 nei Siciliani dell'oggi.... Prima di tutto, io 
ripeto a voi, ciò che stampiamo da ormai due anni : Non si tratta 
più di Repubblica o Monarchia : si tratta d' Unità Nazionale 
— d'essere o non essere.... Se l'Italia vuol essere monarchica 
sotto Casa Savoia, sia pure. Se dopo tutto, vuol acclamare libe- 
ratori e non so che altro, il re e Cavour, sia pure. Ciò che tutti 
or vogliamo è che l'Italia si faccia.... Aspettare che? In buona 
fede, potete voi credere che Cavour, il re e L. Napoleone ven- 
gano a darvi libertà.... Osate, perdio! Sarete seguiti. Ma osate 
in nome dell'Unità Nazionale: è condizione sine qua non.... 
Garibaldi è vincolato ad accorrere. Credo poter affermare che 
la vostra iniziativa sarebbe immediatamente seguita dall' inoltrarsi 
delle forze del Centro. » 



1 Giaccio, 34; De Cesare, II. 155-156; Pietraganzili, I. 233-234; 
Colonna, 93-94. 

2 Brancaccio, 82-83; De Cesare, II. 158-160. 



Cospirazione del Riso 197 

Questa lettera letta in un'adunanza segreta dal Comitato 
rivoluzionario di Palermo produsse profonda impressione su 
quegli uomini che già vergognavansi della loro inoperosità. ^ 

Così sospinti a un tempo dai cavouriani e dai mazzi- 
niani ad agire per conto proprio e poi rivolgersi al Pie-^ 
monte per aiuto, i siciliani cominciarono finalmente a solle- 
varsi. Ma si può dubitare che avrebbero avuto il coraggio 
di tenersi fermi alla decisione presa, se non fosse stato per 
un pover' uomo, certo Francesco Riso, stagnaro e muratore. 
E al Riso che V Italia deve, malgrado le sue pecche, un 
gran debito di gratitudine, poiché fu lui che a costo della 
propria vita dette l' impulso alla rivoluzione locale che trascinò 
in campo Garibaldi e portò in otto mesi alla Hberazione 
della Sicilia e di Napoli, dell' Umbria e delle Marche, 
e alla creazione del Regno d' Itaha. 

. I cospiratori non avevano in tutta Palermo che poche 
centinaia di armi da fuoco con cui attaccare una guarni- 
gione di quasi 20000 uomini. In condizioni simili è più 
facile pensare che accingersi a una rivolta. Il barone Riso, 
da non confondersi con Riso lo stagnaro, intratteneva l'aristo- 
crazia di Palermo con balli frequenti dati al primo piano del 
suo bel palazzo in via Toledo che dovevan servire di coperta 
alle riunioni patriottiche tenute al piano di sopra, dove 
quegli uomini in sparato bianco scappavano inosservati fra 
un valzer e una contraddanza dando mano a preparar car- 
tuccie, per la prossima rivoluzione, ^ In un' altra casa si 

1 Mazzini, XI, pag. XLVIII-L! ; Paolucci, Pilo, 243, Riso, 18-19; 
V. M., 2, nota. 

^ Whitaker, 273 ; Brancaccio, 81-82. Le bombe non erano a scopo di assas- 
sinio, ma per essere usale in campo aperto e così furono adoperate il 4 aprile. 



198 Garibaldi e i Mille 



stampavano dei fogli volanti sediziosi su un torchietto che 
smontato e riposto in apposita cassetta di metallo spariva 
in un vaso di fiori sotto uno strato di terra negli intervalli 
in cui non era in uso. ^ Per lavorare al torchio e confezionare 
le bombe come quei signori facevano, bisognava avere del 
coraggio, ma ci voleva un' audacia che non conosce cautele 
per scender nella strada e offrirsi al fuoco dei soldati, e 
quest' audacia non 1' ebbero che lo stagnaro Riso e qualche 
ventina di operai ispirati da lui. 

Nel marzo i due gruppi di cospiratori — Riso lo sta- 
gnaro e gli operai in uno, il barone Riso e gli aristocra- 
tici neir altro — si strinsero insieme. Il barone Riso e il 
comitato fornirono le bombe e i mezzi per 1' acquisto di 
armi da fuoco agli operai, ' Lo stagnaro introdusse di stra- 
foro nella città, sotto un carico di materiali del suo mestiere, 
un cannoncino di legno e una magra provvista di tromboni 
e moschetti, depositandoli in un fabbricato annesso al vec- 
chio convento Gancia e chiamato Terrasanta, eh' egli aveva 
preso in affìtto per queste sue mire, ma sotto il pretesto di 
dover fare delle riparazioni alla sua propria casa che stava 
di faccia al convento. Questa bella costruzione, come pure 
il labirinto di viuzze vecchie, strette e romantiche che lo 
circondano, sono ancora al giorno d' oggi, come tanta altra 
parte di Palermo, tali e quah erano allora quando nel loro 
cuore cominciò la rivoluzione italiana del 1860. ^ 

Sotto la pressione incalzante del Riso che era fiera- 



^ Reclamo Meli; Stamp. cland.; Pietraganzili, I. 447-448. Questa cas- 
setta, somigliante per forma e grandezza a una cappelliera, è visibile nel museo 
di Palermo, sezione del Risorgimento. 

* Giaccio, 39 ; Paolucci, Riso, 18-19. 

» Marco, 121-122; Paolucci. Riso, 13-14. 



Insurrezione al convento della Gancia 1 99 

mente determinato ad agire, il Comitato consentì a fissare 
r insurrezione per il 4 aprile. ^ Il 2 aprile il Riso disse ai 
suoi amici, la famiglia Campo, che non si aspettava ne che 
i nobili prendessero parte attiva nella mischia né che la 
capitale insorgesse; che si aspettava bensì di morire, ma 
che se sopravvivesse si vendicherebbe a sangue dei moderati 
e dell'aristocrazia che lo avevano disertato al momento 
dell' azione. ' 

La vigilia del giorno fissato, quest' uomo risoluto e i 
suoi diciassette seguaci vegliarono tutta la notte sulle loro 
armi ammucchiate sulla Terrasanta, aspettando l'alba. Ai 
primi bagliori grigiastri del 4 aprile sui vetri delle finestre 
sentirono lo scalpiccio delle pattuglie nella strada e seppero 
ch'erano stati scoperti. Nessuno li aveva traditi, meno d'ogni 
altro i frati del convento Gancia, checche abbian asserito 
più d'una volta la leggenda borbonica e la patriottica. Il 
complotto, noto a un grande numero di persone, era il 
discorso di quasi tutta Palermo e giunse all' orecchio di 
alcuni fautori del governo, e come tali in pieno diritto d' in- 
formarne il Maniscalco. ^ « Oramai ci siamo troppo avanzati, 
— disse il Riso sentendo arrivare le pattuglie — non c'è 
altra via che d' affrontare coraggiosamente il nemico. » Alle 
cinque si slanciarono fuori della Terrasanta con le armi in 
pugno, e al grido di Vìva V Italia, Viva Vittorio Emanuele, 
scambiarono alcune schioppettate con i Compagni d'Arme 
e i soldati nel vicolo che divide il Convento dalla casa del 
Riso. Vi furono dei caduti da una parte e dall' altra. Il Riso 



^ Campo, Lettera, 6-9; Paolucci, Riso, 18-20. 

* Campo, Riso, 1 2 ; Paolucci, Riso, 22, cita le parole di lui : « Tutti 
quelli che ci tradiscono, noi li fucileremo, quando saremo vincitori ». 
3 Paolucci, Riso, 20-21; Marco, 128-130. 



200 Garibaldi e i Mille 



e i suoi, a cui si erano aggiunti altri pochi ribelli accorsi 
da un altro centro della cospirazione non lontano dal loro, 
si ritirarono nel convento stesso a cui i soldati dettero l'as- 
salto. Invano suonarono a martello la campana del convento 
chiamando la città atterrita alla rivolta; invano scagliarono 
le bombe che non esplosero. Le truppe napoletane fracas- 
sarono le porte a colpi di cannone e si precipitarono nel 
Convento, uccidendone alcuni e facendo prigionieri gli altri, 
fra cui il Riso stesso che era caduto mortalmente ferito 
vicino allr: porta. E supponendo a torto che i frati, noti per 
le loro simpatie popolari, avessero preso parte alla rivolta 
covata nello stabile annesso al convento, i soldati li legarono 
a due a due e spogliarono è saccheggiarono la loro chiesa. 
Come era stato stabilito nel complotto, altri due gruppi 
di ribelli — forti di cinquantadue uomini l' uno, di tredici 
r altro — dovevano prendere le mosse da due altri centri 
vicini al luogo sopra indicato, e, fattisi strada, per le vie 
della città unirsi al Riso, ma erano stati intercettati dalle 
truppe e solo pochissimi erano giunti fino al convento. Le 
autorità messe suH' avviso avevano così bene attuata V occu- 
pazione militare della città, che, come aveva profetizzato il 
Riso, ne r aristocrazia ne il popolo presero parte alla lotta, 
sebbene il Barone Riso ed altri nobili avessero corso le 
strade incitando all' insurrezione e promettendo l' aiuto di 
rinforzi dal Piemonte. ^ Alle otto tutto era finito. ^ 



^ Mss. Palermo, Polizia, 8 aprile, lettera del Castelcicala al Ministro per 
la Sicilia. 

^Paolucci, Riso, 20-25; De Cesare, II. 164-188; Marco, 130-147; 
Cronaca, 6-7; L' assorta 4, aprile; Mss. Palermo, Br. Cons. rapporto del 
Goodwin sul 4 aprile e lettera del 3 maggio. Winninglon Ingram, 193-194 
per l'ora, errata in alcuni resoconti. 



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Sollevazione nell'interno 201 

Nei sobborghi le schioppettate continuarono ad intervalli 
fino all'imbrunire, e le truppe napoletane profittarono del- 
l'occasione per incendiare e predare a lor voglia facendo 
eccidio di donne e ragazzi inermi. ^ Le squadre o bande 
di ribelli delle montagne interne dell' isola, non eran riu- 
scite a mandar ad effetto la parte diffìcile assegnata loro 
dal comitato dei cospiratori, che consisteva nell' aprirsi il 
passo fino al cuore della città, e là giunti, unirsi al Riso. 
Pure alcuni erano scesi armati nella pianura maravigliosa 
della Conca d' Oro, in cui giace Palermo, e si eran battuti 
nelle strade dei sobborghi e nei boschi circostanti di aranci 
e limoni. E dal 4 aprile fino al giorno dell'ingresso di 
Garibaldi, alcuni insorti erranti a gruppi di due o tre e 
perfino dodici, nascondendosi di giorno nell' immensa foresta 
d'agrumi, continuarono a tirar colpi di fucile e ad andar 
predando di nottetempo intorno alla città addormentata. ^ 

Ma il grosso delle squadre non si trovava veramente 
nella pianura declinante al mare bensì sull'irta cerchia di 
montagne dai contorni vaghissimi cingenti la Conca d'Oro 
con i loro bracci protesi, e al di là di esse. Dietro quella 
barriera si stende verso il sud un altipiano ondulato ed aperto 
seminato a grano, rotto qua e là da coste precipitose e da 
vette rocciose, sulle cui cime o al cui piede ombroso si 
annidano le città montane : Corleone, Calatafimi ed altre 
minori. E in queste specie di villaggi colossali che contano 
dai 5 ai 20 mila abitanti, che i contadini siciliani da tempi 
immemorabili si raccolgono insieme alla notte per sicurezza, 



1 Ms. Palermo, Polizia, n. 1237, 4, 184, 60 e 249, 60, racconto parti- 
colareggiato di Enrico Bamberger e Tagliavia. 

^ Mundy, 105. Il signor Tedaldi mi dice di aver sentito far fuoco nella 
pianura ogni notte dal 4 aprile al 27 maggio. 



202 Garibaldi e i Mille 



disperdendosi poi di giorno a piedi o a cavallo per attendere 
alle loro opere in angoli remoti di quella vasta distesa di 
campi seminati che già furono il granaio di Roma Imperiale. 
Questo strano paese, il vero cuore della Sicilia, quasi ignoto 
agli stranieri allora come adesso, non era stato efficacemente 
occupato ne dai Napoletani ne dagli Spagnoli prima di loro. 
In una età lontana gli arabi avevano rizzato i loro castelli 
neir interno dell' isola, ma gli altri conquistatori ad essi 
succeduti, non avevano tenuto guarnigioni che nelle città 
della costa. ^ Sotto i Borboni, al contrario di Palermo e 
Messina, di Trapani e Girgenti, sempre stipate di truppe 
e rovistate per il sequestro delle armi, le' popolazioni delle 
città interne, anche delle maggiori, non avevano quasi mai 
veduta una brigata di soldati ed erano ancora in possesso 
di fucili da caccia e tromboni. ^ Così ora, al segnale della 
rivolta dato dalla Gancia, i giovani contadini dell' angolo 
nord-ovest dell' isola, i più avventurosi o i più patriottici 
— e in certi casi anche i più scellerati — seguirono i loro 
signori sul campo, animati da un ultimo bagliore dell' antica 
devozione feudale. E fino all' apparire di Garibaldi, le loro 
bande errarono per quelle montagne, rifugiandosi a volte 
nei villaggi per passarvi la notte e sostenendo scaramuccie 
con le colonne staccate che si mandavano da Palermo sulle 
loro piste. 

Incessanti furono gli scontri con queste squadre di poche 
centinaia V una, avvenuti sulle montagne dominanti Palermo, 
a Monreale, Gibilrossa e altrove, per due settimane dopo 



1 Vedansi le carte III e IV. Viollet le Due, 63; Fazio, 41. Credo che 
la sola guarnigione napoletana dentro terra nel 1860, fosse quella di Calta- 
nisetta. E certo che non vi erano truppe di stazione permanente a Piana dei 
greci, Alcamo, Calalafirai e Corleone. 



Piana dei Greci 203 



il 4 aprile. La vittoria rimaneva quasi sempre ai regi e 
r ultimo scontro del 1 8 aprile a Carini pareva già prean- 
nunziare la dispersione completa dei rivoltosi. ^ 

Piana dei Greci, una borgata alpina in una piccola e 
fertile pianura cinta tutto attorno da magnifiche montagne, 
era il focolare della libertà nella Sicilia occidentale. Seb- 
bene non disti più di dieci miglia da Palermo, andando in 
linea retta a mo' di corvo, pure la barriera di montagne 
che la separa da questa, T aveva tenuta isolata e relativa- 
mente libera da interventi. Popolata alla fine del secolo 
decimoquinto da una colonia di albanesi greci in fuga dal 
loro paese e dai suoi guai, contava ancora frati discendenti 
da quella gente, molti che avevano saputo conservare in 
quella fortezza naturale tra i monti, non soltanto la loro 
religione greca ma altresì il carattere fiero e indipendente 
acquistato dai loro antenati guerreggiando nei Balcani. 
Era là che il 1 9 aprile X albanese Piediscalzi riconduceva 
il piccolo e scoraggiato residuo della sua brigata dopo 
lo scontro di Carini , con T intento di sbandarla e di 
emigrare. Fare ciò significava metter fine alla rivolta, 
giacche non era probabile che quando gli albanesi posa- 
vano le armi, gli altri potessero sostenere a lungo la costa.' 
Se non che la sera del giorno dopo, le speranze si 
riaccesero. Rosolino Pilo, un siciliano di nobile famiglia 
che aveva sostenuto una parte dirigente nel '48 e d'allora 
in poi durante il suo lungo esilio in Inghilterra si era stretto 



^ Cronaca, 8-43; Butta, I, 12-15; Piana dei Greci, 11-22; Fazio, 23- 
45; De Cesare, II, 155, 167. 

* Termini, che aveva mandato un contributo d' uomini alle squadre, fu 
occupata dalle truppe napoletane il 22 aprile. Termini, 5-6. 



204 Garibaldi e i Mille 



d'amicizia intima con il Mazzini, comparve inaspettato in 
Piana dei Greci annunziandosi come araldo della venuta di 
Garibaldi. 

Il Pilo e il suo compagno Corrao avevano lasciato 
Genova il 25 marzo in una piccola barca a vela, e dopo 
pericoli e indugi d' ogni sorta avevano toccato terra nei 
paraggi di Messina il 10 aprile. Avendo appreso che la 
insurrezione era in corso all' altro estremo dell' isola, avevano 
percorso questa in tutta la sua lunghezza fino a Piana dei 
Greci sollevando nei villaggi sul loro passaggio delle entu- 
siastiche dimostrazioni patriottiche e promettendo ovunque 
il prossimo arrivo di Garibaldi. Giunti quasi alla fine del 
loro viaggio romanzesco, nel bel mezzo della Ficuzza, un 
bosco di quercie selvaggio e solitario, si erano imbattuti 
nei Compagni d'armi che avevano dato la caccia alla loro 
guida impadronendosene. 

La notizia che essi portavano intatta attraverso tanti 
pericoli fino a Piana dei Greci, impedì che il movimento 
cominciato il 4 aprile si estinguesse del tutto. Il Pilo aveva 
giuocato una strana partita ; era andato in Sicilia a tener 
viva r insurrezione nella speranza di poter così indurre Gari- 
baldi a seguirlo e assumerne il comando, e trovava al con- 
trario che il solo mezzo di tenerla viva era di annunziare 
la venuta di lui come già certa. Gli albanesi diedero subito 
parola ai patriotti delle città siciliane, di scendere in campo 
ancora una volta, e sebbene il loro stesso villaggio fosse 
sollecitamente occupato dalle truppe regie, si posero sotto 
il comando del Pilo rimettendosi un' altra volta in marcia 
per spingersi al di là di Monreale. E là il Riso, ora alla 
testa dell' insurrezione parzialmente ravvivata, steso il suo 
campo improvvisato sulle montagne dell' Inserra, rimase a 
vigilare Palermo nella sua pianura, aspettando che l' arrivo 



Rosolino Pilo in Sicilia 205 

effettivo di Garibaldi venisse ad alleggerirlo di così grave 
responsabilità. ^ 

L'arrivo del Pilo, arra di sicurtà dell'avvicinarsi del 
deus ex machina, cambiò intieramente l' atmosfera poli- 
tica. La rivolta non era riuscita, ma erano i siciliani che 
esultavano, i soldati che si facevan cupi e trepidanti. Durante 
le ultime due settimane d' aprile, e i primi giorni di maggio, 
le autorità di Napoli e Palermo furono mantenute in allarme 
continuo dai falsi rapporti dei cardinali di Roma e dei 
loro propri agenti in Genova e in Torino, concordi nel 
dire che Garibaldi aveva già fatto vela. ^ 

I siciliani di ogni classe nutrivano la fiducia piena e 
illimitata eh' egli sarebbe venuto e avrebbe vinto ; « è una 
credenza universale — scriveva il 3 maggio il governatore 
Castelcicala — e si è sparsa nei più remoti villaggi del- 
l' isola ».^ Il piccolo torchio di Palermo usciva ora spesso 
fuori dal suo vaso di fiori per stampare delle circolari che 
cominciavano « Fratelli, vinceremo » e finivano firmate « // 
Comitato » . L' eccitamento degli animi si era mutato in vera 
tensione fin dal 7 aprile quando si erano visti sfilare per 
le strade affollate della città e sparire nella fortezza di 
Castellamare, il barone Riso e altri cinque nobili delle 
famiglie primarie di Sicilia legati insieme come malfattori 
comuni. Il Comitato organizzò dimostrazioni imponenti a 

^ Piana dei Greci, 22-23; Paolucci , Pilo, 246-266; Romano-Catania, 
3-5 ; Costantini, cap. VII e X. Per il viaggio del Pilo, vedasi Motto o 
Mazzini, XI, pagg. LIV, LXIX, CLXIV-CLXX. Risorg. Anno I. IV, 
711-714. La data della partenza fu il 25 marzo {Mazzini XI, pag. CLX- 
CLXVII), non il 26, come afferma Paolucci, Pilo, 248. 

^ Mss, Palermo, Polizia, n. 1 238, passim. 

* Mss. Palermo, Polizia, n. 1238, passim. Lettera del 3 maggio; Bran- 
caccio, 164, 167, 178. 



206 Garibaldi e i Mille 



prova della unanimità della capitale e della sua obbedienza 
agli ordini. Un giorno una gran folla di parecchie migliaia di 
persone si formò come per incanto nella via Toledo lunga un 
miglio che divide la città per il mezzo, e prima che la 
polizia, presa alla sprovvista, sapesse dove metter le mani, 
scoppiò in un grido unanime di Viva Vittorio Emanuele. 
Non passava giorno che non si vedessero dimostrazioni 
minori, e numerosi arresti. Spesso le botteghe serravano le 
imposte. La prigione-fortezza di Vicaria, nel sobborgo set- 
tentrionale della città, era affollata da centinaia di prigionieri 
politici che gridavano sotto il naso dei loro carcerieri la 
nuova che « Piddu » stava per venire. ^ 

Mentre questi nuvoloni carichi della tempesta che non 
doveva tardare a scatenarsi su Palermo sommergendola nella 
catastrofe finale, si addensavano nell'orizzonte, uno strano 
melodramma si svolgeva intorno al letto di morte di Francesco 
Riso. Il 14 aprile, tredici dei ribelli presi alla Gancia 
erano stati giustiziati su una piazzetta remota, ora « Piazza 
delle 13 vittime ». Una delle vittime era il vecchio padre 
del Riso. Di lì a qualche giorno il Maniscalco si presentava 
al letto del fìgho che languiva per la ferita ricevuta alla 
Gancia e gli offriva di risparmiare la vita del padre suo 
purché egli gli rivelasse il nome dei suoi complici. Il Riso, 
tocco alla sorte del vecchio che credeva ancor vivo, e 
fors' anche non ripugnante dall' esporre e denunciare quei 
nobili da cui si era creduto abbandonato, fece due lunghe 
deposizioni il 17 e il 22 aprile, nominando il barone Riso 



1 Mss. Palermo, Polizia, n. 1237, 1258, lettera del Castelcicala ; Pao- 
lucci, Riso, 38; La Lumia, 66, 73; Cronaca, 51, 60; Brancaccio, 164; 
Pietraganzili , I. 256-258; Menghini, 17-18, 414; Divisione Tiirr, doc. 5, 
pagg. 339-341. 



Morte di Francesco Riso 207 

e altri già sotto arrèsto e il Mortillaro e il Pisani ancora 
liberi. Quand' era già troppo tardi per pentirsi della sua 
debolezza, egli apprese dal Cappellano dell'ospedale che 
suo padre era stato fucilato parecchi giorni prima. Allora 
con l'aiuto del Cappellano impietosito, e di uno studente 
di medicina, egli riuscì a procurarsi una pistola con cui 
vendicarsi del Maniscalco ; la nascose fra le lenzuole, ma 
era troppo debole per servirsene, e il 27 aprile morì in 
disposizioni d' animo tutt' altro che cristiane. ' 

Non uno dei cospiratori il cui nome era uscito dalle sue 
labbra, ebbe a soffrire, ma la rivolta eh' egli aveva iniziata 
continuò e si diffuse fino a che divenne rivoluzione italiana. 
Mentr'egli rendeva l'ultimo respiro, i suoi concittadini si 
susurravano all'orecchio rasentandosi nelle strade : « Viene ! » 
« Garibaldi? » « Garibaldi », 

1 Vedasi appendice C. : « Francesco Riso, nel suo letto di morte »• 




ROSOLINO PILO 
(Da una stampa del tempo). 



CAPITOLO IX. 
Origini della Spedizione. - Nizza o Sicilia? 



Such ties aie not 
For those who are cali* d to the high destinies 
Which purify corrupted cummonwealths ; 
We must forget ali feelings sa ve the one, 
We must resign ali passions save cur purpose, 
We must behold no object save our country, 
And only look on death as beautiful. 
So that the sactifice ascend to heaven. 
And draw down freedom on her evermore. 

BYRON, Mariti Fallerò, atto li, »c. 2*. 



La spedizione di Garibaldi che in sei mesi portò alla 
liberazione di tutta 1' Italia, eccettuate Venezia e Roma con 
la sua provincia, non fu l'opera di un solo partito, ma di 
tutti gli elementi del patriottismo italiano. Mazzini e i suoi 
amici la promossero ; Garibaldi e i suoi seguaci la compi- 
rono ; il Re e Cavour non la intralciarono al suo inizio, e 
le dettero poi, in seguito ai suoi primi successi, quell'appoggio 
e quella guida senza di cui sarebbe immancabilmente fallita 
a mezza via. Ben è vero che i sostenitori più accaniti di 
ogni partito si vilipesero fra loro, negandosi a vicenda la parte 
di merito che spettava a ciascuno. Ma se non altro, queste 
gelosie partigiane e personali, hanno concorso a facilitare 
le investigazioni dello storico, inducendo sostenitori di parti 
contrarie come il Bertani e il La Farina, a dare alla luce 
documenti più meritevoli di fede che non le opinioni dei 
loro raccoglitori, e spingendo altri più moderati, come il 
Sirtori, il Medici e il Bixio, dolenti di quegli alterchi inde- 
corosi, a farsi avanti con dichiarazioni autorevoli di ciò che 

Garibaldi 14 



210 Garibaldi e i Mille 



essi stessi avevano veduto e udito. ^ Ancora non si è appurata 
tutta la verità, specialmente riguardo alle cause che dettarono 
gli atti di Cavour fino all' ora dell' imbarco dei Mille, pure 
ci e ora dato di stendere un resoconto se non completo per 
lo meno abbastanza accurato delle origini della spedizione 
e dei preparativi concernenti il suo armamento e la sua 
partenza. 

L' idea che Garibaldi andasse a liberare la Sicilia risaliva 
fino al marzo 1 854, quando gli era stata suggerita dal Mazzini 
in Londra al tempo del suo ritorno dall'America con un 
carico di carbone. ^ Poi nel settembre del 1 859 l' invito era 
venuto dai siciliani stessi. ^ L' una e l'altra volta egli aveva 
risposto che sarebbe andato ben volontieri, a patto però che 
i siciliani fossero già in aperta ribellione, rifiutandosi di 
assumersi egli stesso la responsabilità d' incitarveh. E poiché 
egli non si dipartì mai dalla stretta osservanza di questa 
formola, il compito di fomentare una rivolta nell' isola affine 
di tenerlo fermo alla sua promessa nei termini da lui posti, 
toccò ai mazziniani. 

Nel dicembre 1859 il Crispi, agente del Mazzini, anda- 
togli a vuoto il tentativo di promuovere una sollevazione nel 
suo paese nativo, la Sicilia "^ da cui tornava, si recò nella 
Toscana e nell' Emilia, i due Stati dell' Italia di recente 
restituiti a libertà e non ancora annessi al Piemonte, ma 
sempre sotto il goveno provvisorio dei due dittatori, Ricasoli 

^ Ne offre buon esempio il rapporto del dibattimento retrospettivo tenutosi 
alla Camera il 19 giugno 1863, al quale presero parte così il Bertani e il 
La Farina com.e il Bixio e il Sirtori. 

^ Vedasi più sopra, pag. 25. 

3 Idem, pag. 194. 
, Mdem, pagg. 194-195. 



Proposta di Francesco Crispi 21 1 

e Farini. Colà giunto egli cercò e trovò il Fabrizi, agente 
rivoluzionario in Malta per le cose della Sicilia e di 
Napoli, ^ allora tornato per breve soggiorno alla nativa 
Modena dopo circa trent' anni d' esilio. I due amici con- 
vennero che giacche Torino aveva messo il veto sull'inva- 
sione degli Stati papali, era venuta l'ora di fare un attacco 
sul Regno borbonico. L' Emilia e la Toscana erano piene 
dei volontari di Garibaldi, tutti disoccupati e malcontenti 
per il fatto che il loro duce era stato richiamato dal « Rubi- 
cone », alcune settimane avanti.^ Ritirare quegU uomini da 
una regione in cui risultavano non essere che fonte d'imba- 
razzo alle autorità e imbarcarli con Garibaldi alla liberazione 
della Sicilia era l' idea del Crispi. Di là la rivoluzione si 
stenderebbe fino a NapoH e da NapoH agli Stati papali pene- 
trandovi dall'estremo opposto. Presentato dal Fabrizi, Crispi 
espose il suo piano al Farini, Dittatore dell' Emilia, residente 
in Modena. Il Farini s' infervorò nella cosa e spedì il Crispi 
a Torino perchè ottenesse il consenso del Governo piemontese. 
Primo Ministro di Vittorio Emanuele era sempre il 
Rattazzi già barcollante però e prossimo a cadere. Fra il 
1 5 dicembre e il 3 gennaio egli si abboccò più d' una volta 
con il Crispi, porgendo orecchio benevolo alla sua proposta. 
Sottoposto lo stesso progetto al siciliano La Farina, segre- 
tario della Società Nazionale e confidente di Cavour, ^ il 
Crispi lo trovò più proclive a sollevare obiezioni che non 
fosse il Primo Ministro. Poi al principio dell'anno nuovo 
il ministero Rattazzi cadde e Cavour ritornò al potere 
(20 gennaio 1 860). Uno dei primi atti di quest' ultimo fu 



^ Vedasi più sopra, pag. 191. 
2 Idem, pagg. 1 54- 1 56. 
' Idem, pagg. 85-86. 



212 Garibaldi e / Mille 



di allontanare da Torino il Crispi in forza di un vecchio 
ordine di espulsione che ancora gli pendeva sul capo. ^ Fin 
qui Cavour non conosceva il Crispi che come un mazziniano 
dei più violenti ; a ciò va aggiunto eh' egli era ben deter- 
minato a non avventurarsi in alcuna impresa nel sud fino 
a che non avesse assicurata l'annessione effettiva della Toscana 
e dell' EmiHa per mezzo di certi patti che stava per nego- 
ziare con Napoleone. ^ 

Intanto sul finire del 1857 Garibaldi era venuto a Torino, 
fermo nel proposito di ottenere impiego per se stesso e per 
i suoi volontari. EgH non aveva ancora alcun pensiero sulla 
Sicilia, sebbene appunto allora il Crispi e il Rattazzi discu- 
tessero la possibilità di mandarvelo : domandava invece che 
gli si concedesse mano libera per organizzare come forza al 
suo comando, la Guardia Nazionale in Lombardia. Ricevuto 
un rifiuto, dovuto probabilmente all' influenza di Cavour, 
mentre il Re lo trattava con l'usata larghissima bontà e lo 
lasciava uscire dall'udienza pieno di fiducia illimitata nel 
Re Galantuomo, Garibaldi rovesciò tutto il suo sdegno su 
Cavour. Avvenuta la crisi ministeriale mentr' egh era ancora 
a Torino, gh amici intriganti del caduto gabinetto Rattazzi 
tentarono di salvare la situazione servendosi del suo nome 
a danno del loro grande rivale. « Il nostro povero Gari- 
baldi — scriveva un suo savio e fedele seguace, il Medici, 
che aveva rinunciato al suo brevetto d' ufficiale per mettersi 
a sua disposizione — 

« Il nostro povero Garibaldi.... si lasciò indurre da uomini scre- 
ditati a recarsi a Torino con nobilissime intenzioni ; ma Garibaldi 

1 Crispi (I), 300-303 ; Mazzini, XI, pagg. XXXIX-XLI ; La Farina 
II. 269; Mario, Vita, I. 195 (lettera del Crispi). 

2 Chiala, III. 209. 



Deficenza politica di Garibaldi 213 

associato a Brofferio non poteva riuscire.... Garibaldi nell'inazione 
si perde ; egli parla troppo, scrive troppo, ascolta troppo chi non 
conosce affatto. » ^ 

Fu sotto r azione di queste influenze maligne che il 
29 dicembre egU si dimise dall' ufficio di Presidente della 
Società Nazionale, ~ società strettamente legata a Cavour per 
mezzo del La Farina, che ne era il segretario. Il 3 1 dicembre 
si accinse a formare una società rivale con tendenze più 
avanzate, il cui nome doveva essere la « Nazione Armata ». 
Ma il progetto non riusci ad accaparrarsi l'appoggio neces- 
sario e si risolse nel nulla. Più felice fu l'ispirazione per 
cui il 1 ° gennaio 1 860 egli pubbHcò un appello agi' itaHani, 
invitandoli invece a fare una sottoscrizione in favore del 
Fondo per l'acquisto di un milione di fucili. Il titolo prean- 
nunziava più ciò a cui si aspirava che ciò che si compì 
in realtà, pure il Fondo era destinato a rappresentare una 
parte importante nella storia della spedizione siciliana, il 
Governo permise che i direttori facessero acquisto d' armi 
a condizione che lo si tenesse informato sulla località dei 
depositi, patti ai quali Garibaldi consentì prontamente. ^ 

Cavour, apertasi di nuovo la via a ritornare all'alta carica 
malgrado gl'intrighi dei suoi nemici, non conobbe risenti- 
menti contro r uomo semplice di cui questi si erano serviti 
come di uno strumento, non punture di gelosia per il suo 
rivale nel favore popolare, non traccia di quel disprezzo 
così spesso nutrito dagh intelligenti di second' ordine per 

^ Al Panizzi, 8 gennaio 1860, Panizzi, 407-408. 

^ Era succeduto in questo ufficio al Pallavicino, a mezzo ottobre: vedasi 
La Farina, IL 222. Vedasi anche per la Società Nazionale più sopra, a 
pag. 84. 

' Ciampoli, 1 23- 1 25. 



214 Garibaldi e i Mille 



uomini dotati di capacità straordinaria, sebbene non di carat- 
tere strettamente intellettuale. « Con tutto che — scriveva 
egli il 10 febbraio — Garibaldi si fosse lasciato trascinare 
ad unirsi ai miei nemici personali, Brofferio e compagni, 
non riconosco meno in lui una delle maggiori forze di cui 
r Italia possa valersi. » ^ 

Il primo problema che 1' Italia doveva risolvere nell'anno 
in corso era infatti d' impedire che la collera e l'energia a 
lungo represse dei garibaldini, ormai diventati un pericolo 
crescente nel paese, rompessero le dighe in una direzione 
dannosa e incanalarle profìcuamente nella giusta. Nel gennaio 
la soluzione che il Crispi e il Fabrizi avevano suggerito fin 
dal dicembre, di mandarli a liberar la Sicilia, fa adottata 
dagli amici stessi di Garibaldi, che il 19, scrivendo al con- 
fidente di tutti i patriotti italiani seduto nella libreria del 
British Museum in Londra, lo mettevano a parte del loro 
segreto."^ Lo schema sarebbe giovato alla politica inglese, 
aggiungeva il Bertani, e lui e il Medici si sarebbero subito 
accinti a persuaderne Garibaldi. Così il Bertani che nel 
corso dell'anno doveva fare opposizione estrema a Cavour, 
capiva ancora nel gennaio la realtà della situazione, anzi 
si adoprava lui stesso a svolgerla nella direzione giusta. 

« Nel mettere insieme Garibaldi e Cavour sta per ora il diffi- 
cile — cosi scriveva al Panizzi — ma più ancora T utile della nostra 
causa. Garibaldi ha assolutamente in mano il popolo d' Italia e 
il Re ; Cavour potrebbe mettervi T intelligenza e la condotta 
che manca, per le difficilissime vie, ad ambidue. Cavour col Re 
e Garibaldi può emanciparsi in gran parte dalla soggezione di 

^ Ghiaia, III. 208. Per gli eventi si veda Guerzoni, I. 506-507 ; La Farina, 
II, 263-282 ; Ghiaia, pagg. GGGII-GCGVI. 

* Lettera del Bertani al Panizzi, 1 9 gennaio, Panizzi, 4 1 2. 



// secondo matrimonio di Garibaldi 215 

Napoleone.... Tu forse non sai quanto Napoleone possa e debba 
temere Garibaldi, il solo uomo capace di scomporgli i suoi disegni 
e di forzargli la mano. » 

Parole queste che la storia di tutto quell' anno doveva 
avverare in modo sorprendente. ^ 

Il 24 gennaio Garibaldi cosi rispondeva alla petizione 
del Bertani perchè andasse in Sicilia: 

« In ogni modo potete assicurare gli amici dell' Italia meri- 
dionale eh' io sono sempre a loro disposizione quando vogliano 
veramente fare, » 

e accennava al fatto che le armi di cui si faceva acquisto 
con il suo Fondo per il mihone di fucili avrebbero potuto ser- 
virgli ad armare una spedizione contro i Borboni. ' 

Il giorno stesso in cui scriveva questa lettera, che può 
considerarsi come il suo primo contributo alla corrispondenza 
sulla spedizione di Sicilia, egli commise l'atto più insano 
della sua vita privata, sposando la figlia del conte Raimondi. 
In un momento critico della campagna alpina dell' estate 
avanti, nuove delle mosse austriache gli eran state recate 
attraverso i monti da una giovanetta, il cui aspetto leggiadro 
e il cui atto coraggioso avevano fatto impressione sul suo facile 
romanticismo. A metà dicembre egli era stato ospite del 
padre di lei a Fino presso Como, e a metà gennaio del 
1860, dopo la sua corsa a Torino per affari politici, vi era 
ritornato. Il primo mese di quello che fu l' anno della sua 
grandezza, non gli tornò di grande onore sia nelle cose 
pubbliche che nelle private. Dimentico dei suoi cinquantadue 

1 Ghiaia. IV, pag. XCI, XCII, lettera del 19 gennaio. 
^Ciampoli, 127; Ghiaia IV, pag. XGII. 



216 Garibaldi e i Mille 



inverni e della giovinezza di lei, e di ben altro che avrebbe 
dovuto ricordare, egli avanzò una proposta di matrimonio, 
che fu accettata dalla famiglia. La cerimonia ebbe luogo a 
Fino il 24 gennaio 1860, ma, prima ancora che la notte 
calasse, gli fu rimessa una lettera da cui risultava che la 
sposa aveva già incoraggiato Y amore di un altro più gio- 
vane d'anni. Pieno di « pensieri tempestosi >^ ma « terri- 
bile nella sua compostezza esteriore », egli frugò tutta la 
casa da cima a fondo finche pervenuto alla camera di sua 
moglie le domandò se ella stessa avesse scritto la lettera. 
Avendole ella confessato di sì, egli le impose di non por- 
tare il suo nome e la lasciò « per sempre. » ^ 

Nel febbraio, egli, amaramente umiliato, ritornò a col- 
tivare la sua Caprera, ^ agognando, come si può facilmente 
indovinare, a trovar l' oblio del presente in gesta e avven- 
ture più degne del lontano passato. Mentre esposto ai rigori 
dell' inverno, cupo in volto, egli scalzava le zolle, la mente 
pensava alle lettere e alle ambasciate che lo raggiungevano 
neir isola, sollecitandolo ad andare a liberare il sud. Maz- 
zini gli aveva scritto più d' una volta invocando il suo aiuto 
in un attacco simultaneo sulla Sicilia e sugli Stati papali, 
ma senza riceverne, a quanto pare, una risposta. ^ A metà 
febbraio il Bertani inviava a Caprera un certo Mignona, 
esule napoletano di opinioni mazziniane, per stabilire accordi 
circa il modo di attaccare il dominio borbonico, e Garibaldi 
consentiva a dare il suo concorso, a condizione che il movi- 
mento fosse rigidamente monarchico e il 20 febbraio scri- 
veva stctbilendo che il denaro e le armi raccolti per il 



1 Guerzoni, I. 466, 508-509; Melena, 85, 148; Mario. Supp., 450. 
^ Vedasi Appendice D, sez. I. 
'^ Bertani. II. 8-9. 



Garibaldi e Rosolino Pilo 217 

Fondo per il milione di fucili fossero adoperati a questo 
scopo. ^ 

Era infatti quasi superfluo che il 19 e il 20 febbraio 
il Mazzini scrivesse da Londra al Bertani, al Medici, e al 
Bixio, incitandoli a stimolar Garibaldi : ^ già firn dal gen- 
naio essi si eran dati attorno a farlo e vi eran riusciti. Bensì 
valse a secondare i loro sforzi 1' arrivo da Londra del sici- 
liano Rosolino Pilo, amico del Mazzini e repubblicano ancora 
irreconciliabile. Il 24 febbraio il Pilo scriveva da Genova 
a Garibaldi offrendosi di recarsi nel sud per fomentare una 
rivolta purché Garibaldi promettesse di raggiungerlo e di 
assumerne il comando. In risposta Garibaldi gli scriveva il 
15 marzo: 

« Con questa mia intendetevi con Bertani e con la Direzione 
di Milano per avere tutto, le armi e i mezzi possibili. In caso 
d' azione sovvenitevi che il programma è Italia e Vittorio 
Emanuele. 

Io non mi arretro da qualunque impresa per arrischiata che 
essa sia, ove si tratti di combattere i nemici del nostro paese. 
Però nel tempo presente non credo opportuno un moto rivolu- 
zionario in nessuna parte d' Italia ; a meno che non avvenga con 
non poca probabilità di successo. » ^ 

Questa famosa lettera, non fa che ripetere la promessa 
condizionata già fatta al Bertani il 24 gennaio prima, nel 
febbraio poi, nell' occasione della visita del Mignona ; ^ ma 
era indirizzata ad un uomo che la seppe prendere sulla 



^ Vedasi Appendice D, sez. IL 

2 Mazzini. XI, pagg. XLV-XLVIII. 

3 Mario, 255. 

* Ciampoli, 127. Vedasi Appendice D, sez. III. 



218 Garibaldi e i Mille 



parola e s* imbarcò senz' altro per la Sicilia a crearvi quella 
rivolta che era deciso dovesse servire da preliminare all' in- 
tervento di Garibaldi. 11 25 marzo il Pilo e il suo com- 
pagno Corrao spiegavano le vele da Genova in una barca 
peschereccia. ^ 

Ma prima che la loro piccola imbarcazione sbattuta 
dalle tempeste deponesse i due naviganti sulla costa sici- 
liana, la rivolta eh' essi si proponevano di suscitare era scop- 
piata il 4 aprile in Palermo sotto la guida di Riso, lo sta- 
gnaro. ~ Con la fine della prima settimana d'aprile la notizia 
che i Siciliani erano insorti giungeva a Torino, nel momento 
in cui si andavano radunando i rappresentanti dell' Italia 
libera dal « Rubicone » alle Alpi, per assistervi all' ine- 
guale duello parlamentare fra Garibaldi e Cavour, sulla 
questione di Savoia e di Nizza. 

Era appunto il momento che dopo un anno di attesa 
la Toscana e l' Emilia erano state assicurate con V annes- 
sione e che il prezzo da pagarsi per il consenso di Napo- 
leone alla cosa era stato convenuto per trattato. Il 24 marzo 
Cavour aveva firmata la cessione delle provincie di Savoia 
e di Nizza alla presenza del plenipotenziario francese. Ora, 
egli aveva detto, stropicciandosi le mani, un modo che gli 
era proprio quand' era contento, « ora siamo complici. » ^ 
Di due complici, ce n' è sempre uno cui tocca la parte 
migliore, e Cavour si stropicciava le mani perchè era sicuro 
che i patti fatti gli frutterebbero più di quel che Napoleone 
intendeva daigH. Lungi da lui era l' idea di accontentarsi 
delle sole provincie centrali : il 30 marzo, sei giorni dopo 

J 

^ Vedasi più sopra pag. 204. ^^ 

2 Idem, pagg, 198-200. 

* Ghiaia, IV, pag. LXVIII. 



Cavour e la Rivoluzione siciliana 219 

la firma del trattato, lo vediamo intento a scrivere al Vil- 
lamarina a Napoli per tastar terreno sulla possibilità di 
una rivoluzione in quel Regno. Avrebbe voluto — diceva 
nella sua lettera — posporre F attacco sul sud, ma gli 
eventi lo spingevano avanti suo malgrado. E in verità 
l'alleanza offensiva che il Re di Napoli aveva stretta 
appunto allora con il Papa e con l' Austria, rendeva assai 
più pericoloso per lui lo starsene inerte che lo spingersi 
avanti. ^ 

Così informato nella prima settimana d'aprile della rivolta 
dei Siciliani, il suo primo pensiero fu di mandar loro aiuto. 
Mal poteva aspettarsi eh' egli allora v' inviasse Garibaldi, 
giacche questo arrivava in quel momento in Torino con lo 
scopo di denunziarlo come traditore per aver venduto Nizza. 
Ma il 6 aprile il Ministro della Guerra general Fanti scri- 
veva in nome di Cavour al general Ribotti, allora al comando 
delle truppe reali di Rimini, per domandargli se « qualora 
si facesse la rivoluzione in Sicilia » egli vi andrebbe « dando 
però prima le dimissioni. » Al Ribotti, che aveva comandata 
una brigata di rivoluzionari siciliani nel 1848, ben si con- 
veniva la parte di capo degli insorti, ma noi sappiamo ora 
che nessun altro duce di truppe irregolari all' infuori di Gari- 
baldi avrebbe in realtà avuta la minima probabilità di suc- 
cesso nelle condizioni speciali in cui «i trovava la Sicilia. 
E già al suo arrivo in Torino, impaziente che gli fosse affi- 
data la spedizione, il Ribotti trovava infatti che Cavour e 
Fanti cominciavano a tirarsi indietro racimolando dei dubbi 
sulla serietà dell'insurrezione nell'isola; ne bisogna dimen- 
ticare che in quel momento essi sapevano come cosa certa 
che Garibaldi si preparava alla partenza. Il Ribotti, disgu- 

* Vedasi più sopra pagg. 177, 181. 



220 Garibaldi e i Mille 



stato della instabilità degli uomini di Stato, se ne ritornò 
a Rimini riassumendovi il comando. * 

Nel frattempo Garibaldi, lasciata Caprera il primo aprile 
e fermatosi lungo il viaggio a Nizza, ^ arrivava a Torino come 
uno dei rappresentanti legalmente eletti dalla sua città nativa 
per protestare contro la proposta che essa fosse passata alla 
Francia. Accecato dall' ira contro quegli che faceva di lui 
« uno straniero » il grande Nizzardo avrebbe potuto spin- 
gere la sua protesta fino a renderla pericolosa, se la notizia 
della rivoluzione del 4 aprile non fosse venuta in buon punto 
ad assorbire da allora in poi più che la metà dei suoi pensieri 
e della sua energia. Il 7 aprile Crispi e Bixio, allora in Genova, 
ricevuta telegraficamente la notizia dal Fabrizi in Malta, che 
la Sicilia era in armi, si misero in viaggio per Torino affine di 
informarne Garibaldi. Mancava un' ora a mezzanotte quando, 
trovatolo, essi gli esposero quant'eran venuti a reclamare, 
che, cioè, essendo omai soddisfatte le condizioni da lui 
poste alla spesso ripetuta promessa, egli si ritenesse obbli- 
gato ad accorrere in aiuto degli isolani. Garibaldi acconsentì 
subito, dato però che il suo amico Hudson, ambasciatore 
inglese a Torino, gli desse conferma della notizia. ^ Il giorno 
dopo (8 aprile) avendone probabilmente ricevuto conferma 
soddisfacente dall' Hudson, egli scriveva ai direttori del 
Fondo per il milione di fucili a Milano, perchè mandassero 
armi e denaro a Genova dove la spedizione doveva essere 
organizzata. Il 9 poi si rivolgeva all'amico Fauché, agente 
al servizio della Compagnia di Navigazione Rubattino in 
Genova, perchè gli procurasse uno dei battelli della Com- 

1 Fanti. 320-321 ; Guardione, II. 4 1 9-420 (Calvino) ; Ghiaia, IV, pag. GX. 
^ King, Mazzini, 184, nota; Guerzoni, II. 8, 

2 Crispi, Diario, 18; Guerzoni, II. 25; Fabrizi, 49. 



Garibaldi e l'esercito regio 221 

pagnia « il Piemonte o il San Giorgio — diceva — per 
trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni. » ^ 

Questi compagni dovevano essere scelti principalmente 
fra i volontari del 1859. Di essi, molti, inclusi il Medici e 
il Bixio, si erano ritirati a vita privata come il loro duce, 
dopo che egli era stato richiamato dal Rubicone in novem- 
bre, ed erano perciò in condizione da poter mettersi ai suoi 
ordini ad un suo cenno. ^ Altri però erano entrati a far 
parte delle forze regie raccolte per lo più nel 46' reggi- 
mento di linea sotto il colonnello Gaetano Sacchi, un vete- 
rano che aveva seguito Garibaldi in ogni campagna dal 1 842 
in poi. Alla nuova dell' insurrezione sicihana, la prima idea 
di Garibaldi fu di ottenere il permesso di condurre con se 
il reggimento del Sacchi e qualora fosse possibile, anche il 
45°. Ne parlò a Vittorio Emanuele, che si mostrò favore- 
vole, ma non volle dire ne sì ne no, probabilmente perchè 
non aveva ancora domandato il parere di Cavour. Allora 
Garibaldi fece venire il Sacchi a Torino, lo mise a parte 
del progetto, e lo rinviò a tastar terreno fra i vecchi Gari- 
baldini, ufficiali del 46°, che quasi impazzirono di gioia al 
solo pensarci. Ma non tardarono molti giorni e il Re, con- 
sultato Cavour, non solo rifiutò la sua sanzione a questo 
progetto in particolare, ma aggiunse dovere Garibaldi ado- 
perarsi in ogni modo per mantenere la disciplina nell'eser- 
cito e desistere dall' allontanarne sia qualche reggimento, sia 
qualche membro individuale, affinchè mentre egli conqui- 
stava la Sicilia, il paese non fosse lasciato inerme contro 
gli attacchi dell' Austria e della ormai non meno temibile 
protezione francese. Conformatosi alla dura decisione, Gari- 



iCiampoli, 132-133. 

sPanizzi. 403. Lettera del Medici, 29 dicembre 1859. 



222 Garibaldi e i Mille 



baldi fece venire un' altra volta il Sacchi a Torino, e gliela 
comunicò alla presenza del Trecchi, aiutante di campo con- 
fidenziale del Re. ^ 

In questo punto vitale Garibaldi obbedì lealmente allo 
spirito degli ordini reali, benché la tentazione di promuo- 
vere tali diserzioni, fosse molto grande. Cinque soli dei 
Mille, che s' imbarcarono per la Sicilia, erano ufficiali regi ; I 
di questi uno per lo meno, il Bandi, fu a bella posta con- J 
dotto via da Garibaldi, che aveva bisogno della sua espe- ' 
rienza tecnica nello Stato maggiore, ne egli male si appo- 
neva supponendo che il Re stesso in realtà aveva deside- 
rato di vederlo andare cop lui. ^ Ma un gran numero di 
soldati e di ufficiali furono respinti dalla spedizione nelle 
sue fasi diverse, tanto da Garibaldi quanto dal Bertani 
e dagli agenti lasciati dietro a organizzare i rinforzi. Arden- 
tissima e prevalente in tutti i ranghi dell' esercito era 
la brama di accorrere in Sicilia a costo di sacrificare la 
propria promozione e carriera, e soltanto gli sforzi combi- 
nati delle autorità e degli amici di Garibaldi riescirono a 
mantenere una disciplina abbastanza tollerabile nell'esercito, 
salvando così il paese da un disastro. ^ 

Durante i cinque ultimi giorni del suo soggiorno nella 
capitale (8-12 aprile) Garibaldi rimase diviso fra il suo 

^ Guerzoni, IL 26-27 e nota contenente il resoconto del Sacchi stesso; 
Cappelletti, Vittorio Emanuele fi, 183-184; Divisione Tiìrr, II. Le diverse 
fasi dell' incidente devono essersi svolte fra l' 8 e il 12 aprile, giacché il Sac- 
chi asserisce di esser stato chiamato a Torino tutte e due le volte e Garibaldi 
non era più in Torino dopo il 1 2, né aveva saputo deli' insurrezione siciliana 
prima del 7 aprile alla mezzanotte. 

«Bandi, 60-61. 

^ Numerose prove di ciò, per il maggio 1860, si trovano raccolte nei 
Ms$. Milano, A. B., Plico XII, n. 1 3. Anche in Ciampoli, 1 37, e Bandi, 64-65. 



Lettera dell'Hudson 223 

dovere verso la Sicilia e quello verso Nizza, così com'egli 
lo concepiva. Alcuni suoi concittadini costituiti in comitato 
erano giunti a Torino, e lo stringevano dappresso perchè 
li salvasse dalla Francia, mentre dall'altra parte il Crispi 
e il Bertani si affannavano a ripetergli ch'egli doveva avere 
un solo pensiero, la Sicilia.^ 11 consiglio autorevole di Sir 
James Hudson diede il tracollo alla bilancia in favore della 
Sicilia. Egh ambasciatore inglese a Torino avendo ben capito 
che Nizza e Savoia erano il prezzo da pagarsi per l' unità 
italiana, si era assunto di impedire a Lord John Russell e 
a Garibaldi di rovinare l' Italia con una inutile resistenza a 
Napoleone. L' Inghilterra, allora sempre nervosa al menomo 
aumento della potenza francese, era contrarissima alla ces- 
sione di Nizza e Savoia, e il Palmerston andava parlando 
di guerra con la Francia. Lord John nella sua qualità di 
Ministro degli Affari Esteri, faceva riecheggiare i senti- 
menti della nazione. Ma il 6 aprile l' Hudson, avvedendosi 
che r attitudine dell' Inghilterra creerebbe un pericolo per 
r Italia, scrisse alla sua amica Lady Russel, ma con l' inten- 
zione evidente che fosse veduta dal marito, una lettera 
destinata a convincere Lord John assai più di tutti gh altri 
argomenti che egli avrebbe potuto introdurre sotto la veste 
diplomatica di un dispaccio. Le contumelie di cui copre 
Napoleone III possono ascriversi in parte al desiderio di 
accaparrarsi la fiducia dei suoi lettori, ma il resto della 
lettera rimane ancor oggi una delle migliori esposizioni della 
difficile faccenda di Nizza e Savoia. ^ 



^ Crispi, Diario, 19. 

* La prendo dai Mss. Russell, prestatimi da Lady Agatha Russell. Per 
r attitudine dell* Inghilterra circa questa questione vedansi Walpole, Twenijf-five 
Years, I. 274-278 e Br. Pari. Papers, 9-11. Palmerston, II, 190-192. 



224 Garibaldi e i Mille 



Torino, 6 aprile i860. 
Mia cara Lady John, 

.... Nella sua lettera Lei fa menzione di colui che è lo scan- 
dalo della sovranità reale — Luigi Napoleone. — Che posso 
dire di lui? Che è un ipocrita e un grassatore allo stesso tempo. 
E venuto a farsi sostenitore di un' « idea » e intanto allunga le 
mani su quello che può. « Occhio alla borsa », si dovrebbe gri- 
dare ovunque egli si mostra o in persona o per procura. 

Ma, per carità, non consideri come suoi complici né confonda 
con lui il Re di Sardegna e Cavour. Rievochi per un momento 
le condizioni del Re di Sardegna che rappresenta la speranza 
nascente dell'Italia, pensi al male che quell'uomo (Napoleone) 
ha meditato, allo sgambetto che ha cercato di dare alla Toscana, 
all'esistenza precaria di Vicariato che ha cercato di preparare 
alla Romagna, a ciò che complotta ora in Napoli; non arren- 
dersi quand' egli ha gridato « fermatevi e cedete », sarebbe stato 
rischiare tutto quanto s' era guadagnato — sarebbe stato dar tempo 
di riprender fiato a Roma — rinforzare e rincorare i partigiani 
di Roma nella Romagna — spargere dubbio paura e divisione 
per tutta l' Italia. A giudicare da questi otto anni d' esperienza, 
ne convengo, non mi è parso vi fosse altro mezzo che gettare un 
tozzo a Cerbero per scampare agli scogli che ci si ergevan davanti. 

Ma badi di non perder fiducia nel partito nazionale. Cavour 
o non Cavour, Vittorio Emanuele o un altro, il partito è pur 
sempre determinato a dar all' Italia un governo italiano. Mi rin- 
cresce che i nizzardi (gente al cui occhio acuto non sfugge il 
valore dei lotti) ci siano strappati di mano da vaifilon francese, 
ma mi è anche impossibile dimenticare che i savoiardi hanno 
sempre spalleggiato il Papa mantenendosi fermi e consistenti nel 
detestare il governo liberale in Sicilia. Ma ricordi, la prego, ch'io 
non parlo di quelli che si mantengono neutri. 

Suo obb.mo servo 

JAMES HUDSON 



Interpellanza di Garibaldi per Nizza 225 

L* autore di questa lettera non spiegava minore energia 
nel divergere i pensieri di Garibaldi da Nizza. Il diario di 
Crispi ci dice ^ come in quelle giornate critiche a Torino 
Garibaldi consultasse l' Ambasciatore inglese, e questo stesso 
soleva narrare più tardi come egli stimolasse il suo amico 
a non operare contro 1* inevitabile e andare dove si aveva 
veramente bisogno di lui; nella speranza di soffiare fuoco 
nel suo patriottismo con V idea di emulazione, 1' Hudson 
gli disse anche che un inglese stava armando una spedi- 
zione a sostegno dei siciliani. ^ 

Sia che questo avventuroso britanno fosse un essere reale, 
sia che fosse una luminosa creazione della fantasia diplo- 
matica, certo e che allora e' era nella capitale piemontese 
un inglese in carne ed ossa, strettamente impigliato nelle fila 
di un altro complotto. Era costui Laurence Oliphant, l'autore 
affascinante, arguto ed eccentrico del libro Piccadilly, che 
quando non brillava nei saloni di Londra si sapeva in 
cerca di avventure dovunque se ne potessero scovare dal 
Nicaragua alla Polonia e al Giappone, e che in questa 
occasione era riuscito a mettersi in contatto con il Comitato 
Nizzardo a Torino. Fu lui che aiutò il Comitato nel persua- 
dere Garibaldi, presente ai loro convegni segreti, di fare 
un' interpellanza alla Camera ; dato che questa fallisse (e 
Garibaldi se ne sentiva stizzosamente sicuro, non riponendo 
fede alcuna nei procedimenti parlamentari in tempo di crisi) 
si era convenuto eh' egli andrebbe a Nizza a tenervi una 
dimostrazione di genere più pratico. Il 1 2 aprile ebbe luogo 
la famosa interpellanza alla presenza di un' adunanza nume- 



* Crispi, Diario, 18. 

^ Me ne informa Sir Cecil Spring Rice, che Io seppe dalle labbra stesse 
dell* Hudson. 

Garibaldi J 5 



226 Garibaldi e i Mille 



rosa e agitata. Era la prima comparsa di Garibaldi in Parla- 
mento. Egli parlò con calma, ripetendo le ragioni costitu- 
zionali che altri gli avevano fornite, ma il punto saliente del 
suo discorso fu la lagnanza ben fondata per la pressione 
che il Governo andava esercitando sul popolo di Nizza 
inducendolo a votare il plebiscito per l'annessione di Nizza 
alla Francia. Egli domandava che per lo meno si posponesse 
la votazione di Nizza dal 15 al 22 aprile, che era la data 
fissata per la stessa operazione in Savoia. La risposta di Cavour 
fu cortese ed efficace ; dette alla Camera l'assicurazione che 
non firmando il Trattato il 24 aprile si sarebbe messo in 
pericolo il nuovo Stato venuto su dall'annessione dell' Italia 
centrale e si sarebbe distrutta fin la menoma speranza di 
andare più in là, e « Spingete lo sguardo oltre il Mincio 
— aggiunse — e oltre i confini della Toscana. » L'allusione 
marcata non cadde a vuoto e la Camera evase la questione 
con un ordine del giorno che non impegnava a nulla. ^ 

Garibaldi lasciò la Camera fremente d'ira. « L'avevo 
detto io — disse all' Oliphant — questo è il bel risultato 
delle vostre storie d'interpellanze e metodi parlamentari ». 
Quella sera il Comitato Nizzardo si riunì un'altra volta, e, 
ci informa 1' Oliphant che vi assistette, si appigliò un partito 
più rispondente ai gusti di Garibaldi. Tutti sapevano che 
se si fosse votato il 15 aprile, il plebiscito manipolato dal 
Governo avrebbe dato una maggioranza schiacciante in favore 
dell'annessione : perciò fu stabilito che Garibaldi « partisse 
da Genova in un battello noleggiato a quello scopo, con 
altri duecento », e che, fatto vela per Nizza, entrasse nella 



^ Camera dei Deputati, 1 2 aprile 1 860 ; Ghiaia, IV, pagg. LXXVIII- 
LXXXIV; Guerzoni, II. 9; Oliphant. 166-171; Br. Pari. Papers, 11, 
pag. 1 82. 



Nizza o Sicilia ? 227 



città appena finita la votazione, spezzasse le urne, ne disper- 
desse le carte, e così rendesse necessario un ballottaggio. 
Si riteneva che questa dimostrazione di ^paribaldi, seguita 
da un'attiva campagna del Comitato Nizzardo avrebbe tanto 
cambiata l'opinione pubblica che il risultato del nuovo plebi- 
scito avrebbe potuto essere contrario ai desideri del Governo. 
Quanto a Garibaldi, una volta spezzate le urne avrebbe 
spiegate le vele per la Sicilia, ma certo con scarsa proba- 
bilità che Cavour lo sostenesse o Napoleone lo tollerasse 
dopo un' impresa simile. 

La sera stessa (12 aprile) Garibaldi tenne un altro con- 
siglio nel suo alloggio in via Santa Teresa, con il Comitato 
Siciliano che s'opponeva fieramente alla pazza impresa 
di Nizza. ^ I presenti erano il Bertani , venuto apposta 
da Genova, Medici, Bixio e Pinzi uno dei direttori del 
Fondo per il milione di fucili. Fu convenuto che Garibaldi 
partisse per la Sicilia con altri 200 armati dei fucili Enfield 
che il Finzi si assumeva di provvedere da uno dei depositi 
del Fondo a Milano. ^ 

La mattina seguente, 1 3 aprile, Garibaldi s' incamminava 
per Genova con la mente occupata dai due progetti, quello 
di Nizza e quello di Sicilia. L' Oliphant che non era a 
parte del segreto della spedizione siciliana, viaggiava con lui 
in un vagone riservato. Strada facendo si scambiarono appena 
qualche parola, perchè Garibaldi era intento a far lo spoglio 
di un enorme fascio di lettere ricevute quella mattina. 
L' inglese, osservando com' egli le strappasse 1' una dopo 
r altra in minutissimi pezzi sì che la carrozza pareva un 
gigantesco cestino da carte, si andava domandando che cosa 



^ Crispi, Diario, 19, sotto la data 12 aprile. 
* Vedasi Appendice F, sez. I. 



228 Garibaldi e i Mille 



contenessero, e solo più tardi seppe che si trattava di risposte 
alla chiamata dei volontari per la Sicilia. 

Giunti a Genova, l' Oliphant, dietro richiesta di Gari- 
baldi, andò a noleggiare una diligenza che portasse una 
prima infornata di cospiratori a Nizza per prepararvi la via 
a Garibaldi e ai suoi duecento compagni per la rottura delle 
urne. Ma al suo ritorno dall' ufficio della diligenza, egli trovò 
che il progetto era stato definitivamente abbandonato come 
quello che avrebbe potuto danneggiare l' altro più impor- 
tante riguardante la Sicilia. 

« Mi recai — scrive egli — all' albergo che Garibaldi mi 
aveva dato per suo recapito, una casa rozza, ali* antica, evidente- 
mente di second' ordine situata sul molo. ^ Non e' era da dubitare 
che il Generale vi fosse già, a giudicarne dal via vai affaccendato 
e dal bisbigliare sommesso di giovinotti davanti all'ingresso come 
se neir interno si svolgesse qualcosa d' importanza. Prima di intro- 
durmi dal Generale mi si . fece aspettare finché gli fu dato il mio 
nome : era chiaro che si prendevano delle precauzioni per non 
ammettere chiunque fosse alla sua presenza. Dopo qualche minuto 
mi fecero passare in una grande stanza dove una trentina di persone 
sedevano a cena con Garibaldi a capo tavola. Egli mi fece subito 
posto al suo fianco, e prima eh' io avessi tempo di comunicargli 
il risultato della mia commissione all' ufficio della diligenza, mi 
abbordò in questo modo : « Amico mio, mi rincresce molto, ma 
dobbiamo abbandonare l' idea di mettere in opera il nostro pro- 
gramma per Nizza. Vede tutta questa gente di Sicilia.... io avevo 

^ Non mi par dubbio che fosse V Albergo della Felicità, un vecchio caseg- 
giato pittoresco dominante il molo dall'alto delle botteghe e del vecchio portico, 
quasi dirimpetto al Palazzo San Giorgio, nel cuore di Genova marittima. Il 
Canzio stesso mi ha detto di ricordarsi che Garibaldi vi si recò il giorno stesso 
del suo arrivo da Torino, domandandogli nell' entrare : « Sono all'ordine, per 
andare in Sicilia, i carabinieri genovesi ? » 



Garibaldi a Genova 229 

sperato di sbrigare l'affaruccio di Nizza prima del loro, non trattan- 
dosi che di cosa di giorni, ma per quanto io me ne rammarichi, 
r opinione generale è che perderemo tutto se vogliamo tentare 
troppo. » 

Garibaldi gli offrì in cambio di condurlo con se in 
Sicilia, e r Oliphant avendo rifiutato a causa d' impegni 
nel suo paese, conservò poi tutta la sua vita il rimpianto 
per la perduta occasione di rappresentar l' Inghilterra fra 



i Mille. 



Per tal modo Garibaldi curvò il capo alla crudele ces- 
sione che d' allora in poi recideva la sua terra natale dal 
suo paese, i luoghi testimoni della sua fanciullezza e la casa dei 
suoi genitori dalla patriottica ambizione della sua vita. Chi di 
noi non ha sperimentata quest'amarezza, e ancor più chi non 
conobbe mai la dolcezza di amare un bel cantuccio di mondo 
sopra tutto il mondo intero, con un amore che ha le sue 
radici nelle memorie della fanciullezza, può ben censurarlo 
di aver troppo teneramente vagheggiato quel piccolo porto 
di mare annidato, con la sua popolazione marinara, sotto 
air aspra sua collina. Il viaggiatore cosmopolita, ristucco dalla 
spianata di Nizza sfoggiante tutto il suo fulgore là sull'altro 
fianco della collina — che non e il vero, — non può capire 
ciò eh' egli sentisse. Cavour aveva certo ragione e Garibaldi 
non poteva persuadersene perchè non capiva la politica 
europea. Ma le parole semplici eh' egli stesso proferì al suo 
aiutante di campo Bandi qualche giorno prima che s' imbar- 
cassero per la Sicilia, contengono in se o la condanna o la 



* Oliphant, 172-179. Vedasi Appendice E. Racconto di Laurence 
Oliphant, 



230 Garibaldi e i Mille 



giustificazione sua, secondo Io spirito in cui noi ci poniamo 
a leggerle : ^ 

« Quest'uomo, lo sapete, ha venduta la mia patria. Povera 
Nizza ! Ebbene ? Nonostante ciò, tratto con lui da buon amico 
e gli chiedo un migliaio di fucili per andare a farci ammazzare 
allegramente. Mi pare di non chieder molto a costui, eh ? » 

E di Vittorio Emanuele che anch' egli da parte sua 
aveva rinunciato alla culla della Casa di Savoia, fra i monti, 
« egli parlava — dice il Bandi — con molto affetto. » ^ 



* Bandi, 31. Tutto quanto vi è di pathos nella situazione di Garibaldi 
rispetto a Nizza, è espresso dalla Browning nella famosa poesia Garibaldi, 
in Last Poems, 1862. 



CAPITOLO X. 
La Villa di Quarto. - I preparativi. 



Degno ei senza dubbio di essere comparalo ai 
migliori romani, se in lui il senso umano non fosse 
pili profondo e gentile che non potesse per alcune 
parti e per molte ragioni essere in quelli, se egli non 
avesse di pili quell* istinto di cavalleresche avventure 
che è proprio delle razze nuove e miste. 

CARDUCCI : Per la morte di Giuseppe Garibaldi. 

In quella vecchissima parte di Genova che si arrampica 
e affastella sul fianco della collina al di sopra del porto, le 
viuzze cupe e senza sole quantunque per esser troppo strette 
non dian adito ai veicoli, sono rallegrate dalla vita animata 
di una popolazione attiva e prospera. A Genova, in quel 
centro del movimento marittimo e del patriottismo demo- 
cratico dell' Italia, era nato e cresciuto il Mazzini, e su di 
essa egli aveva esercitato dalla sua terra d' esilio una lunga 
influenza che ora più che da lui veniva svolta da Cavour e da 
Garibaldi. ^ Quante cose erano cambiate infatti dal giorno 
che lo stesso Garibaldi, a ventisei anni, aveva tentato come 
capitano di mare di guidare in questa medesima città una 
ribellione contro la Casa di Savoia, e dopo due ore di 
vana attesa sulla pubblica via di persone che volessero unirsi 
a lui, era fuggito nelle montagne per aver salva la vita! ^ 

Genova era il porto d' imbarco dell' Italia per la libe- 
razione del sud. Da Genova aveva fatto vela tre anni prima 

1 Ghiaia, IV, pag. CXLI. 

* Vedasi Treveiyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, 21-22 ; Guerzoni, 1. 
41-42. 



232 Garibaldi e i Mille 



lo sventurato Pisacane, e nel marzo dell' anno in corso, il 
Pilo. E ora a mezzo aprile si facevano i preparativi per 
un* impresa più felice. Nel porto erano ancorati i piroscafi 
della Compagnia Rubattino, uno dei quali era stato pro- 
messo a Garibaldi dall'agente della casa, Fauché ; e sulla 
collina, nell'abitazione del Bertani, eran raccolti gli uomini che 
dovevano organizzare la spedizione. Già il fiore dei volon- 
tari delle patriottiche città del nord, scelti con cura, veniva 
chiamato a far atto di presenza davanti al Comitato e a 
prendere quartiere negli alloggi a lui assegnati nella città. 
Per tre settimane prima che la spedizione partisse il numero 
di questi nuovi arrivati continuò a crescere e con esso 
r eccitazione dei genovesi per i preparativi che essi sape- 
vano si andavano compiendo in mezzo a loro. E gli agenti 
segreti non solo di Cavour ma anche dei governi ostili alla 
causa italiana, stavano là a tener d' occhio le mosse, e 
fra il 17 aprile e il primo maggio nel Ministero degli 
Esteri di Napoli fu gettato l' allarme per lo meno a quattro 
riprese diverse, da rapporti prematuri, della partenza di 
Garibaldi. ^ 

Due o tre giorni dopo la sua partenza da Torino e 
la comparsa su questa scena affaccendata, Garibaldi si 
sottrasse saviamente allo sguardo dei curiosi ritirandosi in 
una villa di Quarto, circa tre miglia fuori della città, sulla 
riviera di levante. La Villa Spinola (ora Cosci) sorge in 
mezzo ad un giardinetto murato al punto d' incontro di due 
straducole di campagna. Nei suoi paraggi sono vigneti e 
case sparse qua e là, e a un quarto di miglio la costa 
rocciosa da cui essa sta come tagliata fuori, per i boschi 
riservati e i giardini del palazzo Spinola che la circondano. 

1 Mss. Palermo, Polizia, n. 1238. 



La villa Spinola 233 



Nel 1860 la villa Spinola era una casa gialla con due 
piani sopra il pianterreno, ^ dei quali uno solo, il primo, era 
abitato dalla famiglia di Augusto Vecchi. Questo veterano 
e amico dilettissimo di Garibaldi, non era ormai più in 
grado di seguirlo in battaglia, ma nel 1849 non gli si era 
mai mosso dal fianco in quel lungo e fiero cozzo sostenuto 
dalla mezzanotte agli albori estivi con i francesi che avevan 
fatto irruzione sugli ultimi bastioni del Gianicolo. Adesso 
non era stato avvisato della visita di Garibaldi. Egli stava 
affacciato alla finestra con suo figlio quando vide una car- 
rozza avanzarsi sullo stradale di Genova, e un uomo nei 
soliti abiti neri della civiltà moderna smontarne alla sua 
porta. Era il Generale in persona e tutti e due si preci- 
pitarono a incontrarlo con trasporto di gioia. ~ 

Dalla sua camera nell' appartamento del Vecchi al 
primo piano, una camera al nord, dov' egli dormiva e teneva 
consulti, Garibaldi poteva vedere al di là delle vigne cir- 
costanti, tutta la distesa delle montagne genovesi, le loro 
pendici più basse rivestite di boschi e cosparse di bianchi 
fabbricati, e le loro vette estreme spiccanti nette e brulle 
contro il cielo, coronate dalla croce in cima al Monte Fascia 
e dai vecchi forti di cui il Massena si era servito nella 
difesa di Genova e per cui Napoleone I aveva potuto 
liberare 1' Italia a Marengo. Quivi per tre settimane prima 
dell'imbarco dei Mille, Garibaldi visse appartato dal mondo, 
giocando spesso a boccie con il Vecchi nel giardino, o 
dandosi al duro uso della zappa onde arrobustire il corpo 
per la prossima campagna. Ma raramente oltrepassava il 
muro di cinta perchè si sapeva guatato da spie e vedette 

^ Ora è rossa e ha un piano di più. 
«Jack la Bolina, 114-115. 



234 Garibaldi e i Mille 



appiattate in ogni angolo, a cui i suoi giovani fedeli davano 
di tanto in tanto la caccia giù per la strada non senza 
riprovevole violenza, specialmente quando lo spione era un 
prete. Nella Villa però v' era spesso un affollarsi e un andi- 
rivieni di gente per cose d'alto rilievo. Di giorno in giorno 
comparivano da Genova gli organizzatori della spedizione ; 
tal volta anche un messaggero della Sicilia, tal altra un emis- 
sario di Cavour. ^ 

Nei primi giorni della sua dimora alla Villa Spinola, 
Garibaldi aspettava d' ora in ora da Genova 1' arrivo di 
200 buoni fucili Enfìeld, facenti parte del Fondo di Milano. 
Egli aveva deciso di partire con 200 dei suoi fidi sul 
piccolo vapore Piemonte, ~ non appena i fucili fossero giunti, 
e da quanto si sa ora dello stato reale della Sicilia dopo 
la sconfìtta dei ribelli a Carini il 18 aprile, ben potrebbe 
dubitarsi che, se fosse partito, egH e il suo piccolo manipolo 
sarebbero periti quasi sprovvisti d' ogni aiuto nella lotta 
contro 20,000 regolari. Ma una sequela di incidenti venne 
a protrarre l' imbarco di giorno in giorno e di settimana in 
settimana fino a che una conoscenza in certo modo più 
completa del vero corso della rivolta SiciHana e Y affluire 
costante di ardenti volontari a Genova, lo indussero a noleg- 
giare un secondo vapore e a portar con se mille uomini, 
numero ancora esiguo ma senza del quale, come dimostra- 
rono i fatti, nemmeno lui avrebbe potuto compiere il mira- 
colo della conquista. 

^ Quanto narro della villa e della vita che vi si menava nell'aprile-maggio 
del 1860, è in parte tratto da note prese quando la visitai con il Canzio 
un anno prima della sua morte. Essendo stato fra quelli eh* erano ammessi 
nella villa durante i preparativi, egli ha potuto darmi molte informazioni. 

* Appendice F, sez. I e Luzlo, Giornale d' Italia. 



// sequestro dei fucili 235 

Il primo di questi fortunati ritardi fu causato dai 200 
Enfleld che non arrivavano da Milano. Prima di lasciare 
Torino per Genova, Garibaldi aveva ordinato al Pinzi, 
direttore del Pondo a Milano, di inviare a Genova fucili 
e altre cose per equipaggiare 200 uomini. Ma dal 13 al 
1 6 aprile il Pinzi aveva a bella posta sostato dal chiedere 
le armi perchè le notizie dalla Sicilia si facevano così 
cattive eh' egli riteneva possibile che Garibaldi cambiasse 
idea e non partisse. Ma il 16 Garibaldi, tratto in inganno 
da false «buone» nuove di Sicilia,^ era impaziente di 
partire di lì a « quattro o cinque giorni ». ^ In conseguenza 
il Pinzi si risolse a fare richiesta dei 200 Enfìeld al deposito 
del Pondo per il milione di fucili, il 16 aprile, ma grande 
fu il suo stupore apprendendo che il Governatore di Milano, 
Massimo D'Azeglio, proibiva che si rimovesse dal deposito 
una sola delle 12.000 armi da fuoco che vi si trovavano, 
anche se i direttori del Pondo ne dessero 1' ordine. ^ 

Che il D'Azeglio abbia agito in questa faccenda sotto 
la sua propria responsabilità, o dietro gli ordini di Cavour, 
è stato oggetto di discussione. Il primo Ministro aveva 
lasciato il nord per la Toscana il giorno prima che si svol- 
gesse l'incidente. 11 D'Azeglio, che godeva la reputazione 
di una veridicità rara, scrivendo un mese più tardi al 
Rendu e due mesi dopo all' ammiraglio Persano dichiara di 
aver agito di sua propria testa. « Son riuscito — dice — ad 
avere in mano dodicimila fucili della sottoscrizione Garibaldi, 

^ Dovute probabilmente alla lettera che il Pilo aveva mandato per posta 
a Genova da Messina e che secondo il Paolucci sarebbe arrivata verso il 1 6. 
Paolucci, Pilo, 251-252; Riso, 47. 

^ Bertani, II. 32-33. Lettera di Garibaldi. 

^ Appendice F, sez. I. Luzio, Giornale d' Italia ; Crispi, Diario, 1 9 ; 
Fauché (P.), 82-84 (lettera del Pinzi). 



236 . Garibaldi e i Mille 



che sospettavo andassero in tutt' altre mani che le sue. » 
Il suo sospetto non aveva fondamento : il direttore del 
Fondo, il Finzi, che aveva fatta la domanda, era amico 
di Cavour come di Garibaldi e la sua sola presenza avrebbe 
fuor di dubbio dovuto essere garanzia sufficiente contro 
qualsiasi intrigo mazziniano. Il fatto è che il Governatore 
era stato preso all' imprevista e si era lasciato sconcertare 
oltremisura da una responsabilità non meno inaspettata che 
grave. ^ In tali condizioni, lasciò che le sue vedute circa 
r indirizzo eh' egli credeva dovesse darsi alla politica pie- 
montese , vedute che differenziavano profondamente da 
quelle di Cavour, governassero la sua decisione in quella 
crisi suprema. Essendo prima di tutto un animo retto, il 
D'Azeglio, com'egli stesso confessò nelle sue lettere, nutriva 
una spiccata avversione per la politica che armava delle 
bande di guerriglieri contro i Borboni di Sicilia e allo 
stesso tempo manteneva relazioni diplomatiche con la loro 
Corte a NapoU. Perciò, come rappresentante del governo 
sul posto, egh si sentì in dovere di non permettere al 
direttore del Fondo per il milione di fucili di portar via 
le armi comprate con il Fondo stesso allo scopo di attaccare 
una potenza amica. ^ 



1 Tale r impressione del Finzi nella loro intervista. Vedasi Fauché (P.), 
83-84. 

2 Persano, 91 ; Ghiaia, IV, pag. CXXIX, nota, per la lettera del D'Azeglio 
al Rendu : — « Quant à moi, comme j' ai une réputation d' honnéte homme 
à conserver, je fais à Milan ma politique ò moi; j' ai refusé les fusils à Gari- 
baldi.... et j 'ai notifié aux Ilalianìssimi que, selon mon opinion, on pouvait 
déclarer la guerre à Naples, mais non pas y avoir un représentant et envoyer 
les fusils aux Siciliens ». Egli ripete la stessa cosa al Persano. Ora la politica 
di Gavour per tutto quell' estate era stata appunto quella che il D'Azeglio 
ripudiava come disonesta. 



In cerca d' armi 237 



Intanto a Genova il Comitato aspettava i fucili con 
crescente impazienza e il 1 7 aprile il Bertani mandava a 
Milano il Crispi perchè appurasse la cosa. Giuntovi il 
18 e saputo dal Pinzi tutto l'accaduto, il Crispi ne ripartì 
il 1 9 per Torino con il Pinzi stesso e 1' uno e l'altro furono 
ricevuti separatamente dal Parini allora Ministro dell' Interno 
di Vittorio Emanuele. Nel dicembre avanti, quand' era 
ancora Dittatore dell' Emilia, il Parini aveva mostrato al 
Crispi, che gli si era aperto a Modena, delle simpatie per 
l'idea della spedizione. Ora però egli disse al Crispi che 
disapprovava una spedizione in Sicilia nella presente con- 
giuntura degli affari italiani ed europei, specialmente poi 
dopo che le squadre delle montagne intorno a Palermo erano 
state disperse. ^ Tuttavia egli tenne un linguaggio diverso 
con il Pinzi, osservando che sebbene egli stesso non potesse 
assumersi la responsabilità di imporsi al D'Azeglio durante 
r assenza di Cavour, pure Garibaldi potrebbe ottenere 1 500 
fucili dalla Società Nazionale di cui era segretario il La 
Parina. ^ 

Infatti già prima di partire per la Toscana, il 15 aprile 
Cavour aveva offerto queste armi stesse del La Parina e 
della Società Nazionale a sussidio di un' invasione della 
SiciHa da affidarsi agli esuli siciliani sotto il La Masa. ^ 
La Masa stesso non era uomo da cui Cavour potesse ripro- 
mettersi la riuscita della spedizione ; figura popolare a Palermo 
ael 1848, non scevro di una certa teatralità, egli era fedele 



^ Crispi, Diario, 19. 

^ Fauché (P.), 85 (lettera del Pinzi). 

* La Masa {Sic.) Ili, è la fonte originale ; Oddo, 1 54 ; Ghiaia. IV. 
»agg. CXXII-CXXIII, accetta la narrazione. La lettera del La Parina a 
Cavour, 24 aprile, La Farina, II. 313, prova la complicità di Cavour nel 
onsegnare le armi della Società Nazionale. 



238 Garibaldi e i Mille 



4 



ed attivo, influente anche sulle classi inferiori dell' isola, ma 
privo in tutto di talento militare. Non è da mettersi in 
dubbio che dicendo al La Farina di agire con il La Masa 
e fornirlo di armi, Cavour contasse sulla perspicacia dei due 
siciliani nel rivolgersi al solo uomo che potesse salvare il 
loro paese. Certo è che essi agirono subito in conformità 
di questo assunto, giacche il 1 7 aprile si recarono entrambi 
a Genova a concertarsi con Garibaldi sulle misure da pren- 
dersi. Il 1 9 Crispi tornava con la notizia che non vi era più 
speranza di procurarsi gli Enfield del Fondo per il milione 
di fuciH; il 20 si teneva una grande adunanza nella Villa 
Spinola, si proclamava una tregua a tutti i dissensi perso- 
nali e partigiani, La Masa e i siciliani si mettevano con 
gioia agli ordini di Garibaldi e il La Farina s' impegnava 
a fornire le armi della Società Nazionale per equipaggiare 
la spedizione comune. ^ Lo stesso giorno il Crispi così scriveva 
in cifre ai suoi amici in Sicilia : 

« Tuttavia verso il venticinque del mese io con altri sotto 
Garibaldi, avendo armi a sufficenza, verremo costà : fa che ci 
aspettino tra Sciacca e Girgenti. » ^ 

Ma ecco che fortunatamente sopravvenne un altro indugio. 
Le armi ordinate dal La Farina e spedite come casse di 
« libri », non arrivarono alla stazione di Genova che il 24. 
Allora, con la complicità del Vice-Governatore di Genova, 
Pietro Magenta, a cui Cavour aveva passato parola, il Bixio 
trasportò un migliaio di quei « libri » dalla stazione alla 
Villa Spinola, dove rimasero aspettando di essere imbar- 

1 Crispi, Diario, 19; La Masa (Sic.) III-V; La Farina, II. 313; Ber- 
tani, II. 32-34. 

^Paolucci, Riso, 48-49. 



/ moschetti della Società Nazionale 239 

cati. ^ Quando i « volumi » furono sballati, Garibaldi veden- 
doli tanto diversi dai suoi, assai più belli, che il d'Azeglio 
aveva sequestrati a Milano, soffrì un amaro disinganno. 
Erano moschetti a calibro liscio, arrugginiti dalla vec- 
chiaia, già ad acciarino, poi trasformati a percussione, e 
finalmente venduti dalle autorità militari perchè fuori d'uso. 
« Nient'altro che ferro vecchio ! » — esclamò egH amara- 
mente" — , ma dal momento che non si poteva aver niente 
di meglio, lui e i suoi eran pronti a misurarsi con le cara- 
bine napoletane, come già nell' estate avanti con le austriache 
così forniti di armi insufficienti alla bisogna. 

Intanto Vittorio Emanuele faceva una marcia trionfale 
attraverso i territori recentemente acquistati. Il 1 5 aprile, 
sul punto di lasciare Torino per Firenze, egli, per consiglio 
di Cavour, aveva scritto al suo « caro cugino » di Napoli, 
una lettera degna di nota : 

« Siamo così giunti — diceva il Re del nord a quello del 
sud — ad un tempo in cui l'Italia può essere divisa in due Stati 
potenti, r uno del Settentrione, 1' altro del Mezzogiorno, i quali, 
adottando una stessa politica nazionale, sostengano la grande idea 
dei nostri tempi, l' Indipendenza Nazionale. Ma per mettere in 

^ La Farina, II. 313, nota; Ghiaia, IV, pag. CXXilI, nota, e CLXII, 
nota ; Bianchi, Cavour, 94 ; Biundi, II. 1 0. Camera dei Deputati 1 9 giugno 1 863, 
dichiarazione del Bixio stesso. Non sono sicuro del giorno in cui il Bixio trasportò 
le armi alla villa ; secondo alcuni non sarebbe prima del 3 o 4 maggio. 
Mazzini, Xì, pag. LXXVII. Furono trasportate per mare dal porto di Genova ; 
Bianchi, Cavour, 94. Bertani fece rimostranze perchè il La Farina non per- 
mise che se ne prendessero più di 1000 mentre ve n'erano 1500. Ire Poi., 53; 
Guerzoni, II. 38, nota. 

* Conv. Inglese; Cario. Canzio; Zeusi, 132 ; Baratieri, 403 ; Mazzini, XI, 
pag. LXXVII ; Sampieri, 22. 



240 Garibaldi e i Mille 



atto questo concetto è, com*io credo, necessario che V. M. 
abbandoni la via che ha fino ad ora tenuta.... Il principio del 
dualismo, se è bene stabilito e onestamente seguito, può essere 
tuttora accettato dagli Italiani. Se Ella lascierà passare qualche 
mese senza attenersi al mio suggerimento amichevole V. M. forse 
dovrà sperimentare l'amarezza di quelle parole terribili : « troppo 
tardi. » ^ 

Si trattava di una vera e propria offerta di amicizia o 
di un ultimatum che servisse di preludio alle ostilità? Quel 
Re che aveva tracciata la lettera aveva raccolti appena pochi 
giorni avanti dalle labbra stesse di Garibaldi i progetti da 
lui divisati e gli aveva imposto soltanto di non condurre 
con se le truppe regie. Quel ministro alla cui approvazione 
la lettera era stata sottoposta, aveva appena nove giorni 
prima domandato al generale Ribotti di capitanare l' insur- 
rezione in Sicilia e ancor più recentemente stabilito che i 
moschetti della Società Nazionale fossero adoperati in una 
spedizione simile a quella sotto la guida d' un altro. Può 
darsi che se Francesco II si fosse ravveduto, Cavour e il 
suo sovrano si sarebbero accontentati di agire in conformità 
allo spirito della loro proposta. Ma essi sapevano che egli 
non si sarebbe ravveduto, sapevano che egli stava cospirando 
ai loro danni con l'Austria e con il Papa, e non si può 
a meno di sospettare che questa lettera fosse dettata piuttosto 
a soddisfazione della loro coscienza e a edificazione del- 
l' Europa e della posterità anziché a beneficio del Principe 
a cui le savie parole erano vanamente indirizzate. 

L'accoglienza fatta dai fiorentini tanto a Vittorio Ema- 
nuele che al suo Ministro era segno di calorosa gratitudine 
e d' entusiasmo, ma Cavour non aveva tempo da perdere 

1 Ghiaia, IV. pagg. CXX-CXXI. 



Visita di Sirtori a Cavour 241 

nel gustare le gioie di una popolarità che gli veniva concessa 
soltanto tardi nella vita e ch'egli valutava sopratutto per il 
potere che gli metteva in pugno. Il 21 aprile lasciato il Re 
in Toscana, faceva vela per la Spezia a bordo della nave 
ammiraglia del Persano. Il giorno dopo egli sbarcava a 
Genova e vi rimaneva ventiquattro ore per darsi conto 
della situazione. ^ 

Durante la sua breve fermata a Genova, il Primo Ministro 
ricevette un mandatario da Villa Spinola. '^ Garibaldi stesso 
era troppo adirato contro 1' uomo che lo aveva fatto « uno 
straniero » nel suo paese, per entrare in negoziazioni dirette 
con lui, ma egli e i suoi ufficiali riconoscevano bene che 
il loro successo dipendeva dal permesso e anche fino a un 
certo punto dall'appoggio del Governo. Così quando il Sirtori 
offrì di andare a vedere Cavour, il Bertani non mosse 
obiezioni di sorta. ^ 

Sirtori è una delle figure più attraenti dell' epopea gari- 
baldina. Entrato nella vita in abito talare, aveva studiato 
e conosciuto il dubbio a Parigi. Subito dopo il 1840 si era 
rifatto laico, diventando filosofo prima e soldato poi, nel 1 848. 
E rimase tutta la sua vita un mistico e un puritano. Il suo 
corpo emaciato e l'ascetismo della sua faccia triste e bene- 
vola lo distinguevano fra i suoi compagni com' uno che 
vivesse a parte e che derivasse il potere di dominarli 
com' egli faceva in consiglio e in guerra, da un mondo di 
pensieri e di sentimenti diverso dal loro e più puro. Egli 

1 Persane, 14-15; Ghiaia. IH. pag. 240; IV. pag. CXL. 

^ Questa visita del Sirtori ebbe luogo probabilmente la mattina del 23, 
come afferma il Ghiaia, IV. pag. GXLI. Altre autorità le assegnano erronea- 
mente una data posteriore : Gavour non fu in Genova che dal 22 al 23 aprile 
e si sa che V intervista ebbe luogo in Genova. 

^ Gamera dei Deputati, 19 giugno 1863. Discorso Sirtori. 

Garibaldi 1 6 



242 Garibaldi e i Mille 



occupa con il Bixio, il Medici e il Cosenz, uno dei primi posti 
alla testa dei garibaldini, per il suo talento militare ; e tutti 
e quattro erano oltre che bravi soldati anche i migliori 
consiglieri di Garibaldi nelle faccende politiche di cui 
avevano una visione meno errata che non avessero quei 
borghesi coi quali Garibaldi soleva consultarsi. Nella sua 
giovinezza ricca di sogni e di nobili illusioni il Sirtori era 
stato un repubblicano più ardente del Mazzini stesso, ed ora 
non solo era un monarchico convinto, ma vedeva chiaro 
esser necessario che i suoi compagni d' armi avessero il 
Governo dietro a loro se non si voleva che le magre 
probabilità di successo della spedizione, predette da lui 
stesso, andassero interamente perdute. ^ 

Il Sirtori dunque andò da Cavour e gli espose per intero 
i progetti fatti a Villa Spinola insistendo con enfasi sulla 
loro scarsezza di mezzi e sui pericoli del piano da loro 
adottato. ~ Ammise che si era disegnato di fare un movi- 
mento duplice : un attacco sui territori papali per la via 
dell' Umbria e delle Marche ^ e una spedizione nella SiciHa 
guidata da Garibaldi stesso. La risposta di Cavour quale 
fu riferita dal Sirtori, e abbastanza chiara : 

« Quanto alla spedizione delle Marche disse assolutamente : 
« No; il Governo la avverserà in tutti i modi. » Quanto alla 
spedizione della Sicilia, disse queste precise parole : « Cosi va 
bene ; cominciare dal sud per rimontare verso il nord. Quando 
si tratta di queste imprese, per quanto audaci possano essere, 
il Conte di Cavour non sarà secondo a nessuno. » Sono le pre- 
cise parole. Ciò disse, riferendosi naturalmente a tutti quei mezzi 

^ Sirtori, passim, e molte altre fonti, stampate e orali. 

2 Mazzini, XI, pag. LXXXI. 

* Era proprio così. Bandi, 11-12; Bertani, II. 33. 



Cavour e la spedizione in Sicilia 243 

coi quali il Governo senza compromettersi poteva aiutare la spedi- 
zione : promise di aiutarla purché la responsabilità del Governo 
fosse pienamente al coperto. » ^ 

Dopo ciò Cavour se ne ritornò a Torino e il giorno dopo, 
24 aprile, La Farina ve lo fece seguire da una sua let- 
tera in cui narrava della coalizione sua e di La Masa con 
Garibaldi e accennava ai moschetti di cui egli stava prov- 
vedendo r impresa. ^ Ma Cavour quantunque disposto ad 
armare la spedizione qualora si effettuasse, non era però impa- 
ziente di vederla messa in atto perchè temeva molto che 
andasse alla propria distruzione. Il malinconico Sirtori che 
diceva sempre a Garibaldi di esser pronto a andare con 
lui ma d* essere convinto che sarebbero periti tutti quanti, ^ 
non poteva aver descritto le probabilità di riuscita a Cavour 
con colori molto smaglianti. Ne il Primo Ministro era tenuto 
all' oscuro intorno al raffreddarsi della ribellione in Sicilia, 
poiché Pilo e i compatriotti di lui non gU mandavano quei 
rapporti esagerati con cui cercavano di attirare Garibaldi 
nella loro isola. ^ L' insuccesso dunque appariva probabile, 
e ben s' apponeva Cavour ritenendo che lo scandalo provo- 
cato dalla caduta di una spedizione di contrabbando, accop- 
piato all' irrimediabile catastrofe della morte di Garibaldi, 
avrebbero fatto retrocedere le speianze d' Italia di parecchi 
anni ancora. Il 23 e il 24 aprile perciò mandava a Villa 
Spinola il FrappoUi e altri suoi agenti perchè cercassero di 



1 Camera dei Deputati, 1 9 giugno 1 863. Vedasi Appendice F, sez. II. 

2 La Farina, II. 313. 

^ Crispi, Diario, 20, nota che il Sirtori disse ciò a Villa Spinola il 23, 
appunto il giorno in cui vide Cavour. 

* Mazzini, XI, pag. LXXIII; Paolucci, Pilo, 251-252; Rìso, 47. 



Ì44 Garibaldi e i Mille 



persuadere il Generale che i rischi eran troppi ed egH peri- 
rebbe come Murat e Pisacane eran periti prima di lui ; ^ 
ammonimenti che non mancarono di produrre un certo effetto 
poiché il 24, dopo la visita del Frappolli, il Crispi tro- 
vava Garibaldi in preda a esitazioni ed ansietà, ^ ma che 
non impedirono tuttavia che due o tre giorni dopo si fissasse 
la partenza per il 28, come il vice-governatore di Genova 
doverosamente notificava alle autorità di Torino. ^ Questa 
volta tutto era pronto. I fucili del La Farina erano arrivati. 
Il Fauché era stato indotto a provvedere un secondo piro- 
scafo, il Lombardo, in aggiunta al Piemonte ^ e i volontari 
scelti e arruolati in Genova erano saliti a 500. " Se il 28 
aprile i « Cinquecento » avessero spiegato le vele, invece 
dei « Mille » il 5 maggio, alla storia toccherebbe ora, nar- 
randone le vicende, un compito assai triste. 

Ma la fortuna ci si mischiò di nuovo con un altro suo 
indugio propizio. La mattina del 27 arrivò da Malta un 
telegramma del Fabrizi, una sorgente d' informazioni più 
convincente di tutti gli avvisi dei mandatari di Cavour, 
per gli abitanti di Villa Spinola. Il telegramma fu decifrato 
come segue: 

Malia, 26 aprile 1860. 

« Completo insuccesso nelle provincia e nella città di Palermo. 
Molti profughi raccolti dalle navi inglesi giunti in Malta. » 

1 Cri«pi. Diario, 20 ; Mazzini, XI. pag. LXXVI ; Ghiaia. IV. pag. CXLVII. 

* Grispi, Diario, 20. 
^ Bandi, 1 7 ; Ghiaia, IV. pag. GL., nota. 

* Fauché, 6, e Fauché (P.) 28-31, prova che il secondo piroscafo fu 
procurato poco prima del 28 aprile. 

5 Bandi, 1 7. Anche Bixio, 1 54, parla di tre o quattrocento pronti 
verso il 25. 



La spedizione è sospesa 245 

Il Fabrizi sostenne più tardi che avevano commesso un 
errore nel decifrarlo e che egli aveva in realtà scritto : 

« L* insurrezione vinta nella città di Palermo si sostiene nelle 
Provincie. ^ » 

Se così fu, lo sbaglio d' interpretazione era assai più 
vicino alla verità che il messaggio stesso. 

Quella mattina la Villa Spinola era piena di patriotti 
tutti stretti da un unico sentimento di sospensione mortale. 
Tutti gli occhi erano fissi sulla porta dietro alla quale Crispi, 
La Masa e Bixio stavano facendo delle rimostranze a Gari- 
baldi. I due siciliani erano pronti ad azzardar tutto trasci- 
nandoselo via nella loro isola, e il Bixio pur non dividendo 
minimamente la loro fede nelle promesse e nel valore meri- 
dionale, li incuorava con il suo valido appoggio, perchè si 
sentiva sicuro che dei settentrionali condotti da Garibaldi 
non avrebbero potuto fallire anche se la sollevazione sici- 
liana fosse stata veramente repressa. Ma Garibaldi vedendo 
il telegramma del Fabrizi, aveva detto con le lacrime agli 
occhi: « Sarebbe pazzia andare ». La decisione era tutta 
sua. Sapeva bene che la responsabilità pesava tutta su lui, 
non su loro ; che egli aveva men diritto di far scempio delle 
fortune d* Italia e delle vite dei suoi figli più bravi, che non 
avessero essi di o^rire queste vite al sacrificio. 

Di li a poco i due siciliani uscirono dalla camera in 
disperazione. Il Bixio rimase solo con il Generale, ma alla 
fine anche lui si precipitò fuori dall' uscio in preda ad uno 
di quegli accessi di collera davanti ai quali tutti si facevan 
piccini, niuno eccettuato. La triste parola passò di bocca 

1 Bijdo, 154-155 e nota; Fabiizi, 54. 



246 Garibaldi e i Mille 



in bocca: « Non si parte più », e in pochi minuti tutti 
si dispersero tornando a Genova e lasciando la Villa vuota f 
meno i pochi che prima v'erano e una mezza dozzina di capitani 
di mare che vi s' indugiarono per dare un ultimo e mesto addio 
al loro capo. Quel giorno le ore si succedettero lente, nella 
casa del Vecchi, silenziose e cupe. La cena pareva un fune- 
rale, disse uno che vi partecipò : un sogno, il più bel sogno 
mai concepito da patriotti, si era dileguato dal cuore di 
tutti i seduti intorno alla tavola. 

Dopo cena una deputazione di forse dodici giovani volon- 
tari semplici della spedizione, venne da Genova doman- 
dando di vedere Garibaldi. Il Bandi fu mandato a dirglielo 
nella sua camera da letto. « Cosa vogliono ? » « Dicono che 
se non avete voglia di andare in Sicilia con loro, anderanno 
senza di voi. » 

« Io non dimenticherò mai gli occhi terribili che fece il futuro 
vincitore di Palermo — scrisse il suo aiutante di campo — nel- 
r udire quelle mie parole e per poco non mi morsi la lingua. 
« Ho io paura ?» — esclamò egli, diventando rosso in viso, come 
una bragia — ma in un tratto si ricompose, e con voce pacata 
soggiunse: — « Fateli entrare. » — 

« Entrarono. Io tremava come una foglia. Non sarei entrato 
nei panni di quei signori deputati neppure per tutto l'oro del 
mondo. Il Generale era ritto e colle braccia conserte al seno. 
Rispose con un cenno di capo ai loro saluti, e si die a guardarli 
ad uno ad uno. Durò quel silenzio per due o tre minuti, che mi 
parvero un secolo. Alla fine, il più giovane sciolse la lingua, che 
era lingua genovese e cominciò a perorare. Quand' egli ebbe finito, ' 
perorò un altro e poi un altro ; quindi cominciarono a discorrere 
tutti insieme.... Quando ebbero discorso e gridato ben bene, come 
Dio volle, tacquero. Successe un silenzio, che fu brevissimo, ma 
durante il quale gli occhi di Garibaldi parlarono più di cento lingue. 



Con senza Garibaldi 247 

E quand' egli si fu risolto ad aprir bocca ed ebbe cominciato 
a far sentire quella sua voce, il cui suono innamorava, i poveri 
ambasciatori cominciarono a diventar pallidi poi rossi rossi, e quindi 
bianchi come la carta da scrivere e i loro occhi si empirono di 

lacrime Garibaldi non rimase neppure egli a ciglia asciutte e 

accommiatandoli con un gesto affettuoso, si volse rapidamente e 
andò ad appoggiarsi al davanzale della finestra ». ^ 

Intanto a Genova regnavano la rabbia e la confusione. 
Dei volontari molti si accingevano a tornare alle loro case, 
altri strepitavano che gli ufficiali di Garibaldi dovevano 
condurli invece di lui. Si sentivano i partigiani di Mazzini 
esclamare « Garibaldi ha paura. » I promotori della spe- 
dizione si accaloravano in consulti circa all' avventurarsi o 
no senza di lui. La Masa che fra tutti era il meno capace 
di comandare un* impresa simile, proponeva di condurre i 
suoi compatriotti siciliani alla terra nativa. I suoi stessi com- 
patriotti eran divisi in due campi fra quelli che si offrivano 
di seguirlo e quelli che come il valoroso soldato Carini e 
r Amari stesso, raccoglitore del denaro per la spedizione, 
rifiutavano recisamente di avere niente a che fare con una 
follia simile. Trasportato dalla sua collera il Bixio offriva 
di far da pilota al bastimento del La Masa e dei Siciliani, 
benché fosse probabile che una volta partito non avrebbe 
durato molto alla subordinazione sotto un tal capo. ^ 

In tanta confusione di pareri, sembra che il Crispi abbia 
tenuto la testa a posto meglio degli altri. Avendo la chiara 
percezione di due cose, che l'andare senza Garibaldi era 
cosa vana e che Garibaldi sarebbe stato più che contento 

^ Bandi, 1 8-23 ; Bandi dice di non ricordare le parole di Garibaldi sebbene 
abbia vivo nella mente il tono con cui egli le proferì. 
«La Masa (S/c). VI. VII; Bandi, 23-25. 



248 Garibaldi e i Mille 



di andare se soltanto si fosse potuto fornirgli un « fatto 
nuovo »,^ egli indusse i suoi compatriotti ad aspettare qualche 
giorno ancora. E intanto si dette attorno per procurarsi il 
« fatto nuovo ». Il 27 mandava il seguente telegramma in 
cifre al suo amico Agresta in Sicilia: ' 

« Con questo corriere non avendo ricevute tue lettere, qui 
si esita e temo che non riuscirò a far partire la spedizione. Aggìun- 
gesi che le notizie ricevute con questo vapore non sono le migliori, 
che in 22 giorni non una lettera abbiamo ricevuto da costà che 
ci dica qualche cosa di preciso. Qui tutto è pronto, anche il vapore. 
Non è difficile quindi che finiranno per venire. >5^^ 

La sera del 29 aprile, il « fatto nuovo » di Crispi capitò 
nella forma di certi telegrammi, lettere e dispacci misteriosi. 
Non è mancato fra i suoi compagni chi abbia detto ch*egli 
li aveva falsificati, ma le prove non sono decisive. ^ Alcuni 
dicono che si trattasse di un telegramma del Fabrizi : * altri 
che le notizie provenissero dai corrisponenti del Crispi in 
Sicilia, a cui egli si era affannato a cavarle di bocca. In 
ogni modo quei documenti descrivevano il rinnovarsi del- 
l' insurrezione sulle montagne, asserzione a cui il recente 
intervento di Pilo dava qualche apparenza di verità. ^ 



* Bandi, 23 ; La Masa (Sic), pag. VI. 

''Paolucci, Riso, 50-51. 

^ Tlirr, Risposta, 5-6 ; Bandi, 29. Un altro siciliano dei Mille, il Campo, 
soppresse delle cattive noùzie e ne sparse delle nuove onde indurre Gari- 
baldi a partire, e la famiglia di lui ricordò la sua azione come meritoria. 
Campo, 97-98. Ma quanto alla falsificazione dei documenti, non se ne ha 
prova certa. 

^ Bertani, II. 46; Cono. Canzio. 

^ Vedasi più sopra pagg. 204-205 ; Paolucci, Pilo, lò^-ldb. 



Si rinnovano i preparativi della spedizione 249 

Con queste carte in mano il Bixio e il Crispi si senti- 
rono così confidenti di persuadere Garibaldi con cui dove- 
vano abboccarsi il giorno dopo a Quarto, che la sera del 
29 si dettero a rinnovare i preparativi della spedizione in 
Genova, scrivendo al Fauché quella sera stessa alle nove: 
« Abbiamo bisogno di vederla, le notizie sono buone e 
ritorniamo all' affare. ^ » Il giorno dopo il Bixio e uno o due 
siciliani ^ si recavano a Quarto alla Villa Spinola per tro- 
varvi il loro duce fermo nella stessa risoluzione. Quel giorno 
appunto egli aveva scritto ai Direttori del suo Fondo per 
il Milione di Fucili : « A quest' ora saprete delle cose di 
Sicilia. Non si fa più la spedizione. » ^ Ma il « fatto nuovo » 
di cui il Bixio veniva armato, produsse su di lui un effetto 
istantaneo. « Si andrà » esclamò saltando in piedi con gli 
occhi fiammeggianti e la voce vibrante di gioia improvvisa. 
E tutti si ricordarono che era il 30 aprile, V anniversario 
della rotta da lui inflitta ai francesi sotto le mura di Roma 
e decorarono la Villa con festoni di lauro per celebrare la 
doppia cagione di festa. ^ 

Alle 10,45 di quella mattina il Bixio aveva già spedito 
questo biglietto al fornitore dei vapori, Fauché : 

« Vengo in questo momento da Quarto: il Generale viene 
a Genova subito e la aspetta da Bertani appena ella può. »^ 

In questo consiglio di guerra tenutosi in Genova attorno 
al Bertani, già confinato in letto dagli .strapazzi sostenuti, 

1 Fauché (P.), 32. 

2 Vedasi Appendice G. 

3Ciàrapoli, 135-136. Lettera del 30 aprile. 
^ Bandi, 29-30; Jack la Bolina, 120. 
^ Fauché (P.), 32-33. 



250 Garibaldi e / Mille 



la decisione di partire fu presa in forma definitiva. Solo 
il Sirtori si oppose dicendo : « No ! disapprovo : non credo 
nella riuscita : ma se Garibaldi si reca in Sicilia, con pochi 
o molti, io l'accompagno ». Il giorno dopo il Medici espri- 
meva gli stessi sentimenti. ^ 

Tutto il meccanismo dell' organizzazione fu rimesso in 
moto un' altra volta. Occorrevano parecchi giorni per riunire 
i volontari di cui molti avevano lasciato Genova in dispe- 
razione e il cui numero si era alla fine deciso di portare 
a mille. E per cinque giorni si lavorò come si lavora sol- 
tanto in una crisi della propria vita. Il Bertani sul suo letto, 
scarabocchiando più che scrivendo, sbrigava un dopo l'altro 
dei mucchi di lettere portanti offerte di servizi d'ogni genere 
da ogni parte d' Italia. ^ Il Bixio che doveva preparare 
r imbarco, non mangiava ne dormiva più, e inconsapevole 
d'ogni altra cosa, in uno stato di insonnia lucida e attiva, 
trattò la sua famiglia per la prima volta in vita sua con 
quella brusca noncuranza con cui trattava sempre il resto 
del genere umano. ^ 

Tanta zelante operosità non si restringeva al solo Comi- 
tato di Genova. Di città in città si organizzavano sottoscri- 
zioni promosse dai « Comitati a soccorso della Sicilia » ; a 
Cremona e altrove si facevano apertamente delle affissioni 
sui muri e quasi dappertutto delle collette di denaro nelle 
strade. ' Il Municipio di Pavia, città nativa dei Cairoli, votò 
a favore della spedizione versandola nel Fondo per il milione 
di Fucili, una grossa parte delle tasse comunali. Una con- 

1 Bertani, II, 47; Mazzini, XI. pag. LXXVI; Pungolo, 5 luglio 1907, 
lettera del Medici, 10 maggio 1860. 

2 Mss. Milano, Archivio Bertani, Plico XII. 
^ Bixio, 157. 



4 



Cremona, 18-22; Amari, II. 75-78; Mss. Milano, A, B. Plico 12, n. 29. 



/ volontari si raccolgono a Genova 25 1 

tribuzione simile ma diretta a Garibaldi stesso, fu fatta daP 
Municipio di Brescia. ^ A Pavia, a Milano, a Brescia, a 
Bergamo e altrove gli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi 
sceglievano la miglior gioventù del posto e la mandavano 
per treno a Genova. ^ Il 4 maggio a Bergamo il treno che 
doveva portar via 100 bergamaschi domandati da Garibaldi 
e scelti con cura dal Nullo, fu invaso da 300 ; gli altri 
200 dopo una lotta accanita per farsi prendere, furono lasciati 
con il cuore spezzato sul marciapiede. A Milano il Nullo 
riuscì con la forza a liberarsi di un altro centinaio, ma fra 
i Mille che sbarcarono a Marsala non meno di 160 pro- 
venivano dalla piccola città alpina. ^ 

Alcune noterelle del diario dell' Abba descrivono qual- 
che incidente tipico di quelli che toccavano ai volontari in 
via per Genova : 

Parma, 4 maggio alla stazione. 

« Gli ho contati. Partiamo in diciassette, i più studenti, qual- 
che operaio, tre medici. Di questi, uno, il Soncini, è vecchio della 
Repubblica Romana. Dicono che nel treno di Romagna trove- 
remo altri amici, fiore di gente. Ne verranno da tutte le parti.... 

Si fanno grandi misteri su questa partenza. A sentire qual- 
cuno, neanco l'aria deve saperla.... ma intanto tutti sanno che 
Garibaldi è a Genova, e che andrà in Sicilia. Attraversando la 
città, abbiamo dato e pigliato delle grandi strette di mano, e avuto 
dei caldi auguri. » 

{Nella stazione di Novi). 

« Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che 
treno. Un sottotenente mi si avvicinò e 'mi disse: — Vorrebbe 



^ Pavesi, 24 ; Bertani, Resoconto, 23, conti, nota. 

^ Bertani, Comp., 2. 

^ Ventis. magg., 33 e cfr. Elenco. 



252 Garibaldi e i Mille 



'telegrafarmi da Genova 1' ora che partiranno? — Io né sì ne no, 
rimasi lì muto.... L' ufficiale mi guardò negli occhi, capì e sorri- 
dendo soggiunse : — Serbi pure il segreto, ma creda non 1* ho 
pregata con cattivo fine. — » 

Questo stesso ufficiale, di nome Pagani, disertò il giorno 
dopo, scappò sotto il falso nome di De Amicis e morì com- 
battendo a Calatafimi. Era uno dei cinque ufficiali disertori 
che si unirono ai Mille e ce ne sarebbero stati molti di più 
se il comitato organizzatore lo avesse permesso. ^ 

Il nord si sollevava sospingendo Garibaldi in Sicilia. 
Non vi erano divisioni ne di classe ne di partiti. I muni- 
cipi cavouriani votavan soccorsi in denaro, le classi abbienti 
non erano meno ardimentose delle operaie nel movimento, 
e quella dei professionisti forse la più entusiasta di tutte. 
Troppo di rado avviene che un'onda d'affetto come questa 
pura d' ogni mira personale infinitamente superiore a ogni 
cieco odio di razza, trasporti con se un popolo intero, ele- 
vando gli uomini comuni in un' atmosfera eh' essi rare 
volte respirano ne mai respirano a lungo. Quanti ricordano 
quel giorno ne parlano come di cosa troppo sacra perchè 
possa mai ritornare. L' Italia non ha mai più rivisto un altro 
1 860, ma fortuna volle eh' ella non lo sciupasse come 
accadde nel 1848. 

Il paese si sollevava; che farebbe il Governo? Prefe- 
rirebbe, e se lo preferisse, oserebbe fermare Garibaldi? 
Quando l' ultima notte d' aprile Cavour aveva saputo che 
egli dopo tutto aveva deciso di partire, aveva egli accolto 



^ Abba, Noterelle, 5-S, 53, 70. Elenco. Per le cìiserzioni vedasi più 
sopra a pagg. 221-222. 



Cavour e la spedizione di Garibaldi 253 

____ _ , a^r; 

la nuova con gioia, lui sempre trepido alla vedetta? Se 
Garibaldi aveva conosciuti lunghi tentennamenti, Cavour non 
poteva far a fidanza con il successo. Il Primo Ministro non 
aveva ne un Crispi ne un Pilo che gli offuscassero gli occhi 
sullo stato reale della insurrezione siciliana. Ben a ragione 
poteva ritenere che le sorti sarebbero contro a Garibaldi, 
poiché infatti non cessarono di essergli contrarie fino a che 
ebbe presa Palermo. I preparativi fatti apertamente a Genova 
avevano già attirato sul capo di Cavour una bufera di pro- 
teste diplomatiche. Già intravedeva Tombra minacciosa della 
conquista austriaca e dell' ingerenza francese. L' Italia non 
aveva che una sola amica potente in Europa ; ma le navi 
inglesi da guerra non potevano veleggiare sulla pianura lom- 
barda. Si aggiunga poi che appunto in quei giorni Cavour 
si adoperava a indurre Napoleone a ritirare le sue truppe 
da Roma, un vantaggio che valeva certo la pena di sacri- 
ficare per un attacco vittorioso sui Borboni, ma non già per 
amore di .un tragico insuccesso con un Garibaldi al posto di 
un Pisacane. E per di più egli aveva ragione di supporre 
che riserbandosi per se l'attacco sulla Sicilia Garibaldi aveva 
però r intenzione di mandare delle forze rivoluzionarie contro 
le Provincie papali dell' Umbria e delle Marche, un passo 
che avrebbe anche troppo probabilmente prodotto un urto 
fra r Italia e la Francia. 

Dall'altra parte, com'egH aveva detto al Sirtori a Genova, 
se Garibaldi fosse davvero riuscito a conquistare la Sicilia 
e poi a « rimontare verso il nord » la liberazione del- 
l' Italia sarebbe stata assicurata. E qual altra speranza di 
liberazione gli rimaneva ora, con la minaccia di un attacco 
per l'alleanza stretta fra l'Austria, NapoH e il Papa? Doveva 
colpire e non aspettare d' esser colpito e Garibaldi era la 
sola arma di cui potesse servirsi subito. Da ultimo, quali 



254 Garibaldi e i Mille 



si fossero i pericoli della spedizione, ve ne erano di immensi 
nel tentar di arrestarla con il paese in un delirio d' entusiasmo. 

In preda al conflitto di calcoli che abbracciavano forse 
questi pensieri e certo altri a noi ignoti, Cavour dette l'ordine 
di un treno speciale che lo portasse da Torino a Bologna 
dove abboccarsi con il Re e decidere definitivamente se 
la spedizione doveva esser fermata o no. La linea non 
era del tutto finita in alcune parti e i funzionari ferroviari 
di Bologna si meravigliarono al sentire che arrivava il Primo 
Ministro; ma il 2 maggio egli arrivò in un treno di un solo 
vagone e salì sull' istante in vettura a San Michele in Bosco, 
dimora di Vittorio Emanuele. Il Re era arrivato il giorno 
prima da Firenze valicando il passo dell' Apennino centrale 
con mute di cavalli freschi ad ogni posta. Aveva piovuto 
a torrenti ma sapendo che le popolazioni liberate erano 
accorse in folla sul passaggio del loro liberatore attraverso 
i monti, non aveva voluto concedere che gli si chiudesse 
la carrozza. ^ La strada eh' egli aveva percorsa era quella 
stessa sulla quale Garibaldi era stato lì lì per esser preso 
neir osteria di Teresa Bandini, la quale aveva salvato l' eroe 
con il suo coraggio e la sua presenza di spirito, e che senza 
dubbio ora aveva veduto il Re passare davanti la sua porta 
in carrozza. ^ 

Così Cavour e Vittorio Emanuele s' incontrarono nelle 
sale di San Michele in Bosco per decidere insieme se si 
dovesse lasciar partire la spedizione. Si ritiene concorde- 
mente da tutti che dei due il Re fosse il più entusiasta e 
confidente, ma nessuno sa ciò che passò fra di loro. Vi 



1 Rassegna Nazionale, 1 gennaio 1905. 

^ Treveiyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, 352-354. Teresa morì 
nel i908. 



Decisione del Re e di Cavour 255 

fu più tardi chi asserì in una rivista francese di aver saputo 
da testimoni dell' intervista, che Cavour aveva offerto di 
andare in persona ad arrestare Garibaldi, ma che il Re 
non aveva voluto dargli il permesso. Ma poiché nessuno 
ha mai potuto provare chi fossero questi testimoni, o per 
quali ragioni si possa supporre che pur vi fossero delle 
terze persone, lo storico farà bene a conservarsi incredulo. 
Tutto quanto si sa è che con questa intervista il Re e 
il suo Ministro si accordarono finalmente a lasciar partire 
Garibaldi. ^ 

Il grande statista aveva commesso in questo particolare un 
errore che avrebbe potuto risultare fatale all' ItaHa e a lui 
stesso. Lasciava partire i Mille con i cattivi fucili di La Farina, 
mentre avrebbero potuto avere gli Enfield del fondo Gari- 
baldi. Ma non bisogna dimenticare due cose. Prima, secondo 
ogni probabiHtà Cavour non sapeva che le armi della Società 
Nazionale fossero cattive, dal momento che lo stesso Gari- 
baldi già presidente della Società stessa non se ne rese 
conto se non quando li vide uscire dalle casse e per il 
fatto che il Segretario La Farina doveva avergli più che mai 
decantate le sue merci. Secondo, dopo lo sfortunato sequestro 
degli Enfield per opera del D'Azeglio, un fatto assai divul- 
gato e commentato, sarebbe stato difficile al Cavour man- 
dare un contrordine senza compromettere il Governo come 
sostenitore della spedizione garibaldina, agli occhi dell' Europa 
ostile. 

^ Vedasi Appendice H per un esame più minuto dei moventi di Cavour. 
Il fatto che ai primi di maggio il Ministro dell' Interno, Farini, mandò a mezzo 
del deputato Finali la comunicazione che la spedizione era approvata dal 
Governo, ma che si richiedeva 1' assicurazione di non fare un attacco sugli 
Stati papali, getta qualche luce sull'attitudine del Governo. A^. A., aprile 
1909, pagg. 503-504, Finali. 



256 Garibaldi e i Mille 



Dando qui un resoconto dell' azione di Cavour nel- 
l'aprile 1 860, io non pretendo di averne penetrati i moventi. 
La nostra conoscenza della sua corrispondenza e delle sue 
parole è ancor sempre incompleta, e i detti e le lettere di 
lui, di cui abbiamo già nozione, contengono tali e tante 
contraddizioni nel corso di una sola settimana e anche di 
un sol giorno, ^ che sarebbe follia dogmatizzare sulla natura 
dei suoi desideri e delle sue intenzioni fino all'ora della 
partenza dei Mille. Mi limiterò soltanto ad accennare che 
fino a queir ora Cavour fu se non altro in certo grado un 
opportunista al servizio delle circostanze, intento a non 
compromettere ne se stesso, ne il paese se non all' ultimo 
momento possibile. Ne, date le terribili incertezze del caso, 
lo si potrebbe biasimare per aver rifiutato di assumersi una 
parte più decisiva nello spingere Garibaldi ad una spedi- 
zione in cui un Sirtori e un Medici si aspettavano di vederla 
fallire e nelle cui probabilità di successo Garibaldi stesso 
non aveva potuto sulle prime riporre fede. 



^ Vedasi Appendice H. 




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CAPITOLO XI. 
Si spiegano lè vele. 



Bieve ne l'onda placida avanzasi 
striscia di sassi. Boschi di lauro 
frondeggiano dietro spirando 
effluvi e murmuri ne la sera. 



Italia, Italia, donna de i secoli, 
de' vali e de' martiri donna, 
inclita vedova dolorosa, 

quindi il tuo fido mosse cercandoti 
pe* mari. Al collo leonino avvoltosi 
il puncio, la spada di Roma 
alta su r omero bilanciando, 

stiè Garibaldi, Cheti venivano 
a cinque a dieci, poi dileguavano, 
drappelli oscuri, ne 1 ombra, 
i mille vindici del destino, 

come pirati che a preda gissero; 
ed a te occulti givano, Italia, 
per te mendicando la mone 
al cielo, al pelago, a i fratelli. 

CARDUCCI : Scoglio di Quarto. 



Affine di assicurarsi la connivenza passiva delle autorità 
nella partenza di una spedizione che esse eran forzate a 
ripudiare in tutti i casi per qualche giorno ancora, e per 
sempre, in caso d' insuccesso,- bisognava agire salvando le 
apparenze con una certa mostra di segretezza. Il Governo 
aveva preso le misure necessarie per far sapere che Y im- 
barco stesso non doveva aver luogo nel porto di Genova. ^ 
Si stabilì perciò il seguente piano d'operazione: I due 
piroscafi dovevano essere catturati nel porto a mezzanotte 
e con il minor strepito possibile, da un drappello scelto 

^ Il Console Inglese, Mr. Brown, che teneva d' occhio la cosa con grande 
interessamento scriveva il giorno dopo al suo governo : « So da fonte sicura 
che il Governo ha preso misure per impedire che V imbarco si compiesse nel 
porto. » Br. Pari Papers, 12, pag. 3 e 16, pag. 1. 

GaiiUldi 17 



258 Garibaldi e i Mille 

di uomini di mare condotti dal Bixio che doveva portar 
via i due vapori vuoti fuori del porto. Poi mentre essi 
costeggiavano la riviera di levante, delle barche a remi 
dovevan mover loro incontro portando i volontari, le vetto- 
vaglie e le casse di armi. Il grosso delle munizioni sarebbe 
in fine portato a remi da Bogliasco. Una volta tirati su a 
bordo in mare aperto e uomini e cose, il viaggio doveva 
incominciare. 

Una gran parte del piano era a nozione di tutti in Genova 
il 5 maggio, in quell' affaccendarsi di tutto il giorno che 
precedette la partenza notturna. Le autorità montavano la 
guardia in piena regola a Cornigliano e a S. Pier d'Arena 
all'ovest della città e intanto lasciavano immolestati i veri 
luoghi d' imbarco all' est. ^ Per un dettaglio però il segreto 
della cospirazione era ancora gelosamente custodito. Nes- 
suno, all' infuori del Bixio, neppure quelli che dovevano 
impadronirsene sapevano su quali vapori sarebbe caduta la 
scelta. Il fatto era che il Piemonte e il Lombardo dovevano 
esser presi senza il permesso del Rubattino e della sua 
Compagnia, ma per accordo segretissimo fra Garibaldi, 
Bixio e Bertani da una parte e l'agente della Compagnia, 
Fauché, dall' altra. Sebbene si fossero prese delle disposi- 
zioni per compensare la Compagnia, come fu poi fatto, con 
grande liberalità, in caso di perdita o di danno ai basti- 
menti, pure si era convenuto di non affidarsi al timido 
patriottismo del Rubattino e degli azionisti. Ed era stato 
savio consiglio. Così scarso era l' amore di costoro per il 

^ Bianchi, Cavour, 94. E vero che non mancavano i due soHti gendarmi 
fra la folla presente all' imbarco di Quarto, ma essi si limitarono ad una pro- 
testa serua effetto contro 1' ordine di Garibaldi di tagliare i fili telegrafici ; 
Bandi, 39-41. 



Bixio s'impadronisce dei piroscafi 259 

loro paese in proporzione di quello per la sicurezza dei loro 
guadagni che a mezzo giugno, quando l'Italia intera era 
pazza di gioia per la presa di Palermo, essi celebravano 
l'avvenimento licenziando il Fauché perchè con la sua com- 
plicità aveva reso possibile l' andata di Garibaldi. La spe- 
dizione dei Mille non ha dovuto nulla a quella classe di 
persone il cui patriottismo consiste nel calcolare i loro gua- 
dagni di azionisti. Cavour con quel desiderio di render 
giustizia ai Garibaldini che lo distinse da molti continua- 
tori della sua politica, si adoperò ad aprire^ al Fauché 
un' altra carriera che lo compensasse del buon posto 
perduto ; ma egli morì e con lui si spensero le speranze 
del Fauché e di altri molti. Il Rubattino, a cui si attribuì 
falsamente la cessione dei vapori, ricevette le lodi degli 
storici per l' opera di un uomo eh' egli aveva ruinato 
in nome di quell'opera stessa, e ancor oggi la sua statua 
sorge lungo quella parte del porto da cui il Piemonte e 
il Lombardo gli furono portati via con suo amaro rim- 
pianto e mal suo grado. Il Fauché visse molti anni ricco 
in una cosa sola, nel suo amore per un uomo povero come 
Garibaldi, e mori povero e dimenticato nell' ospedale di 
Venezia.^ 

Verso la mezzanotte del 5 maggio, parecchi individui, 
quasi tutti gente di mare e ingegneri provetti, si erano 
adunati venendo alla spicciolata su una chiatta chiamata 
Giuseppe, in un angolo remoto del porto di Genova presso 
il faro orientale. A un dato momento il Bixio apparve 
in mezzo a loro e ficcandosi in testa il suo kepi di 
tenente-colonnello , disse con la sua voce di dominatore : 
« Signori, da questo momento comando io: attenti ai miei 

^ Vedasi Appendice /. 



260 Garibaldi e / Mille 



ordini ». E soltanto allora i suoi subordinati appresero 
quali fossero i battelli di cui dovevano impadronirsi. Di 
lì a pochi minuti essi spingevano due barconi a colpi 
di remo, verso i vapori Rubattino che stavano in ormeggio 
presso lo scalo dalla parte più esposta del porto, dirim- 
petto alla parte centrale della città. Il Bixio affidò la 
presa del Piemonte ad una barca, quella del Lombardo 
air altra. Poi lanciatisi silenziosamente a bordo, essi scos- 
sero dal sonno la ciurma puntando le pistole alla gola 
degli sbalorditi dormienti, atto invero non necessario, giacche 
non appena sentito il nome di Garibaldi tutti si arresero 
di buona voglia e alcuni dettero anche una mano d' aiuto 
alla bisogna. Quell'atto da « pirati » pareva ne più ne 
meno che un bel tiro agli occhi degli assaliti come a 
quello degli assalitori. Ma ci vollero delle ore parecchie 
prima che i vapori fossero pronti a partire. Bisognò prima 
di tutto accendere i fuochi delle caldaie e alimentarli: 
poi si reputò necessario avvolgere dei panni intorno alle 
catene per smorzarne il cigolìo nel levar l'ancora, non essendo 
ancor cessata fra i pirati una certa pauraccia del Governo 
e ancor più della Compagnia. 11 loro complice Fauché intanto 
vigilava dal balcone della sua casa quasi di faccia allo scalo 
Rubattino, stretto al cuore dall' angoscia al veder scorrere 
le ore e le due masse sempre là immote al loro posto pro- 
filantisi sempre più nette al dileguarsi delle ombre notturne. 
Poi si scoprì che le macchine del Lombardo avevano dei 
guasti e si dovette mandare l' ingegnere Campo siciliano, 
ad aiutare il suo compatriotta e collega in professione, inge- 
gner Orlando per porvi riparo. E anche dopo ciò il Piemonte 
dovette rimorchiare il Lombardo fin fuori del porto, al largo. 
Non fu se non dopo le tre del mattino che il Fauché potè 
tirare un respiro di sollievo vedendo le due masse indistinte 



// denaro per la spedizione 261 

staccarsi lentamente dallo scalo e perdersi a poco a poco 
neir oscurità. ^ 

Intanto lassù nel fianco della collina, nel cuore della 
città, dentro la casa del Bertani la notte era scorsa nella 
più grande ansietà. Il denaro senza del quale i Mille non pote- 
vano partire, doveva esser fornito dal Pinzi sul Fondo per 
il milione di Fucili a cui Garibaldi era libero di attingere 
per qualunque cosa, fuorché per le armi. Oltre le grosse 
somme già spese nell' equipaggiare la spedizione, si dove- 
vano portare 90,000 lire in Sicilia e di queste 30,000 dove- 
vano esser recapitate al Bertani nel suo letto quel giorno 
stesso, accluse in una lettera del Finzi, e le rimanenti 60,^000 
dovevano arrivare da Milano con l' ultimo treno delle dieci 
di notte, portate dall'ufficiale Migliavacca in persona. Questi 
arrivò di buon ora alla casa del Bertani con il denaro, ma 
poiché più della metà della somma era in forma di tratta 
sulla Banca di Genova, si comprese bentosto che non 
sarebbe stato utile nelle cittadine interne della Sicilia. 
Così il Migliavacca fu spedito in fretta e furia a svegliare 
alcuni ricchi commercianti amici del Bertani, mentre il Nuvo- 
lari che doveva portare il denaro a bordo e partire con 
la spedizione aspettava in casa Bertani contando i minuti 
in una febbre d' impazienza. Alla fine il Migliavacca, cam- 
biate le tratte in marenghi d' oro, ritornò in punto per dar 

^ Delle armi alcune erano state messe a bordo nel porto, ma il grosso 
aspettava a Quarto. Lettera Hello Spangaro, Amari, II, 80-81; Bixio, 158- 
159; Elia, IL 7 e lettera dell' Elia in Jack la Bolina, 126-128, nota; 
Castiglia, {La Masa (Sic), XI, XII); Mem. 337; Cono. Canzio ; Conv. 
Campo; Fauché (P), 35. Elia, che quella notte comandò il Lombardo con 
il Bixio mi assicurò non esser apparso alcun rappresentante delle autorità a 
bordo dei vapori durante queste operazioni e perciò non esser vera la storia 
narrata dal Becchio. Il Canzio ne nega similmente la veridicità. 



262 Garibaldi e i Mille 



tempo al Nuvolari di giungere in salvo a bordo con Y intera 
somma di 90,000 lire. ' 

Per tutta la sera di quel 5 maggio in Genova, era stato 
un continuo esodo di volontari che uscendo per Porta Pila 
si avviavano a piedi, soli o a drappelli ai luoghi fissati per 
r imbarco. Una cinquantina circa scantonò a Foce dove 
trovarono alcune barche che li aspettavano. Tutti gli altri 
procedettero per lo stradale fino alla spiaggia di Quarto. 
Per tutto quel percorso di tre miglia stava allineato sul loro 
passaggio il popolo della città a capo scoperto e in silenzio. 
Non un canto d'addio, non bandiere ne chiassate, nessuna 
volgarità di baldoria o di vanteria, tutti erano troppo pro- 
fondamente commossi, troppo incerti sulle sorti dell'evento. 

A Quarto, i grandi boschi del Palazzo Spinola che 
dividevano la residenza di Garibaldi dal mare, erano stati 
aperti per 1' uso speciale di quella sera e di mano in mano 
che arrivavano, i Mille vi si disperdevano movendosi in 
gruppi sotto gli alberi ; altri andavano a sedersi in basso 
sugli scogli per assistere al trasbordo delle casse dei fuciH 
sulle barche. Lo stradone murato della Riviera che corre 
in alto suir orlo della scogliera corrosa dalle acque, era 
affollato di amici, parenti, mogli, sorelle e amanti venuti ad 
assistere alla partenza. Alcuni non sapevano staccare gli 
occhi dal cancello dei giardini Spinola da cui la figura di 
Garibaldi non poteva tardare a emergere, ma altri mormo- 
ravano sommessi le ultime benedizioni e gli ultimi addii ai 
loro cari, non conservando che ben poca speranza di rive- 
derh mai più. Non pochi dei Mille stessi, come il poeta 
Nievo, dividevano intrepidi l'opinione del Sirtori che non 

^ Vedasi Appendice K. DI questa somma, lire 70,000 furono spese nella 
spedizione prima della presa di Palermo, alla fine del mese. 



/ volontari sì raccolgono a Quarto 263 

uno solo ritornerebbe vivo. Il Medici che propendeva a credere 
lo stesso, venne anche lui per imbarcarsi con gh altri, ma giunto 
sulla spiaggia di Quarto gli fu messa nelle mani una lettera di 
Garibaldi espressa in termini affettuosi: « E meglio che tu 
resti, e puoi essere più utile restando », cominciava, e con- 
tinuava domandando al difensore del Vascello di rinunciare 
per il momento alla felicità del soldato, per restare ad orga- 
nizzare e spedire rinforzi in Sicilia e negli Stati papali. ^ 

Un estraneo che fosse capitato per caso sul luogo della 
scena, avrebbe a mala pena potuto distinguere quelli che 
stavano per andare alla guerra da quelli eh* erano là soltanto 
per dar loro l'addio. Se non tutti, quasi tutti i Mille non 
portavano armi essendosi stabilito che i fucili verrebbero 
distribuiti durante il viaggio, e per di più indossavano il 
costume pacifico dell' artigiano, del mercante, del signore 
e dello studente. Quelli in uniforme piemontese si contavano 
sulle dita. E soltanto nel corso del viaggio furono passate 
cinquanta camicie rosse per modo che toccando il suolo 
siciliano, il famoso costume che doveva esser adottato da 
tutti dopo la presa di Palermo, non era portato che da uno 
sopra venti. ^ Fra tutti, i carabinieri genovesi, in numero 
di trentacinque, davan sull' occhio a Quarto perchè già 
armati delle carabine di loro proprietà, e alcuni anche perchè 
in divisa grigia in mezzo al resto in vestiti comuni. ^ 

Intanto a Villa Spinola un gruppetto di aspettanti stava 
davanti alla camera del Generale, impaziente che egli ne 
uscisse. Egli era là dentro solo che pollava qualche modili- 

1 Medici. 4-5 ; Mazzini, XI. pag. LXXVI. 

' Abba. 94; Sampieri, 22; Bandi, 68; Abba, Noter., 34. 

3 Menghini, 77, 420-421 ; Abba, 66; Abba, Noler., 16, 25. 283-290. 
Ho dal Canzio eh* egli era in abiti civili, ma che la maggior parte degli altri 
carabinieri vestiva un' uniforme grigia. 



264 Garibaldi e i Mille 



cazione al suo abbigliamento ; deponeva i neri abiti civili che 
aveva indossati per dieci anni colla sola eccezione del '59 
quando li aveva cambiati coli' uniforme piemontese. Alla 
fine r uscio si aprì ed egli apparve loro per la prima volta 
nella foggia di vestiario a cui si mantenne fedele per tutto 
il resto della vita sia a casa sua, sia in Parlamento o sul 
campo : pantaloni grigi a campana alla marinara, la camicia 
rossa non più sciolta come nel '49 a guisa di camiciotto da 
operaio ma stretta e raccolta alla cintola e adorna d'un 
taschino e d' una catena da orologio, un fazzoletto di seta 
colorata annodato al collo, e sulle spalle un gran puncio 
americano, o mantello grigio, in cui quella sera egli si era 
avvolto per ripararsi dall' aria notturna. Un feltro nero com- 
pletava queir aspetto che rimarrà familiare agi' italiani delle 
età venture come simbolo del loro paese. 11 suo volto era 
raggiante, il suo portamento baldanzoso ; avendo finalmente 
risolto di andare dopo lunghe esitazioni, anche l'ombra del 
dubbio si era dissipata, se non da quello degli altri almeno 
dall' animo suo, circa il risultato finale. 

Portando in spalla la sua pesante spada da cui pendeva 
il cinturino, egli uscì dalla Villa seguito dal suo Stato 
Maggiore, attraversò la strada e s' inoltrò nei terreni del 
Palazzo Spinola percorrendo un sentiero in mezzo agli alberi 
e ai cespugli dove si aggiravano molti dei suoi aspettandolo, 
e, varcato il cancelletto nell'angolo del muro, apparve d'in 
fra il folto degli alberi sullo stradale lungo il mare. La folla 
nereggiante nel crepuscolo, e silenziosa, lo guardò tagliar 
la strada dal muro agh scogH e discendere per un sentie- 
ruzzo scosceso fino ai piedi della costa. ^ Ivi giunto, egli si 



^ Il sentiero è ancora visibile alla destra (ovest) del pilastro commemo- 
rativo. A me è toccato 1' onore di discenderlo con il Canzio stesso 1' anno 



La notte del 5 maggio 265 

trovò su una sporgenza delia roccia davanti ad una piccolissima 
baia di qualche piede di profondità e due o tre metri di 
larghezza, in cui le barche potevano penetrare una per volta. 
Era il punto d' imbarco. 

Erano le dieci circa quando Garibaldi e la prima flottiglia 
si spinsero fuori al largo per un mezzo miglio ad aspettare 
i vapori; Il resto dei Mille fu lasciato dietro per un secondo 
viaggio giacche le barche non erano in numero sufficiente 
per prenderli tutti in una volta. Le acque erano gonRe ma 
la notte era calma fredda e serena e si potevano vedere 
chiaramente le barche scivolar via in fila nella striscia del 
raggio lunare. Tutti erano profondamente tocchi dalla bel- 
lezza della notte e delle stelle, dal silenzio dell' uomo e 
della natura. Garibaldi era seduto nella barca avvolto nel 
suo puncìo e immerso in una gioia che non aveva parole. 
Tutto r essere suo si espandeva un' altra volta come in 
quelle notti sulle pampas quando aveva cavalcato e dormito 
con Anita al fianco, sotto le stelle che entrambi amavano. 

« O notte del 5 maggio — egli scrisse — rischiarata dal 
fuoco di mille luminari, con cui l'Onnipotente adornò lo spazio, 
r Infinito ! Bella, tranquilla, solenne, di quella solennità che fa 
palpitare le anime generose che si lanciano all'emancipazione degli 
schiavi! Tali erano i Mille.... quei miei giovani veterani della 
libertà italiana, ed io, superbo della loro fiducia, mi sentivo capace 
di tentare ogni cosa.... Io 1' ho sentita queli' armonia in tutte le 
notti che si somigliano alla notte di Quarto, di Reggio, di Palermo, 
del Volturno. » 



prima della sua morte ; è qui eh* egli mi disse : « Quinti di quelli che scesero 
quaggiù con me quella notte sono ora morti I » Testimoni oculari notarono 
il silenzio e la gravità di tutti durante la scena dignitosa di Quarto : p, es. 
I. L. N., \9 maggio 1860, pag. 467. 



266 Garibaldi e i Mille 



Ma e' era stata un' altra notte lunare come quella eh' egli 
mal poteva togliere dalle sue meditazioni mentre stava là 
in vista di Quarto cullato dalle onde che dovevano final- 
mente portarlo verso la fortuna. Ben doveva ricordarsi che 
in una notte simile undici anni avanti gli austriaci avevano 
scoperto sulle acque settentrionali dell'Adriatico gli ultimi 
fuggitivi di Roma, al raggio della luna d' agosto. ^ 

Ma le ore notturne scorrevano rapide e i ritardati vapori 
non erano ancora in vista. Fra gli uomini che aspettavano 
nelle barche da quattro o cinque ore, il tedio succedeva 
al primo entusiasmo dell' imbarco : Garibaldi stesso fattosi 
impaziente, ordinò ai suoi barcaioli di remarlo verso Genova 
in cerca del Bixio. Già i primi albori grigiastri del mattino 
rompevan le tenebre, già le contadinelle più mattiniere si 
avviavano al mercato di Genova per lo stradone, quando 
il tanto sospirato segnale di luci dai colori nazionali lumeggiò 
neir ovest sulla distesa delle acque. Allo spuntar del giorno 
i due bastimenti che già avevano preso a bordo la piccola 
brigata di Foce, furono in vista. Allora cominciò una scena 
selvaggia. Uomini e casse venivano tirati su alla rinfusa 
lungo i fianchi delle navi, e non appena riversato così il 
suo carico, ogni barca ripiegava verso la costa per un secondo. 
Era un parapiglia indescrivibile. A ogni scala di corda si 
aggrappavano quattro ed anche otto uomini alla volta, azzuf- 
fandosi per salire a bordo come se si trattasse di vita o di 

^ Trevelyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, pag. 322 .Della notte del 
2 agosto 1 849, Garibaldi stesso aveva scritto : « Era plenilunio, ed io vidi ', 
alzare con un senso dispiacevole la compagna dei naviganti, eh' io avevo-] 
contemplata tante volte col culto di ui adoratore 1 Bella come non V avevo] 
veduta mai, ma per noi sventuratamente troppo bella I E la luna ci fu fatale | 
in quella notte ! A levante della punta di Goro, trovavasi la squadra austriaca. »J 
Mem.. 249. 



L' imbarco 267 

morte ; il lungo indugio nel porto aveva infatti reso neces- 
sario r affrettarsi con una immediata partenza, anche a rischio 
di lasciarsi dietro qualcuno. Garibaldi non accarezzava punto 
r idea di esser visto nei paraggi di Genova a giorno fatto. 
Si operò spediti e celeri, ma il sole dorava già le vette dei 
monti quando il Piemonte e il Lombardo prendevan le mosse, 
gravi del loro carico umano. « Quanti siamo in tutto ? » 
domandò Garibaldi. « Co' marinai siamo più di mille », 
rispose r ufficiale. « Eh! eh! quanta gente », esclamò quello 
strano generale, lasciando il suo aiutante di campo in preda 
a pensieri diversi. ^ 

Una cosa non era ancora a bordo : le munizioni. Il 
grosso delle polveri e alcuni fucili in più, erano stati affidati 
dal Bixio ad una ventina di giovani patriotti che dove- 
vano raggiungerli con il prezioso carico movendo da Bogliasco 
poche miglia all' est di Quarto. Il Bixio aveva anche inca- 
ricati di far loro da guida, certi marinai del posto che 
risultarono essere stata una pessima scelta. Tutta la comitiva 
aveva lasciato Bogliasco nelle prime ore della notte, ma 
le guide avevano voluto a ogni costo mettersi con il loro 
proprio scafo leggerissimo portante una lanterna al timone, 
alla testa dei pesanti barconi carichi di munizioni. In capo 
a venti minuti la lanterna fu spenta e quei mascalzoni se 
la svignarono per far loro prò dell'occasione propizia in 



^ Tutta questa descrizione dell' arrivo e dell' imbarco dei Mille risulta dai 
seguenti resoconti di testimoni oculari, messi a confronto : Coni). Canzio ; 
Menghini, 415-416, 420; Bandi. 37-43; Br. Pari. Papers, 12, pag. 3; 
Capuzzi, 7-8; Cono. Campo; Times, 14 maggio 1860, citazione estratta 
dalle lettere Ricciardi nel Siede e nell' Opinione Nazionale ; Divisione Tiirr, 1 5 ; 
Nievo. 346-354; Abba, Noier., 15-19; Abba, 24-31 ; Mem., 338-339; 
Casliglia {La Masa, (Sic.), XIl-XlII). 



268 Garibaldi e i Mille 



cui le autorità avevano a bella posta rallentata la sorve- 
glianza nei punti d'approdo fra Genova e Portofino, e 
darsi al contrabbando. Ancor oggi si ignora se quei con- 
trabbandieri fossero mal intenzionati verso la spedizione, il 
cui successo fu compromesso dal fatto della loro con- 
dotta. Forse essi ritennero quasi impossile che le barche 
delle munizioni non scorgessero le due navi ai primi albori 
del giorno anche senza una guida speciale, e infatti se quei 
giovani patriotti si fossero appagati di aspettare là in vista 
di Bogliasco dove eran stati lasciati in asso, sarebbero stati ^ 
quasi senza dubbio tirati su a bordo dalla spedizione quando ■ 
passò sul posto fra le otto e le nove del mattino. Ma essi 
fecero appunto quel che non dovevano fare. Non sapendo 
che i loro compagni avevano lasciato il porto con un ritardo 
di parecchie ore, essi remarono tutta la notte nella dire- 
zione di ponente nella speranza d' incontrarli e furono tanto 
sfortunati da oltrepassarli non veduti e non vedendoli, pro- 
babilmente sulla vicinanza di Genova, nelle ore piccine, 
e così di pieno giorno scorsero all'est nella lontananza il 
fumo di due vapori che giravano il promontorio di Portofino 
e il loro furore e la loro disperazione non conobbero limiti. ^ 
Garibaldi sul Piemonte, allarmato dall'assenza delle barche 
colle munizioni, arrestò il suo corso per una mezz'ora o più, 
poi continuò il viaggio sperando che il Lombardo che lo 
precedeva, avesse preso a bordo la polvere da fuoco, inav- 
vertito. Il Piemonte poteva, senza molto sforzo, raggiungere 
il suo lento compagno. A Camogli, presso il promontorio 
di Portofino, il Canzio, dei Carabinieri genovesi, fu mandato 



^ Mazzini, XI. pagg. CLlil-CLIX, Due erano i barconi provvisti dal 
Bixio per il trasporto delle munizioni (cf. Mss. Bologna, Bixio) « due battelli 
di carico ». 



In rotta verso la 'toscana 269 

a terra a procurarsi olio e grasso per le macchine dei due 
vapori, e fu probabilmente durante questa fermata che Gari- 
baldi, giunto a portata di voce, chiamò il Bixio, e ne ricevette 
la certezza che s'eran messi in viaggio alla conquista della 
Sicilia e di Napoli, senza munizioni. «Avanti lo stesso», fu 
ciò eh' egli disse e per prima cosa fece rotta verso la costa 
toscana. ^ 

Gli uomini atti alle armi che si trovavano a bordo dei 
vapori erano circa ] 1 50. ^ Garibaldi comandava il Piemonte 
e il Bixio il Lombardo, meno veloce ma più capace. ^ A 
bordo stavano così stipati che sulle prime non vi era posto 
da sedersi per tutti. Non vi erano provvisioni, tolta acqua 
e biscotti, e anche di questi ben poco. Garibaldi era raggiante 
per il solo fatto d' aver rimesso il piede su una nave e 
di averne assunto il comando, e come lui una parte consi- 
derevole di genovesi e altri si sentivano nel loro elemento 
in mare come in terra. Ma quasi tutti quelli provenienti da 
Milano e dalle città alpine soccombettero al forte ondeggiare 
della nave, sì che non vi fu una sola tavola di quelle storiche 
navi su cui non giacessero forme prostrate di eroi in pena. ^ 

^ Per il confronto delle asserzioni leggermente contradditorie circa l' ora e il 
luogo, vedasi Castiglia {La Masa, (Sic), Xll-XlII); Cono. Canzio; Menghini 
416-417, 420 {Diario Canzio); Abba 31-32; Crispi, Diario, 20; Tiirr, 
Da Quarto, 4-5; Bixio, 162; Ciàmpoli, 144; Merrì, 339. 

^ In Sicilia ne approdarono 1 089 ; 6 1 rimasero a Talamone, dove altri 
4 o 5 si erano aggiunti. (Elenco Pittaluga, 1 72 ; Bandi, 63-65). 

' Queste erano le proporzioni dei due vapori: 

I j- i • Lungh. Laigh. Pesca Peso i.o 

Luogo di costruzione ^^^^ ^^^ _^,,: x^„» HP. 



Laigh. 
metri 

7 


Pesca 
metri 

3 


Peso 
Tonn. 

180 


7.40 


4.23 


238 



Piemonte: Glasgow, 1851 50 7 3 180 160 

Lombardo: Livorno, 1841 48 7.40 4.23 238 220 
Fauché (P.), 28-31 ; Conv. Canzio. 

^ Amari, II. 81; Menghini, 416r418, 420; Bandi, 42. 



270 Garibaldi e i Mille 



Fin da quando era ancora nella villa di Quarto, Garibaldi 
aveva stabilito che non appena in mare avrebbe filato diret- 
tamente per la costa toscana, e ciò per due ragioni. Prima 
di tutto, già fin dal primo maggio, aveva avvisato il Zam- 
bianchi che lo avrebbe inviato con parte delle forze della 
spedizione a invadere gli Stati Papali per la via d'Orvieto 
e di Perugia e in vista di ciò aveva (atto stampare a Genova, 
e li aveva portati con se a bordo, dei proclami che invi- 
tavano i sudditi del Papa ad insorgere. ^ In secondo luogo 
il 2 maggio egli aveva preso un appuntamento per incontrarsi 
nello stretto di Piombino con 78 volontari toscani capitanati 
dallo Sgarallino e provenienti da Livorno per mare. ^ In terzo 
luogo è lecito supporre ch'egli avesse previsto il bisogno di 
uno sbarco temporaneo prima di toccare il suolo siciliano 
dove poteva darsi che lo sbarco stesso si effettuasse in faccia 
al nemico. Bisognava almeno impartire i rudimenti della 
disciplina militare a quella turba varia che parlava tutti i 
dialetti della Penisola; nominare i sottufficiaH, formare le 
compagnie, ordinarle sotto i diversi capitani e comandare 
r esercizio una o due volte a quel reggimento improvvisato, 
tutte cose che mal si sarebbero potute fare in mare sulle 
tolde affollate. 

Ora però a queste considerazioni si aggiungeva una nuova 
e suprema necessità. Là sulle acque di Portofino era apparso J 
evidente che non v'era abbastanza carbone e cibo per arrivare 
fino in Sicilia, ne munizioni con cui battersi se mai si 
ponesse piede su quella terra. ^ 

1 Bandi, 34-35; Pittaluga, 16-17. 49, 72; Ciàmpoli, 139-142; Mss. 
Roma, V. E. R. M. 225, 95 ; M$s. Canzio, 4, Relazione Talamone. 

2 Amari, II. 77; Pittaluga, 14-16; Sampieri, 16. 
^ Nella sua novella / mille, Garibaldi ebbe poi a scrivere che aveva 

cambiato corso a causa della mancanza di munizioni, ma dalle autorità citate 



Garibaldi a Talamone 271 

Percorrendo lo stretto di Piombino fra l' isola d' Elba e 
il continente, s'incontrarono con il bastimento a vela Adelina 
proveniente da Livorno, carico dei volontari toscani che da 
tre giorni si aggiravano per quelle acque impazienti di veder 
apparire i vapori. ^ All'alba del 7 maggio, i tre legni costeg- 
giarono la costa selvaggia della Maremma Toscana, da cui 
nel settembre del 1 849 Garibaldi aveva salpato in una barca 
da pesca dopo una fuga avventurosa. Erano suonate da poco 
le nove della mattina quando il Piemonte gettava l'ancora 
nelle acque del poverissimo villaggio di Talamone. ^ 

si rileva che in ogni caso egli aveva già predisposto di andare in Toscana a 
deporvi il Zambianchi e incontrarvi lo Sgarallino. 

^ Pittaluga, 18; Sampieri, 16. 

* Pittaluga, 18; Menghini, 418-420, 421; CHspi, Diario, 20. 



f 



CAPITOLO XII. 
Talamone e la traversata. 



Il successo imprimerà a Garibaldi il carattere di 
Generale e statista di primo ordine: la sconfitta, la 
rovina, la morte ne perpetueranno la memoria come 
di un avventuriero donchisciottesco indomito per corag' 
gio ma scarso di senno che ha fatto getto della vita 
in un disperato tentativo di pirateria. E 1* avvenire 
potrà classificare la spedizione di Sicilia con quella 
di Guglielmo d* Grange in Inghilterra o con quella di 
Murat in Calabria. 

Times, articolo di fondo, I 1 maggio 1860. 

Sappiamo che le nostre simpatie e il giudizio 
della storia faranno distinzione fra il caso del filibu< 
stiere e del fellone e quello dell'eroe e del patriotta. 
Una volta anche noi avemmo un gran filibustiere 
che sbarcò in Inghilterra nel 1688. 

Lord J. RUSSELL, Camera dei Deputati, 
1 7 maggio ! 860. 



Mentre le macchine del Piemonte si arrestarono davanti 
al molo di Talamone, Garibaldi scendeva a terra per 
legare alla sua causa il mondo ufficiale, vestito a tal fine 
nella sua uniforme di Generale piemontese. Ne era appena 
smontato che i suoi uomini furono convocati sul ponte ad 
ascoltare la lettura del suo proclama. A quell'ora stessa se 
ne leggeva un' altra copia sul Lombardo, ancora molte miglia 
indietro lungo la costa. Il proclama che faceva una cosa 
sola dei Mille e dei Volontari della campagna alpina del- 
l' estate precedente, suonava così: 

« La missione di questo Corpo, è, come fu sempre basata sulla 
abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. 
I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro Paese colla devo- 
zione e disciplina dei migliori corpi militari, senz 'altra pretesa che 

Garibaldi 18 



274 Garibaldi e i Mille 



quella della loro incontaminata coscienza; non gradi, non onori, 
non ricompense allettarono questi bravi. Essi si rannicchiarono 
nella modestia della loro vita, allorché scomparve il pericolo, ma 
sonando di nuovo V ora della pugna, l' Italia li rivide ancora in 
prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue 
per essa. 

» Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi, è lo stesso 
che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: Italia 
e Vittorio Emanuele, e questo grido, ovunque pronunciato da 
noi, susciterà spavento ai nemici d' Italia ! » 



Queste parole ispirarono negli ascoltatori orgoglio ed 
entusiasmo temperato. Ma un piccolo gruppo di mazziniani 
impenitenti rimase costernato al sentire il nome di Vittorio 
Emanuele. Avevano sperato che Garibaldi una volta in mare 
e nella sua camicia rossa, avrebbe sentito rinascere i suoi 
istinti repubblicani e avrebbe inastata la « bandiera neutrale », 
il tricolore d' Italia immacolato, senza la croce della Casa 
di Savoia. Agli occhi del loro partito la spedizione siciliana 
doveva mirare come il Mazzini disse a Karl Blind, a por- 
tare il movimento dal sud al nord fino a Roma e dentro 
Roma, dove si sarebbe convocata un'Assemblea costituente, 
che servisse a dar espressione alla volontà della nazione, 
la quale poteva anche dichiararsi per la repubblica. Ora il 
proclama di Garibaldi era contrario a queste speranze. Per- 
ciò quando il Lombardo giunse a Talamone, i repubbhcani 
dei due vapori si riunirono a consiglio sulla tolda dell' ultimo 
arrivato per decidere sul da farsi. Antonio Mosto, il barbuto 
genovese che comandava i carabinieri, Crispi, Savi, ed altri 
si tennero fermi alla risoluzione di procedere; ma l'Onnis 
e uno o due altri seguaci del puro vangelo repubbHcano 
rifiutarono di battersi nel nome di un Re e si dileguarono 



// golfo di Talamone 275 

neir interno del paese fuori del regno della storia. ^ Gari- 
baldi informato dell' accaduto se ne risenti amaramente. La 
sua antipatia per Mazzini e i mazziniani non era stata atte- 
nuata dal suo recente dissenso con Cavour." Mazzini stesso 
in quel momento accorreva a Genova da Londra, nella 
speranza di partire con i Mille, ^ ma è lecito dubitare che 
se fosse arrivato in tempo Garibaldi avesse poi consentito 
a condurlo con se. 

Ad eccezione di questi pochi repubblicani, i Mille erano 
anche troppo soddisfatti della loro causa e del loro duce 
per far sentire la loro voce in una discussione del proclama. 
Essi se la passavano assai più piacevolmente a terra rifa- 
cendosi delle miserie del viaggio di mare. Era una bella 
mattina di primavera. Alcuni si tuffarono in mare, altri fru- 
garono r intero villaggio, cordiale ma squallido, in cerca di 
cibo mangiabile, mentre altri molti di quel reggimento di 
studiosi si davano ad ammirare la scena e discutere le remi- 
niscenze storiche e letterarie della Maremma. * Di lì la 
costa si spingeva al sud verso Orbetello tutta paludi non 
prosciugate e macchie foltissime ; per tal modo la costa bassa 
e desolata del golfo di Talamone, terminata al nord dal- 
l' alta collina sul cui sprone il villaggio e la sua vecchia 
torre si sporgevano in mare, e al sud dal promontorio del 



^ Abba, Noterelle, 22 ; Abba, 35-36 ; Crispi, (Lettera), 322 ; Mazzini, XI. 
paga. LXXXIII-LXXXiV; Blind, 57; Paolucci, Pilo, 242; Menghini. 418. 

2 / Mille, 1 5 ; Conv. Canzio ; Bandi, 67 « disse ira di Dio contro Maz- 
zini e i suoi ciechi seguaci » . 

^ Mss. Roma, Mazzini, Lettere, V. E., n. 2429. Lettera dell' 8 maggio : 
« Vado a Genova. Scopo era il raggiungere Garibaldi per andare con lui in 
Sicilia ». 

*Capuzzi, 10-12; Bandi, 51-52; Menghini, 418-419; Abba, Note- 
relle, 26. 



276 Garibaldi e i Mille 



Monte Argentano sul cui fianco spiccava netto e chiaro 
Porto Santo Stefano, si stendeva per la lunghezza di dieci 
miglia. E là fra le lagune che dividono il Monte Argen- 
tario dal continente, sorgeva la fortezza d' Orbetello. Era 
dai magazzini governativi di Porto Santo Stefano e dalla 
fortezza sulle paludi che bisognava procurarsi carbone e 
munizioni se si voleva procedere verso la Sicilia. 

In tale contingenza Garibaldi spiegò molta saviezza e per- 
fino arte diplomatica. Si scelse a suo agente principale il 
Colonnello ungherese Tùrr. Questi, che morì nel 1908 
carico d' anni e d' onori, aveva cominciata la sua carriera 
patriottica nel gennaio del 1849 disertando l'odiata bandiera 
austriaca ad istigazione di alcuni ufficiali italiani. Durante 
la guerra del '59, Cavour che insieme con Napoleone era 
entrato in stretti rapporti con Kossuth sulla possibilità di 
un' insurrezione ungherese, aveva mandato il Tiirr a rag- 
giungere i Cacciatori delle Alpi perchè rappresentasse in 
mezzo a loro l' affratellamento delle due cause, l' italiana e 
la magiara. E Garibaldi sia per amore del paese di lui, 
sia per amore del proprio, lo aveva sempre trattato con 
distinzione speciale. 1 suoi lunghi baffi, la sua bella taglia 
e la dignità del suo portamento insieme con la sua virtù 
disinteressata e la temerità del suo valore, lo rendevano il 
tipo perfetto del cavaliere ungherese. Forse gli mancava il 
talento militare del Bixio, del Medici e del Cosenz, ma 
non uno dei garibaldini lo sorpassava in abilità diplomatica : 
ed era poi presumibile che i suoi rapporti con la corte e il 
mondo ufficiale fossero noti al comandante di Orbetello. ^ 

1 Mem. Stor. Mii, I. pag. 1 1 ; Ghiaia, Poi Segr., 3 1 -47; Adamoli, 117-118; 
Abba, 46 ; Mario, 244. Le conversazioni e i fatti su cui baso !a mia valu- 
tazione del TUrr come uomo e come soldato, son troppo numerosi perch* io 
mi fermi a citarli tutti. 



Ttirr ottiene le munizioni 277 

L' uniformità monotona della vita di guarnigione di que- 
st' ultimo, tenente-colonnello Giorgini, fu interrotta all'im- 
provviso il 7 maggio verso le due del pomeriggio, dalla 
visita del Turr arrivato in vettura per la strada costiera di 
Talamone. L' ungherese, portagli la lettera di presentazione 
di Garibaldi, gli spiegò la situazione, gli raccontò la storia 
delle munizioni perdute e gli fece senz'altro richiesta di 
tutta la polvere da fuoco della fortezza. Mai forse situazione 
più difficile toccò ad un ufficiale desideroso di combinare 
in uno i suoi doveri di militare e di patriotta. 

« Ella è militare — disse al Tùrr — e sa che cosa significa 
consegnare le armi e le munizioni di una fortezza senza ordine 
dei capi. » 

« Ma se gli ordini li riceverete dal Re stesso ? — rispose il 
Tùrr che non era a fondo di risorse. — Basterà che gli inviate 
questa mia lettera : » 

e sedutosi lì per lì al tavolino, il Tiirr vergò le seguenti 
linee al Trecchi, l'aiutante di campo del Re, devoto a 
Garibaldi : 

« Caro Trecchi, 

Dite a Sua Maestà che le munizioni destinate per la nostra 
spedizione sono rimaste a Genova. Ora preghiamo Sua Maestà 
di voler dare ordine al Comandante la fortezza di Orbetello di 
provvederci con quanto può dal suo arsenale. » 

Porgendo lo scritto al Giorgini, il Tùrr gli fece notare 
che non essendovi ne telegrafo, ne ferrovie per spedirlo, 
ci sarebbe voluto probabilmente una settimana perchè la 
risposta di Torino arrivasse in Maremma; che Garibaldi 
non avrebbe potuto aspettarla in Talamone poiché in meno 



278 Garibaldi e / Mille 



d* una settimana le potenze europee sarebbero intervenute 
e i napoletani avrebbero portato a compimento le loro difese 
navali e militari contro una manata d' invasori che già si 
sapevano aver lasciato Genova. Era perciò necessario, egli 
concluse, che il Giorgini consegnasse le munizioni senza 
aspettare la risposta del Re. 

« Colonnello, — rispose l'altro, — Ella mi mette in una 
terribile situazione. Ma poiché mi assicura che l' impresa è 
fatta sotto gli auspici del Re, pongo l'arsenale a sua dispo- 
sizione ». Ciò detto, il Giorgini si recò a Talamone, dove 
Garibaldi, nella sua divisa d' ufficiale piemontese, ringraziò 
calorosamente il camerata che con il suo aiuto lo toglieva 
da quelle strette. Non molto dopo il comandante di Orbe- 
tello fu arrestato e portato davanti a una corte marziale che 
lo assolse. ^ 

Nel frattempo si vuotavano i magazzini e parecchi furgoni 
lasciavano Orbetello per Talamone carichi di munizioni, in 
parte sotto forma di cartuccie, in parte in quella di polvere 
sciolta chiusa in casse di legno di pino. E pure ancora non 
vi era in realtà di che fornire tutte le armi da fuoco e vi 
furon fra i Mille di quelli che dovettero sostener la ciam- 
pagna da Marsala a Palermo con non più di dieci cartuccie 
a testa. ^ Alla polvere si aggiunsero altri accessori da guerra 
fra cui le palle da schioppo dei Bersaglieri, che però essendo 
di calibro diverso risultarono inutili per i fucili dei gari- 
baldini, ^ un centinaio di carabine Enfìeld e finalmente due 

^ Tiirr, Da Quarto, 6-9;' Mem. Stor. Mil, I. 1-34. Quest'assoluzione 
del 5 luglio fu revocata in appallo il 29 agosto, dal Tribunale Supremo 
Militare, ma per pura questione legale, senza colpire il Giorgini, che rimate 
immune da punizione. 

2 Mazzini, XI, pag, LXXVIII, nota. 

' Conv. Canzio. 



La spedizione del Zamhianchi 279 

cannoni di bronzo, fusi nel 1802, e una vecchia colubrina 
già fuori d' uso da un bel pezzo, assai prima dell' èra 
napoleonica. Questi, e altri due pezzi di riserva di non 
minore interesse per l'antiquario, che Garibaldi aveva scovati 
nell'antica torre di Talamone, arrivaron tutti in Sicilia dove, 
montati sopra fusti di carrozze messi insieme alla meglio, 
vennero trascinati di tappa in tappa e scaricati di tanto in 
tanto sul nemico agendo da artiglieria da campo dei Mille. ^ 
La fama di questi cinque veterani trasformati dall' immagi- 
nazione meridionale in un numero due volte più grande di 
« cannoni rigati » della portata di « quattro miglia » infusero 
coraggio ai siciliani e non poca preoccupazione ai napoletani, 
esercitando così una non trascurabile influenza morale sul 
risultato della campagna. ^ 

Il 7 e r 8 maggio fu un grande affaccendarsi in Tala- 
mone. Mentre l'organizzazione del corpo principale destinato 
per la Sicilia, procedeva a gonfie vele, altri sessanta disgra- 
ziati che avevan veleggiato da Quarto con il resto, venivan 
uniti con gli altri volontari di Livorno in una compagnia 
separata, e mandati sotto gli ordini del Zambianchi a invadere 
gli Stati Papali. Nella storia italiana, questa spedizione è 
nota con il nome di « Diversione » perchè con essa si mirava 
a sviare l' attenzione del Governo napoletano, dalla Sicilia 
ai suoi confini settentrionali. Ma non era in tutto e soltanto 
intesa ad essere una diversione. L' idea di chiudere fra 
« due fuochi » , uno in Sicilia e l' altro nelle Marche, le 
Provincie napoletane e le papaH, faceva parte della politica 
nazionale del 1 860, quale 1' aveva concepita il Mazzini nel 



1 Sampieri, 19-22 ; Turr, Da Quarto, 8 ; Bandi, 55 ; Orsini, 49 {N. A.). 
* Paolucci, Corrao, 130-131; Cono. Salinas. 



280 Garibaldi e i Mille 



febbraio ^ e la misero ad effetto Garibaldi e Cavour nel- 
r autunno. 

Ne la spedizione Zambianchi poteva essere in tutto 
calcolata per mera diversione, anche perchè si voleva che 
riuscisse. Garibaldi l' aveva armata di buone carabine che 
avrebbero fatto meglio a rimpiazzare qualcuno dei meschi- 
nissimi fucili distribuiti fra i Mille. 11 Zambianchi doveva 
traversare il nord degli Stati Papali raggiungendo le Marche 
all' est per la via d' Orvieto e di Perugia. Secondo le infor- 
mazioni che si era procurato dai Comitati Liberali di quelle 
località, Garibaldi le credeva pronte ad insorgere al primo 
segnale dell' avvicinarsi del Zambianchi. Allora il Bertani 
e il Medici che Garibaldi aveva lasciati a Genova con 
l'ordine di organizzare rinforzi tanto per la Sicilia che per 
gli Stati Papali, avrebbero fornito aiuti e, qualora il Medici 
fosse andato in persona, il Zambianchi doveva, secondo gli 
ordini ricevuti, mettersi sotto al suo comando. Quando fosse 
giunta nelle Marche, la spedizione doveva spingersi al sud 
nel Regno di Napoli. Per il momento Roma non doveva 
esser molestata, sebbene Garibaldi sperasse d'entrare nella 
capitale d' Italia alla fine dell' anno al suo risalire verso il 
nord per la via di Napoli. 

La sorte di questa spedizione più che folle può esser 
narrata brevemente. Il Zambianchi s' inoltrò per Scansano 
e Pitigliano e quivi si fermò qualche giorno. La notte del 
18-19 maggio, penetrato nei territori papaH, egli procedette 
per parecchie miglia sulla via d'Orvieto fino a Grotte di 
Castro dove ordinò la prima tappa. I suoi uomini stavano 
godendo la loro siesta di mezzogiorno nelle case del posto, 
quando i gendarmi del Papa, passate le sentinelle al galoppo, 



1 Mazzini, XI, pagg. XLV-XLVII. 



Esito della spedizione Zamhianchi 281 

si spinsero sulla piazza del mercato. Ne seguì una scara- 
muccia nelle strade e i garibaldini respinsero l'attacco : ma 
essi erano già profondamente scoraggiati ; il loro capo che 
non aveva dato prova ne di senno ne di valore nello scontro, 
non ispirava loro ne fiducia ne simpatia, e il loro numero, 
tutti compresi, arrivava appena a 230. Temendo di esser 
sorpresi dall' esercito papale, aspettarono la sera in Grotte, 
e nella notte si ritirarono al di là della frontiera. Il Governo 
italiano li disarmò il giorno dopo ma non li mise sotto arresto, 
così che essi poterono essere inviati più tardi in Sicilia e parte- 
cipare alle vittorie di Garibaldi a Milazzo ed al Volturno. 
Ma il loro capo, il Zambianchi fu tenuto in prigione 
fino al febbraio del 1 86 1 , poi confinato in America, ma par- 
titosi, lungo la traversata moriva. Era uomo di proporzioni 
e forza fisica immensa, probabilmente un sincero patriotta 
ma uno spavaldo e un ribaldo, e se non un codardo, per 
lo meno un arruffone incompetente. Garibaldi non commise 
mai in tutta la sua vita un errore peggiore, in tutti i sensi, 
di quello commesso mandando costui, eh' egli sapeva essere 
stato uno sterminatore di preti a Roma nel 1849 \ a invadere 
gli Stati papali alla testa di un numero assolutamente inade- 
guato di garibaldini che non solo lo disprezzavano a cagione 
della sua incapacità militare e della sua mancanza d'iniziativa, 
ma disdegnavano d' esser messi agli ordini d'un assassino. E fu 
fortuna che i mezzi scelti fossero così assurdamente inadeguati 
al fine da non ottenere neanche un successo parziale e così 
travolgere l'Italia nello scandalo e nell' imbarazzo rischiando 
l'appoggio che Cavour poteva dare a Garibaldi stesso. ^ 



^ Trevelyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, 168-169. 
* Pittaluga, passim; Guerzonì, IL 48-57; Nuvolari, 122; Medici, 4.-6; 
Mss. Milano A.B., Plico XIL n. 14; Bandi. 11-12. 33-35, 55-57. 



282 Garibaldi e / Mille 



Contemporaneamente sulla riva del mare, dentro Talamone 
e nelle sue vicinanze, il 7 e 1' 8 maggio passavano nell'opera 
di approvigionamento dei Mille che, più fortunati, eran desti- 
nati per la Sicilia. Il loro numero esatto era di 1089. Di questi, 
trentatre furono più tardi classificati per non italiani, ma di 
questo già ristretto elemento straniero quattordici erano 
italiani del Trentino e uno, Giuseppe Garibaldi, francese di 
Nizza ; r americano che figurava sulla stessa lista non era 
poi altri che suo figlio Menotti a cui Anita aveva dato la 
luce durante la guerra nelle solitudini delle Pampas. Unghe- 
resi erano quattro, incluso il Tùrr. Non v' è dubbio che il 
maggior concorso ai Mille era dato dalle città dell' Italia 
settentrionale. A capo lista stava Bergamo con i suoi 1 60 ; 
poi Genova ne aveva mandati 156 inclusi i carabinieri, 
Milano 72, Brescia 59, Pavia 58 capitanati da Benedetto 
Cairoli. Degli esuli un buon numero rappresentava la 
Venezia austriaca ; quarantasei napoletani e circa altrettanti 
siciliani navigavano alla liberazione delle proprie terre native. 
E di questi, sette, compreso il Braico, l' amico di Lady 
Russell, erano circondati di reverenza come quelli che 
appartenevano ai « prigionieri napoletani » e avevan gemuto 
per dieci anni in Procida o in Montefusco : di essi fu 
notato che non parlavano se non di rado e sempre con mite 
dolcezza, sembrando desiderosi di vittoria non per amor di 
vendetta ma per aprire le porte della prigione a migliaia 
e migliaia di innocenti ancora agonizzanti in quelle stesse 
torture che avevano dilaniata la loro vita. ^ 

^ Elenco. Se ne trova una lista incompleta anche nella Divisione Tiìrr, 
346-372 ; cfr. De Cesare, F. di P., CCLIII-CCLIV; Abba. 73-75. 11 grosso 
dei toscani venuti s\i\V Adelina da Livorno furon mandati dentro terra con il 
Zambianchi ed è perciò che la Toscana non ha posto maggiore nella lista dei 
« Mille ». 



/ Mille 283 

Gli studenti universitari facevan parte dei Mille in 
proporzione considerevole. Allora essi non avevan ancora 
cominciato a guadagnarsi la vita, ma le classificazioni dei 
Mille fatte poi, secondo le professioni eh' essi esercitarono 
nel 1 860 o abbracciarono in data posteriore, danno all' in- 
grosso il risultato di 150 avvocati, 100 dottori (che si 
battevano finche durava la battaglia poi prestavano le loro 
cure ai feriti), 100 mercanti, 50 ingegneri, 20 farmacisti, 
50 capitani di mare, IO fra pittori e scultori, 3 ex preti, 
una donna (la moglie di Crispi), oltre a benestanti, impie- 
gati governativi, scrittori, professori, giornalisti e molti mestie- 
ranti come barbieri e ciabattini. Ma la metà del numero 
totale si può calcolare fosse tutta di operai delle città. Di 
contadini è molto se se ne può contar uno. L' età era 
in media assai giovane, ma vi era un numero discreto di 
veterani, e a dir vero tutti gli ufficiali e la maggior parte 
dei graduati e soldati si eran battuti l'anno avanti nelle Alpi 
o in qualcuna delle anteriori campagne per la liberazione 
d'Italia.^ 

Tali gli uomini che Garibaldi divise allora in otto com- 
pagnie di fanteria, nel suo stato maggiore, nell'artiglieria, 
nelle ventitre guide a cui fu giocoforza far senza cavalli, 
e nei Carabinieri genovesi. Ciascuna compagnia aveva il suo 
capitano nominato da Garibaldi ; ciascun capitano si sceglieva 
i suoi tenenti e sottufficiali con l'approvazione di Garibaldi. 
Nella formazione di queste compagnie e nella nomina degli 
uffìciaH si teneva per lo più conto del territorio d'origine 
degli individui. L'ottava compagnia era quasi tutta di ber- 
gamaschi. La settima, o degH « Studenti », comandata da 



^ Abba, 73. Elenco. Dalla lista è diffìcile distinguere fra i capomastri e 
i loro lavoranti. 



284 Garibaldi e i Mille 



Benedetto Cairoli, contava non meno di cinquanta lombardi 
quasi tutti della sua stessa Università di Pavia, oltre dodici 
mercanti, trenta fra proprietari e impiegati del governo e 
trentasei fra artigiani e operai, tutti uomini intelligenti e 
istruiti, devotissimi alla famiglia Cairoli che esercitava la sua 
influenza ovunque in quella parte della Lombardia. ^ Le 
prime quattro compagnie formavano il primo battaglione, 
sotto il Bixio e le ultime quattro, il secondo, sotto il Carini, 
abile e valoroso ufficiale siciliano. ^ 

11 piccolo esercito così rapidamente organizzato, imparò 
l'esercizio sulla riva del mare e là Garibaldi lo passò per 
la prima volta in rivista. 11 7 maggio dormirono intorno ai 
fuochi del loro campo, ^ ma la sera dell' 8, il secondo giorno 
che erano a terra, si svolse un incidente di non grande rilievo 
in se stesso, ma significantissimo in quanto che illustra le 
difficoltà che Garibaldi ebbe a superare nell' imporre l'osser- 
vanza della disciplina militare e la riverenza verso l'autorità 
degli ufficiali, a uomini che si consideravano liberi volontari 
e in certo senso tutti uguali fra di loro, eccezione fatta del 
loro Generale. Alcuni di loro quella sera usarono villanie 
verso gli abitanti di Talamone, errore nel quale non caddero 
mai più, una volta giunti in Sicilia ; naturalmente gli ufficiali 
s' interposero, ma essi si rifiutarono di piegarsi ai loro ordini. 
Rifuggendo dal trarre la spada contro i loro soldati nelle 
strade di Talamone, gli ufficiaU, fra i quali certo non poteva 
trovarsi Nino Bixio, mandarono il Bandi a cercare il Generale 
a bordo del Piemonte ; all' udire l' accaduto, dice il Bandi, 
« egli mi guardò con gli occhi del cinghiale » ; poi scese a 

I Abba, 59; Adamoli, 1-9. 

^ L' ottava compagnia fu formata a Porto Santo Stefano, le altre sette a 
Talamone. Divisione Turr, 22 ; Bandi, 52 ; Menghini, 4 1 8. 
^ Capuzzi, 1 1 . 



Le Vettovaglie per il viaggio 285 

terra, ordinò con collera muta, che tutto l'esercito si ritirasse 
a bordo. Gli ammutinati smorzarono ogni baldanza alla sola 
vista del suo furore che rimase infatti la più gran salvaguardia 
di disciplina per tutta la durata della spedizione. ^ 

Quella notte nessuno osò avvicinarsi alla sua cabina perchè 
la sua collera era mantenuta accesa anche dall'assenza del 
suo commissario Bovi che era stato mandato a Grosseto a 
far provvista di vettovaglie per il viaggio. Garibaldi fremeva 
all' indugio ; tutto il resto era pronto per la partenza ed egli 
sapeva che ad ogni ora che passava gì' incrociatori napoletani 
rinforzavano la loro vigilanza contro di lui intorno alla costa 
siciliana. Ritirandosi per la notte, egli lasciò l' ordine che si 
gettasse il Bovi in mare, non appena si presentasse. Questi 
arrivò con le provvigioni, allo spuntar del giorno. Al veder 
Garibaldi uscire dalla sua cabina senza sapere di che umore 
si fosse svegliato, il respiro s'arrestò in gola a tutti. Ma 
egli, scorto il colpevole, gli disse fra una boccata di fumo e 
l'altra: « Buon giorno, Bovi ; m' hai fatto arrabbiare ieri sera ». 
Tutti respirarono di nuovo e il fedele Bovi, che in realtà 
era un commissario eccellente, stropicciandosi gli occhi con 
la sua unica mano, (l'altra l'aveva perduta alla difesa di 
Roma), spiegò le difficoltà che avevano causato il suo ritardo. 
Il Generale stette ad ascoltarlo fino all' ultimo e lo congedò 
con un «Va bene! >\ Se egli non fosse stato tanto temuto 
quant'era amato, non avrebbe potuto, come potè sempre, 
ottenere da ogni individuo il maggior servizio ch'era in suo 
potere di rendere alla causa. ^ 

^ Bandi, 53-54 ; Abba, 82-83. E chiaro che l' incidente occorse la sera 
dell' 8, come dice l'Abba, non del 7, come sarebbe a detta del Bandi, giacché 
Capuzzi ed altre fonti autorevoli provano che essi dormirono a terra la notte 
del 7. 

«Menghini, 419; TUrr, Da Quarto, 12; Bandi, 58-62. 



286 Garibaldi e i Mille 



Caricate a bordo le vettovaglie, il 9 maggio di primo 
mattino, fra le tre e le quattro, il Piemonte e il Lombardo 
levaron l'ancora, mentre gli abitanti di Talamone che non 
conservavano rancore per V incidente della sera precedente, 
li acclamavano e li accompagnavano con augurii di bene 
vedendoli partire. Traversato il golfo fino a Porto Santo 
Stefano ai piedi del Monte Argentario, toccarono terra 
un'altra volta per poche ore onde provvedere i vapori di 
carbone. Una deputazione fu inviata ai magazzini governativi 
con l'ordine di negoziare con buone maniere, ma essendo 
Nino Bixio della comitiva, si tagliò subito corto ai preliminari, 
si afferrò 1' ufficiale di servizio per il collo e lo si malmenò 
fino a che non ebbe consegnata la chiave della carboniera. 
Dopo ciò i vapori furono invasi da una grossa banda di 
bersagheri che avevan disertata la guarnigione di Orbetello 
per prender parte alla spedizione. Garibaldi pur trattando 
benevolmente « i poveri ragazzi » , mantenne la parola data al 
Re facendoli rimandare tutti a terra, eccetto tre ò quattro a 
cui riuscì di sfuggire alla caccia in qualche nascondiglio. ^ 

La mattina si distribuirono i vecchi fucili forniti dal 
La Farina, fra le otto compagnie ; e lo stupore provocato 
da quelle pessime armi fu generale. Perfino le baionette non 
si adattavano bene alle canne e mal si poteva fissarvele 
solidamente, ^ 

Finalmente nelle prime ore pomeridiane ^ del 9 maggio 
le due navi fecero rotta per l' angolo nord-ovest della Sicilia 
evitando il percorso ordinario. Si era rifatta daccapo la 



1 Crispi, Diario, 20; Menghini, 421 ; Abba, 83; Ahha, Noterelle, 30- 
32; Bandi, 63-65. 

2Baratieri, 403-404; Abba, 84; Menghini, 421; Abba, Noterelle, 31. 
^ Crispi, Diario, 20; Castiglia {La Masa, {Sic), XV). 



Bixio sul « Lombardo » 287 

divisione degli uomini fra i due vascelli, con maggior ordine 
che non si fosse potuto a Quarto. Sul Piemonte, con Gari- 
baldi e lo stato maggiore, navigavano quasi tutta l'artiglieria 
e la settima e l'ottava compagnia di Pavia e di Bergamo. 
Sul Lombardo dai fianchi 'più ampi, e al governo di Nino 
Bixio, erano invece le sei prime compagnie e i Carabinieri 
genovesi, un complesso di 650 o 700 uomini. ^ Su questo 
ultimo, l'Hotspur italiano affermò subito la sua autorità secondo 
i suoi metodi usuali. Alla risposta di un caporale che a lui 
parve impertinente, egli tirò il suo piatto in faccia al colpevole, 
poi, convocati tutti a poppa, li arringò con una ferocità d' inten- 
zione tale, che soggiogò, e perfino gli cattivò l'uditorio intero. 

« Qui comando io! Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, 
il Papa, sono Nino Bixio. Dovete obbedirmi tutti ; guai chi osasse 
un'alzata di spalla, guai chi pensasse di ammutinarsi ! Uscirei con 
il mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni, e vi 
ucciderei tutti ». 

Tutti sapevano che dire e fare era tutt'uno per lui e 
non perciò lo ammiravano meno. Lo strano discorso fu 
salutato da applausi clamorosi. Quando le acclamazioni si 
spensero, il siciliano La Masa saltò su e cominciò a profon- 
dersi in un'orazione in lode di Bixio con quel suo stile fiorito 
che aveva spesso mandato in sollucchero la folla delle piazze 
di Palermo. Ma i settentrionali gli prestarono a stento l'orec- 
chio, e il Bixio gh volse dispettoso le spalle concependo per 
lui quell'amaro disdegno che andò sempre crescendo dal 
principio alla fine della campagna. ~ 

^ Ms3. Bologna. Note del Bixio. 

2Abba, Noterelle, 34-36; MengKini, 421; Capuzzi, 15; Zeusi, 133; 
Bandi, 67 ; Mss. Bologna, lettere del Bixio sull' opinione sua del La Masa. 



288 Garibaldi e i Mille 



Subito dopo Garibaldi, è il Bixio che devesi riconoscere 
come fattore principale del successo della spedizione. Ben si 
meritò egli di essere chiamato « il secondo dei Mille ». 
Il pericolo che era vera minaccia al piccolo esercito, pur 
tanto forte di valore e sacrifìcio individuale, era la mancanza 
di freno e di autorità, e se a questa mancanza supplì mas- 
simamente la venerazione e la paura ispirata da Garibaldi, 
vi concorse anche però il sacro terrore della violenza del 
Bixio, quasi insana in se stessa ma a volte ben diretta. 

Sul Piemonte intanto, il valente siciliano Giordano Orsini 
a cui Garibaldi aveva affidato il comando dell' artiglieria 
impiantava a bordo un laboratorio in cui tutti davano una 
mano a far palle e confezionare cartucce. All'alba del 10 
maggio non una sola vela spuntava all'orizzonte ; soltanto un 
branco di delfini seguiva i due bastimenti per quelle acque 
raramente solcate, mentre il lavoro delle munizioni e i canti 
del '48 ingannavano la lentezza delle ore. ^ 

Garibaldi che aveva cambiata un' altra volta l' uniforme 
piemontese indossata a Talamone, con la camicia rossa e il 
putido, era in uno stato di felicità schietta e radiosa. Questa 
volta era a lui solo e al suo manipolo di eletti ch'era affidata 
la vicina lotta per la Hbertà ed essi l' avrebbero impegnata 
là sulle montagne di un' isola romantica, quasi al tutto ignota 
al mondo intero, in condizioni che per una volta almeno, 
avrebbero trasformato in realtà quella poesia della guerra e 
quel patriottismo ch'erano stati l'aspirazione incessante di tutta 
la sua vita. Il suo aiutante di campo Bandi lo trovò nella 
sua cabina sopra tolda con gli occhiali inforcati sul naso, 
segno di meditazione letteraria. Stava componendo dei versi 
che cantavano di tirannide e di rivolta, benché la sua musa 

^ Castiglia {La Masa, (Sic), XV); Bandi, 66-70 ; Capuzzi, 14 ; Zasio, 30. 




NINO BIXIO 
(Da una fotografia del 1860). 



Versi del Generale 289 



non conoscesse i ritmi sonanti di cui il Carducci rivestì 
lo stesso tema. Vedendo il Bandi, gli espresse il desi- 
derio che i suoi giovani fidi mettessero in musica le sue 
parole e le cantassero in Sicilia correndo alla carica sul 
campo di battaglia. Il Bandi ritornato sul ponte colla poesia 
del generale, raccolse subito in circolo i talenti letterari e 
musicali del Piemonte, Regnava la più schietta allegria non 
scevra da una vena burlesca a spese un po' di tutti, anche 
di Garibaldi. Da quel circolo si levò un concerto di suoni 
strani e di arie strampalate in mezzo a scoppi soffocati di 
risa, finché la testa di Garibaldi apparve dietro l'uscio della 
cabina. « Che musica è quella ? l' avete inventata voi ? > 
« No, Generale, non io » « Eh ! diavolo ! », e la testa sparì 
com'era comparsa. ^ 



1 Bandi, 70-72 ; Zasio, 30. 



Garibaldi 19 



CAPITOLO XIII. 
Lo sbarco del Mille a Marsala. 



He either fears his fate too much. 
Or his deserts aie small, 

That dares not put it to the touch, 
To gain or Iosa it ali. 

MONTROSE. 



Mentre Garibaldi era sempre in mare la bufera diplo- 
matica scoppiava sul capo di Cavour. La Prussia, che pur 
si era tenuta fuori dalla lega reazionaria di quell'inverno 
contro il Piemonte, dichiarò chiaro e tondo che se avesse 
avuto dei vascelli nelle acque italiane avrebbe tagliato la 
via ai pirati. La Russia teneva lo stesso linguaggio prote- 
stando che soltanto la sua posizione geografica la tratteneva 
dall' intervenire attivamente. L'Austria però, la più temibile 
delle tre, si limitava ad esprimere la più viva simpatia al 
Governo di Napoli senza sbilanciarsi a promettere il suo 
aiuto. ^ L' Inghilterra per oltre due settimane non dette segno 
di vita, ufficialmente, e la prima comunicazione di Lord John 
(22 maggio) parve concernesse più che altro la diceria che 
allora correva, che se il Piemonte conquistasse la Sicilia e 
Napoli, la Francia riceverebbe Genova o l' isola di Sardegna 
come già aveva ricevuto Nizza e Savoia, in cambio della 
sua protezione contro l'Austria. Una volta però rassicurato su 
questo punto da una promessa di Cavour, il Governo inglese 
si lasciò andare a considerare Garibaldi e le sue probabilità 

1 Bianchi, vili. 291-292, 658; Ghiaia, IV. pagg. CLXXIV-CLXXV. 



292 Garibaldi e i Mille 



di successo, con quel cordiale interessamento che il pubblico 
inglese aveva già dimostrato fin dal primo annunzio della sua 
partenza per un' impresa tanto ardimentosa. ^ 

La Francia era infatti la potenza da cui Cavour aveva 
più a temere. Per tutta la rivoluzione del 1860 Napoleone 
vacillò continuamente in una indecisione anche maggiore 
del solito, fra il desiderio di proteggere il Governo napo- 
letano contro il movimento per l' unità italiana, e quello 
di riformarlo o rovesciarlo con qualche rivoluzione libe- 
rale da farsi a prò' degli interessi francesi.^ Il 7 maggio, 
prima ancora che le altre potenze protestassero, un giorno 
dopo r imbarco di Garibaldi a Quarto, i suoi Ministri 
mandarono a Torino delle rimostranze piene di minaccie.'^ 
E alla protesta fecero seguire la sospensione progettata del 
ritiro delle truppe da Roma. Con lo scoppiare della rivo- 
luzione nel mezzogiorno, Napoleone non poteva sentirsi 
sicuro che Roma non fosse attaccata prima che l'anno giun- 
gesse alla sua fine, e proponendo di ritirare la sua guarni- 
gione da Roma egli era stato ben lontano dal voler per- 
mettere agi' italiani di occupare la città papale. ^ 

Il 7 maggio Cavour cosi telegrafava al governatore di 
Cagliari in Sardegna : 

« Garibaldi ha salpato per la Sicilia con 400 volontari, su 
due vapori Rubattino. Se entra in porto sardo lo arresti. Se neces- 
sario, la autorizzo a impiegare la squadra comandata dal conte 
Persane. » 



1 Br. Pari Papers, 1 2, pagg. 1 7-28. 

2Elliot, 31-32, 43-44. 

3 Ghiaia, IV. pagg. CLXXI-CLXXII. 

* Vedasi appendice L. « Perchè 1' evacuazione di Roma fu sospesa. » 



i 



Ordini equivoci di Cavour 293 

Il giorno dopo un altro suo telegramma aggiungeva mag- 
giori spiegazioni: 

« Non arresti la spedizione in alto mare : soltanto se tocca 
un porto. » ^ 

Più tardi Cavour ebbe a dichiarare che quest'ordine 
d'arresto era stato spiccato da lui a causa della voce che 
la spedizione avrebbe fatto una diversione contro gli Stati 
Papali. ^ Ma poiché il suo telegramma del 7 maggio men- 
ziona la Sicilia come luogo di destinazione di Garibaldi, 
pare più probabile che sua mira nell' inviarlo fosse in realtà 
di salvare la sua propria posizione in faccia al mondo diplo- 
matico potendo dinanzi ad esso dichiarare di aver spiccato 
l'ordine d'arresto. Egli non aveva davvero molta ragione di 
temere che Garibaldi fosse tanto insensato da drizzar le vele 
verso un porto occupato dalle navi della regia marina, non ne 
aveva poi nessuna di supporre che l'ammiraglio piemontese 
si atterrebbe strettamente all' esecuzione dell'arresto. Infatti 
il Persane, ricevuto il 9 maggio a Cagliari lo strano ordine 
d' impadronirsi di Garibaldi qualora lo trovasse in un porto, 
non in alto mare, e sospettando senza dubbio in parte per 
il tono condizionato dell' ordine che 1' arresto non dovesse 
veramente aver luogo, scrisse il giorno stesso a Torino 
domandando a Cavour se la cosa dovesse esser presa sul 
serio. Di lì a qualche giorno gli pervenne la risposta tele- 
grafica che « il Ministero aveva deciso » in favore dell'arresto. 
Al che r ammiraglio tratto a interpretarlo nel senso che 
Cavour dissentiva dal resto del Ministero, rispose anche lui 

1 Ghiaia. III. 245-246. 

2 Ghiaia, IV. pag. GLXXVI e III. 248 (lettera del 14 maggio). 



294 Garibaldi e i Mille 



per telegrafo : « Ho capito ». Ma poco ormai importava 
eh' egli capisse o no ; a quell' ora Garibaldi aveva approdato 
sano e salvo in Sicilia. ^ 

Il 10 maggio a sera tarda Cavour, saputo che Garibaldi 
aveva gettato T àncora nel golfo di Talamone e supponendo 
perciò eh' egli volesse stornare l'attacco dalla Sicilia sugli 
Stati Papali, emanò 1' ordine di partenza per una nave da 
guerra che doveva andare a Porto Santo Stefano ed arre- 
stare i Mille nel caso li sorprendesse ancora sulla costa 
toscana. Ma come si è visto, essi avevano lasciato Porto 
Santo Stefano per la Sicilia, appunto quel giorno stesso. ^ 
Una volta accertatosi di ciò, il Governo non cessò più di 
usare tutti i mezzi non ufficiali di cui disponeva, per secondare 
il successo della spedizione. Un' illustrazione della politica 
da esso seguita ci è data dalla corrispondenza dei due più 
grandi statisti italiani, toscano l' uno e piemontese l' alti o. 
Il 1 5 maggio il Ricasoh scrivendo a Cavour sosteneva che 
r opporre ostacoli all' entusiasmo del paese per l' impresa 
patriottica di Garibaldi, sarebbe stato un male ed un pericolo 
ad un tempo. 

« Quanto deve il Governo del Re impedire attacco qualunque 
sullo Stato Pontificio in questo momento, altrettanto deve tollerare, 
anzi deve secondare ed aiutare, se può farlo copertamente o 
almeno senza troppo compromettersi, l'aiuto che da Italiani voglia 
darsi alla insurrezione Siciliana. Il dovere che hanno gì' Italiani di 
aiutare i loro compatriotti ancora soggetti ai mali governi, non 



^Persane, 17-20; Ghiaia, III. 247. 

* Ghiaia, VI. 562 ; La Farina, II. 317-319. Vedasi anche RicasoH. V. 50. 
II dispaccio Farini dell' 1 1 maggio ordina l'arresto di Garibaldi « s' ils le trouvent 
encore dans les eaux de Rome et de Toscane ». 



Un'avventura nella notte 295 

si può abbastanza proclamare ai mali governi, non sì può abba- 
stanza proclamare avanti V Europa. » 

E il 23 maggio così gli rispondeva Cavour : 

« Concordo pienamente con lei circa la spedizione Garibaldi. 
Non occorre quindi di nulla aggiungere ; le raccomando solo di 
salvare le apparenze per non accrescere le difficoltà diplomatiche. 
La Francia dimostrò di ciò meno dispiacere di quanto avrei 
creduto. » ^ 

E già la stampa cavouriana aveva salutato la spedizione 
di Garibaldi come una chiamata a raccolta per tutti i partiti 
dichiarando che spiegando le vele al grido di guerra « Italia 
e Vittorio Emanuele » egli aveva unito il paese e messo fine 
alle discordie di parte. ^ 

La notte dal 1 all' 1 1 maggio, il Lombardo e il Pie- 
monte, interamente isolati da quel mondo che la notizia 
del loro viaggio aveva gettato in grave conflitto di passioni, 
filavano per la loro via nell'oscurità delle acque settentrio- 
nali della Sicilia. I lumi a bordo erano spenti e tutti stavano 
alla vedetta del nemico. Nella speranza di arrivare prima 
del calar del sole in vista dell'isola di Marettimo, la più 
staccata delle Egadi, visibile quand' è chiaro a sessanta miglia 
di distanza, Garibaldi si era spinto avanti con il suo Pie- 
monte di più rapido corso. Ma lo sorprese la notte prima 
che vi riuscisse e fu costretto a virar di bordo e tornar sui 
suoi passi in cerca del Lombardo, maledicendo alla sua 

' Rlcasoli, V. 59 ; Ghiaia, III. 252. 
^ Corr. Mere, 10 maggio. 



296 Garibaldi e i Mille 



propria follia che gli aveva fatto perder di vista il vascello 
che portava due terzi delle sue forze da campo. Allo stesso 
tempo il Bixio ansiosissimo di non staccarsi dal Piemonte 
proseguiva il suo corso con tutta la velocità che le sue 
macchine guaste gli permettevano, roso dal dubbio crescente 
di non riveder mai più Garibaldi. A un tratto verso le dieci 
di notte egli potè discernere una nave che filava nell'oscu- 
rità, dritta su di lui. Andato a vuoto ogni suo tentativo di 
scambiar segnali, e venuto alla conclusione disperata che si 
trattava d' un incrociatore nemico, il Bixio ordinò all' Elia 
di drizzare il timone contro l' intruso e che tutti si tenessero 
pronti sopra coperta. Ma mentr'egli stava là, steso bocconi 
sulla prua, grondante sudore nell* impazienza febbrile d' essere 
il primo a scagliarsi sul ponte nemico, una voce ben nota 
lo percosse chiamandolo di là dalle acque « Capitano Bixio ! » 
« Generale ! » « Perchè volete mandarci a fondo ? » Questa 
la fine di un incidente cagione di angustie non minori di quelle 
provocate dai pericoli di nemici reali, in cui incorsero una 
volta a terra. Anche a bordo del Piemonte il notturno assa- 
litore era stato preso durante lo spazio di alcuni minuti, 
per un incrociatore napoletano. Garibaldi aveva veduto o per 
lo meno aveva creduto vedere — né potrebbesi dire se a 
ragione o a torto — i lumi di una squadra nemica intorno 
a lui e per ciò appunto non aveva osato far dare i segnali 
stabiliti per rassicurare il Bixio. ^ 

Se quella notte i due vapori si fossero perduti e cercati 
invano, probabilmente non avrebbero più potuto riunirsi 
perchè non sarebbe stato possibile contare su un incontro al 



1 Castlglla (Sic. e La Masa, XVl); Bixio, 164-166; Capuzzi, 16-17; 
Giusta, 5; Bandi, 75-76; Abba, NoUr., 36-37; Elia, II. 22-24; Mcm., 
-341-342. Notinsi le solite divergenze di dettaglio, in tutte queste narrazioni. 



In vista della Sicilia 297 

punto di sbarco. Punto di mira della campagna era Palermo 
alla cui difesa stavano 20,000 uomini di truppa, ma la cui presa 
avrebbe rappresentato X acquisto istantaneo della metà occi- 
dentale dell'isola intera. A un certo momento Garibaldi 
aveva formato il pensiero di toccar terra nella vicinanza della 
capitale stessa, non più lontano del golfo di Castellamare, 
poi aveva abbandonato il progetto perchè troppo azzardoso. 
Ci voleva bensì un punto d' approdo a soli pochi giorni di 
marcia da Palermo ma non così pericolosamente vicino come 
Castellamare. La decisione era così caduta sul tratto di costa 
che si stende fra Trapani e Sciacca ; i due punti più probabili 
erano Porto Palo o Sciacca stessa. Ma il luogo esatto e l'ora 
dello sbarco dovevano di necessità dipendere dalla posizione 
e dai movimenti che avrebbero fatto sul far del mattino gli 
incrociatori napoletani a guardia della linea costiera della 
Sicilia contro l'aspettata invasione — dodici in numero — 
dei quali non meno di quattro : il Valoroso, lo Stromboli, 
il Capri e la Partenope perlustravano le trenta miglia di 
costa fra Trapani e Mazzara. ^ 

Spuntava l' alba dell' 1 1 maggio ; i primi raggi imbian- 
cavano il cocuzzolo dell' Etna, poi tutte le vette siciliane 
ad una ad una finche all'ovest inondarono le roccie nude 
del monte Pellegrino, sempre giganteggiante sulla città di 
Palermo come quando il cartaginese Amilcare vi stese il 
suo strano accampamento su in cima, e ultimo di tutti il 
monte Erice la famosa acropoli di Astarte e di Afrodite, 
sempre vigile là sulle isole Egadi e sui bacini dell'oceano. 



^ De Cesare, II. 202; Franai, I. 175-182; Castiglia {Sic. e La Masa, 
XVI-XX);Mem., 342; Pittaluga, 9- 1 ; Turr, Da Quarto, 13; Crispi, (4), 
646; Bandi, 77-78. 



298 Garibaldi e i Mille 



I due vascelli che chiudevano nei loro fianchi le sorti d' Italia 
erano ancora in alto mare ma strisciavano via via più prossimi 
alla costa sorvegliata. Avanti giorno molti dei Mille, affollati 
sul ponte a spiare il primo apparire dell' isola, furono tratti 
in inganno da una bassa fascia di nuvole passeggiere. Ma 
al sorger del sole V estrema cima dell' isola di Marettimo 
verso cui facevan rotta mostrò il suo profilo e di lì a poco 
la Sicilia stessa si svelò ai loro occhi. ^ 

Navigando in una linea parallela alla costa da Capo S. Vito 
in giù, si tennero al largo di Trapani non meno che dei 
banchi di sabbia e della guarnigione borbonica del luogo e 
passando attraverso l' arcipelago delle Egadi rasentarono 
quasi Marettimo e si lasciarono Favignana all' est. ^ Nella 
prigione di quest' isola languiva il Nicotera e con lui gli 
altri capi della spedizione Pisacane sopravissuti ad essa.^ Gari- 
baldi e i suoi, non davvero ignari di ciò, la contemplarono a 
lungo pensando che ben presto o essi stessi sarebbero morti 
o quei loro precursori e camerati restituiti a libertà. Lo stesso 
Nicotera scorse i due vascelli che scivolavano via senza 
spiegare bandiera alcuna e si domandò chi potessero essere. 
« Nondimeno » — narrò egli ai suoi Hberatori un mese 
dopo in Palermo — « sentii nel cuore un non so che, e una 
strana allegria mi prese.... Poi, quando poco dopo sentii il 
cannone, allora immaginai che legni fossero que' due vapori 
sconosciuti, e pensai subito a Garibaldi. 



»' 



^ Crispi, Diario, 20; Bandi, 77. 

2 Calvino (Guardiane, II. 426) ; Elia, che era secondo in comando del 
Lombardo dopo Bixio, mi scrive che fecero rotta su Marettimo « lasciandosi 
Favignana a sinistra. Marettimo fu lasciato alla destra come mi disse il Tiirr 
e come le altre autorità affermano implicitamente. 

' Vedasi più sopra pagg. 87-89. 

4 Bandi, 79, 205 ; Nicotera, 43 ; Abba, 91 ; Calvino {Guardiane, II. 427). 



* 



In rotta su Marsala 299 



Secondo il primo progetto Garibaldi, uscendo dal- 
l'arcipelago delle Egadi intendeva tenersi bene al largo a 
mezza via dal Capo Bon in Africa affine di evitare gì' incro- 
ciatori della costa, ^ poi nel corso della giornata, girato tutto 
r angolo occidentale della Sicilia, dar di volta e filar dritto 
su Porto Palo o Sciacca. Vari sono quelli che, compreso 
anche il Castiglia, capitano del Piemonte ed eccellente uomo 
di mare, reclamano il merito di averlo consigliato ad abban- 
donare questo piano per quello eh' egli adottò di far rotta 
direttamente da Marettimo su Marsala. 

L'esitazione causata dallo scorgere due navi da guerra 
ancorate fuori del porto di Marsala, non fu che momentanea 
perchè esaminatele con il cannocchiale Garibaldi giudicò dalla 
loro costruzione che dovevano essere inglesi. A confermarlo 
in questa convinzione concorsero alcuni inglesi a bordo d'un 
bastimento incontrato dopo pochi minuti mentre lasciava 
Marsala diretto al nord, i quali in risposta alle sue domande 
dissero non esservi navi napoletane in quel porto. Al loro 
passaggio a fianco del Lombardo, il Bixio, tentato invano 
di gettar loro dei dispacci in una pagnotta, gridò loro di 
portare a Genova la notizia che Garibaldi era sbarcato a 
Marsala. Un grido di evviva fu la risposta, e il ben costrutto 
legno guizzò via sulle acque. 

Garibaldi, sempre alla testa, tirava dritto sul porto a 
tutta velocità. Cammin facendo, verso le dodici, s' imbattè 
in una grande barca peschereccia siciliana e se la rimorchiò 
dietro come quella che sarebbe stata utile per lo sbarco. 

^ Attraversando le Egadi egli dev' essere stato a un pelo dall' incappare nel 
Valoroso, che quella mattina batteva la marina fra le isole di Trapani. Castiglia 
{Sic. e La Masa, XX). 

2 Mem., 342; Castiglia {Sic. e La Masa, pagg. XVI-XIX); Turr, Da 
Quarto, 13; Crispi (4), 646; Bandi, 76-78. 



300 Garihaldi e ì Mille 



Il padrone, un certo Strazzera, salì a bordo tremando di 
paura ma, assaporato un bicchiere di vino e sentita la propria 
lingua in bocca di compatriotti siciliani, riprese quel tanto 
di coraggio che bastava a dare tutte le informazioni che 
poteva. Credeva che un battaglione di fanteria napoletana 
avesse lasciata la città di recente, ed era sicuro che le navi 
napoletane da guerra erano uscite dal porto qualche ora 
prima in crociera verso Sciacca. E invero queste navi erano 
ancora visibili non molte miglia più in là, al sud-est di 
Marsala, e già rifacevano il percorso per raggiungere i 
nuovi venuti. Se dentro due ore potevano ritornare e aprire 
il fuoco, erano ancora in tempo a impedire lo sbarco e a 
far strage di Garibaldi e di tutti i suoi. Bisognava gareggiare 
di velocità ; ben più che la vita o la morte erano in gioco ! ^ 

Marsala, araba di nome e d'origine, era città moderna 
succeduta alla fenicia e classica Lilybaeum. L'antico porto 
aveva occupato il fianco settentrionale della città ; e il moderno 
situato sul fianco meridionale, con le sue acque basse, il suo 
lungo molo e il suo faro, era una creazione assolutamente 
artificiale dovuta all'operosità intraprendente di parecchie 
generazioni di mercanti inglesi che si erano stabiliti in 
quell'angolo remoto e mezzo barbaro a dosare il vino 
paesano della Sicilia occidentale tirandone fuori il loro 
eccellente Marsala. Nel 1 860 la città, allora ancora quadrata 
nella sua cinta di mura medioevali, sorgeva qualche centinaio 



^Br. Pari Papers, 17, pag. 6; Castiglia {Sic. e La Masa, XVIII, XIX); 
Menghini, 421; Bandi, 79-81; Conv. Tiirr; Tiirr, Da Quarto, 15; Abba, 
Noter., 41; Giusta, 5; Riistow, 138; Zeusi, 132; Bruzzesi, 11-12; Conv. 
Canzio; Crispi, Diario, 20; Calvino {Guardiane, II. 427); Elia, II. 24; 
Crispi (3), 597; Campo, 104. 



Marsala 301 

di metri dentro terra. Se non fosse stato per Fattività di 
quei mercanti inglesi, non avrebbe avuto diritto alcuno di 
annoverarsi Ira i porti di mare. Di qua dalle sue mura, 
lungo gli scali del porto e più in là stendendosi al sud, 
sorgevano per un miglio e più gli imponenti bagli degli 
inglesi: Wood, Woodhouse e Ingham, e quello del solo 
fabbricante di vino locale, il Florio. Il baglio era un terreno 
spazioso protetto da alti muri non scalabili, a guisa di 
fortezza, dietro i quali si allineavano le tettoie per la mani- 
fattura e le volte per l'immagazzinaggio del vino, e in qualche 
caso anche un cortile nel centro ed una ben fornita casa 
di campagna dove i comodi e l'ospitalità inglese si racco- 
glievano nel bel mezzo d' un paese straniero. A chi si avan- 
zasse verso Marsala dal mare, quella linea imponente di 
fortezze mercantili, su ciascuna delle quali sventolava una 
bandiera inglese in tempo di pericolo e di disordine, saltava 
subito all'occhio assai prima che non la città stessa. 

Una dimostrazione liberale aveva avuto luogo in Marsala 
il 6 aprile quando vi si era sparsa la notizia della rivolta 
operata dal Riso nel convento Gancia a Palermo ; il tricolore 
aveva fatto il giro delle strade mentre si atterravano le armi 
dei Borboni. Se non che la notizia della disfatta del Riso 
aveva seguito quasi subito, e, decorso un mese di trepidazioni 
angosciose, la città aveva veduto arrivare (6 maggio) una 
colonna guidata dal generale Letizia, e per opera di essa 
aveva avuto i suoi capi imprigionati e messi in tuga, e i suoi 
abitanti disarmati, non esclusa la colonia inglese. Poi dal 9 al 
1 maggio, il Governo, con un atto d' incredibile follia aveva 
richiamate le forze del Letizia da Marsala a Palermo, e ciò pur 
essendo a conoscenza della partenza di Garibaldi e pur aspet- 
tandosi ch'egli sbarcasse precisamente su qualche punto della 
costa al nord di Mazzara. Infatti il 6 maggio altre forze 



302 Garibaldi e i Mille 



con il generale Landi eran state inviate da Palermo in quella 
località ad aspettarvi Garibaldi, proprio quando il Letizia 
ne veniva ritirato e mandato a Palermo per mare. Ma 
r 1 1 maggio il Landi aveva appena toccato Alcamo, di modo 
che Garibaldi arrivava a Marsala in un momento in cui non 
vi eran forze sul posto e le più vicine eran quelle di Trapani. 
E questo non fu che il primo di una sequela di fatali errori 
militari per via dei quali il governatore Castelcicala e i suoi 
successori riuscirono a lasciarsi conquistar l'isola da una 
forza armata, senza alcun confronto inferiore alla loro. ^ " 

La colonia inglese dei bagli, allarmata al vedersi disarmata 
da un governo politicamente ostile in mezzo a una popò- 1 
lazione socialmente malfida, si appellò per protezione al 
proprio paese. Per questa ragione e non, come fu appurato 
poi, per un' intesa segreta con Garibaldi, le due regie navi 
inglesi VArgus e V Intrepid, furon spiccate dalla squadra di 
Palermo il 10 maggio sul cader della sera, arrivando a 
Marsala alle dieci del giorno dopo, circa tre ore prima del 
Piemonte e del Lombardo.^ A quell'ora i due o tre vascelli 
della squadra napoletana si erano già avviati in crociera 
verso il sud e avendo preso le mosse proprio allora erano 
ancora visibili al largo, a cinque o sei miglia di distanza, 
e così le navi inglesi si trovavano ad essere le sole navi 
da guerra nel porto. ^ 

iDe Cesare, IL 191-192, 200; Girolamo, 6-7; Mss. Napoli, Landi; 
De Sivo. III. 187. 

2J3r. Pari Papers, 17, pagg. 5-6; Winnington- Ingram, 172, 197. 
UArgus ci è descrivo come una corvetta a elice da sei cannoni e l' Intrepid 
una scialuppa a cannoni. Le navi inglesi da guerra erano allora a carcassa 
di legno sul vecchio tipo e a vapore e a vele. 

»De Sivo. III. 187; De Cesare, II. 192, 203; Girolamo, 9; Br. Parl-^ 
Papers, 17, pag. 2; Dai/p News, 22 maggio 1860, pag. 5, col, 4. 



Le navi inglesi 303 

Gli ufficiali inglesi gettarono le ancore tenendosi assai 
lontani dal porto; VArgus a due o tre miglia, V Intrepid 
alquanto più presso ma sempre a un miglio circa, « fra i 
tre quarti e il miglio di distanza dal faro sulla punta estrema 
del molo » . E non abbandonarono queste posizioni lontane 
mentre si svolgevano gli avvenimenti straordinari di quel 
giorno non opponendo così il menomo impedimento materiale 
a qualsiasi operazione che i napoletani scegliessero o potessero 
scegliere di eseguire. ^ 

L' arrivo di Garibaldi o di qualsiasi altro fulmine nel 
cielo sereno e calmo di quel sognante meriggio di maggio, 
era così imprevisto che i due comandanti delle navi erano a 
terra a visitare i bagli sotto la guida dei loro compatriotti 
e a porgere l'orecchio alle loro lagnanze contro il divieto 
di porto d'arme, quando furon chiamati fuori dai magazzini 
per vedere due strani vapori che, filando a tutta possa dal 
nord-ovest, s'avvicinavano al porto. Il capitano deìY Intrepid, 
Marryat, notò che quello davanti, il più piccolo, rimorchiava 
una barca. Pareva che vi fossero degli armati a bordo di 
entrambi, e di mano in mano si facevan più presso si videro 
su di essi inastarsi i colori piemontesi, il tricolore d' Italia 
ma con la croce di Savoia sul mezzo, non la « bandiera 
neutrale » del Mazzini. ^ 

I marinai a bordo deWArgus che potevan vedere più da 
vicino il Piemonte mentre passava sotto loro da poppa, videro 

^ Br. Pari. Papers, 17, pagg. 2, 6-7; Winnington-Ingram, 197. Le 
carte italiane erroneamente rappresentano le due navi inglesi più vicine alla 
costa : ma i resoconti indipendenti dei due capitani inglesi sono espliciti e 
incontestabili. 

^Brit. Pari. Papers, 17, pag. 6; Da/Zy News, 22 maggio 1860, pag. 5, 
col. 4. Io stesso ho veduto la bandiera del Piemonte che si conserva nel 
baglio Ingham. 



304 Garibaldi e / Mille 



sulla sua tolda degli uomini con la camicia rossa che « davan 
loro una certa apparenza di soldati inglesi. » E tanto a bordo 
come a terra quei simpatizzanti inglesi non dubitarono più 
che si trattasse di un « Viva Italia », mentre suìV Argus vi 
era chi sosteneva che un ufficiale in camicia rossa con una 
penna al berretto, ritto in piedi sulla tolda del Piemonte a 
fianco del capitano, non era altri che Garibaldi stesso. Si 
notò anche che la bocca di un cannone sporgeva da una 
cannoniera e che il vapore più grande che veniva dietro era 
« letteralmente pieno zeppo di uomini stipati come alici nel 
barile ; chi in rosso, chi in verde scuro come tiratori, ma la 
maggior parte in sempHce costume cittadinesco. » I due vapori 
filaron diritto sul porto ; il Piemonte gettò l'ancora al sicuro 
dentro il molo nel bel mezzo dei bastimenti mercantili inglesi, 
ma il Lombardo del Bixio che pescava più acqua, si arenò 
nei bassi fondi alla bocca del porto a poco meno di cento 
metri dal faro. ^ 

Si era ormai fra il tocco e mezzo e le due. Le navi 
napoletane, scorta la loro preda, ritornavano a vele spiegate 
dal sud per cui s'erano incamminate. La corvetta a vapore 
Stromboli^ rimorchiata per un breve tratto la fregata a vele 
Partenope, se la lasciò dietro spingendosi a tutta velocità 
sul teatro degli eventi. ^ Con la distruzione alle spalle e 
avvicinantesi a cosi gran passi, i Mille cominciarono lo 
sbarco toccando terra presso la punta del molo. 

Per prima cosa Garibaldi mandò il Turr ad occupare 
Marsala con un piccolo drappello. La città li accolse da 



1 Daily News, 29 maggio 1 869 ; cf. Times, 29 maggio. « Un corri- 
spondente scrive »; /. L. N., 467 (19 maggio); Elia, II. 25; Br. Pari. 
Papers, 1 7, pag. 6. 

^ Castiglia (Sic. e La Masa, XXI); Sampieri, 14. 




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Si comincia lo sbarco 305 

amica ma timidamente; i capi del movimento erano fuggiti 
dalla città durante la recente minacciosa occupazione della 
colonna del Letizia e i rimasti erano intimoriti dalla memoria 
di queir evento e dall' avvicinarsi delle navi da guerra napo- 
letane. Dei giovani ufficiali dell'^ r^us e deW Intrepid che 
sedevano in un caffè nel centro della città, sorbendosi dei 
gelati, e che di lì a poco si affrettarono a ritornare a bordo 
in obbedienza agli ordini ricevuti dai capitani, furono sorpresi 
al veder apparire sulla soglia alcuni individui armati e in 
strane divise. Ma prima di tutto gli invasori corsero ad 
occupare l' ufficio telegrafico dove trovarono un modulo 
portante una comunicazione evidentemente spedita allora 
allora a Trapani riguardante l'arrivo di due vapori piemontesi 
carichi di armati. Da Trapani la novella poteva essere tele- 
grafata a Palermo : i nuovi venuti non poser tempo in mezzo 
telegrafarono così : « Mi sono sbagHato : sono due delle nostre 
navi. » La tradizione aggiunge che l' impiegato di Trapani 
rispondesse : « imbecille ! » ^ ma in ogni caso le autorità di 
Palermo non caddero nel laccio e mentre lo sbarco non era 
che al suo inizio, telegrafavano a Napoli annunziando l'arrivo 
di Garibaldi e chiedendo l'invio immediato di truppe a 
Marsala. ' 

Ma intanto il grosso dei garibaldini scendeva a terra. 
Le scialuppe e la barca peschereccia rimorchiata nel porto 
mal avrebbero bastato ad un rapido approdo, specialmente 
con il Lombardo arenato fuori del porto. Ma sciami di 
barchette vennero al soccorso, portate dai marinai di Marsala 
che simpatie politiche o promesse di lauta paga e in certi 



1 Turr, Da Quarto, 15-16; Bruzzesi, 15-16; Abba, Noter., 55; 
Br. Pari Papers, 17, pagg. 7-8; Capuzzi, 18; /. L. TV., 467 (19 maggio). 

2 De Sivo, III. 193; De Cesare, IL 224. 

Garibaldi 20 



306 Garibaldi e i Mille 



casi anche una canna di revolver puntata alle tempie, ave- 
vano indotti a prestar mano alla bisogna. ^ Per tal modo lo 
sbarco si effettuò con una rapidità che riscosse l'ammirazione 
di molti spettatori inglesi esperti nel mestiere. ^ 

Quando alla fine lo Stromboli tutto sbuffante arrivò a 
portata di tiro, il Piemonte aveva riversato sul molo il 
suo carico umano, ma il Lombardo aveva ancora a bordo 
tre quarti del suo senza contare i cannoni e le muni- 
zioni. ^ Un ufficiale capace e zelante non avrebbe potuto 
augurarsi una miglior occasione per troncar di netto la spe- 
dizione sul posto. Ma il Capitano dello Stromboli, l'Acton, 
sebbene appartenesse a famiglia cattolica inglese d'origine, 
era ligio alle tradizioni del servizio napoletano infiltrategli 
nelle vene attraverso generazioni intere di legami, abbastanza 
onorevoli invero, con la storia della Casa dei Borboni. La 
responsabilità del momento era troppo grave per lui. 

« Era in suo potere, scrive il Capitano Marryat che dalla riva 
seguiva la scena con i' aiuto di un cannocchiale, collocare il 
suo vapore a circa 200 o 300 metri di distanza da quello sardo 
arenato [il Lombardo], e in tal posizione che ogni suo colpo di 
fuoco ne avrebbe spazzato il ponte mentre era ancora affollato 
d'uomini ; e si può ritenere per certo che allora ogni tentativo di 
toccare la riva con barche sarebbe fallito.... Io ero talmente con- 
vinto di vedere il comandante del vapore napoletano, aprire il fuoco 



^ Girolamo, 10-1 1 ; Tiirr, Da Quarto, 1 9 ; Castiglia (Sic. e La Masa, XX) ; 
Daily News, 22 maggio 1 860 ; Campo, 1 04. 

^ « Sarebbe impossibile superare l'abilità con cui si effettuò Io sbarco ». 
Lettera d' un testimonio oculare inglese, al Times, 29 maggio ; cfr. anche 
Times, 25 maggio, per un'altra lettera del genere: « Lo sbarco si effettuò 
bravamente e con celerità ed ordine straordinariissimi. » 

' Br. Pari. Papers, 17, pag. 6. 



Esitazione dell'Adori 307 

un'ora più presto ch'egli non fece, che consigliai si spostassero 
fuori del porto i vascelli inglesi [i mercantili], » 

Questo spostamento poi non si effettuò perchè essendosi 
levato un vento contrario, i vascelli mercantili prescelsero di 
rimanere in porto affidandosi al caso. 

L' Acton non ha mai dato al mondo le ragioni del suo 
operato, ma a noi è concesso dedurre dalle sue azioni 
che motivo principale della sua esitazione fosse il sospetto 
naturalissimo, ma del tutto infondato, che l'arrivo quasi 
simultaneo delle navi da guerra inglesi e di quelle degli 
invasori fossero il risultato di una fosca cospirazione inglese. 
E ben a ragione il Governo napoletano e tutti i suoi impiegati 
erano convinti dell' ostilità della Gran Brettagna ; ma erano 
in errore quando la supponevano capace d'ogni genere di 
offesa. Una delle cause principali degli errori di calcolo e 
del timor panico dei napoletani in quell' anno disastroso, fu 
appunto il terrore in cui li mantennero le numerose navi da 
guerra inglesi che essendo di crociera intorno all' isola, si 
aggiravano con ostentazione in quelle acque. Probabilmente 
l'Acton non era più savio del Governo eh' egli serviva, e 
temeva che se soltanto egli avesse dato segno di voler aprire 
il fuoco, quelle lo avrebbero fatto saltare in aria. E i suoi 
sospetti si acuirono quando scorse fra gl'invasori un certo 
numero di soldati in strane divise rosse ch'egli prese per 
inglesi. Allora egli mandò una barca a dar la voce all' Intrepid 
per informarsi se vi fossero truppe inglesi a terra. Ma anche 
quando gli fu risposto di no, che le truppe non vi erano 
bensì i due comandanti delle navi ed alcuni altri ufficiali di 
marina, egli, invece di far fuoco, rinviò un'altra volta i suoi 
all' Intrepid per saper dove potesse trovare il Capitano Mar- 
ryat. Contemporaneamente, quest' ultimo e con lui il suo col- 



308 Garibaldi e i Mille 



lega capitano òelY Argus, Winnington-Ingram, che aveva 
conosciuto e ammirato Garibaldi quindici anni prima in Mon- 
tevideo, ^ montati in barca allo scalo dei magazzini di vino, 
abbordarono lo Stromboli e si abboccarono con T Acton sul 
suo vascello stesso. Parlando correntemente in inglese, ma 
apparentemente « in preda a nervosità ed agitazione ecces- 
siva, » l'Acton disse loro, 

« che era obbligato a far fuoco ; al che noi, aggiunge il Capitano 
Marryat, non opponemmo la menoma obiezione, né altro fu aggiunto 
se non la nostra richiesta che rispettasse la bandiera inglese qua- 
lora la vedesse spiegata al vento e ne fu ottenuta promessa. 
Mentre eravamo a bordo egli non cessò dal far fuoco scusandosi 
quasi perchè gli spari erano bassi, con il dire che non voleva 
cadessero sulla città ma soltanto sugli sbarcati che marciavano 
dal molo alla porta. Stavamo ritirandoci dallo Stromboli, quando 
la fregata {Partenope, 50-60 cannoni) arrivò alla vela e tirò una 
inutile scarica di tutti i suoi cannoni di fianco. » 

Nello stesso tempo un altro vapore, il Capri, appariva 
sulla scena. ~ 

Nelle sue memorie, Garibaldi così ben riassume la situa- 
zione. Non c*era neanche un principio di verità nella diceria 
che gl'inglesi aiutarono « direttamente » lo sbarco — egli dice — 
ma, aggiunge, la presenza delle loro navi « influenzò » il coman- 
dante napoletano facendogli ritardare il bombardamento e così 

« la nobile bandiera d'Albione contribuì anche questa volta a rispar- 
miare uno spargimento di sangue umano, ed io, beniamino di cotesti 
signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. » ^ 

^ Trevelyan, Garibaldi e la difesa di Roma, pag. 41, nota 1 ; Winning- 
ton-Ingram, Cap. VII. 

2 Br. Pari. Papers, 1 7, pagg. 2, 6, 7 ; Winnington-Ingram, 1 97- 1 98. 
-^ Mem., 343. 



/ Mille sono sbarcati 309 



Il bombardamento a cui i due capitani inglesi assistettero 
dal vascello napoletano non era soltanto in ritardo, ma altret- 
tanto mal diretto. Se avessero potuto mirare dritto, i tre 
vascelli napoletani, perduta Y occasione di spazzare e affon- 
dare il Lombardo quando aveva ancora degli uomini a bordo, 
avrebbero pur sempre potuto infliggere danni terribili ai Mille 
che marciavano in colonna per tutta la lunghezza del molo^ 
e da questo alla porta della città. « Quei patriotti sostenevano 
il fuoco da bravi, » ha scritto il capitano Ingram, « e parevano 
esser tutti dei valorosi. Ma noi non ne vedemmo cadere che 
uno. » Per lo più il tiro era troppo corto e i proiettili cadevano 
in mare aperto, ma uno o due volati alti scoppiarono nel 
baglio Woodhouse e per poco non stesero morta la moglie 
del direttore. Garibaldi in piedi sul molo era del più lieto 
umore del mondo e dava la baia a quanti si abbandonavano 
a segni di nervosità. Egli stesso rimase fra gli ultimi fuori 
della porta di Marsala che ora prende da lui il nome; 
era ancora al di qua di essa con il Tiirr ed il giovane 
Giorgio Manin, figlio d'un padre famoso, quando una bomba 
gli scoppiò ai piedi imbiancandoli tutti di polvere. Ma una 
volta tutti dentro le mura non vi fu più nulla a temere. La 
perdita totale di quegl' invasori ammontava a un cane e 
ad un uomo, l'uno ferito in una gamba, l'altro alla spalla. ^ 



^ Si osservi l' illustrazione dello sbarco. Questo ebbe luogo alla punta del 
molo, non dove sorge la pietra commemorativa. Ora (1909) il molo offre un 
alto baluardo verso il mare, ma allora il baluardo era poco più alto di un 
piede, e perciò non serviva da vera protezione {Conv. Mimo e informazioni 
locali). Il Castiglia perciò Io chiama giustamente «Molo scoperto». 

2 Oltre Br. Pari. Papera, 17, e Winpington- Ingram, vedasi Times, 25 
e 29 maggio 1 860, e Daily News, 22 maggio, per lettere di testimoni ocu- 
lari. Castiglia {Sic. e La Masa, XXI); Divis. Tiirr., 25; Girolamo, 14; 
Menghini, 24, 422; Calvino {Guardione, II. 428); Perini, 127; Bandi, 83-86; 



310 Garibaldi e i Mille 



Alle 4,30 tutti erano al sicuro dentro la città salvo i 
Carabinieri Genovesi che Garibaldi aveva lasciati a guardia 
del porto perchè impedissero ai napoletani di sbarcare. A 
bordo dei vapori non rimaneva più niente : i cinque cannoni 
erano stati scaricati con un quarto d'ora di lavoro ammi- 
revole: quanto alle munizioni accatastate sul molo se ne | 
compiè il trasporto in città per mezzo di carri e muli, sotto 
un fuoco ben nutrito ma mal diretto. Da ultimo per ordine 
di Garibaldi si spalancarono alle acque le valvole dei due ; 
vapori onde sommergerli e impedire così che il nemico se \ 
li portasse via. Il Lombardo infatti fu reso immovibile ma, " 
quanto al Piemonte, i napoletani ne operarono il salvataggio 
quella sera stessa e lo tirarono a rimorchio. Arrampicatisi 
su per i suoi fianchi, si gettarono ^ul ponte con grida di • 
esultanza e di vittoria, offrendosi in pascolo alle risa dei 
garibaldini e degli spettatori inglesi che già avevano assistito '^^ 
a un loro tentativo precedente di scalar la nave quando non 
era ancor vuota del tutto e li avevano visti pentirsene a 
mezza via e fare un voltafaccia ignominioso. 

Non appena al sicuro dentro le mura, Garibaldi convocò 
il Decurionato o giunta municipale, i cui membri dettero 
prova cospicua di coraggio, e si arresero pronti alla chia- 

Belloni, 84; Conv. Lipari. Quasi tutti gli scrittori italiani dicono non esservi 
stato alcun ferito, eccetto il cane, ma Garibaldi lasciò all'ospedale di Marsala 
due malati e un ferito nella spalla, vedasi Girolamo, 23, nota. Ciò è corro- 
borato dal Winnington-Ingram, 198-200 e dal Times, 25 e 29 maggio. 

1 Elia, II. 25-26 ; Bixio, I 68 ; Castiglia, {Sic. e La Masa, XXII) ; Turr, 
Da Quarto, 19; Calvino {GuardÌGne, II. 428); Menghini, 29, 422; 
Sampieri, 14; Brandi, 95-100; Perini, 128-129; Bruzzesi, 16, 24, 29; 
Bruzzesi {Dopo 25 anni), 30 ; Daily News, 22 maggio, pag. 5, col. 4 ; 
Giusta, 6 ; Br. Pari. Papers, 1 7, pagg. 6-7. 



Garibaldi assume la Dittatura 31 1 

mata. Dietro suggerimento di Crispi, che dal momento dello 
sbarco nella sua terra nativa in poi agì da segretario politico 
del Generale, essi formularono e firmarono la dichiarazione 
che i Borboni avevano cessato di regnare in Sicilia e l'appello 
a Garibaldi di assumere la Dittatura in nome di Vittorio 
Emanuele. « Io l' accettai senza replica, » scrive Garibaldi, 
« perchè l' ho sempre creduta la tavola di salvezza nei casi 
d'urgenza. » ^ 

Una domanda assai più semplice del Capo dello Stato 
maggiore, il Sirtori, non fu così facilmente esaudita. Prima 
dell' imbarco di Quarto, tutte le librerie di Genova erano 
state frugate da cima a fondo in cerca d' una carta della 
SiciHa, ma senza alcun successo, tanto meschina era la cono- 
scenza dell' isola che gì' italiani del nord avevano in quei 
giorni. E ora Marsala stessa sembrava non meno incapace 
di soddisfare al bisogno, benché il Decurionato producesse 
una carta del Comune di cui Sirtori fece immediatamente 
eseguire tre copie dai suoi ufficiali, e i marsalesi s' indu- 
striassero a dare per bocca la descrizione fisica e geografica 
di Salemi, la città montana più vicina. "^ Forzato perciò a 
basarsi su informazioni così sommarie, Garibaldi fece quella 
notte stessa il suo piano di campagna. Avrebbe marciato 
con la massima rapidità a Salemi dove, per essere la 
più vicina posizione difendibile, avrebbe potuto sfidare gli 
attacchi dei borbonici da qualsiasi lato venissero, dar riposo 
ai suoi Mille e raccogliere sotto il suo vessillo le squadre 

^ Vedasi il documento con la firma per disteso, in Girolamo, 1 9 ; 
Girolamo, 15, 20; Crispi, Diario, 20-21, nota; Mem., 344; La Masa 
(5ic.), 1 1 ; Bruzzesi, 1 4. Da tutte queste autorità risulta che la Dittatura fu 
offerta ed assunta per la prima volta a Marsala, non a Salemi, come si afferma 
spesso. 

^Bruzzesi, 35; Girolamo, 15-16. 



312 Garibaldi e i Mille 



dei distretti montuosi sulle quali si poteva fare assegnamento 
come quelle che avrebbero maggior ardore di zelo marziale 
che non gli abitanti delle città costiere. Ma lungi da lui era 
r idea di protrarre la difensiva e d' ingaggiarsi in una guer- 
riglia sui monti. Sua intenzione era di marciare direttamente 
da Salemi su Palermo. ^ 

Quella notte, insieme con la gioia inebbriante di aver 
compiuto felicemente lo sbarco con ciò ch'era necessario alla || 
guerra, un altro sentimento prevaleva fra i Mille, il disin- 
ganno di quel loro primo contatto con i siciliani. Nella loro 
completa ignoranza del sud, i settentrionali s' erano imaginati il 
di trovare nei figli della « Terra dei Vespri » dei compagni 
d'armi eguali a loro nel coraggio e nelle aspirazioni. Tro- 
vavano invece una gente il cui linguaggio capivano a stento 
e la cui cordialità politica e ospitalità (non dubbia, ma gua- 
stata dall'abitudine di appartare le loro donne, come turchi) 
non parevano render i più d' essi desiderosi di battersi, 
ne supplire alla loro ignoranza assoluta in fatto di guerra 
regolare. Solo Garibaldi sembrava confidente e soddisfatto. 
« Pazienza, pazienza », fu la sua risposta alle lagnanze del 
giorno dopo contro i siciHani, « vedrete che tutto andrà 
bene ». E in verità, s'egli avesse nutrita la stessa irrita- 
zione del Bixio e della maggioranza dei Mille contro i suoi 
nuovi alleati, non se ne sarebbe mai accaparrata quella fiducia 
e quell'adorazione straordinaria che vanno annoverate fra 
le cause prime del suo successo. Il dissidio fra il nord e 
il sud rimase poi sempre più o meno sensibile in quel campo 
di patriotti, dal giorno che scesero a Marsala in poi; ma 
non fu così per Garibaldi che continuò a essere la vera 
personificazione dell' unità italiana, riuscendo, là dove un 

i Bandi. 108; Baratierl, 390-391. 



Gl'invasori e la Chiesa 313 

politicante più abile avrebbe fallito, a trascinarsi dietro e 
il sud e il nord fino a partita guadagnata/ 

La sua attitudine affettuosa verso i siciliani era dovuta 
a un misto di sagacità e di semplicità difficile ad analizzarsi 
e supremamente caratteristica dell'indole sua. Lo stesso 
potrebbe dirsi della cordialità eh' egli mantenne in Sicilia 
verso la Chiesa, attitudine altrettanto intollerabile a molti 
suoi fidi del nord, quanto era essenziale alla riuscita del- 
l' impresa. Fin dalla prima sera in Marsala non mancarono 
prove che in quell' isola strana non soltanto il sacerdozio 
ma la grande maggioranza dei corpi religiosi parteggiavano 
per la rivoluzione anche quando allegavano la povertà dei 
loro conventi per dispensarsi dal supplire più che scarsamente 
ai bisogni dei loro campioni. Fatta eccezione dei reazionari e 
impopolari gesuiti eh' egli non tardò ad espellere dall'isola, 
Garibaldi non permise mai che si estorcessero contribuzioni 
a chicchessia. Quella stessa prima notte in Marsala i Gesuiti 
furon costretti ad alleggerirsi delle loro coperte gettandole 
riluttanti e poche alla volta giù dalla finestra all'ufficiale che 
aspettava nella strada. Ma il grave e ascetico ex-prete Sirtori 
era nello stesso tempo mandato in ronda da Garibaldi a tener 
a freno i mangiapreti dei suoi Mille perchè non trascen- 
dessero a insulti personali nemmeno contro i Gesuiti. Perfino 
un altro membro del suo Stato Maggiore, il Gusmaroli, 
anche lui un ex-prete ma di stampo diverso e più grosso- 
lano, non poteva persuadersi del valore di una rivoluzione 
che risparmiasse la Chiesa ; ma la paura del Generale curvava 
sotto il suo pondo anche gli spiriti più scatenati, ed egli 



^ Bandi, 114-116; Mss. Bologna, Bixio. Quest'asserzione mia è il risul- 
tato di tante prove scritte ed orali, e la chiave di tante memorie sopravvissute 
al tempo, che a darne dimostrazione completa si richiederebbe un saggio a parte. 



314 Garibaldi e i Mille 



continuò fino all' ultimo a ricevere l'appoggio attivo di preti, 
monaci, vescovi e frati. « E vero, sono i nemici delle idee 
moderne di progresso — disse egli a uno dei suoi un mese 
più tardi — ma sono soprattutto i nemici dei Borboni »/ 

All' alba del giorno seguente, 1 2 maggio , il piccolo 
esercito prese le mosse per Salemi. ^ Garibaldi, Bixio ed 
altri pochi ufficiali avevano delle cavalcature procurate in 
Marsala, ma parte dello Stato Maggiore e parte delle guardie 
a cavallo dovevano ancora tirar avanti a piedi. ^ Fuori della 
porta verso terra tutto era festa. Il monte Erice là al nord 
sull'orizzonte, il mare su cui scivolavano via, scornate, 
rimorchiando il Piemonte, le fregate napoletane e la folla 
entusiasta uscita da Marsala a salutare i Mille con un « Dio 
v'accompagni », tutto era dorato dal sole nascente. Un pugno 
di marsalesi s' era lasciato andare fino al punto di arruolarsi 
e di essi ve ne furono che si batterono anche e sparsero 
il loro sangue sul campo di Calatafimi, ma altri scapparono 
quel giorno stesso portandosi via le armi da fuoco che 
avevan ricevute in prestito. * Il console inglese che cavalcò 
per un tratto a fianco di Garibaldi ricevette in consegna 
una borsa di lettere private per le mogli e le famiglie degli 
invasori incaricandosi di farle pervenire a destinazione. ^ 

Tutti esultanti di gioia, i Mille s' incamminarono per la 
landa deserta chiamata sciara fin dai tempi degli arabi, che 

1 Bandi, 103-107, ]27-]33; Divisione Turr, 28; De Cesare, I. 300-301; 
II. 316-317; Menghini, 75; De Sivo, III. 252-254; Elia, II. 29; Mario, 
Mac, 247. 

^ Si segua da qui in poi la carta Sicilia occidentale. 

3Cfr. Bandi, 109, 115-116, con Abba, Noter., 46, 295. 

* Cfr. Bandi, 111, con Girolamo, 23-24. 

^ Menghini, 24 ; Bruzzesi, Dopo 25 anni, 30 ; Bandi, 1 10 ; Whitaker, 276; 
Abba, Noter., 46-48. 



// prima bivacco 315 



si stende per qualche miglio dietro Marsala. Poi s'inoltra- 
rono per il verde mare ondulato di campi a grano e fave 
che alternandosi con praterie incolte, costituisce l' interno 
dell' isola. Rarissime erano le abitazioni perchè i lavoratori 
dei campi e i pastori avevan le loro case nei lontani e 
popolosi paesi dei colli e quanti portavano in cuore le 
memorie dell' America meridionale andavano confrontando 
quel paesaggio alle Pampas. A rari intervalli le grandi 
fattorie di qualche ex feudo ^ largivano acqua da un pozzo. 
La vampa e 1' arsura eran terribili quel giorno e non fu se 
non piantandosi alle fontane con il revolver in pugno che 
il Bixio, salvò i suoi uomini dai malanni che, si riteneva, 
si sarebbero procurati bevendo a lunghi sorsi. A mezzo 
giorno fecero sosta nelle fattorie Chitarra e Butagana dove 
si procurarono acqua e vino. A questo punto la strada 
maestra finiva bruscamente in un vero viottolo erboso, per 
cui era arduo far avanzare i carri dei cannoni ancora senza 
affusti e affidati per il trasporto agli sforzi dei marinai tra- 
sformati in artiglieri. Garibaldi marciò una gran parte del 
giorno a piedi chiacchierando allegramente con i soldati. 
Sul far della sera, mezzi disfatti dal calore sofferto, i Mille 
arrivarono all' ex feudo di Rampagallo che sorge con la sua 
torre in un luogo solitario circondato da poggetti bassi, 
tenendosi quasi in disparte dal viottolo scosceso che ve li 
aveva portati. Fu eretta una tenda per Garibaldi ma il suo 
piccolo esercito dormì intorno a lui a cielo scoperto. Mancava 
la legna per i fuochi del bivacco, e nella notte si dette a 
! piovere. Le miserie della guerra eran già cominciate. ' 



^Vedasi più sopra pag. 185, nota 3, per gli ex feudi. * 

2 Girolamo, 24-25 nota ; Abba, Bixio, 88-90 ; Capuzzi, 20-24 ; Crispi, 
Diario, 20; Menghini. 422; Abba, Noter., 48-49; Bandi, 116-124. 



316 Garibaldi e i Mille 



Nella sera stessa a Rampagallo la prima squadra genuina 
venne a unirsi a loro, tutti fattori di campagna, bei pezzi 
d' uomini e ben montati, con fucili che portavano attraverso 
r arcione. Li conducevano il barone S. Anna, magnate del 
territorio d'Alcamo per una parte, e don Alberto Mistretta - 
di Salemi e Rampagallo per il resto. Garibaldi si cattivò 
subito i loro cuori e spedì il La Masa a Salemi per pre- 
parare quegli abitanti al suo ingresso del giorno dopo. Il 
La Masa che era nel suo elemento, come oratore da piazza 
e capo-popolo nella sua Sicilia da cui era stato bandito per - 
undici anni, si giovò dell'assistenza attiva dei preti del luogo per ] 
rinfocolarvi l'ardore popolare. E il giorno dopo (13 maggio) i 
mentre i Mille s' inerpicavano per l' erto sentiero ^ che attra- ì 
verso i radi oliveti conduceva in alto alla piazza fuori del 
castello e della porta, i campanili della città scampanarono 
a festa e la popolazione si riversò giù per la discesa incontro 
ai liberatori gridando evviva al nome d' Italia e di Vittorio 
Emanuele, con uno slancio che mitigò di molto l' impressione 
della timida accoglienza dei marsalesi.' 

In salvo sull'altura di Salemi da cui si godeva il panorama 
del mare e della costa degradante al sud, Garibaldi aveva 
vinto ancora una volta in celerità i suoi tardi nemici che avreb- 
bero dovuto affrettarsi ad occupar la città prima di lui forzan- 
dolo così a tenersi nei bassipiani. Egli invece si era già aperte 
le comunicazioni con il centro dell'isola, aveva chiamate a 
riscossa le squadre dei monti, e s'era portato coi suoi sulla 
strada di Palermo. Ma se gli si stendeva davanti, la strada 

1 Oggidì vi è una strada ; ma nel 1 860 l' artiglieria dovette fare un giro 
di qualche miglia al sud se volle superare la collina e arrivare in Salemi. 
Bruzzesi, Dopo 25 anni, 32; Oliveri, 25. 

2Capuzzi, 25; La Masa. {Sic), XXV, XXVI, 14-16; Oliveri. 14-19; 
Bandi, 125-126; Menghini, 423. 



Garibaldi giunge a Salemi 317 

non era però aperta e gli rimaneva ancora da superare una 
battaglia con il generale Landi che quella stessa mattina 
(13 maggio) s*era messo in marcia da Alcamo a Calatafimi. ^ 

Fu proprio nella sera del 13 che la notizia dello sbarco 
di Marsala si sparse nei circoli ufficiali di Torino. E quella 
sera un' ora avanti la mezzanotte un grosso signore con gli 
occhiali rincasava per via Carlo Alberto zufolando con un 
certo giubilo meditabondo, e stropicciandosi le mani. Infilò 
la porta e sparì, ma non prima che un passante l'avesse 
riconosciuto per il Conte di Cavour.^ 

^Mss. Napoli, Landi; Baratleri, 390-391. 

^ Ghiaia, IV. pag. CLXXVIII (informazione diretta del Cesana). 



CAPITOLO XIV. 
La battaglia di Calatafimi. 



In guerra, nelle ore oscure del periglio, sui cigli 

esposti del campo, la speranza si accendeva in lui 

come colonna di fuoco, quando in ogni altro era 

spenta. 

CARLYLE: Cromwell. IH. 30. 



La nuova dello sbarco di Marsala passò come soffio di 
vento sugli altipiani della Sicilia occidentale facendovi avvam- 
pare di subita fiamma le ceneri tepide dell' insurrezione. 
Sulle vette dell' Inserra che dominano Palermo, Rosolino 
Pilo infuse nuovo vigore nell'ultimo pugno dei suoi fedeli 
annunziando loro che la sua anticipata promessa della venuta 
di Garibaldi si era finalmente avverata. ^ Nelle più remote 
regioni interne dell' isola, non lungi da Roccamena, una schiera 
di albanesi di Piana dei Greci ^ fedeli al loro vecchio 
istinto di popolo balcanico vagava di posto in posto esortando 
invano i meno ardimentosi villici siciliani a unirsi a loro, e 
portando via le armi da fuoco a chi rifiutava. Questo drap- 
pello di bravi, votati a un'impresa disperata, udì la gran 
novella il 12 maggio per bocca di un solitario cavalleggero. 
Allora marciarono senz'indugio su Corleone, dove, accolti 
festosamente dagli abitanti, essi stessi quasi pazzi di gioia, 
trovarono che già vi si formavano nuove squadre per il campo. 
Il 1 3 e il 14 maggio infatti ben circa 1 000 uomini andavano 
a ingrossare le file di Garibaldi a Salemi, accorsi in parte 



^ Vedasi più sopra a pagg. 204-206. 
^ Vedasi più sopra a pag. 203. 



320 Garibaldi e i Mille 



da Alcamo, ma in numero assai maggiore da Monte San 
Giuliano, un villaggio appollaiato sul Monte Erice e fuor 
delle granfie della guarnigione di Trapani. 

Gli uomini delle squadre rappresentavano il tipo più 
robusto del villano; certuni vestivano pelli di pecora non 
conciate, ma i figli dei campagnoli più agiati presentavano 
all'occhio un insieme pittoresco con il loro cavallo, i loro 
abiti di velluto e gli stivaloni bassi alla foggia siciliana. 
Erano quasi tutti armati di fucili all' acciarino e tromboni. 
Stando a quanto ce ne dice uno scrittore siciliano che 
assistette all'intero movimento, appena appena la maggio- 
ranza d' essi toccavano i venti anni, così che erano stati 
soprannominati i picciotti, o giovincelli. Non erano esercitati 
al comando militare ne riconoscevano disciplina alcuna; si 
attruppavano alla rinfusa dietro i loro capi, signori degli 
ex-feudi, pronti a seguirli fin dove loro piacesse. Tanto 
gli amici che i nemici però continuarono ad aspettarsi da 
loro grandi cose fino a quando la battaglia di Calatafìmi 
venne a dimostrarli inetti alla guerra in campo aperto ; ma il 
solo fatto del loro insorgere produsse notevoli conseguenze 
d' ordine militare poiché grande fu l'effetto morale eh' esso 
ebbe sui napoletani e in particolare sui loro comandanti 
troppo impressionabili, ^ 

Prima che Garibaldi spiegasse le vele da Quarto, v'erano 
in Sicilia 24,864 uomini di truppe regolari, ^ e di questi, 
quattro quinti stavano a guardia di Palermo e delle suej 
vicinanze. Eppure il vecchio Governatore Castelcicala, che' 

1 Paolucci, Pt/o, 267-268; Piana dei Greci, 33-37; Franciosi, 15-16; 
Conv. Paternostro; Corico, 15-16; Fazio, 25-26, 44; Capuzzi, 28-29; 
Baratieri (N. A.), 394-395; Abba, Noterelle, 50-51, 54-55; V. M., 20j 

2 De Sivo, III. 12. Tutte le cifre contenute in questo volume circa le forze 
napoletane, sono desunte interamente da fonti ufficiali napoletane. 




GARIBALDI 
(Da una fotografia fatta il 20 giugno 1860 in Palermo). 



/ Napoletani muovono contro Garibaldi 321 



aveva combattuto tra le file degli inglesi a Waterloo, dal 
momento che fu avvisato della presenza di Garibaldi nel- 
l'isola, non si sentì al sicuro nemmeno dentro le mura 
stesse di Palermo. ^ All'annunzio dello sbarco dell' 1 1 maggio, 
egli aveva telegrafato a Napoli domandando che si spedissero 
nuove truppe a Marsala per via di mare, così che, coope- 
rando l'azione del Generale Landi, esse venissero a chiudere 
gì' invasori fra due fuochi, sorprendendoli per quanto si 
potesse, nel punto più vicino al luogo d'approdo. Il Re 
Francesco e i suoi Ministri accettarono prontamente il piano 
di lui e fra r 11 e il 12 maggio, il Generale Bonanno e 
un nucleo forte di tre o quattro battaglioni lasciavano le 
acque di Napoli per Marsala, dove si aspettava che arri- 
vassero dentro le ventiquattro ore. Ma il 14 maggio essi 
non avevano ancora girato il Capo S. Vito e poiché Gari- 
baldi aveva già da un pezzo spiegato il volo sui monti di 
Salemi, si ritenne inutile lasciarli andare più lontano in cerca 
di lui. Si fecero invece sbarcare a Palermo perchè si unissero 
alle già immense forze che proteggevano la capitale. ^ 

Nello stesso tempo il Generale Landi, a sua volta non 
meno in ritardo del Bonanno, con il quale avrebbe dovuto 
operar di conserva per sorprendere gl'invasori in quel di 
Marsala, si andava spiccando lento e a malincuore dalla sua 

^ De Cesare, I. 64 ; Nisco, Francesco II. 32 ; Mss. Palermo, Polizia, 
1 238 ; sue lettere del 1 3 e 1 5 maggio. 

2 Secondo De Sivo, III. 193-194, e De Cesare, II. 222-226, il Bonanno 
aveva quattro battaglioni. Un battaglione dell'esercito napoletano contava sette 
compagnie (De Sivo, III, 1 2 1 ) e talvolta sei soltanto (Mss. Napoli, Landi) ; 
una compagnia contava 160 uomini nominalmente, ma spesso meno in pratica 
(De Sivo, III. 121-122); così un battaglione era di circa 1000 uomini. La 
Cronaca, 84, però, parla non di ventiquattro, ma soltanto di sedici compagnie 
del Bonanno. 

Garibaldi 2 1 



322 Garibaldi e / Mille 



base a Palermo. Contava settant'anni e seguiva le sue truppe 
in vettura. In sei giorni egli e le sue truppe avevano percorso 
trenta miglia toccando Alcamo il 12 maggio; colà la vista 
della loro artiglieria, non mai prima d' allora comparsa su 
i paesi dei colli, fece cascare il cuore ai patriotti cui pareva 
incredibile che Garibaldi stesso potesse tener testa a ordigni 
di quella fatta. ^ Nella notte marciarono su Calatafìmi, uno 
squallore di città sul declivio di un monte alla cui vetta 
conica facevan corona i ruderi d' un castello saraceno. In 
tutte le età, Calatafìmi era stata una posizione d' importanza 
strategica perchè dominava Y incontro di due strade maestre 
Tuna da Trapani, e l' altra da Salemi che poi per Alcamo 
conduceva a Palermo. Nel 1860 queste erano le sole strade 
carrozzabili di quella parte dell' isola, ed era di là che 
Garibaldi doveva passare se voleva avanzarsi direttamente 
sulla capitale con le sue famose batterie. 

Arrivando a Calatafìmi la mattina del 13, il Landi non 
aveva al suo comando, oltre la cavalleria e l'artiglieria, che 
un solo battaglione ; ma altri due battaglioni, che da Palermo 
erano stati inviati a Trapani per via di mare appunto per 
unirsi a lui, vennero presto a ingrossare le sue forze. Questi 
nuovi venuti, tolti dal 1 0° reggimento di linea e dall' 8*^ del 
bel corpo dei Cacciatori, comandati dal Maggiore Sforza, 
portarono il numero della fanteria del Landi a 3000 uomini 
con un fornimento completo di batterie e di cavallei ia. ^ Egli 
non ignorava che Garibaldi fosse a Salemi, otto miglia più 
al sud, ma non sapeva il numero dei suoi ed era nell' inca- 



* Fazio, 41. 

2 Mss. Napoli, Landi. Il Land! stesso ammette che i tre battaglioni com- 
prendevano venti compagnie. De Sivo, ili. 1 97 ; anche lui li calcola intorno 
a 3000. 



// general Laudi a Calatafimì 323 

pacità di procurarsi informazioni a causa dell'ostilità della 
popolazione. Lo stato di fermento delle campagne gli incuteva 
timore eccessivo. Già si abbandonava a ogni sorta d'ansietà 
circa la sua base e la sua ritirata in Palermo perchè alle 
sue spalle i « banditi » correvan le strade e avevan tagliati 
i fili telegrafici e rotti i semafori. Rimase così inoperoso 
in Calatafimi fino al 15, inviando dei rapporti agitati al 
Castelcicala che non era meno allarmato di lui al saper le 
strade occupate e il telegrafo alla mercè delle bande dei 
ribelli. ' 

La mattina del 1 5 gli pervenne l'annunzio che il nemico 
usciva da Salemi avanzandosi sopra di lui per la strada 
maestra di Vita. Aveva a sua scelta tre vie possibili : 
O assumere l' offensiva e affrontare il nemico a mezza via ; 
o concentrare i suoi battaglioni sotto i suoi proprii occhi 
alla difesa di Calatafimi; o ritirarsi ingloriosamente, ma non 
battuto, sulla capitale come infatti, a suo proprio dire, il 
Castelcicala gli aveva ordinato quella mattina stessa. " Ma 
mancandogli il buon senso di adottare uno di questi tre 
piani, egli stesso rimase là a mezza costa -nella città adagiata 
all'ombra del suo castello saraceno, e di là continuò a disse- 
minare distaccamenti delle sue forze in direzioni diverse 
onde, per usare i termini di cui egli stesso si valse, « imporsi 
moralmente sul nemico in vista del quale le mie truppe circo- 
lavano per la campagna » . Con questa mira in vista, F 8° Cac- 
ciatori con il Maggiore Sforza occupò l'altura del Pianto 
dei Romani su cui oggi sorge il monumento commemorativo 
della battaglia ; il caso volle che, sebbene non l' avessero 



» Mss. Napoli, Laudi; De Cesare, II. 200-202; Mss. Palermo, Polizia, 
1 238 ; lettere del Castelcicala, 1 3 e 15 maggio. 
^ Vedasi Appendice M, « Calatafimi », II. 



324 Garibaldi e i Mille 



sceka a questo scopo, quella fosse una buona posizione 
difensiva. ^ 

Dal pomeriggio del 1 3 alla mattina decisiva del 1 6 maggio 
Garibaldi era rimasto in Salemi. Ivi aveva riposato i suoi 
uomini bene accolti nei monasteri e nelle case private ; aveva 
fatto allestire in fretta e furia degli affusti per l' artiglieria ; 
si era provvisto di picche e fucili per tutti quelli che erano 
accorsi con le squadre senz' esser forniti d'armi ; finalmente 
si era fatto proclamare una seconda volta Dittatore di Sicilia 
in nome di Vittorio Emanuele, dando alla proclamazione 
tutta quella pompa e pubblicità che le era mancata in Marsala 
dove la cosa s'era passata alla spiccia e inavvertita. La cerimonia 
celebrante l'assunzione della Dittatura, in seguito all' invito del 
Decurionato di Salemi, aveva avuto luogo nell'edifìcio del 
vecchio municipio, poi Garibaldi s'era mostrato al balcone che 
sovrasta alla loggia di pietra, in vista della popolazione entu- 
siasta, adunata nella piazzetta di sotto. Tutta Salemi aveva 
votato il suo cuore a quell' uomo portentoso, ma essendo allo 
stesso tempo prudentemente bramosa di assicurarsi se il gran Re 
Vittorio Emanuele gli avesse dato veramente il suo appoggio, 
non era mancato chi, con fine accortezza gli aveva domandato 
perchè portasse la camicia rossa e non l' uniforme regia. ^ 



^ Mss. Napoli, Landi, corroborato anche dal Maggiore Napoletano nella 
sua lettera stampata in Sampieri, 28. Il Landi erroneamente dà il nome di Monte 
Barbaro invece di Pianto dei Romani, ma ciò non toglie chiarezza al suo signi- 
ficato. Io mi sono attenuto al nome romantico di Pianto dei Romani, perchè il 
nome aveva colpito Garibaldi e i suoi dopo la vittoria, e tutti avevan creduto 
sulla leggenda attaccata al luogo, di una sconfitta subitavi dai romani. In realtà 
il nome non è che una versione corrotta del siciliano Chianti di Rumani, 
il cui vero significato è «vigneti della famiglia Romano». Ciàmpoli, 919; 
Sampieri, 31-33; Pietraganzili, II. 60; Abba, 129. 

2 Leggi, n. 1 ; Oliveri, 29-43; Corleo, 8-14; Bandi, 139; Sampieri, 24. Il 
Corleo non è in tutto esatto, come, per esempio, a proposito dei fucili, pag. 1 2. 



Garibaldi a Salemi 325 



Il primo atto del nuovo Dittatore fu un decreto di coscri- 
zione per l'isola intera, il quale rimase poi lettera morta. 
Pure, il movimento delle squadre si andava allargando, 
promosso anche dai rapporti a bella posta esageranti il numero 
degl'invasori, che i Mille siciliani avevan fatto circolare, 
con l'arte oratoria del La Masa e del Pantaleo, un frate 
dei dintorni che si attaccò alla persona di Garibaldi in 
Salemi. Il Pantaleo era un semplice e schietto entusiasta, 
impavido alla prova del fuoco, che malgrado le molte occasioni 
offertegHsi per ottener ricchezze ed onori, seppe vivere e 
morire fedele al suo voto francescano di povertà. Da Salemi 
in poi Garibaldi gli fece sempre posto alla sua mensa. 
« Ecco — aveva detto — il nostro nuovo Ugo Bassi », e 
si era dato a narrare un'altra volta del buon prete Don Verità 
che gli aveva salvata la vita nel '49. E non risparmiò delle 
reprimende al GusmaroH e agli ancor meno temperati membri 
del suo Stato Maggiore che facevano il cipiglio alla vista 
d'un uomo di chiesa seduto alla loro tavola, e da ragazzi 
maleducati gli usavano inciviltà grossolane non appena il 
Generale voltava le spalle. ^ 

Il 14, Garibaldi, accompagnato dal Tiirr, suo primo 
aiutante di campo, ispezionò a cavallo il terreno verso 
Calatafìmi, dove aveva spediti drappelli di guide e spie, 
a tener d'occhio i napoletani. Giacche il Landi non sem- 
brava voler avanzare su Salemi, a Garibaldi non rimaneva 
che scegHere fra l'attaccare lui stesso il nemico, il 15, 
aprendosi così a forza la strada diretta della capitale, o 
l'incamminarsi nella direzione est per i viottoli conducenti 
a S. Ninfa e Corleone da cui avrebbe potuto inoltrarsi nel- 

^Dioìs. TUrr, 28: Bandi, 127-133; L'Ora, 26-27 maggio 1901; 
Leggi, pag, 4, n. 2; Corico, 9; Campo, 106-107; Franciosi, 16. 



326 Garibaldi e i Mille 



r interno del paese e temporeggiarvi, o dirigersi su Palermo 
descrivendo una curva fra i monti. Il Sirtori era finalmente 
riuscito a procurargli una gran carta della Sicilia trovata al 
municipio, ed egli passò la sera del 14 studiandola attenta- 
mente. Può darsi che fin dal principio egli avesse deciso 
di attenersi al partito più audace e dar battaglia senza indugio 
affine di circondarsi del prestigio della vittoria, la sola magia 
da cui potesse aspettarsi salvezza. Ma in fatto di misure 
militari veramente decisive, egli serbò sempre il silenzio, 
e così sul finire del 14 maggio gli abitanti di Salemi tre- 
mavano ancora di vederlo marciare verso Y est abbando- 
nandoli alla vendetta del Landi. Financo gli aiutanti di campo 
del Generale voltandosi a dormire nel letto si domandavano : 
« Dove andremo domani? » ^ 

Poco prima dello scoccare delle tre del 15 maggio, 
Garibaldi si svegliò e chiamò il suo aiutante di campo dalla 
camera contigua. Il Bandi accorse a ricevere i suoi ordini. 
« Guardate fuori dalla finestra. Piove ?» — chiese il 
Generale — « Deve aver piovuto, — rispose il Bandi — 
ma adesso vedo un gran bel sereno. » — « Buon segno » 
— esclamò Garibaldi, scendendo di letto. 

Poi che gli ebbero apprestata la solita tazza di caffè 
con cui egli si rinvigoriva sempre per la giornata, quattro 
dei suoi giovani ufficiali incaricati di messaggi diversi, furon 
spediti di qua e di là a svegliare il Sirtori e il Tiirr con 
l'ordine che scotessero dal sonno l'esercito e lo mettessero 
in marcia. Soltanto il Bandi rimase con il suo capo che fino 
allora aveva percorsa la stanza su e giù a gran passi, e 

1 Bandi, 140-141; Corico, 11, 15; Baratieri, 392, 395-396; Divis. 
Turr, 29; Calvino {Guardione, IL 431-434); Oliveri, 31-33; Menghini, 423. 



La sveglia 327 

d' un subito lo sentì intonare un' arietta. Il guerriero con- 
sumato di cinquantatre primavere, sul punto di attaccare un 
nemico incalcolabilmente superiore di numero in un conflitto 
da cui bisognava uscire o vittoriosi o morti, cantava come 
r amante sul punto di vedere T amata, perchè la brama del 
suo cuore stava per esser soddisfatta. « Quando le cose della 
patria Vanno bene, bisogna essere allegri » — spiegò egli 
al Bandi. 

Un momento dopo la cornetta squillò la diana per le 
strade della città addormentata e con variazioni tali che 
parvero infondere un incanto su Garibaldi. « Che cara sveglia 1 
Non è parso anche a voi di sentir nel cuore un non so che?... 
Un non so che di malinconico e d'allegro che non si può 
spiegare. Mi rammento di aver sentita questa sveglia un'altra 
volta, la mattina in cui vincemmo a Como... Correte a 
chiamarmi quel trombettiere. » Il trombettiere, l' unico trom- 
bettiere dei Mille, comparve subito alla sua presenza e gli 
disse di averla infatti appresa l' anno avanti nella campagna 
delle Alpi e che era proprio la sveglia di Como. « Bravo 
— disse Garibaldi — suonate sempre quella sveglia. Avete 
capito ? Non ve ne dimenticate. » ^ 

Nel giro di un'ora il piccolo esercito era radunato fuori 
della città sulla larga spianata a mezzo il colle che forma 
una piazza d' armi naturale in piena vista della costa marina 
meridionale alla quale essi stavano per voltare le spalle una 
volta per sempre. Era una scena animata. Vi erano tutte le 
squadre armate e l'intera popolazione di Salemi venuta ad 
acclamarli mentre sfilavano. A quell'ora tutti sapevano che 
stavano per battersi e i Mille, intonando l'inno « cantato 

1 Bandi. 141-144. 



328 Garibaldi e i Mille 



dai volontari lombardi del Manara », all'assedio òì Roma/ 
si avviarono giù per le spire della strada del nord fino 
all'imo della valle profonda che bisognava risalire per arrivare 
a Vita. Questa valle, come tante altre che fendono le brulle 
montagne della Sicilia, è lussureggiante di pini e cipressi, 
d' alberi da frutta e siepi frondose, di aloe e cactus, e resa 
ubertosa dalle limpide acque d' un fiumicello scorrente lungo 
un filare di pioppi. In quel primo sbocciare dell'estate 
siciliano, la valle, fresca per la recente pioggia notturna e 
iJlegrata dal canto mattutino dell'usignolo, cullava i suoi 
mille olezzi pronta ad esalarli al primo apparire del sole. 
La natura sembrava in armonia con il cuore di Garibaldi 
e dei suoi. Ma al rimontare della strada all'altro capo della 
valle, verso Vita, la scena cominciò a trasformarsi ancora, 
facendosi montuosa e brulla, sebbene in maggio i declivi 
delle colline verdeggiassero di tenero grano. ^ 

Girata una collina, i Mille si trovarono improvvisamente 
nelle strade nude ed aspre del villaggio di Vita che se 
ne sta appollaiato sull'alta spianata o spartiacque dei fiumi 
correnti al sud dalla parte di Salemi, al nord dalla 
parte di Calatafimi. La colonna fece alto in Vita dove tutti 
comprarono, riempiendosene le tasche, aranci, limoni e altre 
provviste che giovaron loro non poco nel pomeriggio ardente. 
Garibaldi intanto era sempre in sella ad esplorare le alture 
sul fianco nord-est.^ 

La marcia fu ripresa un po' più tardi nella mattina. 
Percorso un miglio circa di strada di là da Vita, giunsero 

^Capuzzi, 28. Paobabilmente egli vuol dire l'inno di Mameli. Vedasi 
Trevelyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, pag. 209 e nota. 

^Oliveri, 44, descrive abilmente il cambiamento di scena. 

* Calvino {Guardiane, II. 434). Da qui in poi si veda la cartina inserita 
nella carta della Sicilia occidentale : « Battaglia di Calatafimi ». 



Si dispiegano le truppe 329 

all'orlo settentrionale dello spartiacque da cui la strada si 
avvalla giù un'altra volta. A questo punto, lasciata l'artiglieria 
sulla strada maestra, essi svoltarono a destra seguendo il sentiero 
che sale il declivio settentrionale del monte Pietralunga sulla 
cui alta cima essi trovarono già seduti Garibaldi e il suo Stato 
maggiore. Questi stavano osservando vari distaccamenti di 
truppe napoletane che marciavano per la campagna al di qua 
di Calatafimi, e in particolar modo 1' 8° Cacciatori del 
maggiore Sforza a cui appunto in quel momento era capitato 
di trovarsi sull' altura del Pianto dei Romani, un' alta vetta 
di faccia a quella di Pietralunga e divisa da questa per 
una valle breve ma cupa. ^ 

Le truppe del Landi mandate in giro da lui quella mattina 
per « imporre moralmente sul nemico », erano ammirabil- 
mente riuscite nel loro intento con le squadre. Questi siciliani 
avevano indietreggiato sulle alture all' est di Pietralunga 
e all'ovest della strada maestra, disponendosi ad assistere 
alla battaglia come gli spettatori di un teatro greco. Non 
più di 200 si lasciarono condurre dal Sant'Anna di Alcamo 
nel folto della mischia a sostegno dell'ala destra di Garibaldi ; 
i rimanenti, forse 800 tutti contati, si appagarono di sparare 
i fucili in aria e di gettare alte grida a distanza, in vista 
dei combattenti. Giustamente Enrico Cairoli disse, scrivendo 
a sua madre: « Le squadre siciliane non sono assuefatte ai 
nostro genere di guerreggiare ; esse son buone dietro i ripari, 
ma mancano di sangue freddo per caricare alla baionetta. » ~ 

Lo Sforza e il suo battaglione dell' 8^ Cacciatori erano 
a ragione annoverati tra il fiore dell'esercito napoletano. Non 



^ Per queste mosse dei Borbonici si veda più sopra, pagg. 323-324. 
2 Cairoli, 331; Floiitta, 70; Fazio, 43; Capuzzi, 34; Elia, IL 33 
Bruzzesi, Dopo 25 anni, 37; Rustow, 159. 



330 Garibaldi e i Mille 



erano poltroni e scorgendosi di fronte sul monte Pietralunga, 
non le uniformi piemontesi, come avevano temuto, ma dei 
costumi cittadineschi non distinguibili a distanza dalle squadre, 
e delle camicie rosse che presero per giubbe di galeotti 
fuggiti dal carcere,^ lo Sforza e i suoi uomini si sentirono 
allargare il cuore e si batterono liberi da quel presentimento 
di sconfìtta che gravò in molte occasioni future sul cuore 
dei loro camerati negli scontri con Garibaldi. Gli ordini 
ricevuti dallo Sforza dicevano « circolare per la campagna », 
non « impegnar battaglia » ; essendo però un ufficiale d'animo 
ben diverso dal suo capo bamboleggiante, che continuava 
a indugiarsi in Calatafìmi, egli risolse di assumersi la respon- 
sabilità di far piazza pulita di quella feccia, ricacciandola 
in Salemi. ^ 

Mezzogiorno era appena suonato e faceva un caldo 
bruciante. Garibaldi era sempre seduto sulle roccie di talco 
trasparente e scintillante che coronano le vette del monte 
Pietralunga e vicino a lui sventolava la bandiera itaHana. 
Proprio sotto a lui sull'ampia falda del monte, i suoi Mille, 
nei loro abiti dimessi eran scaglionati per compagnie in 
ordine di battaglia, e più giù a mezza via dalla valle, 
i Carabinieri genovesi si schieravano in linea di difesa. Sul 
declivio più ripido del Pianto dei Romani là di faccia, egli 
vedeva i regi allineati in buon ordine nella loro brillante 
divisa. Alle loro spalle facendo da sfondo alla battaglia si 
rizzavano all'orizzonte nella nudità delle loro linee taglienti, 
i monti d' oltre Alcamo, Segesta e Castellamare, là sulla 
costa settentrionale. Non era ancora partito nessun colpo. 



^Sampieri, 29, lettera di un sergente napoletano che fu presente alla 
battaglia. 

2Mss. Napoli, Landi. ^ 



// primo assalto 331 



e i due eserciti si guardavano attraverso la valle. Quando 
finalmente le trombe dello Sforza squillarono l'avanzata, Gari- 
baldi ordinò al suo trombettiere di suonare la diana di Como. 
Quella musica inattesa ruppe il silenzio del meriggio estivo, 
come supremo appello all'anima dell'Italia. 

I napoletani per i primi discesero giù nella valle, sulle 
sponde di un fiumicello, il cui corso superiore si spiega per 
scoscendimenti e roccie, l' inferiore lungo un ameno boschetto 
di pioppi. E attraversatolo a fatica e cominciando ad ascendere 
le falde estreme del monte Pietralunga, essi scaricarono i 
primi colpi. Alla fine, sulla linea di fronte, i Carabinieri 
genovesi aprirono anch' essi il fuoco con le loro carabine 
stendendo a terra parecchi nemici. Allora, per un impulso 
spontaneo, prima del momento fissato da Garibaldi, le file 
avanzate dei Mille saltarono su e si precipitarono a corsa 
giù per la rapida china del monte. Alla vista di quella valanga 
umana le file avanzate deli' 8° Cacciatori sostarono, oscillarono 
e fuggirono riattraversando la valle ma solo per stringersi 
intorno ai loro rinforzi sulle falde del Pianto dei Romani 
e accingersi a difender il monte scaglione per scaglione 
e passo per passo. A lor volta i Garibaldini oltrepassarono 
il fiume lanciandosi alla carica su per la china faccia a faccia 
contro quei risoluti nemici. E sotto la vampa delle prime 
ore pomeridiane, per due ore e più la battaglia infuriò come 
fuoco selvaggio che conquide e incende un' erta torcendosi 
sotto le raffiche di vento furioso. 

Non sarà male analizzare le condizioni militari in cui 
si compiè r assalto del Pianto dei Romani prima di nar- 
rarne gì' incidenti drammatici che decisero del suo risultato 
finale. Probabilmente il numero dei difensori superava quello 
degli assalitori nella proporzione di cinque a tre. Contando 



332 Garibaldi e i Mille 



il Sant' Anna e quelli delle sue squadre che presero parte 
al conflitto, i garibaldini erano circa 1200. Prima che la 
battaglia fosse portata a termine 2000 napoletani erano su 
per giù ingaggiati attivamente nella mischia a difesa della 
loro altura, perchè pur rimanendo lui stesso in Calatafìmi, 
il Landi continuò a mandar rinforzi allo Sforzafin dai primi 
spari e ben quattordici delle sue venti compagme si trovarono 
impegnate nel combattimento. Le altre sei le ritenne per riserva 
dentro la città, indottovi dalla sua stessa paura delle squadre 
dei dintorni e dalla apprensione circa la linea di ritirata. ^ 
Ma non soltanto nel numero consisteva la superiorità dei 
difensori ; una ancor più spiccata superiorità l'avevano nelle 
armi. Ogni soldato regio era armato d' una carabina eccel- 
lente. Gli schioppi a canna liscia dei Mille avevano una 
portata di non più di trecento metri, spesso tiravano a vuoto, 
e avevano tal scarsezza di munizioni che alcuni arrivarono 
a pena a far dieci scariche. Ne consegue che, eccezion 
fatta dei Carabinieri genovesi, egregi tiratori forniti di cara- 
bine, che mantennero un fuoco vivo sulla fronte dal prin- 
cipio alla fine della battaglia, gli assalitori, cui Garibaldi 
aveva dato 1' ordine di risparmiare il fuoco e di lavorar di 
punta con l' acciaio, scaricarono ben pochi colpi sul nemico. 
A battaglia finita infatti le loro scarse munizioni non erano 
esaurite. La loro arma fu la baionetta che al suo solo 
mostrarsi di sotto in su a qualche metro di distanza, for- 
zava generalmente i tiratori napoletani a indietreggiare a 
un livello più alto su per l' erta. 

^ Mss. Napoli, Landi, e alla fine di questo volume Appendice M, 
« Calatafimi », I. 

2Baratieri, <03-404; Floritta, 70-72; Abba, 120; Mem., 347; Conv. 
Inglese; Cono. Canzio; Mazzini, XI. pag. LXXVIII, nota (Nuvolari), e 
LXXXI-LXXXII, e nota. 



La battaglia di Calatafimi 333 

Due cannoni napoletani erano stati appostati all'estre- 
mità est del Pianto dei Romani, a quanto pare sul pendio 
sotto la cima, e di là menaron strage considerevole. L' arti- 
glieria antiquata dei Mille al comando dell' abile esule sici- 
liano Giordano Orsini, era stata lasciata sulla strada maestra 
suir alto ripiano di Vita, intenta alla propria difesa dietro 
una barricata messa insieme lì su due piedi, contro la caval- 
leria nemica. E soltanto quando questa si fu ritirata, l'Orsini 
potè inoltrarsi sulla strada e puntando in alto, scaraventar 
qualche palla ad alta traiettoria sulla sommità del Pianto 
dei Romani producendovi un certo effetto morale all' ultimo 
momento critico. ^ 

Le due parti erano ugualmente adatte al loro compito: 
i bene disciplinati regi a tenersi compatti e in buon ordine, 
scaricando salve di palle con le loro caraLLij, giù per quello 
spaldo naturale ; i Mille, con l' iniziativa individuale e la 
intelligenza esercitata che son proprie al tipo superiore del 
volontario, a battersi alla spicciolata lanciandosi a corsa su 
per r erta o soli o in gruppi, da un magro e scarso riparo 
all' altro. ^ La circostanza che rese possibile a stento la vit- 
toria agli assalitori fu questa, che sebbene il pendio del 
Pianto dei Romani fosse fatalmente ripido, sdrucciolevole e 
scoperto, non avendo che una bassa vegetazione di grano, 
viti e canape che si stendeva sulla massima parte della sua 
superficie levigata, — pure esso presentava degli scaglioni 

1 Riistow, 160; Orsini {Cenno), 13; Oliveri, 51-52; Baratieri, 406; 
Divis. Turr, 33; Menghini, 48-49. 

^ Questo principio di carica per gruppi, che fu poi applicato su larga 
scala nell'esercito prussiano, dicesi esser stato inventato da Garibaldi, che 
certo se ne servì come metodo. Ma in verità Io si deve considerare nato 
spontaneo ovunque un corpo intelligente di individui responsabili deve battersi in 
date condizioni. Vedasi Baratieri, 400-403 e Nicolosi. 



334 Garibaldi e i Mille 



tagliativi nel suolo e nella roccia, o costruitivi qua e là con 
rozze pietre dai contadini, a distanza considerevole gli uni 
dagli altri e in file ne definite ne continue. Ogni scaglione 
o terrazzo, pur non avendo che due o tre piedi d' altezza, 
presentava un certo riparo dietro al quale i garibaldini pote- 
vano accosciarsi, succhiar limoni e riprender fiato come 
pure accennare ai camerati più in basso di raggiungerli e 
formare un drappello per lanciarsi in un' altra corsa allo 
scoperto. Lungo questi muriccioli degli scaglioni, crescevano 
alberi d'olivi e di fichi, cespugli di aloe e di cactus, siepi 
di assenzio e veccie dorate, e una moltitudine di fiori e di 
erbe ornavano quegli argini accoglienti il flusso e il riflusso 
della battaglia. 

Talvolta il terrazzo era tenuto trionfalmente dai napo- 
letani e allora gli assalitori erano rigettati indietro. A un certo 
momento una bandiera garibaldina fu presa in una mischia 
corpo a corpo. Un sergente napoletano di statura gigantesca 
che non molto dopo disertò e combattè nelle file italiane a 
Milazzo, messosi alla testa di una carica giù per la discesa, 
uccise lo Schiaffino di Camogli, un capitano di mare dalla 
barba fluente, ora portabandiera, ferì Menotti Garibaldi alla 
mano e, strappato il drappo dall'asta, lo levò in trionfo. ^ Ben 
maggior beneficio avrebbero i regi derivato dalla immensa 
superiorità della loro posizione, se avessero ripetuto più spesso 
questo genere di carica in discesa. 

Una caratteristica principale di questa come di tutte le 
battaglie di Garibaldi fu il nessun ritegno dei suoi ufficiali 

^ Si discute ancora se questa fosse la bandiera principale dei Mille rica- 
mata per Garibaldi nell'America del Sud o soltanto un tricolore improvvi- 
sato per guidare una compagnia. Divis. Tilrr, 33-37; Elia, II, 35; Abba, 124; 
Abba, Noter,, 66; Crispi, Diario, 21; Holyoake, I. 234-235; Bandi, 163, 
175; Menghini, 425; Mazzini, XI. pag. LXXXIl. nota; Campo, 109-111. 



La battaglia di Calatafimi 335 

nell' esporsi. Era ferma opinione del generale che la norma 
più importante di ogni altra nel capitanare truppe volontarie, 
fosse il dare Y esempio del coraggio. ^ Il Bixio, montato su 
un cavallo bianco, pareva essere allo stesso tempo dapper- 
tutto sulla ripidissima erta guidando il suo battaglione (le 
prime quattro compagnie), che dopo esser stato di riserva 
sul Monte Pietralunga era diventato Tala sinistra d'attacco, 
quando la battaglia s' era ingaggiata sul serio. Essendo uno 
dei pochi ufficiali in sella dalla parte degli italiani, egli 
poteva di tanto in tanto accorrere di sfuggita al fianco di 
Garibaldi, invano affannandosi ad ammonirlo di non esporre 
la propria vita, la cui perdita significherebbe lo sfacelo 
istantaneo d' ogni speranza d' Italia e lo sterminio dei Mille. 
Garibaldi avvolto nel suo puncio, era sceso lentamente e a 
piedi, dal Monte Pietralunga portando in spalla la sua spada 
inguainata. Ascendendo l' erta sguainò e impugnò la spada 
mettendosi alla testa delle cariche in prima fila, e tutto ciò 
che il suo stato maggiore potè fare per lui, fu il tentativo 
di ordinarsi com' egida vivente davanti a lui e sul suo fianco, 
dovunque egli s' inoltrasse. Fu nell' adempimento di questo 
dovere che il marinaio d' Ancona, l' Elia, cadde gravemente 
ferito ricevendo in bocca la palla che altrimenti sarebbe 
andata a colpire il Generale, come egli stesso nella sua 
gratitudine ebbe ad affermare. Un* altra volta fu il Sirtori 
che lo salvò, mentre, circondato, si dibatteva con la ban- 
diera in pugno. E quel capo di stato maggiore, tutto riserbo 
e stoicismo, raccontando il fatto in una lettera al fratello, disse 
che quello « era stato il più bel momento della sua vita. 



»^ 



1 Adamoli, 406-407. 

2 Elia, II. 36-37, 40, lettera di Garibaldi; Sirtori, 213. L'Elia vive 
tuttora (1909). 



I 



336 Garibaldi e i Mille 



Il calore su per Y erta era terribile, la sete bruciante. 
Su in alto il nemico si faceva sempre più numeroso per 
l'arrivo di forze fresche e serrava le file sempre più com- 
patto di mano in mano che l' attacco concentrico si restrin- 
geva verso la cima del colle. Dall'altra parte invece le prime 
file degli assalitori si assottigliavano ad ogni passo in avanti ; 
già un centinaio circa era caduto, mentre i meno arditi 
s'indugiavano nella valle o sulla falda più bassa stanchi e 
scorati, trovando facile il rimanere indietro e lo sbandarsi 
con un movimento alla spicciolata, sull' ampio fianco mon- f 
tano. Agli occhi di un esperto la battaglia pareva per- 
duta. 11 Bixio, il secondo dei Mille per coraggio, disse a 
Garibaldi ciò che altri pensavano forse ma che lui solo 
poteva dirgli : « Generale, temo che bisognerà ritirarsi. » 
Garibaldi spalancò gli occhi « come se l' avesse morso un 
serpe. » E « Qui si fa l' ItaKa o si muore » , rispose. ^ Frasi 
improntate a tanta solennità non ricorrevano spesso in bocca 
a Garibaldi e questa non era uno sfoggio retorico : non 
esprimeva che la nuda verità della situazione politica e 
militare. Garibaldi era un astuto guerrigliero vecchio al suo | 
giuoco, che ben sapeva come ritirarsi, appiattarsi e girare 
alla larga, ma in quello che era giorno senza pari in tutta 
la sua vita, egli capì che una ritirata avrebbe causato mag- ^ 
gior disastro alla causa e al paese che una morte onorata 
sul campo di battaglia. La ritirata sarebbe stata un preludio 
certo alla distruzione di tutti i Mille in un' ignominiosa caccia 
all' uomo, e avrebbe troncata la probabilità ch'egli ancora 
intravedeva, di assicurarsi là al sommo dell' erta una vittoria 



1 Bixio, 1 76 ; Abba, Bixio, 93 ; Mario, 262 ; Abba, 1 23. In Mss. 
Bologna, Bixio, si legge: « Garibaldi non volle udire di ritirarsi com'io 
consigliai. » 




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L* ultimo terrazzo 337 



purchessia ma chiave alla rapida conquista dell' intera isola 
prima, del continente in seguito. Se battuti una volta, il 
morale dei regi si sarebbe abbattuto, e là dalle alture circo- 
sta iti le squadre, e con loro potrebbe dirsi la Sicilia, anzi 
r Iialia tutta, aspettavano che da quel primo cozzo venisse 
loro l'impulso che li incuorasse. E la via, l'unica via che 
conducesse a Palermo, a Napoli e a Roma non cominciava 
che al di là. 

Il suo ardore rianimò la battagha languente. All'estrema 
destra, in capo alla valle dove l' erta è meno ripida la 7^ 
compagnia di Benedetto Cairoli, aiutata dalle squadre che 
avevano consentito a seguire il Sant' Anna sul campo, si 
spinse avanti incalzando l' ala sinistra del nemico, il giovane 
Enrico Cairoh e tre altri studenti di Pavia allora scaglian- 
dosi sulle batterie regie, s' impadronirono d' uno dei cannoni 
in posizione. ^ 

Alla fine Garibaldi si fermò al coperto di uno scaglione, 
r ultimo e il più presso al sommo dell' erta. Con lui c'erano 
altri 300, il nucleo più numeroso di quanti stavano ancora 
dentro la linea del foco, compresi Bixio, Tùrr, il residuo del 
suo stato maggiore, quasi tutti i Carabinieri ancora in piedi 
e gli studenti di Pavia. Pochi metri più su delle loro teste, 
sul ciglio di una ripida balza, le forze immensamente supe- 
riori del nemico, in file serrate, scaricavan giù vere salve 
di proiettili che per fortuna non colpivano nel segno. Erano 
così vicini che i compagni di Garibaldi potevano udire gli 
ufficiali regi ordinare ai loro uomini di prender la mira più 
bassa. A un certo punto sulle loro teste squillò il passo di 

1 Cairoli, 88; Menghini, 31 ; Baratien, 403; Divis. TUrr, 34 ; Rustow, 159. 
Garibaldi 22 



338 Garibaldi e i Mille 



carica, e se i napoletani si fossero lanciati a corsa avreb- 
bero spazzato la sottile linea di patriotti giù per la china, 
per pura forza di gravità. Ma la carica aveva squillato 
invano. 

Là, sotto lo scarso ricovero dell' ultimo terrazzo, Gari- 
baldi rimase, come parve a qualche presente, un quarto 
d' ora, concedendo riposo ai suoi prima di un' ultima corsa 
e aspettando che altri sbandati arrivassero fino a lui. Nel- 
r intervallo il Bandi e molti altri caddero sotto quella gra- 
gnuola di palle e si allontanarono trascinandosi di nuovo al 
basso dell' erta verso una capanna della valle nella quale 
i feriti si rifugiavano come per istinto senza però ricevervi 
assistenza alcuna giacche i numerosi dottori stavano sulla 
fronte battendosi. 

Sotto la balza presso la vetta, intanto, i giovani com- 
battenti, di cui molti erano intimissimi del Generale, gli si 
accalcavano intorno : « Generale » dicevano, « che ci resta 
a fare? ». E la sua risposta era : « Italiani, qui bisogna morire » ; 
poi circolava di gruppo in gruppo incoraggiandoli all'ultimo 
impeto con parole più stimolanti di una promessa di vittoria 
sicura. 

Intanto i napoletani su in alto sebbene recalcitranti 
all' ordine di caricare, conducevano la difesa con rabbiosa 
tenacia di proposito. Alcuni avendo dato fine alle munizioni 
raccolsero pietre e terra e si dettero a scagliarle giù per 
la costa. Garibaldi s' era curvato in avanti con la testa china 
verso terra quando una di quelle grosse pietre lo colpì nella 
schiena. Il genovese Canzio suo futuro genero, che gli stava 
al fianco, soleva narrare che non appena sentito il colpo 
sordo della pietra aveva veduto Garibaldi rizzarsi in tutta 
la sua altezza con gli occhi scintillanti di quelle sue strane 
luci, gridando : « Avanti, gettano pietre ; hanno esaurito le 



La vittoria 339 

munizioni ». Ed egli si scagliò verso l'ultima balza brandendo 
la spada, e dietro lui i suoi, in un cozzo estremo contro 
le serrate file nemiche che in verità non avevano esaurito 
le munizioni. Nessuno mai pretese di ricordare ciò che 
avvenne al sommo della balza, ma quando il cruento furor 
della zuffa cominciò a sbollire, i vincitori si accorsero che 
i regi fuggivano a gruppi sulla spianata in cima al Pianto dei 
Romani calandosi a furia per X altro fianco del colle giù 
nella valle che divide quel campo di battaglia da Calatafimi. 
E là sulle alture conquistate, su cui oggi campeggia il monu- 
mento, gì' italiani si accalcavano intorno al loro duce e padre, 
in un' estasi di amore e venerazione. ^ 

Sfiniti dall'arsura, dal calore e dalla stanchezza, i vincitori 
si sdraiarono ansimanti sull'altura, e mentre cercavano refri- 
gerio nella frescura della brezza vespertina, seguivano con 
r occhio le file dei fuggitivi serpeggianti per la valle e su 
per il colle di Calatafimi fino alla città, ©a un certo punto 

^ Le mie autorità per i dettagli di quest' ultima carica sono : Conv. Canzio ; 
Menghini, 425 (Diario del Canzio); Mem., 348; Bandi, 164-170; Zeusi, 
142-143; Capuzzi, 32-34; Belloni, 85; Divisione TUrr, 34; Bruzzesi, Dopo 
25 anni, 39-41 ; Rustow, 161. 

Le impressioni di Garibaldi sulla battaglia, scritte ai suoi amici nei due 
giorni seguenti, meritano di esser citate. Al Bertani egli così scriveva il 1 6 maggio : 

« li nemico cedette ali* impeto delle baionette de' miei vecchi Cacciatori delle Alpi vestiti 
da borghesi ; ma combattè valorosamente e non cedette le sue posizioni che dopo accanita 
mischia corpo a corpo. 1 combattimenti da noi so;tenuti in Lombardia furono certamente 
assai meno disputati che non lo fu il combattimento di ièri. I soldati Napoletani avendo 
esauste le loro cartuccie, vibravano sassi contro di noi, da disperati. * 

E ai Direttori del Fondo per il milione di fucili, così s' esprimeva il 1 7 maggio : 

« Devo confessare che i Napoletani si battono da leoni, e certamente non ho avuto 

in Italia combattimento così accanito né avversari così prodi Da quanto vi scrivo, dovete 

presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei prodi Siciliani che 
ci accompagnavano *. 

Ciàmpoli, 150. 



340 Garibaldi e i Mille 



deir avvallamento per cui i regi avevan presa la fuga, si 
poteva scorgere il desolato tempio di Segesta, rimpicciolito 
che pareva un ninnolo, dalla distanza, e pur non di meno 
maestoso nell'armonia delle sue proporzioni perfette. E il 
giorno seguente i Mille, pesti com' erano dalla battaglia, 
s* inoltrarono a frotte in quelle campagne deserte per ben 
tre miglia, al solo scopo di ammirare quel simbolo della 
ricchezza, dell' arte e della dignità degli antichi abitatori 
dell' isola ora inaridita dalla miseria. ^ 

Le perdite dei vincitori ammontavano a trenta morti e 
più d' un centinaio gravemente feriti, una perdita probabil- 
mente superiore a quella del nemico. Un'altra cinquantina 
erano stati feriti più leggermente e questi avevano per lo 
più potuto restare al loro posto nella battaglia, come il Sirtori 
e Menotti Garibaldi. Di tutte le città d' Italia, Genova aveva 
toccata la perdita più grave : tanto il Bixio quanto il Canzio 
scrissero che dei suoi figli cinquantaquattro eran feriti. Rac- 
colti dapprima nei miserabili quartieri di Vita, i poveri | 
doloranti furono poi rimossi di là per Salemi, Calatalìmi e 
Alcamo, trasportati di tappa in tappa su quei carretti di 
campagna belli di intagli e colori medievali che tanto diletto 
procurano a chi visita ancor oggi la Sicilia. Dovettero tirare 
innanzi alla peggio non essendovi ambulanza. I dottori italiani, 
fatto tutto quanto era in loro potere per un giorno, ripresero 
il loro posto nelle file che marciavano su Palermo, e i sici- 
liani alle cui cure i feriti erano affidati, non spiegarono 
capacità di risorse ne per il materiale ne per la perizia. ^ 



iCapuzzi, 35; Abba, 126. 135-136; Abba. Noter., 68. 

2 Baratieri, 409 ; Abba, 126, 137 ; Divisione Tiirr, 35 ; Crispi, Diario, 21 ; 
Menghini, 426; Bandi, 169-171, 176-179; Franciosi, 16; Corico, J6; Ada- 
moli, 89. 



Ritirata del general Laudi 341 

Parecchi cari compagni perdette Garibaldi nella giornata 
di Calatafimi. Oltre il buon marinaio SchiafTmo, era morto 
anche il Montanari, suo amico ed aiutante di campo, un 
rigido e non troppo pratico idealista repubblicano che 
nel *49 lo aveva seguito da Roma a San Marino e di là 
sulle dune al nord di Ravenna, non lasciando lui ed 
Anita che dietro suo espresso comando. Ferito a Cala- 
tafimi, il Montanari morì a Vita il 6 giugno, dopo l'ampu- 
tazione d'una gamba. E per un certo tempo lo Stato 
Maggiore rimase privo dei servizi del Bandi, dell' Elia e 
del giovane Manin, sebbene questi tre ricuperassero poi la 
salute. Luigi Biifi, un tredicenne che dall'anno avanti doveva 
a Garibaldi la liberazione del suo paese sulle Alpi, era 
stramazzato morto su un terrazzo del Pianto dei Romani. ^ 

Caduta la notte, i vincitori si addormentarono sulla vetta 
strenuamente conquistata e sognarono delle loro case e di 
quelli cui giungerebbe là nelle città d' Itaha, la novella delle 
cose operate da loro nella giornata. E le stelle scintillavano 
su loro e sul loro Duce che avvoltosi il puncio intorno alla 
persona, si buttò giù e dormì il sonno d'un fanciullo. 

Ma in Calatafimi e' era terrore e confusione quella notte. 
Le truppe sconfitte avevano combattuto coraggiosamente ma 
ora sapevano per cosa certa che era con Garibaldi e i suoi 
eh' essi dovevan cimentarsi e che tutte le storie ripetute 
intorno a lui nelle camerate delle caserme napoletane da 
undici anni a quella parte eran pur troppo vere. A render 
più completa la loro demoralizzazione concorse la credenza 
caldeggiata dal maggiore Sforza, che il Landi li avesse 

1 Abba, Cose, 263-270; Bandi, 209-210; Venosta, cap. XXX. Elenco 
sotto Biffi. 



342 Garibaldi e i Mille 



traditi in quanto che non aveva osato mostrar il viso sul 
Pianto dei Romani ; e le più assurde storie circa all' essersi 
egli lasciato comprare dagl' invasori corsero ben presto di 
bocca in bocca. ^ Il povero vecchio era sgomentato dagli 
eventi del giorno eh' egli era stato così inetto a dominare. 
Quella sera stessa egli vergò un dispaccio al Castelcicala 
in Palermo, cominciando con le parole : « Aiuti, pronti 
aiuti », le quali se non altro rivelavano una certa intenzione 
di trarre profitto dalla posizione formidabile di Calatafimi 
e del suo colle, contro un nemico sempre assai inferiore di 
forze. 11 dispaccio annunziava e attribuiva ai regi, la morte 
del « gran capitano degl' italiani », il cui solo nome sem- 
brava egli temesse di vergare, aggiundendo con maggior 
fondamento di verità, che avevano « presa la sua bandiera ». 
La lettera arrestata per via dalle bande siciHane in agguato, 
e da essi portata al campo di Garibaldi, suscitò un misto 
d' indignazione e d' ilarità ad un tempo, con il suo curioso 
resoconto della battaglia alla quale l'autore non era stato 
neppure presente. ^ 

Ma sopravvenuta la notte il Landi abbandonò ogni idea 
di resistenza, temendo, com' egli stesso ha detto, che gli 
fosse tagliata ogni comunicazione dagli insorti delle cam- 
pagne, e allarmato dal vedersi alquanto a corto di vettovaglie 
e munizioni. Inoltre, egli dichiara, i suoi ordini precedenti 
erano di ritirarsi su Palermo, il che a giudicare dalle sue 
proprie parole, egli avrebbe dovuto fare quella mattina stessa 
invece di permettere allo Sforza di metterlo nell'imbroglio 
azzuffandosi con il nemico. ^ 



1 De Cesare, IL 21 1; De Sivo, III. 201; Cava, IL 101; Mss. Napoli, Landi. 

2 Divisione Tiirr, 36-37. 

^ Mss. Napoli, Landi. Vedasi anche Appendice M, « Calatafimi, IL ». 



Avanzata di Garibaldi 343 

Ora a battaglia finita egli, prostrato dalla sconfitta, non 
si sentiva più di poter contare sul morale dei suoi soldati 
battuti. Per tutte queste ragiorà messe insieme egli decise 
di ritirarsi sulla capitale. Così a mezzanotte i regi evacua- 
vano Calatafimi e alle due del mattino, 16 maggio, raggiun- 
gevano Alcamo. Di là, conceduta qualche ora al riposo, 
facevano una marcia forzata su Partinico, i cui abitanti 
piombarono loro addosso. Gli orrori perpetrati da una parte 
e dall' altra in quell' ultimo scoppio dell' antico odio cruento 
fra la soldatesca napoletana e il popolo siciliano, lasciarono 
traccie che fecero raccappricciare Garibaldi e i suoi setten- 
trionali quando a lor volta marciarono fra i tronconi carbo- 
nizzati di case e di corpi umani. Da Partinico le truppe 
del Landi s'involarono di sera per la strada montana di 
Montelepre nella cui prossimità gli esausti fuggitivi furono 
attaccati un'altra volta dalle squadre locali e perdettero 
parte dal bagaglio. All'alba del 1 7 si trascinavano in Palermo, 
pesti e malconci, [prova vivente al popolo esultante, della pre- 
senza di Garibaldi nell' isola e del fatto ch'egli era non meno 
formidabile nella realtà che nella leggenda. Così in poco più 
di ventiquattr'ore il Landi aveva ricalcato quelle trentacinque 
miglia stradali fra Calatafimi e la capitale, sulle quali s'era 
indugiato per una settimana intera nel viaggio d'andata. ^ 

Il 16 maggio da Calatafimi, Garibaldi spediva un messo 
a Rosolino Pilo, col quale ora la stessa strada su cui il Landi 
aveva effettuata la ritirata lo metteva iii comunicazione diretta. 
Gli annunziava la sua vittoria e gì' intimava di tener accesi dei 
falò sulle creste dei monti accerchianti la Conca d' Oro ' 



^ MsL Napoli, Landi ; De Sìvo, III. 200; Abba, Noier., 76-77; 
Adamoli|90; Menghini, 38, 426; Capuzzi, 44; Mem., 351. 
ipoH, 149. 



344 Garibaldi e i Mille 



acciocché i palermitani apprendessero da quei segnali che era 
là a quei monti ch'essi dovevan guardare perchè lassù i loro 
amici andavan guadagnando forze e non tarderebbero a 
scendere per lanciarsi sul nemico cacciandolo dal suo 
ultimo covo. Pochi giorni dopo la battaglia, l'autorità del 
Dittatore era riconosciuta in quasi tutta la Sicilia occiden- 
tale fuorché nella capitale in balìa della guarnigione, e 
nella Conca d'Oro dove ogni cuore, spiando di 'notte i 
falò dei colli, si rodeva nel furor sordo dell'attesa/ 



^ Anche in Trapani vi era una guarnigione napoletana, il cui controllo 
però non si estendeva neppure fino a Monte San Giuliano. 



CAPITOLO XV. 
Su! monti di Palermo. 



« Bisognava esser leone e volpe e aver la fortuna 
dalla sua. » 

CARLYLE : Rivoluzione Francese, 
voi. Ili, libro 1, cap. iV. 



Ancor prima della battaglia di Calatafìmi, alla Corte di 
Napoli si era deciso di richiamare l'incompetente Castel- 
cicala dal governo della Sicilia e di mandare in sua vece 
un viceré con pieni poteri e il titolo distintivo e altiso- 
nante di alter ego del Re. Questa nuova mossa, data la 
impressionabilità delle popolazioni meridionali, avrebbe potuto 
concorrere a disperdere 1* incantesimo gettato su loro dal 
nome di Garibaldi, se si fosse potuto trovare l' individuo 
dotato di prestigio e abilità sufficienti a rappresentar quella 
parte. In tutto il Regno non ve n' era che uno. Il 1 4 maggio 
il Filangieri lasciava il suo ritiro, chiamato a Napoli ad un 
Consiglio di Stato in cui egli, V ex-ministro, ebbe la soddi- 
sfazione di udire i suoi rivali reazionari unire la loro voce 
a quella del suo signore reale per implorarlo di dimenticare 
il passato e di andare ancora una volta alla riscossa della 
Sicilia e del Regno. Ma il Filangieri non voleva andare. 
Egli aveva consigliato le riforme e l'amicizia con il Piemonte, 
il suo consiglio era stato respinto e le conseguenze da lui 
predette si erano avverate. Egli rifiutò di accingersi a rime- 
diare i guasti fatti dai suoi oppositori ; addusse l'età inoltrata 
e la malferma salute, e rimase sordo ai ripetuti preghi del 



346 Garibaldi e i Mille 



Re. Ma quando T Ischitella e, si dice, anche il Nunziante 
ebbero a lor volta opposto un rifiuto, e la necessità di trovare 
un alter ego si faceva pressante, il Filangieri di tanto rallentò 
la sua collera d'Achille quanto era necessario a consigliare 
l'invio di un incompetentissimo Patroclo, Ferdinando Lanza.^ 

Il generale Lanza era un siciliano di settantadue anni che 
aveva servito come capo di Stato Maggiore del Filangieri, 
nella sua isola nativa ; ma era meglio conosciuto come oggetto 
d' innocente passatempo a Palermo, dove in un piovoso 
giorno genetliaco del Re, era ruzzolato giù di cavallo in 
certe belle pozzanghere uscendone con la sua magnifica 
divisa da gran parata tutta impiastricciata e grondante. Era 
un accidente che poteva accadere a chiunque ma che era 
parso più appropriato a lui che ad altri, e 1' annunzio che 
egli ritornava come alter ego del Re provocò più il riso 
che r allarme fra i siciliani ribelli. ^ 

Il 16 maggio egli salpò per Palermo arrivandovi la 
mattina dopo, in tempo per assistere al ritorno delle truppe 
sconfitte del Laudi, ed al panico generale sparso dalle nuove 
di Calatafimi. Sentendosi assolutamente sgomento di fronte 
ad una situazione in realtà abbastanza seria, cominciò da 
quel giorno a inviare al Governo dei rapporti allarmanti. 
« La città è in grande fermentazione », scriveva, « ha un 
aspetto sinistro.... L' insurrezione sembra imminente. Tutti 
i paesi dei dintorni di Palermo sono in armi ed aspettano 
r arrivo della banda straniera per irrompere. » ^ 

L' alter ego oscillava fra due piani di campagna che 
erano stati discussi a Napoli tra le più alte autorità. Il primo. 



iDe Cesare, II. 215-216. 244-245; Nisco. Francesco II, 33. 

2 De Cesare, IL 217-218. 

3 Mss. Palermo, Polizia, lettera del 1 7 maggio al Ministro per la Sicilia. 



L'« alter ego » general Lama 347 

per cui si doveva tener Palermo e mandare delle forti truppe 
a prender l' offensiva contro Garibaldi, era favorito dal Re, 
dal Nunziante e dalla maggioranza del Consiglio. Ma il 
Filangieri aveva messo in carta una tattica rivaleggiante con 
quella, che cioè si lasciasse nella fortezza di Castellamare 
una guarnigione ben vettovagliata e in contatto con la flotta ; 
che si evacuasse il resto della capitale e si inviassero le 
truppe per tal modo disponibili, a ingrossare le guarnigioni di 
Girgenti e Messina ; che con queste forze si effettuasse l'occu- 
pazione reale dell'est e del centro dell' isola, e intanto si pro- 
clamassero le riforme liberali, e quando i tempi fossero maturi, 
si marciasse su Palermo come egli stesso aveva fatto nel 1849/ 
Il piano del Filangieri non pare essere che una errata 
interpretazione delle condizioni reali del 1860 desunta da 
una falsa analogia con il 1848-49. Se i regi avessero mai 
abbandonato Palermo, Cavour avrebbe ben provvisto lui a che 
essi non vi rimettesser più piede. L'abbandono della capitale 
davanti al terrore del solo nome di Garibaldi, avrebbe 
inflitto al loro prestigio un colpo tale che soltanto il Filan- 
gieri avrebbe forse potuto parare. E poiché egli si rifiutava 
di mettere ad esecuzione il proprio piano, proponendolo 
egli non faceva che accrescere la confusione e la debolezza 
mentale di colui eh' egli aveva proposto, il Lanza, che andava 
concentrando le sue truppe in Palermo e allo stesso tempo 
argomentava e scriveva in favore d' una ritirata su Messina. ~ 
Ne il Re riponeva vera fiducia nel suo alter ego, neppure 
al momento stesso in cui questi partiva da Napoli. Il suo 
potere « plenario » non oltrepassava in realtà i limiti imposti 
ai precedenti governatori dell' isola, infatti fin dal 1 8 maggio 

iPranci, I. 49, 182-184; Cronaca, 302-305. 
2 Cronaca, 107; De Sivo, III. 206-208. 



348 Garibaldi e i Mille 



il generale Nunziante gli era mandato dietro a Palermo ad 
assicurarsi eh' egli stava assumendo Y offensiva contro Gari- 
baldi già in cammino per la capitale. ^ 

L* arte popolare italiana suole rappresentare i Mille come 
giovanotti sbarbati, vestiti di tutto punto, ghette alla militare, 
kepi lucenti e nitide camicie rosse. Ne alcuno pone in 
dubbio che tale fosse l' impressione prodotta in certi momenti 
da qualche reggimento volontario, di quelli che raggiunsero 
Garibaldi più tardi; ma allorquando i Mille si rimisero in 
marcia dopo un giorno di riposo in Calatadmi, il loro aspetto 
somigliava più che ad altro, a quello di un comando boero 
verso lo spirare della guerra sud-africana. Dopo aver scalata 
r erta del Pianto dei Romani, gli abiti borghesi indossati 
dai nove decimi, cadevan loro di dosso a brandelli ; le loro 
scarpe andavano in pezzi, molti si trascinavano arrancando 
penosamente, altri avevan la testa o qualche membro fasciato. 
E prima che assediassero Palermo, alla line di un mese, le 
marcie forzate, le notti insonni, quell' esser spietatamente 
esposti a pioggie e soli semi-tropicali, sulle montagne, li aveva 
ridotti a dei veri spauracchi. ^ 

Ma se gravi essi avevan le membra, leggieri avevano 
i cuori, non davvero perchè arrideva loro sicura la vittoria, 
ma perchè si sapevano degni d' invidia sopra ogni altro 
italiano, perchè la loro campagna, senza paragone possibile, 
era la poesia fatta realtà. ^ Calataflmi aveva loro appreso 

^ Cronaca, 107, 305 ; De Cesare, II. 220; Nisco, Francesco II, 33. 

^ Capuzzi, 35-43; Abba, 137; Contì. Tedaldì-, Calvino {Guardione, II. 
1 44), Times, 8 giugno, pag. 1 0, col. 3. 

* P. es., Cairoli, 33 1 . « Cara mammina, t'assicuro che questa spedizione 
è così poetica.... » — scrive Enrico Cairoli, — ed espressioni simili ricorrono 
costantemente nelle lettere e memorie dei Mille. 



La cerimonia religiosa d'Alcamo 349 

che l'insuccesso era davvero scongiurato, e che quando anche 
dopo un rovescio H aspettasse soltanto la morte con Garibaldi, 
i loro nomi rimarrebbero sempre negli annaH della causa. 
Molti, come il Sirtori, non avevano patteggiato che per una 
buona morte ; molti altri si lagnavano di esser stati adescati 
da falsi rapporti sul valor battagliero dei ribelli siciliani ; ^ 
e altri ancora dividevano le ormai fiduciose speranze delle 
popolazioni locali. Ma tutti senza distinzione, vedendo Gari- 
baldi in mezzo a loro e contento di loro dopo la battaglia, 
gioivano di una situazione che il Bixio tratteggiò in una 
frase caratteristica detta al suo battaglione : « Saremo presto 
o a Palermo o all' Inferno. »' 

Nel bel sole mattutino del 17 maggio, Garibaldi e i 
suoi marciarono fuori di Calatafìmi e, attraversata la valle 
del Freddo s' inerpicarono su per la strada maestra fino ad 
Alcamo che dal dorso del monte, cui sta a cavallo, domina 
il golfo di Castellamare, Nei campi di grano fuori della città, 
uomini e donne s' inginocchiavano sul passaggio di lui. in quelle 
menti primitive l' idea di un potere soprannaturale si applicava 
naturalmente agli oggetti tutti della loro ammirazione spe- 
ciale, ma valendosi dell'aiuto di fra Pantaleo, il Dittatore 
trovò il modo di divergere da se stesso quell' idolatria imba- 
razzante avviandola per i suoi canali naturali, senza però 
privare la propria causa e quella del paese, del puntello 
della superstizione popolare. Consentì ad assumersi la parte 
di crociato, santificato dalla religione come campione del 
clero e del popolo siciliano contro la tirannia straniera. 
Entrando in Alcamo, i Mille furono condotti alla chiesa 



1 P. es. Nievo, 346-354; Abba, Noter , 74-75. 

^ E veramente del Bixio, detta a Partinico il 18 maggio, cfr. Capuzzi, 45, 
sebbene la si metta spesso ia bocca a lui o a Garibaldi sulle alture di Gibilrossa. 



350 Garibaldi e i Mille 



principale dove il frate li aspettava ; là il Dittatore, buttatosi 
in ginocchio, ricevette la benedizione del frate armato di 
crocifìsso. 

Garibaldi che a quel periodo della sua vita era in via 
di processo evolutivo dal deismo al panteismo, non credeva 
nel soprannaturale, pure la sua interpretazione della natura 
teneva più del mistico che del materialista. Tenacemente 
anticlericale non era però antireligioso per temperamento. 
Agognava ad un mondo immune dai preti, ma considerava 
Cristo come uomo che, eccelso fra tutti, aveva liberato i suoi 
fratelli dai ceppi. Neil' Italia settentrionale e centrale dove 
la Chiesa era in massima antinazionale, non aveva mai voluto 
partecipare alle cerimonie celebrate dai preti. Ma trovandosi 
ad un tratto trasportato in un' atmosfera in cui la democrazia 
e il patriottismo erano religiosi, in cui il prete sospingeva 
il popolo sul sentiero della libertà politica, egli fu subito 
per istinto costretto, e per politica indotto, a partecipare 
alle forme care al sentimento popolare. I suoi Mille meno 
semplici di lui in quel suo amore egualitario per il genere 
umano, non divisero i suoi sentimenti di fraternità verso i 
siciliani che per la maggior parte anzi tenevano in bassa 
opinione. Essi perciò non subirono l' influenza dell' atmosfera 
emozionale che li circondava, e pur qualificando per genuino 
il « lampo di misticismo » del loro duce, vi assistettero con 
animo assai diviso. ^ 

Finita la cerimonia religiosa, il Dittatore si dedicò agli 
affari politici. Per consiglio del Crispi, nominato segretario 
di Stato, egli istituì l' ufficio di Governatore con specificati 
poteri civili. A conquista compiuta ognuno dei ventiquattro 



1 Abba, 137-138; Capuzzi, 41 ; De Cesare, II. 316-317; Mario, 264; 

Mario. Mac, 247, 252-253 ; Ciàmpoli, 899-900, 935-936 ; Oddo, 270-272. 



/ Mille muovono da Alcamo 351 

distretti dell' isola sarebbe stato messo sotto un Governatore ; 
per intanto il barone Sant'Anna che tanto valorosamente 
s' era battuto a Calatafimi, venne nominato a quell' ufficio 
per il suo distretto nativo di Alcamo, e don Alberto Mistretta 
per l'altro di Mazzara, due località già dipendenti da Gari- 
baldi, per il mantenimento dell' ordine pubblico. Alla stessa 
volta egli decretò per tutta l' isola 1' abolizione del macino 
o esazione sul grano macinato, concessione messa dai con- 
tadini come condizione del loro appoggio, ma predestinata 
a creare imbarazzi nelle finanze del Dittatore, giacche il 
macino costituiva metà delle rendite annue. ^ 

Il 1 8 maggio i Mille fecero la loro prima giornata intera di 
marcia, dopo Calatafimi. Lasciando Alcamo, la strada maestra 
li condusse nella direzione di est, attraverso gli ondulati 
bassipiani declinanti verso il golfo di Castellamare, solcati 
da acque correnti e coperti di viti e di grano. Giunti a 
Partinico lo percorsero in tutta la sua lunghezza d'un miglio, 
allungando il passo onde sfuggire alle lugubri traccie del 
macello e delle crudeltà contrassegnanti il passaggio del 
Landi nella sua ritirata attraverso una popolazione ostile. 
Poi, lasciate appena le ultime case del paese, scantonarono 
a destra per la strada che abbandona il piano e sale 
alla borgata di Borgetto, nascosta in mezzo ai suoi frutteti, 
sul ciglio della prima costa rampante. Ivi il battaglione 
del Bixio formante la retroguardia, bivaccò al gorgheggio 
sonoro degli usignuoli. ^ Ma l' avanguardia tirò di lungo. 



^ Leggi, 6-10; Decreti, 3-8, Alcamo, 17 maggio; Mss. Palermo; Br. 
Cons. Paper, lettera del Goodwin, 18 giugno. La sospensione del macino faceva 
anche parte del piano del Filangieri, vedasi più sopra, pag. 347 ; Franci, I. 1 83. 

^ Capuzzi, 43-47. 



352 Garibaldi e i Mille 



su per la strada fiancheggiata alla sua sinistra da una 
gola di proporzioni alpine, fino in cima al Passo di Renda, 
dove arrivò sul far della sera. Era lo spartiacque dei corsi 
irriganti da una parte la Conca d' Oro di Palermo e dal- 
l' altra scendenti all' c^est a bagnar Partinico e il golfo di 
Castellamare ; e là si accamparono. v4///p/ano di Renda era 
il nome della desolata landa in cui si sdraiarono per dormire, 
una spianata di un qualche centinaio di metri costeggiante 
la strada e chiusa tutt' intorno da rupi grigiastre. Quello fu 
il loro quartier generale in cui rimasero per tre giorni senza 
tende, mantelli o altra specie di riparo, esposti ad una pioggia 
quasi incessante ad un' altezza di circa 2000 piedi sul livello 
del mare. ^ 

11 19 mattina, in un memento di posa fra quei torrenti di 
pioggia, i Mille scorsero per la prima volta Palermo. Qualche 
centinaio di metri più in là del loro accampamento, la strada 
scorre in mezzo a un gruppo di acuminate rupi grigiastre 
poi arriva improvvisa suU' orlo dei monti, quindi quasi sgo- 
menta a quella subitanea rivelazione di gloria, si rivolge 
rapida su se stessa e piomba giù precipitosa a Pioppo. 
Dall'altezza di questa posizione dominante nota sotto il nome 
di Misero-Cannone, ~ si spiegò agli occhi dei Mille 1' anfi- 
teatro di montagne che va da Monte Grifone a Monte Cuccio 
e nella cui sezione centrale stavano essi stessi : mentre laggiù 
in fondo, fra quella imponente barriera di alture da una 
parte e il mare dall' altra, si adagiava la Conca d'Oro stessa, 

^ \Jaltipiano facilmente discernibile nella Carta aggiunta al volume, è ora 
coltivato a viti, ma era incolto nel 1 860, come mi assicura un paesano del 
posto che asserisce di avervi passata tutta la sua vita dal 1850 in poi; Abba, 141; 
Divisione JUrr, 39; Paolucci, Pilo, 272; Giusta, 8-9. 

2 Veramente « M/se/-cannone » nome di origine araba, come Misilmeri. 
Di qui si dirama un' altra strada sulla destra, che va a San Giuseppe Jato 



Ccnm di CniQo 




Stab*? Saxier S-S5ngazn.3ÌDteja 



In vista della Conca d oro 353 



tutto un bosco vastissimo di aranci, limoni, olivi e cactus, 
splendido retaggio lasciato dagli arabi e dai loro metodi 
d' irrigazione, ai tempi moderni. Là suU' orlo del mare di 
zaffiro, come ricca gemma in conca d' oro, stava Palermo ; 
e là nella sua rada si cullavano le navi da guerra di Napoli 
e di altre varie nazioni, tutte alla vedetta per spiare l'esito 
finale della pazza avventura che teneva il mondo intero 
incerto in attesa di novelle. Nella pianura e nella città, che 
per la quiete della distanza pareva dormente e sognante, una 
popolazione inerme e fremente si struggeva nell' attesa del 
loro arrivo e 2 1 , 000 soldati con artiglierie, fortezze e attre- 
namento completo di guerra, si tenevan pronti a difender la 
città dal loro assalto. E chi erano essi che contemplavan di 
lassù in vetta ai monti, povera banda derelitta e affamata, 
perchè potessero strappare la capitale dalle granfie del- 
l' esercito e della flotta di tutto un regno? ^ 

Avanzarsi direttamente su Palermo e attaccare di fronte 
una guarnigione di quella fatta sarebbe stata rovina certa. 
L' unica via di scampo per Garibaldi stava nel servirsi abil- 
mente di quella trincea di montagne per celare al nemico 
la pochezza delle sue forze, e nel far impeto sulla città 
da qualche punto mal difeso. Una volta penetrato con i 
suoi Mille nel cuore della città, la popolazione sarebbe 
accorsa a battersi nelle strade come già nel 1848, met- 
tendo così gì' invasori ad un livello di disuguaglianza meno 



1 Abba, 143; Paolucci, Pilo, 272-273 ; Pietraganzili, II. 93-94. Nessuno 
oggigiorno ricorderebbe il cactus o fico d' India con il limone e l'arancio come 
'-aratteristico della Conca d' Oro, Fin dal 1 860, il cactus con il suo meschi- 
nissimo prodotto fruttifero e il suo cespo carnoso, amorfo, antidiluviano ed enorme, 
ha ceduto in gran parte il posto a forme di orticoltura e albericoltura più 
proficue sia nella Conca che nell* interno dell' isola. 

Garibaldi 23 



354 Garibaldi e i Mille 



schiacciante rispetto alle immense forze della guarnigione 
regia. ' 

I picchi, i gioghi e le lunghe e profonde vallate delle 
montagne fra cui Garibaldi si accinse a risolvere, dal 19 
al 26 maggio, il supremo problema militare della sua vita, 
assomigliano per grandezza, forma e carattere generale, alla 
parte più montuosa del distretto inglese dei Laghi. Un'idea 
dell'aspetto di quel suolo potrebbe aversi immaginando il 
tratto montuoso che va dal Helvellyn allo Scafell con tutti i 
suoi corsi d'acqua inariditi, e invece di quel suo verde manto 
sempre fresco per l' acque che, illimitato e perenne stende 
le sue erbe, i suoi muschi e le sue felci, da un precipizio 
all' altro, una breve vegetazione passeggiera di erbe verdi 
e fiori dai colori vivaci, crescente negli interstizi delle rupi 
grigie dove già inaridì l'asfodelo primaverile, e qua e là 
cespi di cactus e d' aloe, e nell' ime valli un rigoglio improv- 
viso di olivi e d' alberi fruttiferi, all' ombra di un Eden 
roccioso riecheggiante le note dell' usignuolo. 

Scarsissime erano le strade in quella regione e una 
piccola forza, mobile, pronta ad abbandonare i cannoni per 
attraversare le più selvaggie gole dei monti, aiutata dagli 
abitanti a volta a volta, guide, spie ed agenti di trasporto, 
avrebbe potuto, se capitanata da un gran duce, compiere 
un miracolo di strategia. La battaglia di Calatafimi era stata 
vittoria di soldati, sebbene i soldati si fossero battuti con 
r ardore trasfuso in loro sul campo stesso dal loro generale ; 
ma r entrata in Palermo fu resa possibile unicamente dal 



^ I più bassi calcoli ufficiali napoletani della guarnigione di Palermo al 
23 maggio, danno 20,861 uomini; De Sivo, III. 208; Cronaca, 120. Mail 
Cava, capitano dello Stato Maggiore generale di Napoli, dà 24,000 ; Cava, 
II. 12, 84 e General Marra {Oss.), 13, dice, « mai più di 24,000 ». 



Garibaldi e Pilo 355 



genio dell' uomo tanto scaltrito nell'arte della guerra quanto 
era prode in battaglia. 

A mezza via fra Renda e la capitale quasi al piede dei 
monti e sul limitare degli aranceti della Conca d'Oro, giace 
Monreale, famosa per la sua cattedrale normanna che si 
abbella dei più splendidi mosaici d' Europa. La città era 
occupata da una grossa avanguardia della guarnigione di 
Palermo, e attaccandola i Mille avrebbero dovuto pagare 
assai più che non potessero rischiare come prezzo di un 
semplice approccio alla posizione principale del nemico. Per 
quanto pronto a rischiare tutto, Garibaldi era egualmente 
determinato a non far getto di niente. Uno sperpero pre- 
maturo dei suoi Mille avrebbe fatto di lui un vero mendico. 
Se però le poche centinaia d' uomini delle squadre messe 
insieme da Rosolino Pilo sui monti, potevano occupare pre- 
cisamente le alture alle cui falde si stendeva Monreale, la 
guarnigione sarebbe forzata a ritirarsi di là. Fra Garibaldi 
a Renda, e Pilo a Sagana, tre sole miglia più in là al nord, 
le comunicazioni erano continue, così fu convenuto fra di 
loro che il Pilo, lasciata Sagana, s' inoltrerebbe a mantenere 
i suoi avamposti fino al monastero di San Martino, vasto 
edifìcio sepolto nel cuore di quelle valli selvaggie. Serven- 
dosi di San Martino come di suo quartier generale, il Pilo 
doveva poi concentrare le sue forze sulle alture al sud-est 
del monastero specialmente quelle del Castellaccio, o vecchio 
rudero d'un castello che nella distanza vedesi torreggiare 
sopra Monreale. Garibaldi appoggiò questa mossa con una 
ricognizione sulla strada maestra dopo Pioppo, stabilendo 
però che il grosso dei Mille rimanesse sulle alture di Renda 
fino a che l' operazione del Pilo fosse portata a termine e 
si venisse a cognizione del suo risultato. 



356 Garibaldi e ì Mille 



I regi però non aspettarono di essere attaccati. A rin- 
forzare la guarnigione di Monreale il Lanza vi aveva inviato 
un coraggioso ufficiale svizzero, colonnello Von Mechel con 
un energico subordinato maggiore Bosco, napoletano, e 3000 
uomini. ^ Questi, la mattina del 2 1 assunsero 1* offensiva, 
spinsero una colonna su per la strada contro gli esploratori 
dei Mille e li respinsero sul fianco del monte da Lenzitti 
a Pioppo e sempre più su fin al sommo di Misero-Cannone 
e del Passo di Renda. Nella Vallecorta, cadde morto il 
Piediscalzi, il valoroso e infaticabile albanese di Piana dei 
Greci, da dove egli era venuto con molti altri che ora si 
battevano a fianco dei garibaldini. 

Contemporaneamente altre due colonne disperdevano gli 
uomini del Pilo raccolti in cima ai monti sovrastanti la città. 
Una di esse risalì la valle San Martino per occuparne il 
monastero, mentre l' altra, uscita da Monreale e inerpicatasi 
per gli erti fianchi del Castellaccio e di Giardinello, senza 
dar tempo alle squadre di avvedersi che di assalitori eran 
diventati assaliti, li sorprendeva su un colle più basso e 
spianava i suoi fucili su loro, dall' alto. Il Pilo, che seduto 
tra le roccie scriveva a Garibaldi domandando aiuti, fu 
steso morto da una palla, con la penna in pugno, e i suoi 
uomini fuggirono pei monti. ^ 

Questo bravo siciliano e patriotta caduto così appunto 
alla vigilia del coronamento dell' opera di tutta la sua vita, 

^ Oltre questi 3000 v'erano già in Monreale tre battaglioni del colon- 
nello Bonanno, che non parteciparono molto attivamente agli eventi dei giorni 
susseguenti. De Sivo, 111. 209. 

2 Cronaca, 114-116; De Sivo, III. 208-209; Conv. Armaforte ; Cono, 
Vitali ; Calvino {Guardione, II. 437-438) ; Paolucci, Pilo, lll-l^l. Riso, 
57-62 ; La Lumia, 106 ; Pietraganzili, lì. 91 ; Piana dei Greci, 38; Giusta, 9 ; 
Cuniberti, 33. 



Garibaldi e La Masa 357 

si sarebbe affrettato a riconoscere che ai suoi occhi come 
a quelli del Mazzini, il vero oggetto della sua missione in 
Sicilia era già stato raggiunto il giorno che Garibaldi era 
sbarcato a Marsala. Pure la sua disfatta e la sua morte in 
quel momento inflissero un grave colpo alla causa e non 
soltanto sospesero ogni avanzata ma misero a repentaglio la 
posizione dei Mille. Il campo di Renda pur occupando un 
alto punto, giaceva però in un avvallamento delle cime stesse 
dei monti, e avendo ormai disperse le forze del Pilo, i regi 
potevano ad ogni istante apparire sulle vette sovrastanti del 
nord-est. Risultato dello scontro del 21 maggio fu perciò 
la necessità in cui si trovò Garibaldi, di trasportare senza 
indugio altrove il suo campo. ^ 

Così costretto ad abbandonare la strada di Partinico e 
Monreale da lui tentata nel suo primo approccio alla capi- 
tale, il Generale risolse di traversar la campagna fino all'altra 
strada maestra che serve di comunicazione fra Palermo e 
r interno dell' isola e porta a Corleone passando per Parco 
e Piana dei Greci. Di là egli entrerebbe in una nuova sfera 
d' operazioni sulle montagne sud-est della Conca d'Oro già 
occupate dal La Masa e dalle sue squadre più numerose 
di quelle del Pilo stesso. Dopo la battaglia di Calatafimi, 
il Dittatore senza porre tempo in mezzo aveva saviamente 
spiccato il La Masa perchè percorresse il paese e solle- 
vasse il popolo in armi. A differenza di altri siciliani dei 
Mille — quah il Carini, 1' Orsini e il Calvino — il La Masa 
non era dotato di speciale talento militare, ma aveva l' influenza 
dell'oratore e l'abilità dell'organizzatore e la parte del Danton 
siciliano gli si addiceva a pennello. Con meno di mezza 
dozzina di compagni egli si accinse ai pericoli di un viaggio 

^Mem., 352-354; Paolucci, Riso, 62. 



358 Garibaldi e i Mille 



per la campagna, portandosi da Calatafimi per contrade 
ancora infestate dagli sbirri e dai Compagni d'arme, su 
Roccamena, poi attraverso i precipizi e le foreste di Ficuzza, 
sulle campagne più aperte di Mezzojuso e Villafrate. In 
questa regione e sul tratto della costa fra Termini e Bagheria, 
egli era conosciuto e stimato come appartenente al paese e 
come uno dei capi del 1848. Al suo apparire in mezzo a 
loro svanirono le paure e le incertezze dei suoi paesani, 
come pure la diceria da lui sventata che non il vero Gari- 
baldi fosse sbarcato a Marsala, ma un polacco che si spac- 
ciava per lui. In pochi giorni egli formò un campo di 3000 
squadre a Misilmeri e a Gibilrossa estendendo i suoi avam- 
posti fino al Monte Grifone su cui di notte manteneva il 
fuoco dei segnali. Molto dovette egli ai cittadini di Termini 
i quali, malgrado la presenza di una guarnigione che occu- 
pava il loro forte e bombardava la città, seppero provvedere 
il suo campo di Gibilrossa d'uomini, di cibo e di quanto 
d* armi e di munizioni era dato loro racimolare. Una delle 
mire principali di Garibaldi nel traslocarsi da Renda a 
Parco fu di mettersi in contatto con le squadre del La Masa.^ 
Questa difficile operazione che bisognava eseguire sotto 
gli occhi del nemico occupante Pioppo e Monreale, fu 
mandata segretamente ad effetto, con esito felice, la notte 
del 21-22 maggio. Era d'uopo fare il giro delle sorgenti 
dell' Greto per la landa scoscesa e desolata in cui quel fiume 
scaturisce, qualche miglia al di qua della Conca d' Oro. 
Percorsa per due miglia e mezzo la strada che da Misero- 
Cannone piegando indietro, va a San Giuseppe Jato, e 



iMem., 354; La Masa (Sic), pagg. XXIX-XXXVI, XXXIX-XLII, 
67-138; Bonafede, La Masa, 235-240; Termini, passim; Pietraganzili, II. 
109-115, 135, 152-159. 



La marcia notturna a Parco 359 



giunti ad una casipola solitaria già barriera di pedaggio, i 
Mille scantonarono cominciando la traversata della brughiera 
a queir altezza di 2400 piedi, per un viottolo così pantanoso 
in certi tratti e così roccioso in altri, da esser difficile per- 
correrlo anche nella luce diurna, e quasi insuperabile in 
quella notte tenebrosa sotto la sferza del vento e della 
pioggia torrenziale che pareva portarsi via il suolo che 
calpestavano. « Non uno che non cadesse » scrisse uno dei 
marcianti. « Io caddi tre volte, molti altri dieci o dodici. » 
Così procedettero a uno a uno inciampando e ruzzolando 
per quel sentiero assai simile nei suoi caratteri generali a 
quello di Esk Hause in Cumberland, dal sommo del passo 
di Sty Head a quello di Rossett Gill. Sulla loro destra 
vicinissimi ma invisibili nell' oscurità, si spalancavano i pre- 
cipizi di Carpaneto e di Moarda. Ma le guide locali, fedeU 
e competenti, andavano in testa con Garibaldi trovando 
a tastoni l'invisibile cammino e il giorno dopo di primo 
mattino i Mille, fradici, pesti e sfiniti, molti senza un residuo 
di scarpe ai piedi, entravano barcollanti in Parco dove tutto 
quel che gli abitanti potevano fornire e di vitto e di fuoco fu 
messo generosamente a loro disposizione. I cannoni lasciati alla 
casa del pedaggio durante le ore di oscurità, furono smontati 
e il giorno di poi portati a spalla da montanari siciliani per 
lo stesso sentiero già percorso nella notte dalla fanteria. 
Con questa difficile marcia Garibaldi lasciava il Von Mechel 
in asso a Monreale e guadagnava due buoni giorni di respiro. 

La cittadina di Parco si stende alle falde dei monti 
sul limitare stesso della Conca d'Oro. Proprio a ridosso 



^ Campo, 114; Cono. Vitali e Conv. Armaforte. Campo e Vitali erano 
con le batterie. Mem., J 5 4, corrobora i loro asserti. 

2 Vedasi Appendice N, « La marcia notturna a Parco ». 



360 Garibaldi e i Mille 



dei suoi comignoli, si rizza all' altezza di circa 2000 piedi 
sul livello del mare, il colle Cozzo di Crasto presentando 
una fortezza naturale e poderosissima contro un nemico che 
si avanzasse da Palermo. Fu sulla sua cima rocciosa rag- 
giungibile dalla strada a spire che porta a Piana e a Corleone, 
che Garibaldi si accampò, fece scavare trincee e dispose 
la sua vetusta artiglieria. Il 22 maggio egli scriveva al 
La Masa « mi piace la posizione e procureremo di soste- 
nerla fino a prender la difensiva », — indubbiamente l'offen- 
siva contro la capitale stessa. E la sera di quel giorno 
ancora egli inviava al La Masa 1' ordine — e glielo ripeteva 
poi il 23 — di discender da Gibilrossa nella pianura attac- 
cando i regi di fianco e di dietro, non appena spiegassero 
il previsto attacco su Cozzo di Crasto. ^ 

Il piano non era mal concepito. L' azione così comin- 
ciata a difesa della formidabile posizione dietro a Parco, 
e appoggiata dall' attacco del La Masa sul fianco dei 
napoletani, avrebbe potuto risolversi in un contro attacco 
con l'eventuale irruzione dei vincitori dentro Palermo, alle 
calcagna del nemico debellato. Ma in primo luogo, la posi- 
zione scelta per la difensiva presentava un punto debole. 
Cozzo di Crasto pur essendo alto e pur presentando verso 
Palermo i suoi ispidi fianchi, non era che uno sprone spor- 
gente dei gioghi più alti della Moarda e del Rebottone. 
Nelle prime ore del 24 Garibaldi si accorse che una parte 
dei quattro battaglioni Von Mechel risalivano da Monreale 
verso le sorgenti dell' Greto, con l' evidente proposito di 
occupare le alture del Rebottone circondanti e sovrastanti 
Cozzo di Crasto, mentre il resto delle forze di Monreale 
e altri due battaglioni venuti freschi da Palermo con il 

^ La Masa {Sic), pagg. XLII-V ; Paolucci, Correo, 129. 



Ritirata su Piana dei Greci 361 

general Colonna, si preparavano ad un attacco di fronte 
dalla parte di Parco. Per salvarsi dal pericolo di essere ad 
un tempo sopraffatto dal numero e sorpreso tutt' intorno e 
dalFalto, Garibaldi ordinò la ritirata su Piana dei Greci. 
Le squadre del La Masa che nel frattempo si erano incam- 
minate alla volta della Conca d' Oro per la via di Belmonte 
e Mezzagno coli' intento di attaccare il fianco del generale 
Colonna, spaventati e irritati, presero la fuga per i monti 
dichiarando che Garibaldi li aveva ingannati, eh' egli si 
salvava nell'interno e che tutto era perduto. Non fu se 
non a fatica che il La Masa riuscì a impedire una dispersione 
generale e a raccogHere le sue forze avvilite a Gibilrossa ; 
di là il giorno dopo egli implorava Garibaldi a non ritirarsi su 
Corleone e a raggiungerlo invece a Gilbilrossa per un attacco 
combinato su Palermo. ^ 

I Mille avevano intanto cominciato a inoltrarsi per le 
spire della strada montana che conduce da Cozzo di Crasto 
al passo, di là dal quale sta Piana dei Greci mentre i 
Carabinieri genovesi coprivano la loro ritirata battendosi 
alla retroguardia con i regi venuti su da Parco. L'altra 
parte della colonna Von Mechel che aveva raggiunto il 
giogo di Rebottone per il passo di Portelle-Puzzilli con 
minaccie di tagliare la ritirata, fu affrontata sulle balze 
del monte Campanaro, ben 3000 piedi sopra il livello 
del mare, dalle valorose squadre albanesi, ad appoggiar le 
quali battendo il nemico sul loro fianco, accorse poi dalla 
strada il grosso stesso dei Mille. A tanta determinatezza 
dei Garibaldini nel sostenere l'urto di fronte, i regi si 



1 De Sivo, III. 209-210 ; Cronaca, 120 ; Franci, I. 53 ; Marra. Oss., 9 ; 
La Masa (5/c.), pagg. XLVI-XLVIII ; Mem., 355; Mss. Bologna, Bixio ; 
Pietraganzili, II. 230-232. 



362 Garibaldi e i Mille 



ritrassero e li lasciarono passare. Sgombrata così la via, i 
Mille attraversarono lo spartiacque presso la Madonna del 
Bosco e scesero per la strada maestra a Piana dei Greci sul 
pendio interno dei monti, non più in vista della Conca 
d' Oro ma dell' interno del paese. ^ 

La sera del 24 maggio, fra i Mille che sfilavano triste- 
mente per le strade di Piana dei Greci, e lassù lontano a 
Gibilrossa fra le avvilite squadre, a prevenir la dispersione 
delle quali il La Masa stava facendo tutto quanto 1' oratoria 
e la gesticolazione posson fare, non si credeva ormai che 
a una cosa sola, che cioè la rivoluzione fosse beli' e finita. 
I siciliani che avevan sinceramente accarezzato il desiderio 
e r aspettazione di un attacco su Palermo, non potevano 
credere ai loro stessi occhi vedendo Garibaldi in ritirata: 
cominciavano a metter in dubbio quel magico potere che 
gli avevano attribuito e si risentivano di quella sua calma 
imperturbabile anche nell'atto di ritirarsi, dichiarandola vera 
« indifferenza ».^ E a Piana molti di essi si sbandarono ripren- 
dendo la via delle loro case. ^ Se a questo punto i due batta- 
glioni del Colonna e gli altri quattro del Von Mechel si fossero 
affrettati a spingersi oltre sulla strada fin dentro Piana dei 
Greci, le speranze d' Italia avrebbero toccato una sorte ben 
triste. Ma il Colonna se ne tornò a Palermo * e il Von 
Mechel, che pur aveva il merito rarissimo nell' esercito napo- 



^ Mem., 355; Piana dei Greci, 40; Capuzzi, 57-58; Mss. Bologna, 
Bixio ; Paolucci, Riso, 67-68 ; Cono. Vitali e Conv. Armaforte ; Campo, 
115-116. 

2 Paolucci, Riso, 68. 

* Conv, Paternostro. 

* De SIvo, III. 210; Cronaca, 128; Cava, II. 88, nota. Bonanno, che 
con i suoi 3 battaglioni ( 1 8 compagnie) si era unito ai 4 battaglioni del Von 
Mechel neir attacco di Cozzo di Crasto, ritornò a Monreale ; Cronaca, 1 22- 1 23. 



L'artiglieria è fatta partire per Corleone 363 

letano di saper prendere e mantenere l'offensiva, era lento 
e poco tranquillo. In conseguenza, Garibaldi, lasciato dentro 
Piana dei Greci tutta la sera e la notte del 24, potè lì 
per lì e inosservato, dar principio all'esecuzione di un piano 
che mutò le sorti della guerra e fece cadere i nemici nelle 
reti tese loro dal loro stesso successo. 

Piana dei Greci era un altipiano pianeggiante e fertile di 
circa due miglia per lungo e per largo, alto forse 2000 
piedi sul livello del mare, ma quasi chiuso da un cerchio 
di monti rocciosi ergentisi per altri mille o due mila piedi 
più alti. Il suo suolo bene irrigato era stato coltivato per 
quasi quattro secoli da una colonia di greci albanesi stabi- 
litasi nella cittadina sul ciglio settentrionale del bacino per 
il quale la strada di Palermo si avanzava nella pianura. 
Alla sua estremità est una straduzza menava per una gola 
in quel cerchio di monti, alla frazione di Santa Cristina 
Gela e là finiva bruscamente troncata. Al sud, la strada 
maestra s'inerpicava alla vista di tutti su per il dorso del 
monte dirigendosi verso Corleone e l' interno dell' isola. 
Lasciare Piana per la strada maestra era render palese 
l'intenzione di voltare definitivamente le spalle a Palermo 
abbandonando ogni speranza di successo. E per questa strada 
egli mandò il bagagho, i. malati e i feriti, i suoi cinque 
cannoni con l'Orsini e cinquanta artigheri oltre una squadra 
di 150 uomini di cui molti facevano ritorno alla loro città 
nativa di Corleone. ^ La sera del 24, prima dell' imbrunire 
questa colonna fu vista chiaramente dalla pianura salir su 
per le spire della strada del sud e non vi fu se non un 

1 Vedasi la narrazione del Sampieri in Divisione Tiìrr, 384, e Menghini, 
71 ; Conv. Paternostro. 



364 Garihaldi e i Mille 



parere, che la fanteria non avrebbe tardato a prender lo 
stesso cammino. 

E invero calata la notte, i Mille furono chiamati a rac- 
colta nella strada e seguendo le piste dell' artiglieria, traver- 
sarono la pianura infilando la strada di Corleone, ed evitando 
la viuzza di Santa Cristina di Gela. Ma non appena per- 
corse due miglia, giunti presso le falde dei monti meridio- 
nali, sulle rive del fiume che irriga la pianura da quella 
parte essi abbandonarono la strada a notte fatta, non visti 
ne da amici ne da nemici e oltrepassando il muHno ad 
acqua di Ciaferia, furon guidati per vie traverse, alla fra- 
zione di Santa Cristina di Gela. Di lì tirando di lungo sul 
suo fianco meridionale, presero per una rozza carreggiata 
che dirigendosi all' est conduceva verso Marineo girando 
su per colli e giù per valli. Nel cuor della notte bivacca- 
rono in un bosco nella solitudine dei pascoli di Chianettu.^ 

Era una notte stellata e Garibaldi, contemplando Arturo 
che scintillava oltre l'usato, disse mezzo scherzoso ai suoi 
aiutanti di campo che quella era la sua stella, che se l'era 
scelta quando eran ancor mozzo e che allora con il suo 
splendore preannunziava la vittoria. Le sue parole fecero il 
giro del campo spargendo gioia in tutti i cuori, non solo 
come presagio di bene, ma come indizio del felice stato 
d' animo del Generale e della risorta speranza di un attacco 
su Palermo. ^ 

La mattina dopo (25 maggio), lasciate quelle alte pra- 
terie, seguirono uno dei più incantevoli sentieri della Sicilia, 



^ Vedasi appendice O. « Da Piana a Marineo ». Ora (1908) sulle alture 
di Chianettu (Pianetto) rimangono pochi alberi, ma il « bosco » .del bivacco 
è menzionato sì dal Bixio {Mss. Bologna) che dal Perini, 199; Garibaldi 
{Mem., 356), e Canzio {Menghinì, 428). 

^Turr, Risposta, 10; Abba, 159. 



Tra Misilmeri e Gihìlrossa 365 

attraverso gole rocciose, ubertose di olivi e d'alberi frutti- 
feri, e fresche d'acque scorrenti nell'imo fondo tra filari di 
pioppi. Così raggiunsero la grossa borgata di Marineo che 
stende il suo sudiciume in mezzo alla fantastica magnificenza 
della natura, all'ombra di una rupe precipitosa simile alle 
roccie di Gibilterra. 

Fra Marineo, dove presero un riposo di parecchie ore, 
ed i quartieri generali del La Masa a Misilmeri e Gibil- 
rossa, attraversando l'ampia e fertile valle coltivata a grano, 
che li separava, scorreva una strada selciata. Il Generale 
informò il La Masa del suo arrivo fissandolo al giorno 
seguente, ma in quello stesso pomeriggio, impaziente d' in- 
dugio, fece rimetter in cammino i suoi stanchi fedeli e li 
tenne in marcia fino a che entrarono in Misilmeri un' ora 
prima della mezzanotte del 25 maggio. La città abbando- 
nandosi alla gioia più sfrenata per la risurrezione del loro 
magico Garibaldi, s' illuminò tutta in suo onore. Alle undici 
egli spediva un messo al La Masa, nel suo campo di Gibil- 
rossa, chiamandolo presso di se per le tre del mattino onde 
« combinare cose importanti ». Non uno ignorava che le 
forze collegate ora piomberebbero sulla capitale. ^ 

Garibaldi non soltanto s' era sottratto all' inseguimento 
del Von Mechel ma aveva tratto così bene nell' inganno 
quell'ufficiale ch'egli s'era messo con tre o quattro mila uomini 
delle migliori truppe regie, compreso un battaglione di mer- 
cenari tedeschi, alla caccia della sua ombra nel centro del- 
l' isola. Così, per l'assenza dei loro soldati e ufficiali più 
bravi, le truppe alla difesa di Palermo con cui Garibaldi 

1 Capuzzi, 59-62; Giusta, 9-10; Abba, Noter., 106-108; Paolucci, 
Riso, 70-73 ; La Masa {Sic), pagg. XLIX-L. 



366 Garibaldi e i Mille 



stava per venire a cimento decisivo, rimanevano non solo 
indebolite, ma cullate in un rallentamento di vigilanza dalla 
ferma credenza eh' egli e i suoi Mille fuggivano in rotta su 
Corleone ne li avrebbero mai più molestati. 

Giacche, indugiato il suo arrivo in Piana fino al 25, il 
Von Mechel vi aveva naturalmente raccolta la voce che i 
Garibaldini avevano lasciata la città per la strada di Corleone, 
e nella beata ignoranza della loro deviazione su Marineo 
aveva inviato messi di trionfo al trepidante alter ego Lanza 
perchè si sentisse al sicuro nella capitale mentr' egli stesso 
riprendeva le mosse per infliggere V ultimo colpo a Gari- 
baldi. Ma malgrado l'ostinata sua determinatezza, egli si 
dette alla caccia con una lentezza straordinaria così che 
quasi all'ora stessa in cui colui sulle cui piste egli si credeva 
faceva irruzione nella città di Palermo, egli toccava appena 
la soglia della foresta reale di Ficuzza, otto miglia al sud 
di Piana. Colà i guardacaccia del Re misero gli ufficiali 
regi sull'avviso circa all' essersi operata una divisione nelle 
forze di Garibaldi, al quale annunzio il maggiore Bosco, 
stando a ciò eh' egli e i suoi amici asseriscono, avrebbe 
sollecitato il suo superiore a ritornare immediatamente a 
Palermo oppure a marciare su Marineo per una strada che 
si biforcava proprio in quel punto stesso in cui la discus- 
sione aveva luogo. Ma lo svizzero s' incaparbì ; non amava 
il suo subordinato, abile ma intraprendente, e ripetè l'ordine 
di procedere su Corleone. Quivi l' ufficiale d' artigHeria 
Orsini, cui Garibaldi aveva conferito il potere di pro-Ditta- 
tore con istruzione di non lasciarsi sfuggire l'occasione di 
mettersi in mostra, sollevò il popolo, e il 27 maggio impegnò 
una valorosa azione di retroguardia sulle colline al di là 
della città. I napoletani perdettero alcuni dei loro ma gli 
catturarono due dei suoi cinque cannoni ; e frotte numerose 



A Corleone 367 

dei suoi uomini Io abbandonarono, mentre il Von Mechel, 
stimolato dal gusto del sangue, si spingeva oltre Corleone 
nella probabile speranza di essere ancora sulle traccie di 
Garibaldi o per lo meno del grosso delle sue forze. E tirò 
di lungo via per Campo Fiorito e poi Chiusa e Giuliana, 
sostando ad una quindicina di miglia dalla costa meridionale 
dell' isola, adescato dal fuoco fatuo di tre anticaglie di cannoni 
e da poche dozzine d' uomini stremati, e di cavalli. E là 
il 28 maggio era sopraggiunto da un messaggero con la 
nuova che dall'alba del giorno avanti Garibaldi e i suoi 
Mille si azzuffavano nel cuore di Palermo. ^ Un primo 
messaggero spedito dalla capitale la mattina del 27 e il cui 
arrivo in tempo avrebbe potuto cambiare il fato d' Italia, 
era stato agguantato dagli albanesi sul suo passaggio attra- 
verso la strada di Piana dei Greci. ^ 



1 De Sivo, III. 2 1 0-2 1 2 ; Cronaca, 1 26 (rapporto Bosco) e 1 33 ; De Cesare, 
II. 233; Marra, Oss., 10-11 ; Orsini, N. A., luglio 1907, pagg. 46-50; 
Orsini {Cenno), 15 ; La Masa {Sic), pag. 122; narrazione Sampieri in Divi- 
sione TUrr, 384-385 ; Cunib rti, 42-43, dà un buon resoconto, salvo che 
dovrebbesi leggere « Colonna » dov' egli dice « Von Mechel ». 

^ Piana dei Greci, 45. Riprodotto in Oddo, 400-401. 



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^Questo hiogo^o daIJ860 è ffUitu chitwìoto 
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CAPITOLO XVI. 
Gibiirossa. - Palermo alla vigilia. 

Spread in the sight of the Hon, 
Surely, we said, is the net 
Spread but in vain, and the snare 
Vain ; for the light is aware, 
And the common, the chainless air, 
Of his coming whom ali we cry on ; 
Surely in vain is it set. 

Surely the day is on ouf side. 

And heaven, and the sacred sun ; 
Surely the stars, and the bright 
Immemorial inscrutable night ; 
Yea, the darkness, because of our light, 
Is no darkness, but blooms as a bower-side 
When the winter is over and done. 

SWiNBURNE : Songs before Sunrise : 
Hall before Rome. 

Nelle poche ore che corsero dalla mezzanotte all'alba 
del 26, i Mille stesero le stanche membra al riposo chi nei 
caffè e nelle case private di Misilmeri, chi nella chiesa che 
il Bixio volle usare ad ogni costo malgrado le proteste degli 
abitanti cui quell'occupazione sembrava atto sacrilego che 
procaccierebbe mali frutti alla causa. ^ Obbediente alla chia- 
mata di Garibaldi, il La Masa arrivò alle tre del mattino 
dal suo campo sui monti circostanti, e all'alba un consiglio 
di guerra si adunò nella casa in cui alloggiava il Gene- 
rale. ^ Forse già prima ancora di uscire di Piana, certo 
prima di lasciar Marineo, Garibaldi aveva presa la risolu- 
zione di far impeto su Palermo, ma sapendo eh' egli stava 
per domandare ai suoi amici di rischiar la vita in una partita 

^Capuzzi. 62; Abba, Noter., 108-109; Giusta, 10. 
*La Masa (Sic), pagg. LI-UI ; Paolucci, Riso, 73-74. 

Garibaldi 24 



370 Garibaldi e i Mille 



disperata, aveva reputato giusto sottomettere alla loro scelta 
l'alternativa di una ritirata nell' interno, nell'atto stesso che 
dichiarava il suo parere in favore d' un corso d' azione più 
ardito. La Masa, facendosi a ragione interprete dei senti- 
menti dei suoi compatriotti, stette per l' attacco sulla capitale 
che andava perorando da sei giorni nelle sue lettere al 
Dittatore. Nessuno sollevò seria opposizione ; come ben disse 
il Bixio « non ci fu discussione ; non ci poteva essere. » ^ 
Alle sei meno un quarto, presa formalmente la decisione 
definitiva, Garibaldi spedì al Corrao che aveva radunati i 
residui delle squadre del Pilo, sui monti dell' altro declivio 
della Conca d' Oro, l' ordine di far irruzione in Palermo 
quella notte stessa, dall'ovest. Sapendo che Garibaldi inten- 
deva di penetrarvi egli stesso per sorpresa dal sud-est, a 
noi e lecito supporre eh* egli volesse servirsi del Corrao per 
divergere l'attenzione dal lato su cui si effettuerebbe il vero 
attacco. Ma il Corrao si mosse alla bisogna circa venti- 
quattro ore più tardi e in conseguenza la sua mossa non 
aiutò in modo alcuno l' ingresso delle forze principaH. ^ 

Eran quasi le sette del mattino quando i Mille marcia- 
rono fuori di Misilmeri stendendosi sull'altro fianco della 
colHnetta in cima alla quale sorgono gli smantellati muri 
d' un castello arabo-normanno. E per la maggior parte della 
giornata (26) essi si accamparono là in mezzo agU olivi e 
alle viti tenendosi così sul lato est di Piano della Stoppa, 
un fondo piatto di cratere ora prosciugato e fertilizzato a 

^ Guerzoni, II. 93, nota. Questi e il Sirtori, 198-206, provano che mal- 
grado quanto fu asserito dal La Masa, il Sirtori non sostenne 1* opinione di 
una ritirata nell' interno, né in questa né in altra occasione. Dal momento che, 
contro il suo parere, la spedizione era stata mandata ad effetto, egli sostenne 
sempre che soltanto avanzando su Palermo si aveva probabilità di scampo. 

2Paolucci, Riso, 73-74; Corrao, 127-128. 



Gli ufficiali inglesi a Misilmeri 371 

cultura, ma allora quasi sommerso nell'acqua dalle recenti 
pioggie. ^ Oltre quel cratere, al nord-ovest, sorgeva all' altezza 
di mille piedi e più, il passo di Gibilrossa, il punto più 
basso del giogo del monte Grifone che ancora si frapponeva 
tra essi e la capitale. Eran quelle alture eh' essi dovevano 
montare e valicare al tramonto, passando per il piccolo 
convento che potevano veder biancheggiare in mezzo ai 
fichi d' India e agli olivi dell' erta dietro a loro. Una volta 
superate quelle cime e scesi nella Conca d' Oro, bisognava 
vincere o morire. Garibaldi stesso aveva detto ai suoi amici 
che il giorno dopo egli sarebbe entrato vittorioso in Palermo 
o il mondo non l' avrebbe più contato fra i vivi. ^ 

Il caso volle che quella mattina una carrozza con tre 
ufficiali che si davan buon tempo, uscisse di Palermo per 
la strada costiera, diretta a Misilmeri per Villabate. E a 
Misilmeri quegli ufficiali 

« sentirono con loro gran sorpresa — così riferirono poi al loro 
ammiraglio Mundy — che il gran capo nazionalista era arrivato 
da Parco soltanto qualche ora prima e stava allora pranzando in 
un vigneto lì vicino. Il Generale, udito che tre ufficiali inglesi di 
marina eran di passaggio nella borgata, mandò loro uno dei suoi, 
con un biglietto che li invitava a visitare il suo quartier generale. 
E r invito fu accettato. » 

Il tenente Wilmot e i suoi due colleghi trovarono Gari- 
baldi in -piedi in mezzo a un crocchio d' uomini vestiti quasi 
tutti come il loro duce, in pantaloni grigi e camicia di flanella 



^ Giusta, 1 0, Times, 8 giugno, pag. 1 0, col. 4 (Resoconto Eber). Essendo 
arrivato quella mattina ed avendoli trovati già accampati colà, 1' Eber suppose 
a torto, che vi avessero anche passata la notte. 

2 Perini. 221. 



372 Garibaldi e i Mille 



rossa. Al suo lato stava suo figlio Menotti, bello della per- 
sona e mite nell' espressione, con il braccio ancora al collo 
per la ferita di Calatafimi ; e v* era anche un frate, Pan- 
taleo, che, fu detto loro, s* era battuto sul campo con il 
crocifisso in mano. Garibaldi ricevette i suoi ospiti con quella 
sua cortesia tanto imponente nella sua semplicità, che affa- 
scinava tutti, gente d' ogni razza e d' ogni rango. Festeggiò 
la loro venuta con fragole fresche, li intrattenne, in buon 
inglese, del suo affetto e del suo rispetto per il loro paese, 
della sua speranza di conoscer presto l' ammiraglio inglese 
— presumibilmente in Palermo — e narrò come due giorni 
avanti nella sua ritirata a Piana dei Greci, avesse assistito 
dall' alto dei monti « al beli' effetto prodotto dalla salva 
unanime delle navi da guerra in onore del genetliaco di 
Sua Maestà la Regina ». I suoi ospiti brindarono alla salute 
di lui e a quella dell' Italia e non parvero punto imbaraz- 
zati dall'intervista. 

Quasi simultaneamente agli inglesi, erano giunti al campo 
altri due ufficiali americani della nave armata Iroquois, uno 
dei quali diede a Garibaldi un revolver eh' egli portò in 
battaglia il giorno dopo. Gli anglo-sassoni se la intesero da 
buoni amici con i Mille, e ritornarono a Palermo carichi 
di lettere da impostare, saluti e forse saluti estremi, per le 
case lontane del nord sotto il gran cerchio dell'Alpi. ^ 

E alla stessa ora del mattino in cui quegli amici neutrali 
avevano visitato il quartier generale, era arrivato per lo stesso 
cammino, l' ungherese Eber in qualità di corrispondente del 
Times, ormai decisamente in favore della causa italiana. 
L' Eber aveva l' intenzione di procurarsi un comando sotto 

1 Mundy, 107-108 ; Abba, Noter., 110-11 \\Mem., 356; Times, 8 giugno, 
pag. 1 0, col. 3 ; Zaslo, 49 ; Capuzzi, 65. 



// corrispondente del « Times » 373 

Garibaldi e non ne aveva fatto segreto ai suoi amici inglesi 
in Palermo ; ^ e ora veniva a Misilmeri come latore di mes- 
saggi e informazioni importantissime da parte del Comitato 
rivoluzionario centrale della capitale, che nel corso del giorno 
inviò colà altri due rappresentanti. ^ L' Eber fornì Garibaldi 
e il suo Stato Maggiore di un esatto resoconto della posi- 
zione delle truppe napoletane. Riportò esser queste forti di 
migliaia d'uomini in Monreale, Parco, Porrazzi e in tutta quella 
parte della Conca d' Oro ; soprattutto poi essere ancor più 
densamente ammassate nei pressi di Palermo stesso ai Quattro 
Venti e dietro il Palazzo, vale a dire sul nord e sull'ovest 
della cinta della città : 1' indecifrabile labirinto di vecchi 
vicoli e vicoletti, che formavano il cuor di Palermo, esser 
però quasi del tutto inoccupato. Se Garibaldi perciò riu- 
scisse a penetrare in quei recessi, potrebbe far appello agli 
abitanti perchè barricassero le strette arterie della città, e 
tenersi, almeno per un certo tempo, al sicuro dalle immense 
forze delle posizioni esterne del Palazzo e dei Quattro Ver.ti. 
Ma in che modo aprirsi la via fin là ? Palermo era come 
una pagnotta dalla midolla tenera ma dalla crosta dura. 
L' Eber però riportava che la parte da cui sarebbe più 
facile forzarsi l' accesso era appunto quella del sud-est, 
giacche, strano a dirsi, il Lanza aveva trascurato oltremodo 
tutto il lato che guardava Gibilrossa : il corso inferiore 
dell' Oreto, linea facilmente difendibile, era tenuta soltanto 
da un debole distaccamento, e 1' Eber potè descrivere i 
dettagli delle barricate erette e dei punti occupati dalle 
scarse compagnie di fanteria e da due cannoni alle Porte 
sud-est di Termini e di Sant'Antonino. Con la guida di 

' Mundy, 103. 
2 Conv. Gufirneri. 



374 Garibaldi e i Mille 



queste accurate informazioni Garibaldi saviamente decise di 
tentare l' assalto della città da Porta Termini. ^ 

Avendo formato il suo piano, il Dittatore convocò i capi 
delle squadre siciliane e domandò il loro concorso. Vi fu 
qualche mormorio sulla mancanza o scarsezza di munizioni, 
ma il grido generale fu : « a Palermo ! a Palermo ! ». 
Richiesti del cammino più diretto e segreto per arrivare a 
Porta Termini, essi dichiararono non senza esagerazione, e 
i fatti lo mostrarono, che un sentiero praticabile conduceva 
da Gibilrossa alla Conca d' Oro passando per Ciaculli. La 
scelta perciò cadde su questo sentiero piuttosto che sulla 
strada pubblica che con un ampio gomito passa per Villa- 
bate, quella stessa dalla quale erano arrivati nella mattina 
gli ufficiali di marina e V Eber. ^ 

L' entusiasmo a cui ora si abbandonarono i capi sici- 
liani e la gelosia che li mordeva per esser tenuti alla retro- 



1 Tali le informazioni che Eber dice nel Times esser pervenute a Gari- 
baldi a Misilmeri {Times, 8 giugno, pag. 10, col, 3-4). Come corrispondente 
del Times, dovendo mantenersi neutrale, egli naturalmente non dice di aver- 
gliele date lui stesso, ma si sa che fu lui che le portò. Vedasi Divisione 
7 Un, 49-51. A voce il TUrr mi asserì che furono le informazioni dell'Eber 
che fecero cadere la scelta di Garibaldi su Porta Termini. Qualsiasi altra 
Porta, aggiunse il TiiiT, anche la più vicina di San Antonino, sarebbe stata 
fatale. La Porta Termini era la meno difesa di tutte. 

^ Calvino (Guar^/Zone, 11.440); Times, 8 giugno, pag. IO, col. 4. Tanto 
il Calvino che 1' Eber arrivarono nella giornata del 26 e non seppero perciò 
del consiglio di guerra tenutosi dentro Misilmeri prima dell'invio del dispaccio 
al Corrao, alle 5,45 antimeridiane. 11 Consiglio al quale essi assistettero là 
sui monti, non era quello in cui la decisione fu presa ; soltanto un' adunanza 
intesa a rincorare i capi delle squadre siciliane e a raccogliere da loro quei 
pareri che avessero da dare. Divisione Tiìrr, 49-50; La Masa (Sic), 
pagg. LI-LII ; Paolucci, Riso, 75. Eber erroneamente dà il nome di Mez- 
zagna, al passo di Gibilrossa. Vedasi Appendice P, alla fine del volume. 



Si prepara l'attacco 375 



guardia, indussero Garibaldi a commettere il suo unico errore 
per cui l'impresa tutta fu messa a repentaglio. Concedette 
il cambiamento di piano, per cui il La Masa e le sue squadre 
marciarono in testa alle file dei settentrionali. Ci doveva 
però essere una avanguardia formata dalle guide e da un 
manipolo scelto, il fiore di tutte le compagnie dei Mille, 
che insieme con le guide locali sarebbe messa alla testa 
dell'intera colonna. ^ 

Ma qualunque si fosse l' ordine in cui marciavano, la 
loro era una ben ardita impresa. Tra malati, feriti e assenti 
in distaccamento a Corleone con l' artiglieria, i « Mille >^ di 
Garibaldi eran diminuiti di 300 dal dì dello sbarco a Marsala. 
Ed era con quei suoi 750 armati di moschetti o più pro- 
priamente di baionette, con forse più di 3000 contadini 
armati di tromboni e fucili da caccia, di picche e di falcetti, 
con la speranza di quell' aiuto che gli potrebbe esser portato 
dagh inermi cittadini della capitale, dato eh' egli mai riuscisse 
a penetrarvi, che Garibaldi si accingeva ad attaccare la 
guarnigione di Palermo e della Conca d' Oro, forte secondo 
i vari calcoli dei suoi propri capi, di 16 o 20,000 uomini 
tra cacciatori, cavalleria e artiglieria, senza contare i quattro 
battaglioni che il Von Mechel aveva condotti a Corleone.^ 

Nella frescura della sera del 26, i garibaldini, lasciato 
il loro campo presso il Piano della Stoppa, si arrampicarono 



^ Il numero di questa colonna è variamente calcolato, dai 30 ai 75 uommi. 
Dioisione Tiirr, 49-50; Mem., 357; Conv. Canzio ; La Masa (5rc.), LUI; 
Bixio, 199. 

2 Marra, Oss., 13-14; Cava, IL 12, 84; De Sivo, III. 208; Divisione 
Tiirr, 49-50 ; Bixio, 198 ; Paolucci, Riso, 75 ; Mundy, 108 ; Mss. Bologna, 
Bixio, dice che il La Fvlasa esagerava calcolando le sue squadre a piij di 3000. 
Altre poche centinaia delle squadre, avevan seguito Garibaldi da Parco. 



376 Garibaldi e i Mille 



fino al monastero e passo di Gibilrossa ^ per un viottolo 
serpeggiante su per V erta montana fra siepi di cactus gigan- 
teschi che davano un carattere orientale al paesaggio. Dopo 
breve sosta sulla solitaria piattaforma di roccie grigiastre su 
cui si nasconde pittoresco e solitario il convento, in un fitto 
d' olivi, di aloè e di cactus, essi, spintisi pochi metri più 
oltre, si trovarono davanti alla vastità incolta e solitaria del 
passo, là al varco dove oggi s' erge il monumento di Gibil- 
rossa. Era un' ora d' incanti che rapì tutti con la sua malìa. 
La terra era ancora fragrante degli effluvi primaveriH, e 
laggiù ai loro piedi stendevansi nella luce crepuscolare il 
piano, la città ed il mare. Le navi di tutto il mondo ormeg- 
giavano air àncora là nella rada, e dall' altra parte della 
Conca d' Oro il dorso del monte Pellegrino di Amilcare, 
fiammeggiava come fornace ardente, sotto i raggi del sole 
calante, quasi la montagna stessa si fosse accesa delle vampe 
cocenti del sole assorbite da tempo immemorabile. E più 
da presso, fra Garibaldi e la città, era tutto un tappeto 
variegato di foglie, masse di olivi cenerognoli e di limoni 
fra il giallo e il verde, rotte qua e là dal cupo verde degli 
aranci. La Cattedrale e il Palazzo, il cuore della posizione 
nemica, spiccavano nette, torreggiando sopra i tetti della 
città. Ma egli era ancor là a contemplare tanta bellezza, 
che già le forme e i colori di quelle masse soffici di verzura 
cominciavano a perdersi ; le torri e le cupole di Palermo si 
confusero indistinte in un velo di vapori e le rosee vette 



^ V. M., 4-5; Bixio, 199; Giusta, 10; Capuzzi, 67; Times, 8 giugno, 
pag. 1 0, col. 4. Ci sono prove contrarie circa all' essere il grosso delle squadre 
rimasto tutto il tempo intorno al monastero o all'essersi prima unito con i Mille 
marciando lassù con loro. E probabile eh' essi fossero rimasti sparsi qua e là 
in diverse parti dei monti, a bande separate. 



Palermo alla vigilia 377 



impallidirono mentre i suoi propri segnali di guerra, i suoi 
fuochi, apparivano improvvisi ad uno ad uno su quella 
chiostra di monti, quasi accennandogli di scender nella 
pianura nereggiante, 

« L* eco del cannone nemico dal forte, s' era spento da 
un pezzo fra i monti, e la luna s' era levata chiara e bril- 
lante » quando la testa della colonna cominciò lentamente 
a cercar la sua strada giù per i crepacci scoscesi della gola 
che si spalancava fra Gibilrossa e la pianura di Palermo/ 

Lo stato di cose esistente nella capitale e nella Conca 
d' Oro in quella memorabile notte del 26-27 maggio durante 
la discesa di Garibaldi, ci è fedelmente rappresentato dal 
giornale dell'Ammiraglio Mundy, in data dei due giorni 
precedenti alla crisi. Il 25 maggio, avendo notato che parecchi 
vascelli napoletani avevan mutato posizione con il visibile 
intento di prepararsi a bombardare la linea del mare, l'Ammi- 
raglio inglese era andato in città per vedere il Lanza in 
Palazzo. Colà nelle vaste sale dominanti dall' alto la città 
ed il mare, quelle stesse in cui il più amato ma non il più 
savio degli Ammiragli inglesi aveva dato ai Borboni un 
consiglio ben diverso da quello che il buon Mundy stava 
per proferire; questo moderno rappresentante della potenza 
inglese su tutte le spiaggie del mondo espresse all' alter ego 
del Re le sue rimostranze contro l' ordine di un bombar- 
damento che a rigor di termini non faceva parte delle 
operazioni militari in corso. 

« La risposta del general Lanza — continua rAmmiraglio — 
fu franca e decisa.... Nutriva salda speranza che Palermo non 

^ Times, 8 giugno, pag. 10, col. 4-5. 



378 Garibaldi e i Mille 



sarebbe diventata la scena di una sanguinosa lotta civile, e ogni 
suo sforzo era diretto ad allontanare dalle mura della capitale la 
calamità di una guerra. La resistenza all'invasore straniero sarebbe 
fatta fuori della città ; infatti il giorno avanti egli aveva fatto 
sloggiare la banda garibaldina dalla forte posizione di Parco, sette 
miglia fuori di Palermo inseguendola fin sulle montagne di Piana 
dei Greci. Se però, malgrado i suoi sforzi, i ribelli provocassero 
l'insurrezione nella città, allora il fuoco delle batterie di mare e 
di terra parteciperebbe alla repressione della rivolta... Quando il 
generale Lanza ebbe finito io mi alzai per prender congedo, 
ringraziandolo per la schiettezza della sua dichiarazione e notando 
nello stesso tempo che fra la distruzione in massa di una città e 
l'uso dell'artiglieria contro un popolo in rivolta, correva enorme 
divario. Allora egli m' informò che due prigionieri piemontesi erano 
stati portati al corpo di guardia quella stessa mattma ; ^ erano in 
costume militare privato ma senza fallo dei gentiluomini. Alla 
mia preghiera di risparmiar loro la vita egli aderì senz'altro. 

« Durante l'intervista il signor Maniscalco (capo della Polizia) 
e il colonnello Polizzi erano entrati nella discussione con lo scopo 
di giustificare le decisioni già chiaramente espresse dal Regio 
Commissario. Sfortunatamente, nel calore della discussione il 
primo domandò a Mr. Goodwin (Console inglese) se non fosse 
del parere che un popolo meritasse di essere annichilito qualora 
insorgesse contro le autorità costituite. Alla inattesa e inopportuna 
domanda, il Console di Sua Maestà rispose sdegnato che non 
si aspettava mai che gli si potesse rivolgere una domanda simile ; 
ma che poiché il Maniscalco sceglieva di farlo, egli non si peri- 
tava a rispondere che quando un popolo è tiranneggiato, ha il 
diritto innato di armarsi e insorgere contro i suoi oppressori... » 

Nel pomeriggio del 26 maggio, allorquando Garibaldi 
era a mezza via fra Misilmeri e Gibilrossa, l'Ammiraglio 



^ Due dei Mille, presi durante la ritirala di Parco. 



Azione dell'ammiraglio Mundy 379 

Mundy e il Console Goodwin facendo un giro in vettura 
per la Conca d' Oro, eran scesi a visitare un convento e 
s*eran meravigliati non poco udendo della gente retrograda 
come i frati, dichiararsi ardenti partigiani della rivoluzione. 
Non molto discosto di là, alla Grazia, la carrozza era stata 
arrestata da alcuni membri delle squadre, l'aspetto dei quali 
non aveva edificato l' Ammiraglio benché gli usassero rispetto 
a causa della sua nazionalità. Al suo ritorno egli aveva scritto : 

« Fuori la cinta della città, ottenuto T accesso in una casa già 
residenza dei governatori Arabi in Sicilia, ^ e salito sulle sue alte 
torri, potei vedere con i miei propri occhi parecchie ville incen- 
diate dalla soldatesca perchè appartenenti a nobili creduti ostili 
alla causa del Re. ^ In qualunque direzione di quella vasta e fer- 
tile pianura io guardassi, l'occhio era colpito dal fumo della 
rovina e della devastazione, mentre il fuoco continuo dei moschetti 
e il lontano rimbombo dei cannoni attestavano che il conflitto 
armato continuava sui declivi dei monti. » 

E rientrando in Palermo l' AmmiragHo s' era sdegnato 
alla vista di una fila di operai ammanettati e condotti in 
prigione per aver visitate le navi inglesi in quel pomeriggio 
durante la loro vacanza settimanale. Non ne avevano riportato 
niente di più compromettente che biscotti secchi e tabacco, 
ma era colpa bastante T aver visitata la fortezza galleggiante 
della libertà. 



^ L'Ammiraglio può qui accennare sia a La Favara presso Brancaccio, o 
a La Zisa o a La Cuba più vicine alla città e al Palazzo Reale. 

^ Dal Giornale Politico del Goodwin, in data di quella settimana {Mss. 
Palermo, Br. Cons. Papers) apprendiamo che i soldati saccheggiavano le ville 
della nobiltà, ad esempio Villa Marutta a Passo Rigano, sotto il pretesto di 
far ricerca di armi. 



380 Garibaldi e / Mille 



Ritornato sulla sua nave ammiraglia, il Mundy seppe 
dal luogotenente Wilmot come contro ogni sua aspettazione 
egli fosse capitato quella mattina nel campo di Garibaldi, 
prova evidente che Garibaldi non era così lontano come 
supponeva il Lanza. Quella sera, quasi all'ora stessa in cui 
i Mille si preparavano alla discesa da Gibilrossa, un biglietto 
veniva recapitato all' Ammiraglio nella sua cabina proprio 
quando stava per coricarsi : era di un inglese residente nella 
città. Esso diceva : 

« Egregio Signore, 

« Mi si dice che domani mattina alle due scoppierà l'insur- 
rezione ; a queir ora o subito dopo, Garibaldi sarà presso la 
Porta Sant' Antonino per la quale Ella ha lasciata la città oggi 
dopo pranzo, pronto a forzarsi l'ingresso nella città con la baio- 
netta alla mano ». ^ 

Quel segreto d' alto momento, già noto ai residenti ed 
alle autorità inglesi, era a conoscenza di tutti i liberali 
attivi di Palermo. Un signore siciliano ~ mi ha narrato il 
fermento della sua casa paterna situata nel cuore della città, 
nel bel punto chiamato dei quattro Cantoni. Con gran dolore 
e sdegno del fratello minore, era stato deciso che soltanto 
il padre signor Tedaldi e i due figli maggiori avrebbero 
preso parte al combattimento del giorno dopo. Già eran 
pronti i vestiti che avrebbero indossati, giacchette di velluto 
alla cacciatora e berretti alla scozzese ornati di nastri e 



^ Mundy, 98-109. 

2 Conv. Tedaldi. Il Colonnello cav. Francesco Tedaldi, residente da molti 
anni sul continente soddisfece a pieno i suoi doveri di buon patriotta nel 
1860 non solo in Palermo, ma anche a Milazzo e di là dallo Stretto. 



L'aspettativa in Palermo 381 

coccarde tricolori, sacri simboli che la loro madre aveva 
raffazzonati insieme con ritagli rossi, verdi e bianchi, tolti 
ai suoi propri cappelli, che in quei giorni nessuno osava 
domandare apertamente nei negozi i colori proibiti. Non 
avevano armi, perchè più d'una volta la città era stata 
frugata per un sequestro, ma calcolavano che i garibaldini 
ne avrebbero fornite loro. Giù nella piazza di sotto vigila- 
vano i poliziotti e vedendoli attraverso le gelosie essi si 
domandavano come potrebbero riuscire a lasciar la casa il 
giorno dopo. E così vegliarono fino a tardi porgendo 1' orec- 
chio alle schioppettate risonanti di tanto in tanto nella 
Conca d' Oro, come avevan fatto ogni notte da un mese 
in qua, e domandandosi se annunziassero il suo arrivo. 
Poi i ragazzi furono mandati a Ietto per cercarvi qualche 
ora di sonno mentre il padre aspettava in piedi l' alba e 
Garibaldi. 

Quella mattina del 26 le centinaia di prigionieri politici 
chiusi nella prigione Vicaria, avevano allibito all' annunzio 
ufficiale della ritirata di Garibaldi su Corleone, ma a rinco- 
rarli, la sera stessa era pervenuto loro di soppiatto un 
biglietto che diceva : « Domani Garibaldi entrerà in Palermo ».^ 

Che un segreto tanto diffuso fosse altrettanto ben 
conservato, torna, come ebbe a dire Garibaldi, a onore 
dei siciliani, e della loro segretezza e fedeltà. ^ Pareva 
infatti che le autorità fossero quasi le sole completamente 
all' oscuro del progettato attacco e del fatto che Garibaldi 
s'era ripiegato su Misilmeri e le sue vicinanze. Ancora 
alle 12.30 del 26 il Lanza telegrafava sempre al general 
Bonanno a Monreale : « La banda di Garibaldi, in rotta, si 



^ Brancaccio, 189. 

2Mem., 356; Calvino {Guardione, II. 440). 



382 Garibaldi e i Mille 



ritira disordinatamente pel distretto di Corleone. Egli è 
incalzato »/ 

Il giorno stesso si era affisso in Palermo un proclama sullo 
stesso tenore, ma il pubblico che ormai non credeva più 
alla sconfitta dei « filibustieri », aveva strappato dai muri, 
con dileggio, l'avviso.^ Il signor Della Cerda mi ha raccontato 
come mentre sua madre leggeva -quel proclama in casa d' un 
amico, il cav. Paolo Amari le avesse detto : « Cessi quella 
lettura. Domani Garibaldi sarà in Palermo».^ Gli stessi 
ufficiali napoletani, benché non fossero a parte del segreto, 
parevano sentirsi a disagio. Molti avevano rinviato le loro 
famiglie e le loro suppellettili a Napoli * e il colonnello Fileno 
Briganti, quello stesso che dopo poco doveva essere ucciso 
in Calabria dalle stesse truppe di cui era stato fatto gene- 
rale, aveva ne più ne meno che affidata la sua mobiglia alla 
cura dei suoi amici liberali, la famiglia Della Cerda, facen- 
dola trasportare con carri dal forte di Castellamare alla loro 
casa di faccia, come se il tetto d'un patriotta fosse in 
Palermo asilo più sicuro che la principale fortezza regia, 
di cui allora egli stesso era il comandante. ^ 

Al quartier generale in Palazzo, l'energico Ministro di 
Polizia Maniscalco, come pure il general Bartolo Marro ed 



1 Stampato nel Gìor. Off. Sic, 9 giugno 1 860. Da una copia manoscritta 
del Maniscalco, trovata nel Palazzo dei Ministri. 

2 Stamp. Off. Bollettino, 26 maggio ; La Masa {Sic?) \ 33, lettera del 26 maggio. 
* Coni). Della Cerda. Vedasi Menghini, 56, sull'aspettazione del popolo, 

il 26 maggio. 

"* Times, 1 giugno, lettera da Palermo, 25 maggio. « I napoletani non 
sono troppo fidenti nella vittoria. Ieri, due vapori sono partiti per Napoli 
pieni di fuggitivi e delle loro masserizie. Era una processione di barche cariche 
di mobili ». 

^ Conv. Della Cerda; De Sivo, HI. 218. 



1 



Illusioni del general Lanza 383 

altri ufficiali, facevano pressione sul Lanza perchè pren- 
desse precauzioni contro i ribelli nella direzione di Gibil- 
rossa, ma le risposte àéX alter ego erano o evasive o sprez- 
zanti. Egli continuò a rimanere irremovibile anche quando 
un uomo arrivato a spron battuto dai monti riportò di aver 
veduto egli stesso le camicie rosse dei garibaldini aggiun- 
gendo che questi si accingevano ad attaccare Palermo. 
Informato che la città era alla vigilia dell'insurrezione, egli 
si limitò a ripetere quanto aveva già detto all'Ammiraglio 
che cioè, se scoppiasse la rivolta, egli ordinerebbe il bom- 
bardamento. E poiché egli non prese misura alcuna per 
render più nudrita la debole linea di rinforzo dell' Oreto 
e delle porte di Termini e di Sant' Antonino, a noi è dato 
presumere che malgrado gli avvisi ricevuti, egli si mante- 
nesse nella tranquilla sua illusione fino al brusco risveglio 
che ne lo riscosse all' albeggiare della domenica 27 maggio. ^ 

^ De Sivo, III. 213-215; Cava, II. 86. Un' illu trazione pubblicata dalla 
stampa liberale alcune settimane più tardi, ben riassume la situazione. Il 
Lanza vi fa da ciarlatano in un casotto di saltimbanchi ; i soldati guardano alle 
finestre, un palermitano dietro a loro strizza l'occhio a un biricchino da 
strada che fa un « gesto volgare ed odioso » verso 1' alter ego. Questi sta dicendo : 
« Avanti, signori ! Ecco i filibustieri del Mediterraneo capitanati da Garibaldi, 
in fuga verso Piana. E più in là voi potete vederli in rotta a Piana, in fuga 
verso Corleone ». Un astante dice : « Voi ce la date ad intendere. Io non vedo 
niente del genere. Vedo Garibaldi che entra vittorioso in Palermo alle vostre 
calcagna » . Forbice, 1 4 giugno 1 860. 




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2 



CAPITOLO XVII. 
La presa di Palermo.^ 



Chi è costui che cavalca glorioso 
In fra i lampi del ferro e del fuoco. 
Bello come ne! ciel procelloso 
Il sereno Orione compar ? 

Ei si noma, e a' suoi cento diét loco 
Le migliaia da i re congiurate : 
Ei si noma, e città folgorate 
Su le ardenti ruine pugnar. 

CARDUCCI : Sicilia e la 
Rivoluzione. 



Oggi una ben costrutta strada scende serpeggiando 
per l' erta, dal monumento di Garibaldi sul Passo di Gibil- 
rossa, giù alla pianura di Giaculli ; ma nel 1 860 non v' era 
miglior cammino che un sentiero diritto e precipitoso, il 
quale, nella parte più alta e ripida della scesa s'immede- 
simava con il letto d' un torrente asciutto nel cavo d* una 
gola dirupata. Gli uomini di Garibaldi si calarono giù per 
quella via la cui torva imponenza, rivelata anziché attenuata 
dal chiarore lunare, richiamò alla mente di alcuno dei Mille 
il cammino per cui Dante scese da un cerchio ali* altro 
dell' Inferno. ^ Raggiunto il livello della pianura verso la 
mezzanotte, l'aspro sentiero continuava verso CiacuUi per il 
letto d' un rivo fiancheggiato da boschi d' olivi i cui bassi 
muriccioli oggi portano l'iscrizione : Discesa dei Mille, 



^ Vedasi la cartina alla fine del volume, 

^ Mss. Roma, Saoi. 

' Vedasi Appendice P. « La via seguita da Gibilrossa a Palermo ». 

Garibaldi 25 



386 Garibaldi e i Mille 



Fu tra questi oliveti, lungi dai nemici e da ogni abita- 
zione umana, che occorse il primo infortunio di quella notte. 
Uno dei pochi cavalli facenti parte della colonna cominciò 
a scalpitare; si sollevò il grido di « ecco la cavalleria » e 
subito il panico si sparse dove piti e dove meno lungo la ' 
linea nereggiante. Qualche sparo partì e al rimbombo tutti 
i cani della Conca d' Oro si riscossero a vicenda con un 
abbaiare furioso, allarme che fortunamente non mise sul- 
r avviso i generali regi raccolti in Palazzo, per esser diventato 
da qualche tempo il ritornello solito di ogni notte. Rista- 
bilito l'ordine per opera di Garibaldi, la colonna si rimise 
in marcia. ^ 

E s'avanzarono di bel nuovo nel silenzio degli oliveti; 
ognuno s' abbandonava alle proprie riflessioni o tendeva 
l'orecchio intento ad ogni suono di guerra dalla parte di 
Palermo. Lo strimpellare lontano d' un pianoforte — chi sa 
perchè suonato a quell'ora tarda — arrivava sull'ali della 
brezza, rincorandoH, Alla loro sinistra, sul Monte Grifone, 
e su Gibilrossa alle loro spalle, i fuochi del bivacco fiam- 
meggiavano vividi, ahmentati da uomini che Garibaldi vi 
aveva lasciati a bella posta, per tema che i regi, non vedendo 
i soliti segnali notturni, indovinassero che i ribelli stavano 
scendendo al piano. ^ 

Oltrepassata la borgata-frazione di Ciaculli, procedettero 
verso La Favara o Castello di Mare Dolce, un palazzo 
in rovina circondato da ben irrigati gierdini di limoni nel 
quale gli antichi signori della Sicilia, i Saraceni, e dopo 



1 Times, 8 giugno, pag. 10, col. 5 ; Abba. Noter., 113-1 15 ; Bixio, 199; 
Mss. Roma, Savi; Perini, 226-228; Giusta, 10. 

2 Abba, 167-168 ; Times, 8 giugno, pag. 10, col. 4; Mss. Roma, Savi; 
Mem., 357 ; Giusta, 10. 



La marcia notturna 387 



di loro Federico II, avevano goduto i loro dotti riposi. In 
quel labirinto di sentieri e di boschetti d'agrumi, le squadre 
sbagliarono la strada e ne nacque nuova confusione. I capitani 
delle varie bande locali non erano militari : uno di essi 
infatti, il Rotolo, che quella notte comandava la fronte delle 
squadre, era un prete, parroco di un villaggio interno da 
cui egli aveva portato un centinaio d'uomini sul campo di 
Gibilrossa. Era tutt'altro che povero di coraggio ma egli 
stesso s' era, sebbene invano, appellato al Sirtori e a Gari- 
baldi in nome della sua inesperienza, perchè non lo mettes- 
sero alla testa dei suoi concittadini. Lo stesso La Masa, il 
capo di tutte le squadre, cominciò anch' egli a dar prova 
della sua incapacità nella parte affidatagli di capo d' un 
gregge indisciplinato. Finalmente il Bixio, scagliati con l'usata 
veemenza i suoi fulmini sulla testa dell' inetto capitano, 
indusse il Dittatore a permettere che il siciliano Carini, 
comandante di uno dei due battaglioni dei Mille, accorresse 
a ristabilir l'ordine fra le squadre, al che egli riuscì alla 
meglio con l'aiuto di Fra Pantaleo. ^ 

Al di là di La Favara, pare che la colonna si sia 
avanzata in due o più divisioni, di cui alcune avrebbero 
seguita la strada che passa per Brancaccio, ^ ed altre avreb- 
bero raggiunto lo stradone a Settecannoli con una devia- 
zione traversa. ^ Riunitisi poi al bivio della Scaffa, occu- 

^ Vedasi Appendice P per il cammino seguito ; Paolucci, Riso, 15-11 . 
Conv. Rotolo; Bixio, 199 (versione purgata nel Ms. Bixio); Bonafede, 
La Masa, 365-366 ; Times, 8 giugno, pag. 1 0, col. 5. 

* Conv. Armaforte e Conv. Campo, per la strada percorsa da essi stessi. 

* Paolucci, Riso, 78 ; Conv. Rotolo, per il cammino eh' egli fece seguire 
ai suoi uomini. Dice aver fatto alt a La Favara, poi scantonato a destra fino 
a Settecannoli sulla strada maestra. La sosta a La Favara si trova confermata dal 
Campo, 117. 



388 Garibaldi e i Mille 



parono un mulino, avamposto nemico, sgombrandolo dei suoi 
difensori. ^ 

La prima linea di difesa dei regi si stendeva lungo 
rOreto inferiore dal cimitero oltre Guadagna, fin giù ai 
ponti presso il bivio della Scaffa ^ a guardia dei quali stava 
un» corpo abbastanza considerevole. ^ 

Il Ponte dell'Ammiraglio, magnifica reliquia dell' archi- 
tettura normanna, costrutto sui primi del secolo decimosecondo 
dal grande ammiraglio del Re Ruggero, Giorgio Antiochenus, 
si connetteva per la credula gente del posto, con l' idea 
degli spiriti delle « disgraziate » vittime della giustizia pub- 
blica, sepolte nel cimitero poco discosto e, strano a dirsi, 
ritenute benevoli protettrici dei passanti. ^ Questo antico 
ponte getta ora i suoi archi sul vecchio letto asciutto del- 
l' Oreto, e pochi metri più in là il moderno Ponte delle 
Teste scavalca le acque scorrenti nel loro nuovo letto. I regi, 
raccolti e compatti sul Ponte dell'Ammiraglio e nei fabbri- 
cati circostanti, si preparavano a fare la più calorosa acco- 
glienza alla testa della colonna avvicinantesi dal bivio della 
Scaffa, giacche, sebbene strategicamente Garibaldi fosse 
riuscito a sorprendere il Lanza, pure la sorpresa tattica era 
stata mandata interamente a vuoto dalle squadre del Rotolo 
che attraversando Settecannoli pochi minuti prima, avevano 



1 Menghini, 60; Giusta, 10; V. M., 5. 
^ V. M., 5; Lorenzo; Giusta, 10. 

2 Le autorità sulle forze napoletane, differiscono circa al numero di questo 
corpo. Cava, II. 86, lo dice essere stato un battaglione del sesto linea guidato 
dal maggiore Vincenzo Ambrosio. De Sivo, IL 216 e Franci, I. 54, con- 
cordano nel dire che consistesse di 260 uomini del 2° Cacciatori sotto il capi- 
tano Follo. 

4 V. M., 21 ; De Cesare, II. 231. 



Al Ponte dell' Ammiraglio 389 



gettato alte grida e scaricati dei colpi all'aria, all'idea della 
prossima battaglia. ^ 

Ne seguì che quando 1' ungherese Tùkòry si scagliò alla 
testa dell' avanguardia — cinquanta o sessanta dei più eletti 
fra i Mille — contro il Ponte dell'Ammiraglio, egh e i suoi 
furon ricevuti da una scarica che arrestò il loro assalto. 
Allora i 3000 delle squadre che li seguivano, assaliti da istan- 
taneo timor panico, si rovesciarono di qua e di là della 
strada per vigneti e frutteti, e per il breve spazio critico 
di qualche minuto, un gran vuoto separò il piccolo nucleo 
del Tùkòry, che esposto a un fuoco terribile ancora non 
cedeva il terreno davanti al ponte, dal resto dei Mille, alla 
retroguardia della colonna in rapida dissoluzione. ^ 

L' esitazione d' un minuto da parte della retroguardia 
sarebbe stata fatale. « Avanti Cacciatori ! Avanti ! Entrate 
nel centro ! » gridò Garibaldi. ^ E a questo incitamento, i 
Carabinieri genovesi e le due prime compagnie del batta- 
glione Bixio, prendendo le mosse dal bivio della Scaffa, 
divorarono a corsa la strada fra i due muriccioli, al di là 
dei quali le squadre eran sparite con suprema agilità. Davanti 
a loro i baluardi dell'antico ponte si rizzavano spettrali nel 
crepuscolo grigiastro dell'alba, scagHando fuoco su di loro 
di mano in mano che si avvicinavano. Una volta riunitisi 
all' avanguardia del Tiikòry e a quei siciliani che non avevan 
seguiti gli altri in cerca di riparo, i nuovi venuti si scara- 
ventarono sul nemico che dopo fiera zuffa voltò le reni e 



1 Cono. Rotolo; Paolucci, Riso, 78; Times, 8 giugno, pag. 10, col. 5; 
Divisione Tiirr, 51-52; La Masa {Sic), LUI. 

2 Conv. Campo ; Paolucci, Riso^ 78 ; Times, e. s. ; Divis. Tiirr, 52 ; 
Perini, 231-232. 

^ Conv. Canzio. 



390 Garibaldi e i Mille 



si rifugiò in Palermo. Un corpo di cavalleria regia dopo essersi 
avanzato fino al Ponte dell'Ammiraglio, si ritirò anch'esso senza 
tentare la carica. Dopo questo, il Ponte delle Teste fu assalito 
e preso, e così venne oltrepassata la linea dell'Oreto. Domenico 
Piva che dieci anni prima aveva aiutato Garibaldi a tonneg- 
giare le barche di Cesenatico, ^ fu il primo ufficiale che attra- 
versò il fiume, se pure non fu il Bixio stesso. Rocca della Russa 
da Monte Erice, e due altri siciliani, giacevan morti o morenti 
presso l'antico ponte, e dei Mille, parecchi erano caduti. ^ 

Dall' Greto a Porta Termini corre circa un miglio di 
strada suburbana, e per questa i Mille si affrettarono a tutta 
possa, ^ mentre per un breve intervallo, il Generale e gli ^ 
ufficiali a cavallo dello Stato Maggiore rimanevano indietro 
con alcuni siciliani dei Mille per cacciar le squadre fuori 
dai giardini in cui s' eran rifugiate e indurle ad attra- 
versare i ponti sempre esposti al vivo fuoco incrociato tirato 
su essi nella direzione di Guadagna. ^ 

La parte di Palermo su cui i Mille marciavano lasciando a 
i ponti, non era protetta come il resto della città, da mura 1 
e bastioni, perchè lungo il lato esterno delle fortificazioni 1 
si stendeva una fila di case. Queste però erano state fab- 
bricate in una linea ininterrotta, così che per effettuare 
un' entrata in massa bisognava passare per la Porta Sant'Anto- 
nino o la Porta Termini. A quest' ultima non v' era più 
barriera, ma i napoletani vi avevano eretta una barricata di 

* Trevelyan, Garibaldi e la Difesa di Roma, 321. 

2 Cava, II. 86; Risorg,, anno II., I. 125; Bixio, 200; Conv. Canzio; 
Franci, I. 54-55 ; Menghini, 429-430 ; Abba, Noter., 1 15-116 ; Mss. Roma, 
Savi; Paolucci, Riso, 78 ; La Masa {Sic), LIV, nota. 

^ Ora il Corso dei Mille. 

^ Times, 8 giugno, pag. 1 0, col. 5 ; Paolucci, Riso, 79 ; Calvino {Guar- 
dione, II. 441-442). 



A Porta Termini 391 



un' altezza insolita che bloccava effettivamente la strada poco 
più in là del punto preciso in cui una volta stava la porta. 
L' ostacolo non era che debolmente difeso ma era in se 
stesso insuperabile e perciò sufficiente ad arrestare la carica dei 
Mille mentre Bixio e altri si davano a tempestarlo e atterrarlo. 
Mentre la loro opera di demolizione si compieva, i tiratori regi e 
due cannoni impostati fuori X altra Porta Sant'Antonino davanti 
alla chiesa dello stesso nome, facevano fuoco per il lungo e 
largo stradone ora detto via Lincoln, nel fianco sinistro dei 
Mille immobilizzati dalla barricata. Dalla direzione opposta 
intanto, dal mare, una nave da guerra napoletana scaricava 
anch'essa le sue palle sullo stradone. Colà Benedetto Cairoli 
— pur destinato a sopravvivere alle guerre della liberazione, 
lui solo di cinque fratelli — cadde, e cadde il Canzio di 
Genova, futuro genero di Garibaldi ; e il bravo ungherese 
Tiikòry che guidava l'avanguardia vi fu anch' egli prostrato 
a terra mortalmente ferito. 

Era un momento critico, quando Garibaldi, compiuta 
r opera di chiamare a raccolta le squadre, arrivò di galoppo 
alla Porta Termini sempre gridando a gran voce : « Avanti ! 
Avanti ! Entrate nel centro ! ». Allora l'alta barricata cedette 
davanti alla furia del Bixio che nemmeno una palla nel 
petto aveva domato. Il primo a entrare nella città fu Nullo 
di Bergamo^ e dietro a lui gli altri, come un maroso impe- 
tuoso di guerra, si riversarono sull' atterrata barriera. Si 
sgombrò un passaggio per il cavallo di Garibaldi, e tutto il 
residuo dei Mille, stretto intorno al loro duce torreggiante 
su di loro, si slanciò ruggendo nella stretta viuzza fra i 
palazzi medievali e sotto le loggie sporgenti di Palermo. ^ 

^ Ora chiamata via Garibaldi. Con\>. Canzio; Conv. TUrr; Bixio, 190-200 ; 
Conv. Campo ; Calvino {Guardiane, II. 44 1 -442) ; Divis. Tiirr, 52 ; Men- 



392 Garibaldi e ì Mille 



Le squadre intanto venivano dietro per seguirli. Ma i 
giunte allo stradone fecero alt spaventate all'idea che per 
raggiungere la Porta Termini bisognasse attraversare la strada 
aperta, viscida per il sangue dei Mille e spazzata dai due 
fuochi incrociati di Porta Sant'Antonino e del mare. Arduo 
era il compito di condurli nella città, affidato all' Eber e a J 
qualcuno dei Mille. In un solo modo essi poterono indurveli, 
provando loro come in realtà i regi fossero cattivi tiratori. 
Al quale scopo, un certo Francesco Carbone, un genovese 
diciassettenne piantò una sedia su cui sventolava il tricolore 
nel bel mezzo dello stradone, ed egli stesso vi si sedette 
sopra, fra 1' infuriare dei mal diretti proiettiH. « La cosa 
produsse finalmente il suo effetto » , scrisse poi 1' Eber ; prima 
a uno a uno o a due, poi a drappelli, le squadre attraver- 
sarono la zona pericolosa e vi fu perfino chi sostò a mezza 
via per scaricare il suo moschetto. Alla fine poi si eresse 
una barricata da una parte all' altra dello stradone per 
coprire 1' ingresso di nuove squadre, molte delle quali infatti 
venendo dalle montagne entrarono in Palermo per di là nel 
corso dei giorni seguenti. Fu nel periodo di zuffa per le strade 
della città che quei contadini nuovi alla prova del fuoco, 
impararono a comportarsi con sempre crescente coraggio. Di 
loro scrisse 1' Eber che gli ricordavano i bashi-bazouks perchè 
« passata la prima sensazione spiacevole, specialmente dopo 
aver visto che non ogni sparo ammazza o ferisce, si lasciano 
condurre avanti. » ^ 



ghini, 430 {Diario del Canzio); Risorg., anno II, I. 123-124; Abba, 
Noter.. 117; V. M., 18; Abba, Bixio, 97-98; Mondo Illustrato, 1860, 
n. I. 23 ; Zasio, 52-53. 

1 Times, 8 giugno, pag. 10, col. 5; Conv. Inglese; Forbes, 45-46; 
Pietraganzili, II. 268. 




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Nella Fiera Vecchia 393 

Garibaldi non fece alt se non quando fu giunto alla 
Fiera Vecchia, una piazzetta triangolare in capo alla strada 
diritta e lunga per cui egli era entrato nella città. Il cuore 
del quartiere popolare di Palermo è di un* antichità incal- 
colabile. Era là che nel gennaio del 1848 era cominciata la 
rivoluzione, la « favilla » che aveva « secondata » la con- 
flagrazione europea di quell'anno. ^ La fontana che sorge nel 
suo centro, s'abbella di una statuetta, il genio di Palermo, 
un vecchio che nutre una serpe nel suo proprio seno, vale 
a dire, secondo la credenza popolare, la capitale siciHana che 
nutriva di se i suoi dominatori stranieri, come aveva fatto 
da secoli. Nel 1849 la troppo simbolica imagine ne era stata 
rimossa dalla polizia come sediziosa : nel giugno del 1 860 
vi fu ricollocata e vi rimane ancora a tutt'oggi. 

Fu dunque quivi, nella Fiera Vecchia, che quella mattina 
alle quattro circa Garibaldi arrestò il cavallo e si applicò 
subito ad organizzare l' occupazione della città. Mentr' egli 
seduto in arcione impartiva i suoi ordini, i palermitani, 
senz' armi, gli ondeggiavano intorno in folla così fìtta che 
la circolazione vi era impedita, tutti in preda alla massima 
esaltazione e lavorando di gomiti per accostarsi all'impas- 
sibile cavaliere e baciargli la mano o il ginocchio mentre 
vociavano come maniaci « Viva la Tàlia e Garibardi amicu !^» 
Nel bel mezzo di questo tafferuglio Garibaldi abbracciò il 



^ La Fiera Vecchia è ora ribattezzata Piazza della Rivoluzione. 

^ V. M., 25. I siciliani più ignoranti credevano che « Tàlia » fosse una 
principessa sposa di Garibaldi ; almeno così credettero i Mille, sebbene la cesa 
sia stata poi negata da alcuni siciliani. Belloni, 84 ; De Cesare, II. 228 ; 
Pietraganzili, II. 1 90. Per la scena svoltasi nella Fiera Vecchia vedansi : 
Calvino {Guardiane, II. 442); Times, 8 giugno, pag. 10, col. 5; Campo, 
Lettera, 14-15. 



394 Garibaldi e i Mille 



Bixio facendolo oggetto alla gratitudine estatica della popo- 
lazione come r eroe del giorno. Proprio allora il Bixio era 
quasi presso a svenire per dolore e perdita di sangue, 
essendosi estratta spartanamente con le sue proprie mani 
la palla che gli aveva forato il petto a Porta Termini ; ne 
r idea di ritirarsi dalla lotta gli aveva ancora sfiorato il 
pensiero. ^ 

Dalla Fiera Vecchia i Mille cessarono di agire come 
reggimento e si sbandarono a drappelli in ogni direzione 
della gran città per quel suo labirinto di anguste viuzze, 
incitando gli abitanti a insorgere ed espellere il nemico. ^ 
Se non tutte, quasi tutte le importanti operazioni di guerra 
dei tre giorni seguenti, furono eseguite o da manipoli di 
dodici o poco più italiani del nord, o da schiere delle squadre 
e dei cittadini stessi, comandati da quelli. Bastava esser uno 
dei Mille per esser riconosciuto come capitano da qualsiasi 
gruppo, in qualsiasi parte della città, su una qualsiasi delle 
innumerevoli barricate. 

Al loro primo spargersi per la città movendo dalla Fiera 
Vecchia, i Mille ebbero a lamentare che le strade fossero 
deserte e la gente se ne stesse a guardare timidamente 
appiattata dietro le gelosie. I palermitani non avevano armi 
da fuoco e non avevano dimenticato V insuccesso del 4 aprile : ^ 
ma di mano in mano che la certezza della presenza di Gari- 
baldi guadagnava terreno, essi accorsero da ogni parte a 
gruppi d' uomini, donne e ragazzi, per accogliere ed aiutare 
i loro liberatori. Non potevano che brandir spade, coltelli. 



1 Abba, Bixio, 97-98; Bixio. 194. 
2Nievo, 355. 

^ Conv. Canzio; Cono. Campo; Mem., 358; Abba, Noier., 120; 
Abba, Bixio, 98; Belloni, 86. 



Comincia il bombardamento 395 

bastoni o sbarre di ferro, ma li guidava una furia bisognosa 
di sfogo strepitoso, e li ispirava un' attività spasmodica e 
audace. Si arrampicarono su per i campanili suonando a 
stormo con l'aiuto di martelli perchè la polizia aveva portati 
via i battacchi, mentre le squadre rurali si riversavano per 
le strade sparando i loro fucili senza curarsi di farlo all'aria 
piuttosto che sui nemici. ^ Palermo con i suoi 160,000 abi- 
tanti e 4000 amici invasori, schiamazzava, ruggiva, urlava 
e picchiava come una fucina del diavolo, mentre torno torno, 
dal Palazzo su un fianco e dal forte Castellamare e dalla 
flotta suir altro, i 20,000 soldati regi scaraventavano una 
pioggia di bombe e una tempesta di spari sul centro, incen- 
diando contrade intere e uccidendo e ferendo uomini, donne 
e ragazzi. ^ 

Era questa la premeditata misura del Lanza, di ridurre 
cioè a sottomissione la città qualora insorgesse, per mezzo d'un 
bombardamento anziché valersi a ogni costo delle sue immense 
forze di fanteria per occuparla. Contro questa espressa inten- 
zione, r Ammiraglio Mundy aveva già protestato sia in nome 
dell'umanità sia in quello dei grandi possessi inglesi nella 
città, ^ ma per buona fortuna di Garibaldi quel programma 
codardo e poltrone era stato fedelmente messo ad effetto. 
Uniformandosi allo spirito del loro capo, le truppe collocate 
nelle vicinanze del Palazzo cominciarono ad appiccar fuoco alle 
case e saccheggiarle, assassinando famiglie intere, tanto nel 



1 Lorenzo; Giusta, 11 ; Mem., 358; Times, 8 giugno, pag. 10, col. 5 
e 9 giugno, pag. 9, col. 1 . 

2 Mundy, 111-115; Br. Pari. Papers, 13, pag. 2; Br. Cons. Papers 
sub., 27 e 28 maggio; Times, 8 giugno, pag. 10, col. 5. 

2 Mundy, 81-83, 88-91. 98-103; De Sivo, III. 215. 
-^De Sivo, III. 218. 



396 Garibaldi e i Mille 



quartiere Albergheria dentro le mura quanto nei sobborghi 
fuori di esse, invece di penetrare nel cuore della città e sopraf- 
fare gì' invasori prima di dar loro tempo di rizzar barricate. 
La profanazione e la rapina delle chiese e dei conventi ebbe 
tanta parte negli atti dei napoletani in quelle giornate, che la 
devozione del clero e del popolo superstizioso verso i Gari- 
baldini tanto diversi nel loro contegno, ne fu più che mai riba- 
dita. ^ « Così — scrisse Tommaso Cava capitano dello Stato 
Maggiore napoletano — dopo due ore di bombardamento ed 
alquante altre di saccheggio ed incendio, il Generale Lanza 
credè di aver fatto abbastanza, e si ridusse alla quasi inazione, 
frattantochè Garibaldi occupava tutti quei punti che meglio 
gli convenivano. » ^ 

Il Dittatore stesso lasciò la Fiera Vecchia alla testa di uno 



^ Br. Pari. Papers, 1 9, pag. 1 . L' Ammiraglio Mundy così scriveva il 
3 giugno: «Un intero quartiere, lungo 1000 e largo 100 yards, è in cenere; 
famiglie intere sono state bruciate vive insieme con le loro case, mentre le 
atrocità delle truppe regie sono indescrivibili... La condotta del general Gari- 
baldi così durante !e ostilità come dopo la loro sospensione si è mantenuta 
nobile e generosa. » Il corr'spondente della Morning Post, 26 giugno, pag. 5, 
col. 4, scriveva il 1 6 giugno da Palermo che nel quartiere dell' Albergheria 
« una parte della città, abitata .esclusivamente dalle classi più povere, non una 
sola casa rimaneva in piedi, e se ne poteva senza errore calcolare il numero 
a 200. E non le bombe e altri proiettili le hanno distrutte, ma i soldati stessi 
che prima vi penetravano mettendole a sacco, poi le incendiavano uscendone, 
e Dio sa se in nessuna di esse potevan trovare più di 2 o 3 scellini in 
valore ». EUiot, 38, racconta che l'esercito sconfitto durante l' ignominioso suo 
ritorno sul continente, aprì vendite all' asta delle spoglie tolte all' isola da cui 
era stato cacciato. Vedasi anche Bixio, 1 98-202 ; Brancaccio, 2 1 6-225 ; Pie- 
traganzih, II. 281-282; V. M. 8-9, 28; Cava, II. 87; Diois. Turr, 386 (doc. 
1 8, testimonianza dettagliata di un agente svizzero) ; Times, 28 giugno, pag. 9, 
col. 4; Durand-Braget, 45-47. 

® Cava, II, 87. Verso le 8 ant. del 27, ci fu una sosta temporanea nel 
bombardamento. Mundy, 111. 



Nel cuore di Palermo 397 

dei drappelli in cui i Mille s*eran suddivisi, avanzandosi verso 
il centro nella direzione dei Quattro Cantoni o punto d'incontro 
delle due strade d' origine spagnola, lunghe un miglio Y una, 
Via Toledo e Via Macqueda, che tagliano Palermo in quattro 
quartieri simmetrici. AH' avvicinarsi degl' invasori la famiglia 
Tedaldi ^ appostata dietro le gelosie della sua casa ai Quattro 
Cantoni, vide le sentinelle di guardia scantonare per Via Toledo 
verso il Palazzo. Lasciati per tal modo liberi, il padre e i due 
figli maggiori, come già tant' altri dei loro concittadini, disce- 
sero inermi nelle strade, per cercarvi armi e alleati. Mossi 
pochi passi s' imbatterono in Paolo Scarpa, uno dei Mille, 
quasi fuori dei sensi per la protratta fatica e il bisogno di 
sonno : lo sorressero fino alla loro casa e ad un letto ov' egli 
cadde di peso e si addormentò non appena cadutovi : i suoi 
vestiti ch'egli non s'era tratto di dosso da Marsala in poi, 
andarono in pezzi al tentativo di spogliarlo fatto da un servo. 
Intanto i Tedaldi uscivano di nuovo alla zuffa armati del suo 
moschetto. E quando parecchie ore più tardi lo Scarpa sve- 
gliandosi notò disperato la sparizione delia sua arma, i suoi 
ospiti poterono fornirlo di un altro moschetto ottenuto da 
un uomo delle squadre, su una barricata. ^ 

Nel frattempo Garibaldi con il suo piccolo drappello, aveva 
occupata la Piazza Bologni posizione importante, dalla quale 
il Laudi di Calatafimi si era affrettato a svignarsela, ritirando 
le sue truppe verso il Palazzo Reale. ^ Per un paio d'ore il 
Dittatore prese quartiere nel cortile del Palazzo Villafranca 
sulla Piazza Bologni. Fu notato che anche in un momento 
simile egli volle attendere in persona al proprio cavallo, come 

^ Vedasi più sopra, pagg. 380-381. 

2 Conv. Tedaldi. 

3 De Cesare, II. 231, 322; Nievo, 355. 



398 Garibaldi e i Mille 



sempre, ma piegandosi a posar a terra la sella, gli si scaricò 
una pistola dalla pistoliera alla cintura, sdorandolo così dap- 
presso che gli lacerò un pezzo dei calzoni e al colpo successe 
un pò* di parapiglia e il grido di « Lo hanno assassinato. » ^ 

Mentr* era ancora sulla Piazza Bologni il Dittatore aveva 
scorto il Bixio vacillante per il sangue perduto dalla ferita, ma 
pazzo di furore contro i cittadini perchè non s' erano ancora 
mostrati in numero sufficiente in quella parte della città. Stre- 
pitava gridando che giacche la città non voleva insorgere, 
sarebbero tutti morti in un paio d'ore e che quanto a lui gli 
basterebbe che una ventina d' uomini fosse pronta a seguirlo, 
e con essi andrebbe ad assalire il quartier generale nel Palazzo 
Reale. Garibaldi dato il contrordine al suo progetto di cer- 
vello febbricitante, lo calmò e finalmente gì' impose di andare 
a farsi curar la ferita, cosa che avrebbe dovuto fare parecchie 
ore prima. Una volta in letto il Bixio non potè uscirne per 
battersi nei tre giorni seguenti e l' assenza di un ufficiale tanto 
temuto e instancabile fu un sollievo sì per gli amici che per 
i nemici. ^ 

Dalla Piazza Bologni il Dittatore riattraversò la Via 
Macquedeh-per fissare il suo quartier generale nella piazza 
municipale della città o* Piazza Pretorio, dove rimase tutte e 
tre le settimane seguenti. Aveva messo al governo della città 
un Comitato Generale composto dei cittadini più autorevoli 
suddividendolo in cinque Comitati di Guerra, Approvvigiona- 
mento, Interno, Finanza e ultimo per ordine, ma non per impor- 
tanza, quello per le Barricate. ^ E insieme con questi il suo 

^ Calvino {Gaardione, II, 443) ; Campo, Lettera^ 1 5 ; Cremona, 30 ; Abba, 
Noter., 119, 200; Msm., 358. Queste due ultime autorità stanno a provare 
che fu la pistola di Garibaldi, non quella di Menotti, che si scaricò. 

2 Abba, Noter., 120; Abba, Bixio, 98-99; Bixio, 200. 

'^ V. M, 5. 



// quartier generale in Piazza Pretorio 399 

Segretario di Stato Crispi, prese le reclini del governo ditta- 
torio nel Palazzo Pretorio o municipale in cui a volte anche 
Garibaldi lavorava e si concedeva qualche ora di sonno. Ma 
i giorni di combattimento egli li passava quasi tutti seduto su 
i gradini del fontanone della piazza in mezzo alle statue che 
lo abbelliscono, circondato dai mucchi di fiori e di frutta che 
i popolani gli portavano. ^ Il nemico, scoperto ben presto il 
suo quartiere, diresse il bombardamento soprattutto sulla Piazza 
Pretorio. Ogni edifizio della Piazza e delle vicinanze ne 
soffrì danno più o meno, ma il Municipio stesso rimase stra- 
namente intatto. Similmente molti caddero nella piazza sotto 
i colpi, ma Garibaldi ebbe al solito la fortuna dalla sua, ~ 
tanto che i popolani cominciarono a gridare al miracolo. Si 
adunavano in folla anche a loro rischio, per mirarlo mentre 
se ne stava là seduto sui gradini con la compostezza delle 
statue stesse, indifferente alle palle e stringendo fra le mani 
un frustino da cui torceva e ritorceva distratto la punta. E si 
sussurravano all'orecchio, compresi di rispetto e sgomento: 
« Caccia le bombe » nella credenza che la frusta fosse un 
amuleto eh* egli per tal modo mettesse in opera. ^ I paler- 
mitani moderni avevano molto in comune, quanto al pensiero 
e air immaginazione, con gli antichi popoli del Mediter- 
raneo per la cui anima pagana i seguaci di Cristo e di Mao- 
metto avevano sguainata la spada. Vedendo là seduto quel 
nuovo venuto, così bello e così mite così forte nella libera- 
zione e neir eccidio, essi sentivano quel che i loro antichi 
antenati avevano sentito allorché avevan creduto che un dio 



^ Calvino (Guardiane, IL 443); Pietraganzili ; II. 268. 
2 Mundy, 1 28 ; Morning Post, 26 giugno, pag. 5, col. 4, 
^ Riferitomi dal Prof. Pitrè, il famoso raccoglitore di folk-lore e tradi- 
zioni siciliane, che da bambino vide e sentì tutto ciò in Palermo. 



400 Garibaldi e i Mille 



o un eroe era venuto a mescolarsi agli uomini. E così in quei 
giorni si formò e prese radice la credenza generale che il 
Liberatore fosse consanguineo di Santa Rosalia, la patrona 
di Palermo, la quale senza dubbio proteggeva il suo parente 
in battaglia. Bisognava bene, tutti concordavano nel dire, 
che un eroe chiamato Garibaldi, discendesse dal famoso 
Sinibaldi padre della Santa, e così tutti riponevano fede in 
lui e riprendevano coraggio. ^ 

Le scaramuccie che infuriarono ovunque per le strade 
della città si contarono a ventine, ma la più importante e 
la più fiera di tutte fu quella che si svolse in Via Toledo, 
una strada larga e piana che metteva in comunicazione il 
quartier generale del Palazzo con il centro della città e di 
là con il mare. All' estremità della strada sul mare, le squa- 
dre capitanate da uno dei Mille s' erano impadronite della 
Porta Felice, in mezzo a una salva di palle. Ma poiché 
questo non impediva che le navi scagliassero le loro bombe 
attraverso l' arco della porta per tutta la lunghezza della 
città, ^ un' immensa tela fu tirata attraverso i Quattro Can- 
toni come già s' era fatto nel 1 848, onde impedire che il 
Palazzo e la flotta comunicassero per segnali e che dalle 
navi si potesse seguire il combattimento nella parte alta 
di Via Toledo. ^ Era appunto là che la zuffa ferveva per- 
chè le truppe del Lanza s' erano impegnate, tardi è vero, 
ma con fermo proposito, a forzarsi la via giù per quella 
strada principale, dal Palazzo nel centro, e i ribelli a risa- 



^ Conv. Pitre. Santa Rosalia morì nel 1 1 70, ma le sue ossa si nascosero 
nel monte Pellegrino fino al sopravvenir d' una peste nel 1 624. 

^ /. L. N., 16 giugno, pagg. 577-578; Lorenzo. L'altra grande strada, la 
Macqueda, era fin dalle prime caduta nelle mani degli insorti. 

3 Brancaccio, 220; Abba, 189. 




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Errori del generale Lanza 401 

lirla da Piazza Bologni al Palazzo. I due punti più fiera- 
mente contrastati nelle giornate del 27 e del 28, furono il 
Palazzo del Principe Carini, rovinato dal bombardamento e 
il Collegio dei Gesuiti rimpetto a quello. I napoletani pote- 
rono facilmente tener fermo nella Cattedrale, intorno alla 
estremità est della quale il combattimento si mantenne vivo 
e a sórti uguali. ^ 

A mezzodì del 27 maggio, otto ore dopo l'ingresso di 
Garibaldi, l' intera città era nelle mani degli insorti, eccetto 
la vasta porzione circondante il Palazzo, il forte di Castella- 
mare e la Zecca, due posizioni isolate, all' estremo opposto 
della città.^ Fuori delle mura, nel sobborgo dei Quattro Venti 
presso la prigione Vicaria e le caserme fiancheggianti il 
molo settentrionale, stava il Generale Cataldo con un grosso 
corpo di regi, messi fuori di contatto con il Palazzo fino 
da quel primo giorno di zuffa, per l'avanzarsi dei cittadini 
che presa la Porta Macqueda in scontro leale si eran spinti 
fuori fino a San Francesco da Paola e anche più oltre fino 
ai Giardini Inglesi. ^ 

Nel pomeriggio del 27 e la mattina seguente, il Bonanno 
e le sue numerose truppe stanziate presso Parco e Mon- 
reale furono richiamati al Palazzo Reale al quartier gene- 
rale. ^ Il Lanza, imbaldanzito dalla sicurezza apparente di 
quel punto, aveva concepito l'idea, strategicamente errata, 
di concentrarvi tutte le sue forze, salvo le due piccole 
guarnigioni di Castellamare e della Zecca. Concentrare 
18,000 uomini nel mal scelto punto del Palazzo, significava 

^ Lorenzo ; Cronaca, 1 32 ; Forbice, 1 9 giugno. 
2 Mundy, 1 1 1 ; Cronaca, 1 32. 
"^ Lorenzo; V. M, 20-21; Cronaca, 132-133. 

"* Mundy, 1 1 5 ; Cronaca, 1 32 ; De Sivo, 111, 2 1 8 ; Times, 9 giugno, 
pag. 9, col. 1. 

Garibaldi 26 



402 Garibaldi e i Mille 



tagliarli fuori dalla possibilità di ulteriori provviste di cibo 
e munizioni, e da qualsiasi comunicazione con la spiaggia 
e la flotta, eccetto quelle mantenute dai segnali dei sema- 
fori fra il tetto del Palazzo e il forte di Castellamare. ^ 

Questo l'infausto avviso dell' a//er ego, a cui egli si 
attenne mandando al Cataldo ai Quattro Venti il 27 maggio 
r ordine fatale di venire a raggiungere in Palazzo il grosso 
delle forze. ^ 

Frattanto gli avanzi delle squadre del Pilo raccoltisi sotto 
il comando del suo compagno Corrao sui- monti del nord- 
ovest, movevano verso Palermo per la strada di Uditore e 
Lolli e nella notte del 27-28 maggio piombavano addosso 
ai napoletani del Cataldo che non aveva ancora eseguito 
r ordine di ritirarsi al quartier generale. Scambiato qualche 
colpo, il Corrao che era stato ferito da una bomba, con- 
dusse i suoi dentro le mura per la Porta Macqueda, e 
all' alba del 28 il Cataldo raccoglieva le sue truppe dai 
Quattro Venti e dalla Vicaria nel Palazzo Reale. ^ 

Il secondo giorno di guerra dentro Palermo (28 maggio) 
cominciò con l' irruzióne dei prigionieri fuori della fortezza 
e prigione Vicaria. Ancor prima che la fanteria del Cataldo 
se ne fosse andata i carcerieri, un pugno d' uomini della 



1 Mundy, 120; Brancaccio, 219; De Cesare, II, 322. 

2 Cava, IL 85, dà all'ordine la data del 26 maggio, ma Cronaca (132- 
133) dice, ed è certo esatto, che il Cataldo lo ricevette alle 4 pom. del 27; 
De Sivo, III. 218 e Paolucci, Rìso, 82, non sembrano rendersi conto del 
fatto che Lanza ordinò al Cataldo di ritirarsi ; Marra, Oss., 1 5. 

^Paolucci, Riso, 81-82, e Lorenzo dilfferiscono alquanto circa il luogo 
dello scontro; Brancaccio, 198-199, prova che i regi non avevan abbando- 
nata la Vicaria prima dell ' alba del 28. 



/ prigionieri irrompono dalla Vicaria 403 

peggior risma, se V erano prudentemente data a gambe. 
E nelle prime ore mattutine, non appena V ultima senti- 
nella era sparita dai bastioni, i prigionieri politici della 
Vicaria, molte centinaia, sfondarono le porte delle loro celle 
affollandosi alla gran porta ferrata che sbarrava Y uscita e 
che i primi arrivati martellavano con stanghe di ferro e 
colpi di mano. I minuti passavano e la sua solidità resi- 
steva sempre ai loro sforzi frenetici; il grido d'allarme si 
sparse « tornano i soldati », ma l'allarme era falso e alla 
fine la porta era loro aperta dall' esterno da un uomo a cui 
il carceriere fuggente aveva confidata la chiave. Colui s' era 
prima di tutto affrettato a mettere in libertà i delinquenti 
comuni fra cui contava qualche amico. Così una turba fre- 
mente, i migliori e peggiori figli della Sicilia, 2000 forse 
in tutto, irruppe nella città da Porta Macqueda e volò alle 
barricate. ^ 

Le prime barricate che il giorno avanti eran state improv- 
visate con vetture e masserizie di casa, venivano di mano 
in mano sostituite da erezioni accuratamente messe insieme 
con le lavagne che lastricavano le strade di Palermo. Talune 
avevano perfino delle feritoie per i fucili o erano afforzate 
nella parte superiore da sacchi di sabbia. Il Comitato delle 
Barricate sorvegliò a che fossero disposte scientificamente 
ad intervalli di un centinaio di metri per la lunghezza di 
ogni strada fino a che l' intera città venne a essere protetta 
dal centro all' esterno da una rete di linee successive di 
difesa. Il popolo, le donne non meno degli uomini, stavano 
pronte con acqua bollente e oggetti pesanti da scagliarsi 
giù dalle loggie sulle truppe passanti. Lo scampanìo dei 
campanili e il clamore della moltitudine erano spaventosi; 

1 Brancaccio, 105, 197-203, 212-218. 



404 Garibaldi e i Mille 



V* era infatti ogni ragione fisica e morale perchè la fanteria 
nemica si scoraggiasse dall' inoltrarsi per le strade. ^ D'altra 
parte l' inoperosità letargica a cui di tanto in tanto i sici- 
liani si abbandonavano, metteva alla disperazione tutti i 
settentrionali, Garibaldi eccettuato; ~ la scarsezza e la cat- 
tiva qualità delle armi da fuoco di cui, oltre quelle portate 
dai Mille e dai contadini dai monti, la città era pressoché 
sfornita, ^ e peggio ancora la deficienza di munizioni di cui 
le squadre nel loro fanciullesco gusto per lo scoppio e il 
fumo, facevano scempio in una maniera disperante, * erano 
circostanze che facevano ancora dipendere il successo finale 
dei patriotti dalla perpetuazione della loro fortuna sbalor- 
ditoria e dell' imbecillità del Lanza nel dirigere le operazioni. 
Il 28 maggio di buon' ora, l' alter ego entrò in comu- 
nicazione con l'Ammiraglio inglese per mezzo di messaggi 
che, ricevuti dal semaforo del forte di Castellamare, furono 
portati a bordo della regia nave inglese Hannihal alle otto, 
dal capitano Cossovich, allora al comando delle navi napo- 
letane del porto. La prima richiesta del Lanza era che gli si 
concedesse l' uso della bandiera inglese a protezione del pas- 



^ Mcm.t 359; Leggi, 19, n. 22. Quadri e fotografie delle barricate 
sono in V. M. e neìV Album Garibaldi; Conv. Tedaldi; Mundy, 129-130. 

^ « Non aiutati dai palermitani con tutta l'energia che il loro entusiasmo 
prometteva. C'è un certo laissez-faire orientale in loro che si risolve soltanto in 
un'operosità spasmodica.... Perfino a suonar le campane, il suono piìi demo- 
ralizzante per un esercito, che possa uscire da una città popolosa, non si può 
tenerli che a sbalzi e a bocconi malgrado le più severe ingiunzioni. » Fine 
della lettera del 27 maggio sera, nel Times dell' 8 giugno ; vedasi anche Times, 
9 giugno pag. 9, col. 1; Nievo, 357; Belloni, 81 ; Mss. Bixio. 

^ Conv. Tedaldi; Campo, 125; Brancaccio, 219-221, 227. 

* Coni;. Canzio; Mem., 359-360; Times, 9 giugno, pagg. 9, col. 2, 
lettera del 28 maggio. 



La terza giornata di combattimento 405 

saggio dei suoi ufficiali che, lasciato il Palazzo per Via Toledo, 
andrebbero a conferire con i comandanti della flotta e del 
forte di Castellamare, a bordo del H. M. S. Hannihal. 
L*uso della bandiera inglese nelle strade gli fu rifiutato, 
ma l'ammiraglio Mundy, ottenuto il consenso del capitano 
Cossovich, inviò il tenente Wilmot — quello stesso che 
aveva gustate le fragole di Garibaldi a Misilmeri — a cercare 
il Dittatore nel cuore della città assediata e domandargli di 
dare il passo agli ufficiali napoletani per Via Toledo. 
Garibaldi consentì, ma per il momento il Lanza, visto che 
l'uso della bandiera inglese non gli era permesso, rifiutò 
una concessione che dipendeva da un filibustiere. Intanto 
che questi negoziati abortiti erano in pendenza, il capitano 
Cossovich che detestava l'incarico assegnatogli di distruggere 
la splendida città, aveva volentieri sospeso, a richiesta del- 
l'ammiraglio Mundy, il bombardamento delle navi, benché il 
forte di Castellamare e l'artiglieria del Palazzo continuassero 
a far fuoco. ^ 

Il 29 maggio, la terza e l'ultima giornata di quell'inces- 
sante combattimento nelle strade, vide il conflitto più accanito 
di tutti gli altri. La mattina i siciliani e i garibaldini si 
avanzarono risolutamente sulla Cattedrale che alla fine cadde 
nelle mani del gruppo dei bergamaschi. Allora dall'alto del 
campanile occidentale essi poteron rovesciare sul palazzo 
dell'Arcivescovo una gragnuola di palle così fitta che il nemico 
fu costretto a cedere anche quello. Per tal modo gli edifici 
dominanti la gran piazza del palazzo Reale erano in potere 
degl' insorti e il quartier generale del Lanza era minacciato 
dappresso. Messa con le spalle al muro, l'oste napoletana 

1 Mundy, 116-134; Br. Pari. Papers, 13, pag. 2 e 3. 



406 Garibaldi e ì Mille 



si strinse a raccolta, e nel pomeriggio irrompendo da Porta 
Nuova ricacciò indietro gli assalitori al di là dell'Arci- 
vescovado e della Cattedrale. Garibaldi stava seduto, in 
quelle prime ore del pomeriggio, sui gradini della fontana 
al Pretorio esaminando una pianta di Palermo che teneva 
aperta sulle ginocchia, quando il suo vecchio compagno 
d'armi, il Piva, quello stesso che due giorni avanti aveva 
attraversato il fiume per il primo, arrivò trafelato annunzian- 
dogli che i regi avevano oltrepassato la cattedrale e v' era 
serio pericolo che penetrassero nel cuore della città. ^< Devo 
andar io » disse Garibaldi, e preso con se il Tùrr e un' altra 
cinquantina d'uomini ch'eran lì alla mano, quasi tutti siciliani, 
s' incamminò verso il luogo dell' azione. Dapprima i regi 
tenner fermo, e uno delle squadre colpito alla testa cadde 
morto nelle braccia di Garibaldi, ma quando questi, fatta 
squillar la carica al suo trombettiere, fece impeto avanti con 
tutti i suoi, il nemico si ritrasse scompigliato nella cattedrale. 
E come già nella mattina, il fianco orientale del magnifico 
edificio tornò a segnare il limite della posizione dei regi. 
In questi fieri scontri del 29 maggio per impossessarsi 
della parte alta di Via Toledo, si distinsero fra gli altri 
i membri di parecchie famiglie aristocratiche siciHane. I due 
fratelli Pasquale e Salvatore di Benedetti stramazzarono morti 
a un tempo al voltar d' una strada ; un terzo fratello Raffaele 
aveva riportato una ferita due giorni prima ed era destinato 
a dar anch' egli la vita per l' Italia in un non lontano avvenire 
sotto le mura di Roma. In essi la Sicilia aveva trovati i 
suoi Cairoli. ^ 



^Divis. Tiìrr, 60; Times, 9 giugno, pag. 9, col. 2-3; Lorenzo; Abba, 191 ; 
Cronaca, 137; V. M., 23, 28; Brancaccio, 72, 73, 228-230; Paolucci, 
Riso, 34-36. 



Ultimi combattimenti per le vie 407 

Quel giorno la rivoluzione aveva riportato un successo 
importante. Una manata di valorosi, per lo più tutti dei 
Mille e settentrionali, comandati dal Sirtori e dai due 
siciliani Giaccio e Campo, aveva preso nella mattina la 
Porta e il bastione Montalto con gli edifici adiacenti, incluso 
San Giovanni degli Eremiti. Quest' ultimo, ben noto ai 
forestieri per essere, con la rovina del suo chiostro e il suo 
giardinetto, una delle più belle reliquie dell' archittetura 
arabo-normanna, fu perduto di nuovo nel dopopranzo, ripreso 
dai regi irrompenti dal Palazzo; ma il bastione e la porta 
Montalto restarono agi' insorti rappresentando il guadagno 
positivo di tutta quella giornata di lotta. ^ 

Nella notte del 29-30 maggio, due battaglioni freschi 
(P e 2^ leggieri) dei così detti « Bavaresi », o reclute 
tedesche, ne buone, ne cattive, che eran stati messi a terra 
presso il forte di Gastellamare da due vapori arrivati teste 
da Napoli, marciarono con il loro colonnello Buonopane 
al di là della zona del conflitto, girando per i Giardini 
inglesi e raggiungendo alle spalle il Palazzo Reale, per pre- 
sentarsi a queir isolato e ormai riboccante quartier generale 
dove la scarsità delle vettovaglie cominciava già a farsi 
sentire. ^ 

^ Il bastione stesso non esiste più, ma l' antemurale delle mura medioevali 
di data più antica che stava al di qua del bastione è ancora visibile. Campo, 
126, 127; Cronaca, 137; Divis. Tiirr, 59; De Sivo III. 221; Giaccio, 
Lettera, stampata solo in parte nel V. M., 22 (q. v.) e 28; Cf. Campo, Let- 
tera, II. 13 e Campo, Risposta, 23, 34; Abba, 189; Sirtori, 208. 

2 De Sivo, III. 219; Marra, Oss., 15, 21 ; Franci, I. 56 (sbaglia la data): 
Winnington-Ingram, 203 ; Mundy, 1 33, 1 38, fa una certa confusione fra il 
movimento di queste truppe e quello delle altre tedesche assai migliori (3° leggieri) 
comandate dal Bosco e dal Von Mechel, che tornarono il giorno dopo da 
Corleone per i giardini Botanici e Porta Termini. 



408 Garibaldi e i Mille 



Il rifiuto del Lanza di comunicare con Garibaldi si era 
protratto per il 29 maggio, benché egli avesse debolmente 
rinnovato il tentativo di ottener V uso della bandiera inglese 
a coprire il passaggio dei suoi ufficiali per la città, un 
negoziato che aveva avuto l' unico risultato di irritare l'Ammi- 
raglio inglese e di offrire al più umano capitano Cossovich 
un appiglio per sospendere il bombardamento un' altra volta, 
come il giorno avanti. ^ Durante la notte del 29-30 maggio 
però r alter ego cominciò a riconsiderare la sua posizione. 
L' insuccesso dello sforzo supremo del pomeriggio per 
penetrare dalla Cattedrale nel cuore della città, la minacciata 
scarsezza di cibo e lo stato degli ottocento feriti ^ privi di 
ogni necessario e sofferenti per la maggior parte là sotto 
i suoi stessi occhi nel Palazzo, dettero il crollo alla sua 
malferma risoluzione. La mattina del 30 egli si svegliò 
preparato a trattare con il nemico in una maniera indebi- 
tamente umiliante per la causa del Re, e vergò la lettera 
seguente, il cui solo indirizzo diceva quanto fosse cambiata 
la sua attitudine verso il « filibustiere » : 

« IL GENERALE LANZA A S. E. IL GENERALE GARIBALDI 

Palermo, 30 maggio 1860. 

Avendomi rAmmiraglio inglese fatto sapere che riceverebbe 
con piacere a bordo del suo vascello due de' miei Generali, affine 
di aprire con Lei una conferenza, della quale l'Ammiraglio stesso 

^ MuQcIy, 133-138; Cronaca, 137; Times, 9 giugno, pag. 9, col. 3. 

^ Durante i' armistizio furono imbarcati 800 feriti napoletani : Br. Pari. 
Papers, 13, pag. 6, 31 maggio; Br. Cons. Papers, 1° giugno. I calcoli 
ufficiali dell'esercito napoletano danno 208 morti e 562 feriti per i primi 
due giorni (Cronaca, 140) e nel terzo giorno la zuffa fu forse piii accanita 
che negli altri. 




UJ 



i 

a, 



// Lanza inizia le trattative 409 

sarebbe il mediatore, purché Ella consenta a conceder loro un 
passaggio traverso le sue linee ; io la prego di farmi conoscere 
se vuole consentirvi, e in caso affermativo (supponendo le ostilità 
sospese da ambo le parti) io la prego di farmi sapere l'ora in 
cui la detta conferenza dovrà cominciare. Sarebbe allo stesso tempo 
utile che Ella accordasse una scorta ai summenzionati due Generali, 
dal Palazzo Reale alla Sanità, dove essi s'imbarcheranno per 
andare a bordo. 

In attesa d'una sua risposta ecc. 

FERDINANDO LANZA » i 

Un condannato già avviato alle forche, cui le autorità 
della prigione pregassero in cortesia di cambiar funzione con 
il suo boia, non sarebbe meno commosso in cuor suo di 
quel che fu Garibaldi, mentre con sembiante serio e com- 
posto finiva di scorrere questa lettera alla presenza dei due 
ufficiali regi che l' avevano portata al Pretorio. Il fatto è 
eh' egli poteva dire di aver esaurito le sue munizioni. Di 
nottetempo egli aveva inviato di soppiatto uno dei suoi 
attraverso il porto fino alla nave piemontese comandata dal 
marchese d' Aste a far domanda di munizioni, ma questi 
aveva rifiutato di violare in alcun modo il patto di neutralità. 
Ne Garibaldi ne i suoi dimenticarono di metter ciò a carico 
di Cavour, leggendo le sue perfide mire nel contegno 
« corretto » di quel capitano di marina, buon patriota ma 
pieno di perplessità. * 

Così Garibaldi stabilì con gl'inviati del Lanza, che ambo 
le parti sospendessero il fuoco sull'istante e più partico- 
larmente che un armistizio cominciasse allo scoccar delle 



1 Guerzoni, II. 106. 

^ Mem., 360, 363; Cono. Canzio. 



410 Garibaldi e i Mille 

T — — 



dodici, e che subito dopo al più presto possibile i membri 
della conferenza si recassero a bordo della nave ammiraglia 
inglese. ^ 

Prima di spedire verso le nove, ^ la sua petizione a 
« Sua Eccellenza il Generale Garibaldi », Valter ego 
aveva ricevuto un avviso di natura tale da far posporre ogni 
idea di negoziati a qualsiasi comandante di buon senso e 
d' animo ardito. All' alba la vedetta sul tetto del Palazzo 
aveva fatto sapere che scorgeva i quattro battaglioni del 
Von Mechel ritornati finalmente da Corleone e dalla caccia 
all'ombra di Garibaldi, e già sull'orlo della città fra il 
ponte dell' Ammiraglio e la porta Termini. Per parecchie 
ore il Lanza non prestò attenzione alla notizia piena di 
significato, e anche quando fu forzato a considerarla, in 
luogo d' un attacco generale coadiuvato dalla colonna allora 
giunta, egli ordinò si portasse ugualmente la sua lettera a 
Garibaldi, accludendovi perfino un ordine che imponeva 
al Von Mechel di osservare l'armistizio che stava per 
concludersi. ^ 

« Se il Von Mechel fosse arrivato il giorno avanti 
saremmo stati perduti » ; così disse all' autore il generale Tùrr 
r anno prima di morire. Il Von Mechel e il maggiore Bosco 
erano i due spiriti belligeranti dell' esercito, e i loro reg- 
gimenti i soli che sapessero battersi, specialmente il 3^ 

^Mundy, 139-143; Marra, Oss, 19. 

2 Cava, II. 89, convalidato dal fatto che il Mundy sentì cessare il fuoco 
« poco avanti le dieci » (Mundy, 140) e dall'asserzione dell' Eber nella 
lettera datata 30 maggio, 9 ant., al Times, 9 giugno, pag. 9, col. 3. 

^ Cava, II. 88-89, racconta la storia molto chiaramente e per disteso. 
Cronaca, 138, dice che la nuova dell'arrivo del Von Mechel era stata recata 
al Lanza alle 9,30 : ma la narrazione del Cava prova che questa non era 
la prima volta che la cosa gli veniva riportata. 



Ritorno del Von Mechel 41 1 

di fanteria leggiera, un battaglione di tedeschi superiori 
dimolto a quelli sbarcati più tardi con il Buonopane. ^ 
È fuor di dubbio che ritornando il 29, quegli ufficiali 
avrebbero sfidati i timidi consigli del Lanza e i loro uomini 
si sarebbero comportati a dovere in battaglia. Il Von Mechel 
non era arrivato ne il primo ne il secondo giorno dopo 
r ingresso di Garibaldi, un po' perchè il messaggero mandato 
alla sua volta la mattina del 27 era stato arrestato in 
Piana dei Greci, ^ e un po' perchè il bravo svizzero, il cui 
motto era « chi va piano, va sano e va lontano », ignorava 
cosa fosse una marcia forzata. Nell'ultima parte del suo 
viaggio di ritorno, invece di prendere la strada diretta 
attraverso la Conca d' Oro, da Parco al Palazzo, aveva 
rasentata la base del monte Grifone passando per S. Maria di 
Gesù, e, attraversato il ponte dell'Ammiraglio, si era fermato 
per tutta la notte dal 29 al 30, nelle vicinanze dei giardini 
Botanici. Il suo bivacco là quasi al varco di porta Termini, 
era stato scorto il 29 prima del tramonto dal tetto del forte 
di Castellamare, ma la sentinella non aveva segnalata la 
notizia al Palazzo. ^ 

La mattina del fatale 30 maggio, sul tardi, perdute molte 
ore preziose di sole, il Von Mechel cominciò ad avanzare 
sulla città, fuori le mura della quale si era appagato di 
accamparsi tutta la notte senza far noto il suo arrivo al 
quartier generale. Non fu che alcuni minuti dopo lo scoccar 
delle dodici, quando appunto l'armistizio veniva messo for- 



i Marra, Oss., 17, 21. 

2 Vedasi più sopra pag. 367. 

'^Cronaca, 126, 138, 140; Marra, Oss., 17. Il Mundy, 138, confonde 
questi battaglioni con quelli del Buonopane, di cui si dice che bivaccarono nei 
giardini Botanici. 



412 Garibaldi e i Mille 



malmente in atto, che la quiete fu rotta a porta Termini 
e alla Fiera Vecchia da colpi di fuoco annuncianti simul- 
taneamente al Dittatore nel Pretorio, all'Ammiraglio inglese 
sulla sua nave, e all' alter ego nel suo Palazzo, che il 
Von Mechel si forzava il passaggio nella città per quello 
stesso cammino già percorso da Garibaldi tre giorni avanti. ^ 
Grande fu la sorpresa, la confusione e lo sbaraglio degli 
scarsi siciliani del La Masa ivi di guardia, sorpresi così 
alle spalle, in tempo di tregua e quasi senza munizioni. 
I nuovi arrivati occupata la Fiera Vecchia, li avrebbero 
incalzati fino al Pretorio se non fosse stato per l'azione 
rapida del Sirtori. In quelle giornate di Palermo, l'ex prete, 
sparuto, lacero, meditabondo, cavaliere maldestro, bilanciato 
su un' immensa cavalcatura e incapace di tener giù i pantaloni 
sempre rimboccati fino alle ginocchia, era stato paragonato 
dai suoi commilitoni a don Chisciotte. Ma quel capo di 
stato maggiore era ben più che un giostratore di mulini 
a vento, e in quel momento di sbaraglio e sgomento egli 
seppe raccogliere un numero sufficiente a rattenere i napoletani 
nel circuito della Fiera Vecchia fino a che gli apportatori 
di pace avessero tempo di giunger sul luogo. E lo fece a 
prezzo di una grave ferita, la terza dacché era entrato in 
Palermo. ^ Carini, il più bravo soldato siciliano dei Mille, 
riportò anch' egli un brutto colpo mentre si adoperava a 
far osservare la tregua ai combattenti delle due parti. ^ 

Fra gli altri sopraggiunti capitò anche il tenente Wilmot. 
Mandato di bel nuovo a terra per prendere le ultime dispo- 



1 Mundy, 1 44. 

2 Sirtori. 210; Cremona, 30; La Masa (Sic), LXIII, LXIV; De Sivo, 
III. 224; Cava, II. 89. 

^ Mundy, 1 46 ; Times, 9 giugno, pag. 9, col. 3. 



// Von Mechel è costretto ad arrestarsi 413 

sizioni per la conferenza del pomeriggio che doveva aver 
luogo sulla sua nave ammiraglia, egli faceva il giro della 
Fiera Vecchia parendogli la via più sicura per arrivare al 
Pretorio, quando d' un subito si trovò preso fra i due fuochi 
delle squadre e dei bavaresi. Sventolando il fazzoletto, egli 
mosse diritto verso i regi e cavato l' orologio per mostrar 
loro che le sfere segnavano le dodici passate, fece delle 
rimostranze contro la violazione della tregua nell' osservanza 
della quale era impegnato l'onore dell'ammiraglio inglese. 
L'ufficiale svizzero e i suoi uomini però, sembravano « ecci- 
tatissimi » e sul punto di continuare la marcia, conducendo 
con se a guisa di prigioniero l' inglese sdegnato , quando i 
due ufficiali napoletani, già apportatori della lettera del Lanza 
a Garibaldi, accorsero dal Pretorio sulla scena salvando la 
situazione — se non l' Italia stessa. Essi fecero chiaro alla 
mente refrattaria del Von Mechel e del suo ancor più fre- 
mente e strepitante ufficiale, il maggiore Bosco, che in verità 
l'armistizio era entrato in vigore a mezzogiorno e che il Lanza 
aveva dati ordini speciali perchè i nuovi venuti lo osser- 
vassero. ^ Quasi allo stesso istante sopraggiunse Garibaldi 
furente per la violazione della tregua, e s' impegnò un 
alterco serrato fra lui e gli ufficiali regi che consentivano a 
non procedere, ma rifiutavano di ritirarsi dal terreno occupato.^ 
Nel Palazzo intanto, l' alter ego e il suo stato maggiore 
discutevano vibratamente se non dovessero spingersi compatti 
giù per via Toledo e ordinare al Von Mechel di mover 
loro incontro nel centro della città. La vittoria era nelle loro 

iMundy, 145-146; Cava, II. 89; Times (9 giugno, pag. 9, col. 3). De 
Sivo, III. 224, e Marra, Oss., 20, concordano tutti nel dire che due erano 
gli ufficiali napoletani che arrestarono il Von Mechel nel suo progresso; non 
uno, come dice il Wilmot. 

« Mundy, 145-146. 



414 Garibaldi e / Mille 



mani a meno che l' onore li obbligasse ad osservare la tregua 
e così lasciare che i garibaldini avessero il tempo di accer- 
chiare il Von Mechel nella Fiera Vecchia con una rete di 
barricate. La buona fede ebbe il sopravvento nella mente del 
Lanza, e fors'anche l' inerzia naturale all' indole del vecchio 
Generale. Provocando lo sdegno di parecchi suoi ufficiali, egli 
arrestò ogni progresso del Von Mechel e ordinò ai generali 
Letizia e Chretien di recarsi sull' istante a bordo della nave 
inglese Hannihal per partecipare alla promessa conferenza. ^ 

Quando i due delegati del Lanza smontaron di carrozza 
alla Sanità sul molo, Garibaldi che ve li aveva preceduti, 
stava sventolando il fazzoletto ai tiratori del forte Castel- 
lamare che tirando dall' altra parte del porto interno, tenta- 
rono puntualmente di colpirlo in tempo di tregua, e non 
meno puntualmente fallivano la mira. I generali Letizia e 
Chretien che avevano sperato di trattare con il solo ammi- 
raglio inglese, si inalberarono al trovarsi letteralmente e 
metaforicamente nella « stessa barca » con il filibustiere : 
non sapevano dove guardare quando Garibaldi s'imbarcò 
dietro a loro e l'ufficiale inglese aveva già dato l'ordine 
di lasciar la riva e vogare prima che essi avessero avuto 
tempo di formulare una protesta. Ne furono più lusingati 
quando arrivando a bordo del H. M. S. Hannihal, i marinai 
di picchetto salutarono Garibaldi vestito anche in quella 
occasione nell' uniforme di generale piemontese, con gli stessi 
onori accordati a loro quali rappresentanti del Re di Napoli.^ 

Nella cabina dell'Ammiraglio, dove alle 2,15 di quel 
30 maggio si aprì la conferenza, il Letizia dette sfogo al 



^ Marra, Oss. 19-20; De Sivo. III. 224. 
^Mundy, 147-149, 161-163. 



Sulla nave ammiraglia inglese 415 

suo cattivo umore. Mosse obiezioni tutt' altro che cortesi 
per la presenza degli ufficiali in comando, sia francesi che 
americani o piemontesi (il Commodoro austriaco non aveva 
voluto intervenire), e soprattutto per quella di Garibaldi: 
sostenne con una logica discutibile che l'idea del Lanza 
nel proporre la conferenza, era stata di far stendere all'ammi- 
raglio Mundy e agli ufficiali regi i termini di un armistizio 
da sottoporsi ai ribelli lasciando a scelta di questi l'accettarlo 
o il rifiutarlo. Garibaldi e il Capitano piemontese marchese 
d'Aste, non mossero ciglio, ma il comandante francese e 
r americano, espressero la loro indignazione e il loro stupore 
al linguaggio del Letizia, mentre il Mundy dichiarò che egli 
per parte sua non voleva agire da mediatore, soltanto offriva 
la sua cabina come terreno neutro d' incontro per conve- 
nienza delle due parti contendenti, che dato vi dovesse 
essere una conferenza, non dovevano conferire se non a 
termini uguali. 

Il Letizia si arrese e procedette alla lettura dei termini 
dell'armistizio proposti dal Lanza. Garibaldi non si oppose 
alle proposte di dare il passo ai feriti da trasportarsi sulle 
navi, e alle vettovaglie da portarsi al Palazzo ; ma quando 
il Letizia lesse la quinta clausola 

« che la Municipalità rassegnasse un'umile petizione a S. M. 11 
Re, esprimendogli i reali bisogni della città » 

« No » proruppe con veemenza Garibaldi, e alzandosi 
di scatto soggiunse « Il tempo delle umili petizioni è pas- 
sato. » ^ Poi dando libero corso all' accumulata sua indigna- 
zione, inveì contro il recente tradimento di un attacco sulla 

^ Guerzoni, II. 111. 



416 Garibaldi e i Mille 



città in tempo di tregua e sul rifiuto del Von Mechel a 
ritirarsi dalle posizioni occupate con simile mezzo. Qui la 
conferenza si sarebbe dissolta se non fosse che in realtà il 
Letizia era preparato ad ogni concessione malgrado le sue 
maniere offensive e spavalde che del resto non trovavano 
appoggio nel suo più amabile collega, il Chretien. Dopo 
qualche dibattito, vedendo che Garibaldi pareva suprema- 
mente indifferente alla rottura dei negoziati, egli ritirò la 
clausola, reclamante 1' umile petizione, e fu firmato un armi- 
stizio che doveva durare fino al mezzodì del giorno dopo/ 
Per tal modo Garibaldi, sostenendo fino all' ultimo la 
sua parte di baldanza dignitosa e sicura, si era procurate 
almeno ventiquattro ore per provvedersi di munizioni. ^ Prima 
di lasciare la nave ammiraglia inglese, tratto in disparte il 
capitano Palmor, ufficiale di comando per gli Stati Uniti, 
gli chiese di dare il suo appoggio alla causa della libertà 
fornendolo di polvere. Ne probabilmente il capitano ame- 
ricano si mostrò più arrendevole del piemontese; in ben 
poco in ogni caso avrebbe potuto soccorrerli di munizioni a 
cagione della sua magra provvista. ^ Tornando a terra fra le 
quattro e le cinque, Y idea di ritirarsi nelle montagne balenò 
alla mente di Garibaldi, sebbene nessuno avesse potuto 
indovinarlo dal suo aspetto imperturbabile. Ma la popo- 
lazione, il cui zelo era altrettanto terribile nei momenti di 

JMundy 143, 147-157. 

2 L'anno avanti la sua morte, il Canzio disse all' autore : « Non avevamo 
quasi più munizioni. Se non fosse stato per l' armistizio eravamo spacciati. » 

* Cfr. Mem. 360 con Guerzoni IL 113; Winnington- Ingram, 203. Mundy 
161, suppone ch'egli facesse richiesta di munizioni al marchese d'Aste, nello 
stesso tempo che al capitano americano. Ma risulta chiaro dalle Mem. 360-363 
e dalla Conv. Canzio che le due richieste non furono contemporanee, avendo 
egli mandato un uomo segretamente alla nave piemontese. 




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Umore bellicoso nella città 417 

esaltazione quant' era abitualmente spasmodico e malsicuro, 
dopo l'abbattimento cui s'era abbandonata in seguito alla con- 
ferenza, mostrò quella sera critica del 30 maggio tal tempra 
di umor bellicoso da ridare confidenza a Garibaldi e ispirar 
paura ai suoi nemici. Anche l' ultima segreta ombra di 
dubbio si disperse dall' animo del Dittatore dopo eh' egli 
ebbe arringato i palermitani dal balcone del Palazzo Pre- 
torio. Quand' egli disse loro come il Generale napoletano 
avesse proposto che Palermo mandasse un' umile petizione 
a Re Francesco, e com' egli avesse rifiutato in loro nome, 
si levò dalla piazza tal spaventoso ruggito di furore e di 
gioia che il maggiore Bosco, a caso lì presente per faccende 
risultanti dall'armistizio, impallidì e tremò, tocco ancor più 
dei garibaldini, da quello spettacolo di rabbia popolare che 
egli sapeva diretta contro a lui e ai suoi compagni. ^ 

Da quel momento, forse le cinque pomeridiane del 30 
maggio, fino al mezzodì del giorno seguente, termine fissato 
alla durata dell' armistizio, . l' intera popolazione fece a gara 
a manifatturare munizioni ed armi, e ad erigere barricate 
che circondassero e isolassero il Von Mechel nella Fiera 
Vecchia. Protetto dalle tenebre, un bastimento greco che 
era entrato nel porto con un carico di polvere, ne cedette 
per denaro una parte a Garibaldi insieme con un vecchio 
cannone. La città intanto era scintillante di lumi. ^ Fra i regi 
lo scoraggiamento cresceva in proporzione ; le diserzioni 



^ Mem. 362; Campo, 128; Brancaccio, 233-234; Paolucci, Riso, 85-86; 
Abba, Noter. 129-130; I. L. N. 16 e 23 giugno, pagg. 578, 593; Times, 
9 giugno, pag. 9, col. 3; 13 giugno, pag. 12, col. 1-2. 

^Mundy, 159-161; Mem. 360,362-363; Brancaccio, 234-235; Times, 
9 giugno, lettera dell' Eber datata 30 maggio, e Times, 1 3 giugno, lettera 
del 3 1 maggio. 

Garibaldi 27 



418 Garibaldi e i Mille 



cominciarono a farsi frequenti specialmente fra i sottufficiali ; i 
soldati talvolta allettati ad attaccar discorso e condotti in città 
a berne un goccio, finivano con perdere le loro carabine 
o passare nelle file degl' italiani. ^ 

Alle nove di sera del 30 maggio, un consiglio di guerra 
convocato al Palazzo, decise di cominciare l'attacco il giorno 
dopo alle dodici, appena spirata la tregua. Ordini precisi 
furono spediti al Von Mechel e agli altri comandanti delle 
colonne, circa il cammino dettagliato ch'essi dovevano per- 
correre per penetrare in Palermo e convenire al centro. 
Ma quando il consiglio di guerra si era già sciolto, il colon- 
nello Buonopane, che si era spinto fino nel cuore della città 
per trattare del trasporto dei feriti con Garibaldi, dette al 
Lanza un resoconto così allarmante della perfezione delle 
barricate e dell' ardore del popolo, che l' alter ego ritornò 
un'altra volta sulle sue decisioni. Domandata al Dittatore 
una proroga di tre giorni per l'armistizio, e ottenutone il 
consenso, alle undici antimeridiane del 31 furono spediti 
dei contrordini per tutti gli elaborati preparativi d'attacco. 
Con il nuovo armistizio veniva ceduta a Garibaldi la Zecca 
con la sua posizione isolata e le grossissime somme di denaro 
in essa contenute. ^ 

Si può dire esser forse dal momento in cui il secondo 
armistizio fu firmato che le probabilità si volsero a favore 
della rivoluzione, giacche ad ogni ora di tregua che passava, 
più difficile veniva il ricominciare le ostilità. Il generale 



^ Marra, Oss. 22 ; Mundy, 1 63 ; Times, 1 3 giugno, pag. 1 2, col 2 e 4 ; 
21 giugno, pag. 9, col 5. 

^Cionaca, 141; Marra, Oss. 22-24; De Sivo, III. lldì-lH . La guar- 
nigione della Zecca, 1 36 uomini, si era poco men che arresa il 29 maggio : 
Br. Cons. Papers. 



La capitolazione 419 



Letizia e il colonnello Buonopane furono mandati a Napoli 
a consultare la Corte e il Gabinetto ; e il Re e i suoi 
consiglieri non furono meno sbigottiti del Lanza al resoconto 
portato dal Buonopane sulla forza militare della città ribelle. 
Ne mancavano altre considerazioni d'ordine politico e morale. 
Se il Re in persona avesse dato ordine di rinnovare il 
bombardamento contro i suoi sudditi, dopo che i generali 
avevan cessato le ostilità per quattro giorni, l' odio popolare 
si sarebbe riversato su di lui. Inoltre l' Inghilterra e la 
Francia si sarebbero forse alienate di tanto da compromettere 
le probabilità che ancor gli rimanessero, di conservare il 
trono di Sicilia, o, se questo fosse già perduto, almeno 
quello di Napoli. Il sentimento prevalente era che se i 
generali avessero voluto riattaccare la lotta, avrebbero dovuto 
assumersene tutta la responsabilità, e che l'appello alle 
autorità centrali implicava che a quanti eran sul posto, la 
partita era parsa perduta. ^ 

Il partito più ovvio che potesse sottrarli alle difficoltà 
impellenti che s' erano tirati addosso, era quello di capitolare, 
e ad esso s' appigliarono in mancanza di un' altra alternativa 
qualsiasi, spintivi da quella pochezza di forza morale e 
fermezza di proposito che distingueva gli uomini del regime 
borbonico. E così dopo un'altra proroga temporanea del- 
l' armistizio, il 6 giugno fu firmata una capitolazione finale 
con il consenso del governo del Re. I regi dovevano 
immediatamente sgombrare il palazzo e le altre posizioni 
nell'interno della città, eccettuato il forte di Castellamare. 
Nella loro sfilata dovevano ricevere gli onori militari; poi 
preso alloggio temporaneo ai Quattro Venti e nella gran 
pianura che di là si stende ai piedi del Monte Pellegrino 

'Cronaca, 306-311; De Sivo, III. 229; De Cesare II. 242-243. ' 



420 Garibaldi e ì Mille 



dovevano imbarcarsi al più presto possibile per Napoli. Una 
volta tutti partiti, il Forte di Castellamare doveva esser ceduto 
per ultimo a Garibaldi, e con quello i sei nobili prigionieri 
siciliani che ancor conteneva. ^ 

Se i generali regi avessero saputo quali pensieri occu- 
pavano la mente di Nino Bixio in quei primi giorni di giugno, 
non avrebbero forse mai firmato l'umiliante trattato. Fin dal 
30 maggio, il « secondo dei mille » aveva lasciato il letto, 
e osservando la disciplina delle forze messe a difesa della 
città, viveva in continuo terrore di un altro attacco. Non si 
poteva far assegnamento sui siciliani per l' osservanza di 
doveri militari regolari e incresciosi. Gran parte delle squadre 
se ne tornavano ai loro villaggi nativi. La coscrizione decretata 
dal Dittatore risultava di giorno in giorno più impossibile: 
non pochi degl' isolani avevano l'abitudine di portarsi via e 
appropriarsi per uso privato i fucili dei Mille e le carabine 
tolte al nemico. La mattina del 7 giugno, il giorno fissato 
per la marcia dei 20,000 napoletani sconfitti fuori della città, 
i mille non avevano più che un residuo di 390 fucili. Erano 
i superstiti di questo corpo di valorosi, ora tutti indossanti 
la camicia rossa in segno di distinzione e autorità, che costi- 
tuivano l'unico elemento fidato della situazione ; su essi perciò 
si devolveva continuamente la vigilanza degli avamposti non 
meno che quella per l'osservanza della tregua, giacche i 
furenti palermitani si abbandonavano a insulti e schioppettate 
contro coloro che avevano assassinato le loro donne e i loro 
ragazzi. Garibaldi riponeva ogni sua fiducia nell'odio generale 
per la soldatesca che aveva inflitto tali orrori alla città, con- 
vinto che se i napoletani l' attaccassero di nuovo, i popolani 
inaspriti si batterebbero con rabbia furiosa di vendetta. Pure 



^ Divis, Ttirr, 388. doc. 20. 



Le truppe abbandonano Palermo 421 

r esiguità e l* irregolarità delle difese militari era tale e tanta 
che perfino il Generale appariva, com' ebbe ad osservare il 
Bixio, talora fiducioso e talora ansioso. ^ 

Straordinario fu il rispetto alla vita e alla proprietà in 
quei giorni di scarsa osservanza alla legge dovuta solo 
all'ascendente personale di Garibaldi, e in una città in cui 
s'era da poco riversata tutta la feccia criminale della Vicaria. 
Si dette la caccia e si massacrarono alcune spie del 
Maniscalco, benché per lo più Garibaldi riuscisse a sal- 
vare anche queste; ma nessun altro ebbe nulla a temere 
e il Console inglese scrivendo al suo paese lodò e Governo 
e popolo perchè l' ordine pubblico era assai meglio man- 
tenuto allora che non fosse stato nei primi giorni di libertà 
del '48. ^ 

I termini della capitolazione furono osservati senza il 
minimo inciampo. Il 7 giugno 20000 uomini e più, di truppe 
regolari divisi in due colonne capitanate rispettivamente dal 
Lanza e dal Von Mechel, sgombrarono il Palazzo e la Catte- 
drale l'una, la Fiera Vecchia l'altra, e descrivendo un circuito 
fuori della città marciarono al luogo del loro nuovo accam- 
pamento sotto il |Monte Pellegrino. La colonna Von Mechel 
uscita da Porta Termini seguì la via della Marina dove, 
davanti alla barricata di Porta Felice, Menotti Garibaldi su 
un nero destriero, e una dozzina dei commilitoni in camicia 
rossa, assistettero a quella sfilata di un esercito in ordine 
di guerra, lungo la spianata. Era come se Golia armato fino 
ai denti si fosse arreso a David con la sua povera fionda. 
L'ammiraglio inglese e i suoi capitani che dalla loro nave 



1 Bixio, 201-207 e Mss. Bixio; Times, lettera dell' Eber [da Palermo in 
data dei primi di giugno; /. L. N. 23 giugno, 599; Mem. 364. 

^ Br. Cons. Papers, 6 e 11 giugno; Conv. Tcdaldi; Abba, Noter. 124. 



422 Garibaldi e / Mille 



assistettero alla scena fremettero d'un senso misto d'esul- 
tanza e di sdegno. Una scena simile si svolgeva alla 
Porta Macqueda dove il Lanza sfilò con la sua colonna 
sotto gli occhi del Tiirr e di un altro drappello di camicie 
rosse. ^ 

Manca una lista delle perdite subite dai vincitori nelle 
tre giornate dal 27 al 30 maggio, ma certo esse salirono a 
molte centinaia comprese le vittime del bombardamento. I 
regi avevano perduto un migliaio circa d' uomini — 800 feriti 
e più di 200 morti. ^ 

Ben 1 2 giorni occorsero per imbarcare quell' intero eser- 
cito di venti o ventiquattro mila soldati, con gli scarsi mezzi 
di trasporto di cui disponevano. Dopo una settimana ne 
rimanevano a terra ancora 9000. ^ Di mano in mano che 
napoletani perdevan forza, Garibaldi ne acquistava di nuova, 
fino a che il Bixio stesso ricominciò a dormire i suoi sonni 
invece di passar le notti in ronda da una sentinella all'altra.* 
Non appena il nemico ebbe evacuato il Palazzo, era giunta 
da Genova per Marsala una consegna di armi e munizioni ; 
e il 18 giugno, vigilia del giorno in cui l'ultimo carico di 
napoletani fece vela, arrivò nel Golfo di Castellamare, ven- 
ticinque miglia all' ovest di Palermo, il Medici con la 
« seconda spedizione » forte di 3500 uomini e di buone 
armi. Questi ultimi, durante la seconda parte del loro 
viaggio, la più pericolosa, fra la Sardegna e la Sicilia, erano 
stati preceduti da una nave da guerra piemontese in per- 



^ Mundy, 173-174; Winninghton-Ingram, 206; Bixio, 205-206; Times 
16 giugno, pag. 9, col. 6. 

^ Vedasi più sopra, nota pag. 408. 
«Mundy, 175. 
^ Mss. Bixio. 



Gli ultimi napoletani s'imbarcano 423 

lustrazione — tant* oltre ormai osava lanciarsi Cavour nella 
sua neutralità benevola verso Garibaldi. ^ 

La notte del 18-19, mentre il Dittatore era andato in 
persona a ricevere i nuovi venuti, Palermo si riscosse dal 
sonno, al rimbombo di una fitta serie di fucilate sul mare, 
al largo. Erano i napoletani che rompevan la fede all'ultimo 
momento ? Venivano essi in gran numero ? O facevan la 
posta a Garibaldi che doveva ritornare in barca lungo la 
costa ? Tutta la popolazione si precipitò nelle strade a 
mezzanotte brandendo le armi. La mattina seguente si 
scoprì che i colpi allarmanti erano stati tirati dai marinai 
inglesi che, eccentrici e infaticabili, si esercitavano al tiro 
dei cannoni di nottetempo, senza un pensiero al mondo 
per la tensione nervosa di una città recentemente bom- 
bardata. ^ 

La mattina del 19 il Dittatore ritornò alla capitale per 
terra. Era il giorno fissato per l' imbarco delle ultime squadre 
dell' esercito napoletano, su ventiquattro bastimenti tenuti in 
pronto per loro al molo che si stende di là dei Quattro 
Venti. Tutta Palermo accorse a vedere gli odiati nemici 



^ Mss. Peard, Journal, 17-18 giugno 1860 (cfr. Cornhill, giugno 1908); 
Bianchi, Cavour, 98, nota ; Persane, 34. Lascio per il prossimo volume la 
storia e l'organizzazione di queste ultime spedizioni. 

Fin dal 31 maggio, Cavour aveva mandato al marchese d'Aste, nel porto 
di Palermo, le seguenti istruzioni in cifre: 

« Donnez suite aux ouvertures du commandant napolitain Vacca. Assurez-le 
au nom du Gouvernement que les officiers napolitains qui embrassent la cause 
nationale conserveront position et auront une carrière brillante et assurée. 
Le Pronunciamento de la flotte napolitaine assurerait le triomphe complet de 
nolre cause. » Ghiaia, ili. 254-255. 

^ Peard {Cornhill, giugno 1908); Durand Brager, 58; Com). Della Cerda; 
Morning Post, 30 giugno, pag. 5, col. 4. 



424 Garibaldi e i Mille 



che se ne andavano per sempre. Al momento in cui essi 
salpavano, il forte di Castellamare lasciato fino allora nelle j 
loro mani, avrebbe issato il vessillo tricolore e spalancate 
le sue porte agli ostaggi imprigionati nelle sue mura. Questi 
non erano altri che il barone Riso e i cinque giovani nobili 
arrestati il 7 aprile, ^ e poiché da quel giorno essi erano 
stati gli uomini più popolari di Palermo, era chiaro che 
bisognava portarli in trionfo su per via Toledo. 

Tutti perciò erano andati al porto : un silenzio insueto 
regnava nella parte alta della città e Garibaldi ebbe un 
breve intervallo di tranquillità nel nuovo alloggio che s* era 
scelto nel palazzo Reale. Era una delle più umili stanze 
di quella residenza, il così detto Osservatorio sulla porta 
Nuova, posto neir estrema ala nord e quasi staccato dal- 
l'edificio principale. ^ Da una parte le sue finestre guardavano 
la via Toledo in tutta la sua lunghezza d' un miglio fino al 
mare, dall'altra la strada che risale la Conca d'Oro fino 
a Monreale. Era il primo giorno che risiedeva nella nuova 
stanza, e rimanendo là in piedi, egli contemplò a lungo la città 
e la pianura eh' egli aveva riscattate dalla servitù e con- 
quistate all' Italia. Alle spalle di Monreale e di Parco si 
ergevano severe e magnifiche le montagne in cui egli e i 
suoi Mille avevano giocato d' astuzia con la morte ; mentre 
dal mare su per la lunghezza di via Toledo, tutta a festoni 
e bandiere, il lieto rumoreggiare del popolo si faceva sempre 
più presso di mano in mano che si avanzava portando i 
prigionieri al suo Liberatore. Quando finalmente i giovani 



^ Vedasi più sopra, pag. 205. 

^ Quando Dumas padre andò a raggiungere ramico Dittatore, questi gli 
assegnò V appartamento di gala, forse non senza una punta di umorismo 
bonario. 



// Liberatore 425 

seguiti dalle famiglie e dai congiunti giunsero alla sua 
presenza nella stanzetta a cavaliere della Porta, gli occhi 
gli si empirono di lacrime e per qualche minuto gli mancò 
la voce per rispondere alle loro parole di gratitudine. ^ 

1 Mss. Peard, Journal; Mem., 365 ; Times, 29 giugno, pag. 12, col. 2 
Forbice, 20 giugno; Giorn. Off. Sic, 20 giugno; Morning Posi, 30 giugno, 
pag. 5, col. 4. 



EPILOGO. 



\, 



La storia di Garibaldi e dei Mille fino alla presa d- 
Palermo ha un' unità storica ed artistica. La storia dei sei 
mesi seguenti che ebber per risultato la creazione dell' Italia, 
io spero di narrarla in un futuro volume. L'occupazione della 
Sicilia orientale, la battaglia di Milazzo, la traversata dello 
Stretto, la marcia per la Calabria e la Basilicata, l' ingresso in 
Napoli, la battaglia del Volturno, l' incontro con Vittorio Ema- 
nuele e il ritorno a Caprera, sono i ricchi elementi costituenti il 
restante dell' epopea garibaldina del 1 860. Che se questa 
parte non è meno straordinaria della presa di Palermo, essa 
è però diversa per carattere. La differenziano dalla temerità 
avventurosa della spedizione dei Mille, il numero maggiore 
e il migHore equipaggio dei volontari, non mai però ugua- 
glianti quelli del nemico. Fatti poi come quello dell'inter- 
vento di Vittorio Emanuele e Cavour nell' arena della guerra, 
della liberazione dell'Umbria e delle Marche dal giogo 
papale per opera delle truppe piemontesi, e della storia 
diplomatica dell' Europa nella crisi decisiva della questione 
italiana, sono in se stessi ampissimi, sebbene ritrovino tutti 
la loro origine sulle alture di Calatafimi e nelle barricate 
di Palermo. 



APPENDICI 



APPENDICE A. 
Caprera. 

I. L'aspetto dell'isola. 

La mia descrizione dell' aspetto dell' isola si basa sulle stesse 
mie osservazioni fatte sul posto. Meno accurato però fu il mio 
esame dalla parte meridionale dell' isola in cui Garibaldi non 
visse, e che del resto, benché meno montuosa della settentrionale, 
presenta gli stessi caratteri generali di questa. Della vegetazione 
locale ho riportato con me degli esemplari i cui nomi ho potuto 
verificare con l'aiuto gentile di Miss Mary Swan e Mr. A. D. Hall. 
Il cactus o fico d' India non è comune in Caprera ma se ne trovano 
alcuni cespi presso la casa di Garibaldi : assai piìi comune è invece 
neir isola della Maddalena. Il cistus si chiama localmente mucchio. 

La poesia di Garibaldi su Caprera merita di esser citata, 
perchè è la miglior espressione esistente dei suoi sentimenti intimi 
verso r isola. Da taluni le si assegna la data del dicembre 1 876, 
ma il Vecchi, 116, ne cita un brano fin dal 1861. 

Sulle tue cime di granito — io sento 

Di libertade l'aura — e non nel fondo 

Corruttor delle reggie, o mia selvaggia 

Solitaria Caprera. — I tuoi cespugli 

Sono il mio parco — e l' imponente masso 

Mi dà stanza sicura ed inadorna 

Ma non infetta da servili. — I pochi 

Abitatori tuoi, ruvidi sono 

Come le roccie che ti fan corona, 



430 Garibaldi e i Mille 



E come quelli altieri e disdegnosi 

Di piegir il ginocchio. — Il sol concento 

S' ode della bufera in questo asilo 

Ove né schiavo né tiranno alberga. 

Orrido é il tuo sentier, — ma sulla via 

Dell' insolente cortigiano il cocchio 

Non mi calpesta, e 1* incontaminata 

Fronte del fango suo vii non mi spruzza. 

Io r infinito qui contemplo — scevro 

Di ogni vii menzogna — e quando l'occhio 

Già preceduto dal pensier — le immense 

Cerca vie dello spazio — alle latebre 

Del vasto azzurro che circonda i mondi, 

All' infinita intelligenza — un senso 

Di gratitudin volgo.... {illeggibile) 

Perché mi fé' dell* immortai scintilla 

Che m' imparenta coli' eterno — il dono. 

G. GARIBALDI 

Che la vetta rocciosa dell' isola dominante la parte dell' est 
fosse una passeggiata o meglio un'ascensione favorita, è asserito 
dal Vecchi, 19-20, che parla anche dell'aquila, e dal Melena, 
1861, 233-234. 



IL La Casa. 

La prima parte di questa era già abitata quando Madame 
Schwartz (Elpis Melena) fece la sua prima visita a Garibaldi nel- 
r autunno del 1857, Melena, 1861, 229 e Melena, 3-10. Non 
consisteva allora che d' un piano a terreno e tale era ancora 
nel 1860 e nel gennaio del 1861 ; Maison, 26 ; Sacchi, Visita, 14 
e Vecchi, 3. Ma nel novembre 1861 un piano superiore completo 
era stato già aggiunto, giacché il Webster , giardiniere della 
signora Schwabe, scrivendole dalla casa del Generale in Caprera, 
il 26 novembre 1861 (Ms. Schwabe), ne parla come di « casa 



Appendici 43 1 

nuova, finita adesso e in processo d'esser tappezzata ; quattro stanze 
al pianterreno e quattro al superiore. » Ciò si trova confermato 
anche dall' illustrazione nel Vecchi, risalente a questa data, nella 
quale figurano due piani, come pure dallo schizzo a penna che me 
ne ha tracciato il Canzio a memoria. La descrizione che ne dà il 
generale Canzio è la seguente : 

« Verso il 1861 Garibaldi si fece costruire uà' altra casa con- 
tigua alla vecchia. La nuova aveva due piani dei quali ora non 
esiste che il primo. » E in quanto al piano superiore : « Gari- 
baldi stesso lo fece demolire fra il 1866 e il '67 perchè era mal 
fabbricato e minacciava di cadere. » 

La casetta di « ferro », dono dei suoi ammiratori inglesi, se 
pure fu mai usata, non lo fu che di rado. L' Isola, 72-76. 

Il Fruscianti disse al Vecchi che Garibaldi non valeva niente 
come muratore. Quando la casa fu cominciata egli cercò di prender 
parte alla costruzione, ma il capomastro muratore dovette disfare 
e rifare il suo lavoro e lo pregò di limitarsi a portare le pietre. 
Vecchi, 38. Cionullameno Garibaldi costruì quasi tutti i muri 
dell' isola da sé. 



APPENDICE B. 
Numero delle forze impegnate a Varese e a Como. 



I. Ve 



arese. 



In entrambe queste battaglie del 26 e 27 maggio, si può dire 
che Garibaldi avesse tra tutte le sue forze tre mezzi reggimenti di 
fanteria, consistenti dei così detti « battaglioni », ammontanti in 
tutto a poco più di 3000 uomini. Cfr. Carrano, 236 ; Mem., 2815 
Cadolini, 10; Hohenlohe, I. 167. 206. 



432 Garibaldi e i Mille 



La mattina del 26 il generale Urban aveva a sua disposizione 
la brigata del Rupprecht che avrebbe potuto e dovuto concentrar 
tutta su Varese. Quel giorno, 26, la brigata consisteva di soli 
quattro battaglioni di fanteria, con il loro complemento di arti- 
glieria e cavalleria ; Krieg, I. 370. E poiché durante questa guerra un 
battaglione austriaco contava 800 uomini, cfr. Campagna d' Italia 
{E. M. Pr.), Il , ne risulta che il 26 mattina l' Urban coman- 
dava 3200 fantaccmi, più l'artiglieria e la cavalleria. Ma a causa delle 
futili operazioni descritte in Campagna di Napoleone, 102, egli non 
condusse all' attacco di Varese a Belforte e Biumo Inferiore, che 
due battaglioni e mezzo, cioè poco più di 2000 fantaccini. Il resto 
dei suoi, 1000 di numero, si aggiravano per le montagne al nord 
di Malnate e Varese, causa di apprensione per Garibaldi così 
durante la difesa di Varese come più tardi nell'azione di quella 
stessa mattina a Malnate e San Salvatore. Gli scrittori italiani 
computano le forze dell'Urban a una cifra più alta, ma io mi 
attengo al principio di adottare i numeri dati dalle due parti sulle 
proprie forze nei loro rapporti ufficiali. 



IL Como (San Fermo). | 

Il giorno seguente, il vano tentativo di difendere Como contro 
i Cacciatori era sostenuto dalle due brigate intere del Rupprecht 
e dell'Augustin. Ciò risulta dal rapporto ufficiale austriaco, Krieg, 
I. 387-388. Questo rapporto (pagg. 370 e 387-388) fa consistere la 
fanteria della brigata Rupprecht di quattro battaglioni (uno Szluiner- 
Grenzer e tre Kellner); e la fanteria della brigata Augustin, di 
quattro battaglioni (uno Titler-Grenzer e tre del Principe di Prussia). 
Accetto questo calcolo più basso perchè è austriaco, anziché quello ' 
dato dal rapporto ufficiale francese {Campagna di Napoleone, 104- 
105), secondo il quale ognuna delle due brigate avrebbe contato 
cinque battaglioni. Dato che l' Urban non avesse veramente che otto ; 
battaglioni di fanteria a Como, egli contava circa 6400 fantaccini, j 
più la cavalleria e l'artiglieria, contro 3000 Cacciatori. 



Appendici 433 

APPENDICE C 
Francesco Riso sul suo letto di morte. 

(Vedasi più sopra, pagg. 206-207). 

E con rammarico che ho ricordato tristi cose circa il Mani- 
scalco e il Riso che erano entrambi, soprattutto il secondo, uomini 
di raro coraggio e abnegazione. Ma non credo che chi abbia 
studiate le autorità di cui do qui sotto una lista, possa giungere 
a conclusione diversa da questa : che il Maniscalco tacque al Riso 
r esecuzione di suo padre per ottenerne delle informazioni, e il 
Riso, indebolito dalla morte vicina e speranzoso di salvar suo 
padre, gli disse il nome di alcuni rivoltosi che avevano complottato 
con lui ma non avevano preso parte diretta all' insurrezione. 11 
Riso era sdegnatissimo contro quelli che secondo lui gli avevan 
mancato di parola il 4 aprile dopo avergli promesso aiuto, e due 
volte, prima dell' evento, egli aveva mmacciato di vendicarsi di chi 
non gli fosse fedele: vedasi più su, pag. 199, e Campo, Riso, 12, 
Paolucci, Riso, 22. 

Le autorità sono : 

I. De Cesare, II. 179-188. 

II. Pietraganzili, I. 254-274 (261-262 per il resoconto Mar- 
chesano). 

III. Paolucci, Riso, 41-46 (46 resoconto Chiarenza). 

IV. Riassunto del Processo pe* fatti del 4 aprile nella collezione 

Lodi, neìY Archivio di Storia Patria, Palermo. 
V. Campo, Riso, 21 (conferma il resoconto Chiarenza del Pao- 
lucci, Riso, 46, pur negando che il Riso abbia confessato 
i nomi). 

Il signor Paolucci i cui studi sulla rivoluzione siciliana sono 
di un valore inestimabile per lo studioso, difende il Riso a 
pag. 44-45 del suo lavoro. 

Gatibaldi 26 



434 Garibaldi e i Mille 



Ma a meno di voler credere che la polizia napoletana o il 
Pisani abbiano falsato i documenti della confessione, i fatti devono 
essere quali io li ho riportati pili sopra. I moventi del Riso e il 
grado di censura a cui la sua condotta lo espone, sono naturai- 1 
mente soggetti a interpretazioni diverse, e nessuno vuole certo 
giudicare con severità 1' uomo che ha dato la sua vita per l' Italia. 



APPENDICE D. 
Garibaldi a Caprera nel febbraio del 1860. 

Sezione I. 
(Vedasi più sopra, pag. 216). 

Dalle date delle sue lettere risulta che egli era ancora a Fino 
il 27 gennaio, a Genova il 30 e a Caprera il 20 febbraio. E più 
probabile eh' egli lasciasse Genova per Caprera in una data più 
vicina al 30 gennaio che al 20 febbraio. 

Sezione IL 

(Vedasi più sopra, pagg. 216-217). 

La lettera di Garibaldi al Bertani, riportata in Bedani, II, 1 0, 
sotto la data del 15 febbraio è veramente datata dal 20 come 
si può vedere nel Ms. dell' Archivio Bertani, Milano. Sulla con- 
tropagina della lettera vi è anche un poscritto non citato affatto 
in quel libro. Questa la lettera intera e il poscritto: 

20 Febbraio. 

« Ho veduto Mignona e farò con lui quanto posso. Farò 
lasciare a voi tremila franchi, come porrò a disposizione vostra i 
fucili che si potranno tenere in deposito a Genova. » 



Appendici 435 

P.S. (dietro il foglio). 

« Mignona vi ragguaglierà d'alcune mie idee circa a Vapore, 
armi e denaro, e per le stesse cose vorrei che v' intendeste con 
Finzi. Se possibile, lasciare a disposizione di Cavour il meno che 
si possa. » 

Lo stesso giorno egli scriveva (Ciàmpoli, 1 28-9) al Besana e 
al Finzi, direttori del Fondo per il Milione di Fucili, una lettera 
contenente le parole seguenti: 

« La vostra risposta al Ministero dell' Interno va perfettamente. 
Io sono d' avviso d' usare la maggior deferenza ai desideri di 
Cavour. Ma, siccome accanto a lui si trovano uomini disposti a 
contrariarci, ci vorrà pazienza, coraggio ed accortezza nel lasciarci 
metter dentro meno possibile.... Io sono d' avviso ci sia un nostro 
deposito a Genova, incaricandone il Dott. Agostino Bertani, a 
cui ne fo parola in questa stessa data. Di più lascio in deposito 
i 3000 franchi venuti da Napoli a detto dottore. » 

Da queste due lettere in data 20 febbraio e dalle asserzioni 
in Bertani, II, 9-10 e Crispi {Lettera) 322, si deduce chia- 
ramente : 

1) Che Garibaldi valendosi del Mignona come interme- 
diario, era pronto a sovvenire di armi e denari tolti dal Fondo 
per il Milione di Fucili, un'insurrezione fra i sudditi dei Bor- 
boni sia in Napoli sia in Sicilia ; una volta l' insurrezione avviata 
egli era pronto ad accorrere, ad appoggiarla secondo la promessa 
data al Bertani il 24 gennaio (Ciàmpoli, 127) e probabilmente 
ripetuta al Mignona. Il Vapore di cui è menzione nella lettera 
al Bertani poteva essere sia per il Mignona che doveva portare 
le armi al sud onde iniziarvi subito la rivolta, sia per Garibaldi 
stesso che lo avrebbe seguito appena quella fosse cominciata. 

2) Ch' egli temeva che Cavour o una sua creatura, s' impa- 
dronisse delle armi del Fondo, qualora apprendesse 1' uso a cui 
dovevan servire, né più né meno appunto di ciò che avvenne 



436 Garibaldi e i Mille 



\ 



più tardi quando il D' Azeglio le sequestrò a Milano il 1 6 aprile. 
A parte però questo timore, che gli fece desiderare invano di ^ 
stabilire un deposito a Genova sotto la sorveglianza del Bertani, - 
egli bramava si usasse « la maggior deferenza ai desideri di 
Cavour. » 

Sezione III. 
( Vedasi più sopra, pag. 217). 

Non è vero, sebbene il Bertani lo asserisca nelle sue Ire 
Poi., 50, che Garibaldi, ^ quasi dimenticato a Caprera » fosse 
stimolato ad agire dal Pilo « solo ». In ciò il Bertani si mostra 
ingiusto con se stesso e con il Mignona. Ben a ragione scrisse il 
Crispi nella sua Lettera, 322, che Garibaldi aveva promesso fin m 
dal febbraio di dare alla Sicilia il poderoso aiuto della sua spada ' 
e che aveva ripetuto questa promessa al Pilo in una lettera del 
15 marzo. 



APPENDICE E. 
Il racconto di Laurence OUphant. 

Non vedo alcuna ragione per mettere in dubbio questa nar- 
razione che concorda con tutto ciò che ci è noto. Una storia 
tanto dettagliata, se inventata od elaborata da uno che sapeva 
ben poco delle faccende italiane, avrebbe discordato in qualche 
punto con i fatti ora appurati da ricerche storiche. 

Il Crispi e il De La Rive invece la confermano prò tanto. 
Nel diario del Crispi, in data 12 aprile 1860, si legge: 

« Vado al Palazzo Carignano per vedervi Bertani e siccome 
corre voce che Garibaldi intenda partire per Nizza, onde farvi 
propaganda contraria alla Francia, lo prego perchè lo trattenga 



Appendici 437 

a Torino. Bertani, consenziente, risponde : « Ormai non e' è a pen- 
sare ad altro che alla Sicilia ^. Garibaldi fa la sua interpellanza 
alla Camera sulla cessione di Nizza. » (Crispi, Diario, 19). 

Nel De la Rive, Cavour, 410-411, si legge: 

« Vers le milieu du mois d' Avril, Garibaldi quitta Turln se 
rendant à Nice afìn d'y encourager la résistance à l'annexion 
projetée.... Pour aller de Turin à Nice, il faut passer par Génes. 
En descendant de voiture, à Génes, Garibaldi fixa un rendez- 
vous pour le soir, à un ami avec lequel il comptait poursuivre 
son voyage. Le soir arriva, mais non Garibaldi, qui fit savoir 
simplement à son compagnon de route qu'il se trouvait retenu 
à Génes. » 

La narrazione dell' Oliphant fissa il 1 3 aprile come data del 
ritorno di Garibaldi a Genova, giacché egli dice (172-3) che non 
avvenne il giorno stesso dell' interpellanza, il 1 2, ma « uno o due 
giorni dopo. » E non potè esser più che un giorno dopo per- 
chè dalla data della lettera di Garibaldi al Municipio di Brescia 
(Ciàmpoli, 133) si sa ch'egli era a Genova il 13. Egli deve 
dunque essersi messo in viaggio per Genova il 13. 



APPENDICE F. 
Le due dichiarazioni del Bertani. 

Nella gran discussione del 19 giugno 1863 alla Camera ita- 
liana, la cui relazione trovasi in Cam. Dep., si hanno due impor- 
tanti dichiarazioni del Bertani, la prima certamente vera nei suoi 
punti essenziali, la seconda, a parer mio, falsa. 

I. La prima dice: 

« Io mi appello alla memoria dell' on. Bixio e gli chiederò, 
se egli ricorda che venti e più giorni prima della spedizione del 
5 maggio si tenne una riunione qui in Torino, in una piccola 



438 Garibaldi e i Mille 



stanza dove era il General Garibaldi, presente il General Medici 
con me, presente l' on. Finzi ; il quale come un altro degli inca- 
ricati della patriottica sottoscrizione pel Milione di Fucili e depo- 
sitario delle armi raccolte, notava quanto gli si richiedeva per la 
spedizione che allora si concepì ancora più audace, perchè doveva 
comporsi di soli 200 uomini. » 

Questa dichiarazione riguarda una scena alla quale prese parte il 
Bertani stesso e che il Bixio non contraddisse nel suo lungo discorso 
tenuto subito dopo. Essa è inoltre corroborata dal Cav. Luzio 
nel Giorn. d' It., 5 maggio 1907, in cui egli dà alla riunione la 
data del 1 2 aprile (non il 1 9 come dice erroneamente il Bertani, 
Ire Poi., 51, giacche Garibaldi non era a Torino il 19). 

Nello stesso articolo il Cav. Luzio pubblica la lettera datata 
dal consiglio stesso, 1 2 aprile 1 860, in cui il Finzi ordina ai diret- 
tori dei depositi del Fondo per il Milione di Fucili, di spedire 
a Genova il necessario per la spedizione e cioè: 

1) 200 carabine Enfield. 

2) circa 50 rivoltelle per la cavalleria. 

3) 200 scatole di cartucce e 200 sacche da pane. 

4) 100 cappellotti per gli Enfields. 

Il Cav. Luzio pubblica anche un' altra lettera del Finzi, la 
quale prova che quest'ordine fu sospeso il giorno dopo (presu- 
mibilmente dopo la partenza di Garibaldi per Genova) dal Finzi 
stesso il quale riteneva probabile che Garibaldi non volesse più 
andare in Sicilia a causa delle cattive nuove di là. Ma il 1 6 aprile, 
Garibaldi caldeggiava ancora la partenza (lettera in Bertani, II, 
32-33) e il Finzi domandava in quella data nuove armi da Milano. 



II. La seconda dichiarazione del Bertani, fatta nella seduta 
del 19 giugno 1863, è questa: 

« E poi mi appellerei all'on. generale Sirtori perchè voglia dire 
innanzi a questa Camera qual risposta avesse egli dal Conte 



Appendici 439 

di Cavour, quando andato a vederlo, due sere prima del 5 maggio, ^ 
reduce dalle feste di Toscana... il Conte di Cavour... disse... : 
« Io non so cosa fare ne cosa dire », e come soleva argutamente 
conchiuse fregandosi le mani: « io credo che li prenderanno ». 

La Camera sapeva bene che Cavour si stropicciava sempre 
le mani quand' era soddisfatto, e il Bertani qui voleva implicare 
eh' egli fosse soddisfatto ali' idea che Garibaldi fosse preso dalle 
truppe borboniche. Ma il Sirtori era presente alla seduta e poco 
dopo domandò la parola per rispondere all' appello che il Bertani 
aveva fatto alla sua memoria. Lungi dall'appoggiare l' insinuazione 
del Bertani, egli dette un' esattissima versione di un concetto tutto 
opposto, citando le parole stesse di Cavour così come vedonsi 
a pag. 242 di questo volume, la cui sostanza era che Cavour aveva 
espressa viva simpatia e promesso aiuto, purché andassero in Sicilia 
e non nelle Marche. 

Dopo aver ricevuto questa completa contraddizione dal suo 
solo testimonio, il Bertani ha certo fatto cosa disdicevole ristam- 
pando la storia sei anni più tardi nelle sue Ire Politiche, 61, da 
dove è passata in alcune narrazioni storiche e si è fissata in certe 
teste. Nelle sue Ire Politiche (1869) egli asserisce aver avuto 
la cosa dal Sirtori stesso nel 1860 al suo ritorno dall'intervista, 
ma non riferisce la smentita inflittagli dallo stesso alla Camera nel 
1 863. Sia pure che il Sirtori abbia o non abbia detto al Bertani 
« Cavour crede che li prenderanno » ; ciò eh' egli non può a nessun 
patto aver voluto significare è che Cavour sperava di vederli pren- 
dere. A parte ciò che noi sappiamo dei sentimenti di Cavour per' 
Garibaldi, tal desiderio non ha la menoma consistenza con le parole 
di Cavour quali ci sono riportate dal Sirtori stesso. Se poi il 
Bertani, pur non avendolo mai detto apertamente, era convinto 
che il Sirtori avesse mentito nella seduta parlamentare del 1863, 

^ Veramente il 23 aprile, vedasi più sopra nota pag. 242. Infatti le parole 
stesse « reduce dalle feste di Toscana » basterebbero per sé stesse a fissare 
una data anteriore al 3 maggio. 



440 Garibaldi e i Mille 



come spiegare allora la seguente lettera del Sirtori al Conte Giulinl, 
scritta il 3 maggio 1 860 ? 

« Partiamo per un' impresa decisa contro i miei consigli. Vedi 
Cavour e fa che non ci abbandoni... Giorni sono vidi Cavour 
a Genova ; gli parlai del nostro disegno, toccai dell' insufficienza 
dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto ». 
(Guerzoni, II. 30, nota; Bianchi, Vili. 290). 

Il Bertani fu gran patriotta e nel 1860 giovò molto all'Italia, 
anche malgrado qualche passo falso, ma egli si rese colpevole 
di un lamentevole errore ripetendo questa storia dopo eh' era 
stata smentita dal solo uomo da cui pretendeva di averla ricevuta, 
e che era per giunta il solo a cui Cavour aveva potuto dar 
occasione di sostenerla. Nessuno storico moderno ha il diritto di 
ripeterla. 



APPENDICE G. 
L'abboccamento decisivo di Villa Spinola, 30 aprile. 

Si hanno leggiere varianti circa l' identificazione della persona o 
delle persone che riuscirono a persuadere Garibaldi nella sua deci- 
sione finale, la mattina del 30 aprile a Villa Spinola. Il Diario del 
Crispi sfortunatamente non include questa settimana e la sua narra- 
zione in Mazzini XI. pag. LXXVI, non si riferisce al 30 aprile. 
Ma il Bandi, 29-30, dice che i suoi consiglieri furono Bixio e Crispi ; 
nel La Masa {Sic), VII- Vili, si sostiene che il La Masa stesso 
intrattenne Garibaldi, ma si ammette che anche il Bixio era nella 
casa e partecipò alla cosa ; Jack L,a Bolina, 1 2 1 (figlio del Vecchi), 
che abitava allora nella villa, attribuisce la risoluzione al Bixio 
venuto con il siciliano Orlando, e non fa menzione né del La Masa 
né del Crispi. Così tutti paiono concedere una parte al Bixio; 
e ciò é confermato anche dalla sua lettera di quella mattina al 



Appendici 441 

Fauché, (Fauché (P.), 32-33). Può perciò dirsi esser certo che 
il Blxio con uno o più d'uno dei tre siciliani, Crispi, La Masa 
e Orlando, fosse colui che persuase Garibaldi, mostrandogli i 
documenti a provvedere i quali il Crispi aveva dato mano. 



APPENDICE H. 
Cavour e il Re a Bologna, 2 maggio. 

Il detto attribuito a Cavour, dal D' Haussonville nella Revue 

des deux Mondes, 1 5 settembre 1 862, pag. 240, (« Si personne 

n' ose » dit il au roi « j' irai moi-méme lui mettre la main sur 

' le collet ») è accettato dal Chiala, ma respinto dal Treitschke 

; (pag. 182). Io ho già spiegato (più sopra pag. 255) perchè credo 

che abbia bisogno di conferma prima che lo si possa accettare 

i per certo. Ma ci è stato trasmesso direttamente, né è possibile 

i scoprire la fonte a cui lo si attribuisce. 

I Vale forse la pena di citare qui ciò che due dei più intimi 
I amici di Cavour dicono riguardo la sua decisione di lasciar partire 
l Garibaldi. Il Castelli che era stato consultato da Cavour sul sog- 
getto, nell'aprile a Firenze, ma che non pretende di esser stato 
presente al colloquio, dice: 

« Dubitò Garibaldi ; era troppo naturale che dubitassero 
Farini e Cavour ; adottarono dunque il piano di lasciar fare e star 
a vedere, giacché né l' uno né l' altro avevano in Garibaldi quella 
fiducia che sapevan essere a loro da lui stesso negata. Chi si 
pronunziò fu il Re che con Garibaldi fini sempre per andar 
d'accordo, come il Generale si sentì sempre trascinato dalla 
franca parola di Vittorio Emanuele. » (Castelli, 88). 

E il De la Rive così scrive del modo d' agire di Cavour in 
quel periodo: 

« Il est evident que Cavour n' ignora ni empécha V expeditlon 
de Garibaldi. Ne put-il pas ou ne voulut-il pas l'empécher? 



442 Garibaldi e i Mille 



J' incline à croir que la volente acheva ce que la crainte de 
r impuissance avait commencé et que Cavour repugnait à une 
lutte ouverte avec Garibaldi, derrière lequel il voyait le sentiment 
national, en méme temps qu' il faisait volontiers entrer dans ses 
combinaisons la chute eventuelle de la monarchie napolitaine. » 
(De la Rive, pag. 411). 

Le parole, le lettere e gli atti di Cavour dall'aprile al maggio del 
1 860 sono pieni di contraddizioni, il che se lascia perplessi, non 
deve però sorprendere, avendo egli spesso ricorso al metodo 
dell'inganno in tempo di gravi fatti nazionali; come pure anche 
perchè, al pari di Garibaldi, egli mutò parere forse più d'una 
volta durante questa crisi difficile e dubbia. Ecco un esempio 
illustrante le sue contraddizioni. Immediatamente dopo la sua 
intervista del 23 aprile con il Sirtori, e mentre continua a per- 
mettere al La Farina di fornire le armi da fuoco alla spedizione, 
lo troviamo intento a scrivere al Farini in data 24 aprile: 

« In Genova trovai gli amici assai inquieti per le mene di 
Garibaldi, attorno al quale si rannodano i mazziniani che comin- 4 
ciano a rialzar la testa. Ad accrescere l'inquietudine contribuisce 
il contegno assunto dal partito più avanzato (non mazziniano) 
che sta spiegando apertamente il vessillo dell'opposizione pren- 
dendo per base d'operazione la questione di Nizza e quella di 
Sicilia ». 

Anzi, la sera del 23 aprile, del giorno stesso in cui aveva 
visto il Sirtori e incoraggiata l' idea d' una spedizione in Sicilia, 
egli scriveva : 

« On veut pousser le Gouvernement à secourir la Sicile, 
et on prépare des expéditions d' armes et de munitions. Je soup- 
^onne le Roi de favoriser imprudemment ces projets. J'ai donne 
l'ordre de surveiller et d'empécher, s'il est possible, ces tenta- 
tives désespérées. » (Ghiaia, Dina, 299). 



Appendici 443 

La sera del 22, il giorno avanti l' intervista con il Sirtori, ma 
parecchi giorni dacché aveva dato al La Farina l' incarico di 
consegnar le armi per una spedizione in Sicilia, egli scriveva a 
Firenze a un amico: 

« Garibaldi è tuttora qui, in forse se andrà in Sicilia od 
all' isola di Caprera. Dice aspettare gli ordini del Re. La pre- 
senza di Trecchi al seguito di S. M. dà valore alle asserzioni di 
Garibaldi.... Certo, questo non è il modo di affrettare la partenza 
dei francesi da Roma. Ditelo al Re. » (Ghiaia, IV. pag. CXLI). 

Uno statista che abbia l'abitudine così spiccata di dire una 
cosa ad uno, e un' altra ad un altro, cancella le sue proprie piste 
agli occhi dello storico che vorrebbe rintracciarle per scoprire i 
suoi veri moventi. 



APPENDICE /. 
Fauché e Rubattino. 

I documenti che trovansi in Fauché e Fauché (P.), sono con- 
cludenti ; ma noi abbiamo, oltre a quelli, anche la testimonianza di 
Garibaldi in Mem., 336, e quella del Castiglia che era al comando 
del Piemonte. Il Castiglia^ e' informa (La Masa, Sic, XI), che 
nemmeno la mattina del 5 maggio, il Bixio confidò il nome dei 
due vapori a quelli cui spettava impossessarsene la sera stessa 
« dappoiché un accordo riguardo agli stessi, erasi fatto dal solo 
amministratore Fauché e non già da alcuno dei soci della com- 
pagnia Rubattino, a cui appartenevano; che anzi costoro inso- 
spettiti, tenevano d' occhio i vapori di loro proprietà che erano 
in porto. » La segretezza scrupolosa che fu così osservata fino 
all' ultimo, spiega perché anche molti dei partecipanti alla spedi- 
zione fossero tenuti quasi all' oscuro in questa faccenda, e perché 
il Guerzoni e gli altri storici contemporanei attribuirono al Rubat- 



444 Garibaldi e i Mille 



tino r operato dell' impiegato di lui Fauché. Il General Canzio, 
che per la sua grandissima conoscenza del porto di Genova dal 1 860 
in poi, è il miglior testimonio che possa aversi, mi ha detto che 
il Rubattino non sapeva nulla dei progetti riguardanti i vapori e 
che il tutto fu opera del Fauché. 



APPENDICE K. 
Le finanze della spedizione dei /^ille. 

I. La spedizione salpò con 90,000 lire di cui 70,000 furon 
spese nella campagna che precedette la presa di Palermo. Le 
90,000 lire erano state tutte fornite dal Fondo di Milano per il 
Milione di Fucili : 30,000 eran state inviate dal Pinzi al Bertani 
accluse nella sua lettera del 5 maggio 1 860 (pubblicata dal Luzio, 
Giornale d'Italia, 5 maggio 1907), le restanti 60,000 eran state 
portate a Genova dal Migliavacca con l' ultimo treno del 5 maggio, 
vedasi piìi sopra pag. 261 . Di quest' ultime 60,000, una parte, 
36,000, era in carta e dovè esser cambiata in 1,800 marenghi 
d' oro in Genova stessa. (Nuvolari, 1 22 ; Bertani, II, 5 1 -53 ; Ire 
Poi, 53-34; Luzio, Mazzini, 149-150; Finali, 504-505, non del 
tutto accurato nei dettagli). Di queste somme, il Fondo di Milano 
aveva ricevuto dal Municipio e altri contribuenti di Pavia lire j| 
37,000, alla fine d'aprile. Vedasi Pavesi. 

II. Altre somme erano state spese prima nei preparativi per 
la partenza della spedizione e fra queste si comprendevano: 

a) Lire SOOO date dal La Farina il 4 maggio, e non sono 
sicuro se provenienti dalla Società o da Cavour stesso. Jack la 
Bolina, 123-124; Mem. 336; Ghiaia, IV, pag. CLXIII. 

b) Lire 50,000 date dal Fondo per il Milione di Fucili (che 
così avrebbe contribuito con un totale di L. 140,000, incluse le 
90,000 prese a bordo). Bertani, Resoc, 23, conti e nota citata 
qui sotto; e Bertani, II. 42. 



Appendici 



445 



e) Una sottoscrizione separata proveniente da Brescia (vedasi 
più giù) e « altre migliaia di lire » mandate a Garibaldi dai suoi 
amici d'America, Ire Poi, 53. 

Ecco la lista totale del Resoconto del Bertani (conti, pag. 23, 
nota pag. 7), da cui risultano quali somme passarono per le mani 
del Bertani avanti la partenza di Garibaldi — vale a dire il costo 
complessivo della prima spedizione: 

Lire 

Dal Fondo per il Milione di Fucili . . 50,000,00 

DI j • j 1 ^4' 1* \ Queste 90,000 lire furon 

al medesimo per mezzo dei Miglia- 1 7. • 1 'X 

^ r P°'^''^'^ ^ bordo , ma tutte 

vacca 60,000,00 > le altre somme della lista fu- 

\ reno spese prima del 6 mag- 

Idem per rosta :)U,UUU,UU ; gio, nei preparativi. 

Dal Generale Garibaldi 36,592,72 

Dalla Cassa Provinciale di Brescia . . . 98,000,00 

Dal Municipio di Brescia 10,000,00 

Da Parma, per mezzo del Borelli . . . 23,277,34 

Da N. M 3,000,00 

Per versamenti del Generale Garibaldi ai 

signori Profumo, 10,000, e Gazzolo 

1000, conto corrente 11,000,00 

Lire 321,870,06 



Quanto alla storia che ne dà il Venosta, 585-587, è ovvio 
che devesi considerarla come riguardante la seconda non la prima 
spedizione, come il Cav. Luzio mi fece notare. Il Garaviglia scri- 
veva dopo molti anni dall'accaduto, quando le sue rimembranze 
erano alquanto confuse. Né nel Resoconto del Bertani ne nelle altre 
autorità sulle finanze della spedizione imbarcatasi il 5-6 maggio, 
trovasi menzione di una somma di 300,000 lire proveniente da 
Cavour o da qualsiasi altra fonte. Forse più probabile è che 
la somma in questione fosse versata al Medici più tardi per equi- 
paggiare la sua spedizione, e non passasse mai per le mani del 
Bertani o di Garibaldi. 



446 Garibaldi e i Mille 



APPENDICE L. 
Perchè V evacuazione francese fu sospesa. 

Thouwenel, I. 149-154; Br. Pari Papers, 12, pag. 8; Olli- 
vier, IV. 428, 440, 450; La Gorce III. 372-384. 

A mio parere, dalle citate autorità risulta chiaro che le truppe 
francesi non furono ritirate da Roma per il fatto generale che 
Garibaldi era andato in Sicilia a provocare una rivoluzione nel 
mezzogiorno, non per il fatto particolare ch'egli mandò il Zam- 
bianchi a invadere gli Stati Papali. E ben scriveva il Conte 
Cowley da Parigi a Lord John Russell, il 18 maggio: « la noti- 
zia del successo che fin qui ha favorito la spedizione di Garibaldi 
in Sicilia, e Y incertezza sugli eventi e le complicazioni future 
eh' essa può suscitare, hanno fatto sospendere l' ordine della eva- 
cuazione di Roma. » Br. Pari. Papers, 1 2, pag. 8. Credo che 
il mio amico Bolton King avesse torto quando diceva (King, 
II. 142) che l'evacuazione non ebbe effetto a causa della spedi- 
zione Zambianchi. Per lo meno, a me non è riuscito di trovar 
prove a sostegno della sua teoria. Ma anche se i francesi fosser 
stati richiamati, essi vi sarebbero certo stati rinviati di bel nuovo se 
necessari a difender Roma, come vennero infatti rimandati nel 1 867 
dopo il richiamo stipulato dalla Convenzione del settembre 1 864 ; 
così che né la spedizione di Garibaldi né quella del Zambianchi pos- j 
sono dirsi aver in alcun modo impedito agli Italiani di occupare»; 
Roma. 

APPENDICE M 
Calatafimì. 

I. 

Riguardo al numero dei regi attivamente impegnati nella bat- 
taglia del Pianto dei Romani, risulta dal Laudi {Mss. Napoli, 
Landi) che « vennero ad impiegarsi nel combattimento 14 com- 



Appendici 447 

pagnie »• delle 20 che erano al suo comando. Esplicita è la sua 
asserzione che egli mandò allo Sforza dei rinforzi dalla città, anzi 
ch'egli mandò tutto quanto aveva a sua disposizione, meno 6 compa- 
gnie. Ciò è confermato a sua volta dal maggiore e dal sergente 
napoletani presenti alla battaglia e le cui lettere pubblicate nel 
Sampieri, 29-30, provano definitivamente che alla pugna parteci- 
parono tanto i Carabinieri che 1' Vili Cacciatori. Il numero dei 
militi di una compagnia napoletana (nominalmente di 1 60 uomini, 
De Sivo, in. 121) era variabile, e scendeva talvolta fino a cento 
o novanta (Sampieri, 27). Ma poiché il Laudi e' informa che delle 
sue 20 compagnie, 1 4 erano sul campo, e gli scrittori napoletani sti- 
mano il numero totale delle venti compagnie a 3,000 o più uomini 
(De Sivo, III. 197 dice 3000; De Cesare, II. 210 dice 4,000), 
noi possiamo concludere che, calcolando a 2000 il numero dei 
combattenti, non esageriamo. 

Nella mia narrazione della battaglia di Calatafimi, ho fatto 
molte chiamate in fondo alla pagina per quei punti che sembra- 
vano richiedere la citazione delle autorità. Ora qui posso aggiun- 
gere che debbo quel resoconto della battaglia a due visite sul 
luogo e all' esame e riscontro delle seguenti autorità : Mss. Napoli, 
Landi; Baratieri; Bandi; Capuzzi; Abba; Abba, Noter., Sam- 
pieri ; Mem. ; / Mille ; Belloni ; Zeusi ; Zasio ; Floritta ; Ciàmpoli ; 
Bruzzesi , Dopo 25 anni ; Orsini ; Oliveri ; Rùstow ; Sirtori ; 
Ms. Bologna, Bixio ; Campo ; Guerzoni, Bixio ; Divis. Jurr ; 
Crispi, Diario ; Giusta ; Menghini, specialmente il Diario Canzio, 
423-425; Conv. Canzio; Elia; De Sivo; Cairoli; Mario; La Masa 
{Sic); Elenco; Calvino (Guardione, II. 434, 436); Mazzini, XI, 
pagg. LXXXII-III, nota (narrazione Bensaia). 

II. 

Nell'apologia del Landi {Mss. Napoli, Landi) occorre la 
seguente curiosa dichiarazione: 

« E qui m' è duopo aggiungere che la mattina del 1 5 quando 
dovevo muovere verso Salerai e che poi rimasi fermo in Cala- 



448 Garibaldi e i Mille 



tafimi per le notizie dell' avanzarsi del nemico che attinsi sul far 
del giorno, mi giunse un dispaccio da S. E. il Comandante in 
Capo, col quale mi si avvisava avere egli convocato un consiglio 
di generali, dai quali fu deciso di far rientrare a Palermo tutte 
le colonne mobili vaganti per la provincia, e mi ingiungeva di 
fare subito la mia ritirata. Ecco la prima causa della mia ritirata 
(dopo la battaglia). La seconda fu quella già esposta, cioè la 
mancanza dei mezzi di difesa. » 

L'Abba, che ha scritto i suoi commenti in margine al Mss. Landi 
di Napoli, nota giustamente : « Perchè non ha ubbidito ?» e 
« Ma la ritirata fatta poi, non ha più il carattere che doveva 
avere se fatta il mattino e prima del combattimento. »> 



APPENDICE A^. 
La marcia notturna a Parco, 21-22 maggio. 

Il cammino seguito è accuratamente descritto in Cuniberti, 34-35 
e Paolucci, Riso, 63. Il signor Paolucci ha impiegato molta cura 
nella verifica del cammino esatto, raccogliendo informazioni dai 
contadini e da altre persone del luogo che vi si trovavano allora. 
Le sue conclusioni mi risultano confermate dalla testimonianza 
di un siciliano dei Mille, un artigliere, Bartolo Vitali, e da quella 
di Antonio Armaforte, uno delle squadre, di Parco, i quali entrambi 
presero parte alla marcia e mi indicarono la via precisandola e , 
concordando sia fra loro sia con il Cuniberti e il Paolucci. In' 
seguito, io stesso seguii quel percorso e mi risultò essere infatti 
la sola e la più ovvia via dalle altezze di Misero-Cannone e del ' 
passo di Renda a Parco. Il Costantini, 125-127, commette un j 
errore dicendo che marciarono a Parco prendendo le mosse da' 
Lenzitti e per la via di Fiumelato : giacché il grosso dei Mille non 
fu mai a Lenzitti e perfino le file avanzate ne erano state respinte 
di nuovo a Misero-Cannone e Renda il 2 1 , parecchie ore prima 



Appendici - 449 

che la marcia avesse luogo. Preziose sono le informazioni che il 
Costantini dà circa la sua città nativa di Piana dei Greci, ma egli 
non è guida altrettanto sicura per gli eventi che accaddero al 
di fuori di essa. 

L'abbandonata casupola di pedaggio, presso la quale lasciarono 
la strada maestra, è ancora in piedi sul lato occidentale della 
strada addossata al Monte Cannavera, la si chiama Catena o 
Barriera di San Giuseppe (Coni;. Armaforte; Cuniberti, 34). 
L' Abba cosi la descrive nelle sue Noterelle, 88 : 

« Fatti pochi passi per la strada militare, si arrivò ad una 
casetta solitaria, scura, mezzo ruinata, casa da ladri. Là ci si faceva 
; uscir dalla strada, a misura che si arrivava e infilavamo un sentiero 
angusto e sassoso. » 

Antonio Armaforte mi ha detto che passarono presso la fattoria, 
ex-feudo Strasatto, e il viottolo infatti vi passa dappresso. 

Per altre autorità sulla marcia vedasi De Sivo, IH, 209; 
Capuzzi, 53-54; Abba, Noter., 87-92; Mem., 354; Mss. Bologna, 
Bixio; Cremona, 28. 

APPENDICE O. 
Da Piana dei Greci a Marineo. 

Il fatto che Garibaldi marciò per la strada di Corleone fino 
al fiume e scantonò al mulino di Ciaf cria è, come espone il 
Costantini, 136, tradizione locale in Piana dei Greci. Ne ho 
parlato in questa città con il signor Costantini e ho anche discusso 
la questione con i cittadini primari del posto, al loro Circolo, 
giacché essi tutti sono giustamente e intelligentemente orgogliosi 
della rivoluzione del 1860 e della parte altamente meritoria che 
vi ebbero gli « albanesi » di Piana. La sera in cui ebbi il piacere 
d'essere l'ospite del Circolo, l'opinione unanime era che Garibaldi 
si era allontanato per la strada maestra lasciandola nella vicinanza 

Garibaldi 29 



450 Garibaldi e i Mille 



del mulino Ciaferia, non prima, affine di trarre in inganno le spie 
borboniche del villaggio che sorvegliavano la sua partenza. Gli 
abitanti di Santa Cristina di Gela mi hanno detto eh' egli non 
passò per di là attraversando la frazione, ma rasentando il lato 
sud, il che quadra con l'idea ch'egli vi pervenisse traverso i 
campi di Ciaferia, non per la strada, da Piana. 

Il fatto che Garibaldi si prese tanta pena per ingannare astu- 
tamente il Von Mechel sulla sua marcia a Marineo, pare a me 
valido argomento a provare che egli aveva già in mente l'idea 
di unirsi al La Masa a Gibilrossa e di piombar su Palermo, mentre 
Von Mechel marciava su Corleone. Egli stesso dice che questo 
era il suo scopo nel fare il giro di Piana (vedasi Mem., 355-356) 
e non vedo ragione alcuna per non prestargli fede. Supporre che 
dal suo arrivo a Parco egli avesse già formato il disegno dì muovere su 
Palermo passando per Piana, Marineo e Gibilrossa (Guerzoni II. 90), 
è davvero assurdo ; probabilmente tale idea non gli era ancora 
balenata alla mente al momento stesso in cui entrava in Piana 
dei Greci. Ma al contrario è ben naturale pensare che una volta 
a Piana, la sera del 24, egli concepisse il disegno che trasformava 
la sconfitta in vittoria, benché il signor Paolucci {Riso, 69-73) 
abbia argomenti per credere eh' egli si decidesse a dirigersi su 
Gibilrossa soltanto dopo aver toccato Marineo. Ma se cosi fosse, 
perchè sarebbe andato a Marineo, intraprendendo una marcia 
eccessivamente difficile e peggio che vana, mentre mirava a raggiun- 
gere i suoi cannoni a Corleone? 

Oltre ciò ch'egli stesso ne dice nelle Mem., 355-356, non 
si hanno prove del formarsi e dello svolgersi dell' idea nella mente 
di Garibaldi. In tutte le crisi importanti egli teneva sempre il 
segreto, e bastava si tirasse il berretto sugli occhi perchè il suo 
stato maggiore sapesse ch'egli voleva essere lasciato in pace. 
Un detto che gli era famigliare era che « se la sua camicia avesse 
saputo ciò eh' egli stava per fare, l'avrebbe bruciata. » {Conv. 
Canzio ; Conv. Ricciotti ; National Review, maggio 1 899, 494). 

Mi occorre a questo punto di dire che nel periodo posteriore 
della sua vita il generale Tùrr ebbe il debole di credere e sostenere 



Appendici 451 

(Tùrr, Risposta e Divis. Tiirr, passim) che Garibaldi aveva 
agito dietro suo consiglio ogni volta che aveva preso le decisioni 
più originali e importanti di questa campagna, come ad esempio 
la marcia di Parco, quella di Marineo ecc. Gli altri garibaldini 
hanno respinte con indignazione queste sue pretese che del resto 
sono inconsistenti con ciò che si sa del talento militare del Tùrr 
e di quello di Garibaldi. Noto con piacere che esse non sono 
messe avanti nella vita del Tùrr scritta dal Pecorini Manzoni, 1 902. 
I servizi resi dal bravo ungherese all'Italia non abbisognano di 
simili vane esagerazioni per essere ricordati con gratitudine. 



APPENDICE P. 
La via seguita da Gibilrossa a Palermo. 

La via seguita da Garibaldi fu, com'ebbi già ad asserire nel 
testo, quella diretta tracciata dal sentiero che per il convento 
e per il passo di Gibilrossa scende giù al punto più prossimo 
della pianura e di là continua traversando o rasentando Ciaculli 
e La Favara (Castello di mare dolce). Non fu dunque, come 
si trova erratamente affermato in Cuniberti, 46-47, che pure è 
fonte autorevole, la via che passa per Belmonte - Mezzagno e 
Santa Maria di Gesù. L' idea che Garibaldi sia sceso per Bei- 
monte - Mezzagno, idea che si trova ripetuta da autorità non 
siciliane, sembra sia nata dal fatto che l'Eber nei suoi articoli 
al Times di cui si ebbero traduzioni assai divulgate in italiano, 
scambiò il passo di Gibilrossa per il passo di Mezzagna — così 
egli lo chiamò — . Pure chiunque abbia conoscenza delle località, si 
accorge subito, leggendo la narrazione dell' Eber, che il passo da 
lui descritto è quello di Gibilrossa, e che, nuovo della località, 
gli appioppò un nome che non era il suo (per es. « il varco del 
passo coronato da una chiesa » non può che riferirsi alla chiesa- 
convento di Gibilrossa: non vi è chiesa a corona del passo di 
Mezzagno, come anche nella narrazione dettagliata dell' Eber non 



452 Garibaldi e i Mille 



si fa parola del villaggio di Mezzagno che avrebbe dovuto esser 
attraversato). 

Il Tùrr, compatriotta dell' Eber, ripetè — e si comprende — 
r errore di quest' ultimo, e i suoi biografi parlano perfino {Divis. 
Tùrr, 4) della « discesa » in Mezzagno, il che è assurdo perchè 
Mezzagno non è affatto in pianura. Molti altri italiani della penisola 
(come Elia, Cuniberti ecc.) hanno bravamente infilato questo 
cammino errato, ma per quanto io ne sappia, non v' è un solo 
siciliano che abbia mai fatto scendere Garibaldi per la via di 
Mezzagno. A ogni modo il parere dei siciliani ha maggioranza 
di consenso e, per quanto è a mia cognizione, si mantiene una- 
nime su questo punto. 

1 ) Do qui il nome dei siciliani che presero parte alla marcia 
e mi hanno espressamente affermato di esser discesi dal monte Gri- 
fone dalla parte di Villabate, per Ciaculli e non per Mezzagno : 
signor Gaetano Principale (della colonna La Masa) ; signor Antonio 
Armaforte delle squadre di Parco ; signor Giuseppe Campo, uno 
dei più noti siciliani facenti parte dei Mille ; il cav. Agostino Rotolo 
(Padre Rotolo nel 1860) che in quella notte guidò il furgone 
delle squadre del La Masa. 

2) Il Bollettino pubblicato dal quartier generale il 29 maggio 
(K. M., 4; La Masa, (Sic.) LV.), diceva: 

« La notte del 26 al 27 corrente il nucleo delle forze italiane 
e le squadre dei Comuni della Sicilia, girando le Maremme del 
Piano di Stoppa, faceano un alto nel convento di Gibilrossa, \ 
donde poscia guadagnando rapidi i sentieri dai Ciaculli alla 
Favara, giungevano al bivio della Scaffa ai cui molini portavasi 
l'avanzata dei regi. » 

3) La tradizione locale ha dato alla strada di Ciaculli 
(fra gli oliveti), il nome di Discesa dei Mille. 

4) La tradizione locale di Mezzagno, nega assolutamente 
che Garibaldi sia mai passato per il villaggio o disceso per il 
passo che s'apre più in là. Anzi da quel villaggio si voltano 
appositamente indietro per indicare Gihilrossa come luogo della 
discesa. (Io stesso ho investigato le tradizioni locali e il prof. Pitrè, 



Appendici 453 

il dotto studioso siciliano, raccoglitore delle tradizioni locali, mi 
assicura dell' accurezza dei miei risultati e mi dice esser anche a 
sua cognizione che la tradizione locale contraria alla via di Mez- 
zagno, è unanime). 

5) Fra le autorità siciliane che hanno dato alla stampa 
questa opinione, sono il Campo, 1 1 7 ; il Paolucci, Riso, 78, (che 
parla della strada per Acqua dei Corsari, intendendo, come egli 
stesso mi ha detto, il distretto di Villabate-Ciaculli, non esatta- 
mente il luogo di quel nome che le carte danno sul mare) ; il 
Marzo-Ferro, 399, e il signor Enrico Albanese in V. M., 26. 
Vano sembrerebbemi l'aggiungere a questa lunga lista dì 
sostenitori siciliani, il nome degli storici italiani che, come il 
Guerzoni, non cadono nell'errore dell' Eber e del Tùrr e non 
parlano di Mezzagno ma di Ciaculli. 



BIBLIOGRAFIA 



Lista delle pubblicazioni e dei manoscritti 
consultati dair autore. 

Con la spiegazione delle abbreviazioni usate nelle note. 



[Sono segnati con asterisco * quei libri e documenti la cui importanza si 
limita ad eventi indipendenti dalla spedizione di Sicilia, quali la vita di Gari- 
baldi a Caprera, la Campagna Alpina del 1859 o la storia d'Italia dal 1849 
al 1859]. 

N. B. — Questa Bibliografia si riferisce soltanto a quegli eventi che si ter- 
minarono con la caduta di Palermo alla fine di maggio del 1860. 



I. — PUBBLICAZIONI 

Abba = Abba (G. C.) — Storia dei Mille, 1904. 

E artisticamente la più bella e poetica narrazione della 
spedizione fino alla presa di Palermo ; basata sulle reminiscenze 
dell'Autore (vedasi Noterelle) e sul confronto con altre pub- 
blicazioni più recenti. 

Abba, Bixio — Abba (G. C.) — Vita di Nino Bixio. 

Abba, Cose ■^= Abba (G. C.) — Cose garibaldine, 1907. 

Articoli su Cantoni, Leardi, Siccoli, Giorgio Manin, Mon- 
tanari e / Trentini dei Mille, 

Abba, Noter. = Abba (G. C.) — Da Quarto al Volturno, 
Noterelle d' uno dei mille, 5^ edizione. 



456 Garibaldi e i Mille 



^ Aberdeen — The Earl of Aberdeen, by the Hon. Sir Arthur 
Gordon (Lord Stanmore), Queen 's Prime Ministers Series, 
1893. 

A damali = Adamoli (Giulio) — Da San Marino a Mentana, 
1892. 

Pregevole narrazione di cose da lui vedute e schizzi descrit- 
tivi dei suoi commilitoni; ne ho udito le Iodi in bocca di altri 
superstiti. 

Album Garibaldi = Album Storico Artistico. Garibaldi nelle 
due Sicilie, scritto da B. G. con disegni dal vero, le barri- 
cate di Palermo ecc. Milano, 1860. (Scene interessanti nelle 
strade di Palermo). 

Amari = Amari (Michele) — Carteggio di, per A. d' Ancona, 
1896 e 1907, 3 volumi. 

Amari, Mus. "= Storia dei Musulmani di Sicilia — Michele 
Amari, edizione del 1854. 

Arese = Bonfadini (R.) — Vita di Francesco Arese, 1894. 
(Roux e C., Roma). 

* Argyll = Argyll, Duke of. — Passages from the Past. Hut- 
chmson, 1907, 2 volumi. 

y4mi;aiene = Arrivabene (Carlo) — Italy under Victor Emma- 
nuel, 1 862. 

Artom = Artom (Ernesto). — Cavour e la questione napole- 
tana. « Nuova Antologia », 1 novembre 1901. 

A. S. Sic. = Archivio Storico Siciliano — Paìermo, 1899-1904. 
Vedi T^aolucci e Romano-Catania. 

^ Athenaeum = Athenaeum, periodico. 

Il numero del 27 aprile 1861 contiene un passo, tradotto, 
dell' Herzen, sulla visita fatta da lui a Garibaldi, nel 1854. 
Vedi Rodenberg. 

Bandi = Bandi Giuseppe — / Mille, edizione del 1906. 

Il resoconto più dettagliato e oggettivo della spedizione, 
vista nel suo interno. L'autore apparteneva allo stato maggiore 
ed era specialmente addetto al servizio personale di Garibaldi. 
Per alcune correzioni circa Marsala, vedi Bruzzesi e Girolamo. 



Bibliografia 457 



V 



Baratieri = Baratieri (O.) — Calatafimi, in « Nuova Anto- 
logia », 1 giugno 1884 (volume XLV). 

Uno degli artiglieri della spedizione. Tecnicamente è il 
miglior resoconto della battaglia, ma per i giudizi sui fatti più 
importanti, sul numero dei combattenti ecc., vedasi Sampieri. 

Becchio = Becchio (C.) — Un punto oscuro della spedizione 
dei Mille. Pinerolo, 1893. 

Esposizione del preteso assalto dei due vapori operato dalle 
guardie del porto di Genova la notte del 5 maggio 1860, donde 
il relativo ritardo. Ma io ho dal Canzio e dall' Elia il diniego 
che l'incidente sia mai occorso. 

Bédollière = Bédollière (de la). — Naples et Palerme ou l'Italie 
en 1860. Parigi, 1860. 

Ben documentato, ma non attinto alle prime fonti. 

Belloni = Belloni (Ernesto) — Scritti inediti. Treviso, 1866. 

Uno dei Mille. Lettere su Marsala, Catalafìmi, Palermo, 
scritte da Palermo, il 24 giugno, 

* Bentivegna = Spiridione (Frane®) — Storia della rivolta del 

1 856 in Sicilia organizzata dal Barone Francesco Benti- 
vegna. Roma, 1899. 

Narrata da uno dei superstiti. 

Bersezio V. E. = Bersezio (Vittorio) — // Regno di Vittorio 
Emanuele, 8 volumi, 1878-1893. 

Accurato, ma non novissimo nel contenuto. 

Bertani =■ Mario (J. W.) — Agostino Bertani e i suoi tempi. 
1888. 

E l'opera migliore di questa autrice. Importante soprattutto 
per la corrispondenza del Bertani con Garibaldi e con gli altri 
personaggi principali del 1860. 

* Bertani, Cacc. = Bertani (Agostino) — / Cacciatori delle 

Alpi nel 1859. Nel « Politecnico ». Milano, 1860. 

Bertani, Comp. = Le spedizioni di volontari per Garibaldi, 

cifre e documenti complementari al resoconto Bertani. Genova, 

1861. 

Scritto a provare, contro il Mazzini e il Bertani, che i volontari 

non erano soltanto loro amici, ma venivano da tutte le parti. 



458 Garibaldi e i Milk 



i 



Bertani, Resoc. = Bertani (A.) — Resoconto di. Genova, 1860. 
Rapporto amministrativo e conti della Cassa centrale, maggio- 
dicembre 1 860. 

Bianchi = Bianchi (Nicomede) — Storia documentata della 
Diplomazia Europea in Italia, 1814-1861. 

Importantissima sorgente d'informazioni. 

Bianchi, Cavour = Bianchi (Nicomede) — // Conte Camillo 
Cavour. Documenti editi ed inediti. Torino, 1863. 

Importante in ispecial modo per i documenti del Ministero 
degli Esteri a Napoli, 1859-1860. 

Biundi = Biundi (G.) — Di Giuseppe La Farina e del Risor- 
gimento italiano. 1893, Palermo, 2 volumi. 

Bixio = Guerzoni (G.) — La Vita di Nino Bixio. 1875. 

Bixio, Sciavo = Col. Sciavo — Commemorazione : ai mani illu- 
stri di Nino ed Alessandro Bixio. (Fratelli Pozzo. Torino). 
1907. 

Lettere del Bixio 1859-1860. 

Bizzoni = Bizzoni (Achille) — Garibaldi nella sua epopea. 
3 volumi. 

Bellamente illustrato; parteggia per Garibaldi. 

Blind = Blind (Karl) — IVestminster Review, gennaio, 1904. 
Per il partito repubblicano e per Garibaldi nella primavera 
dd 1860. 

Boggio, Guerra = Boggio (P. C.) — Guerra dell' Indipendenza 
Italiana, 1859-60. Torino, 3 volumi. 

Utile collezione di documenti comuni. 

Borghese == Borghese (F. E. G.) — / 65 giorni della rivo- 
luzione di Palermo. Palermo, giugno 1860. 

Contemporaneo, locale, e sufficientemente accurato. 

Bottalla = Bottalla (Paul) — Histoire de la revolution de 1860 
en Sicile. Parigi. 1862, 2 volumi. 

Clericale. Lavoro di seconda mano. 

Bourgeois = Bourgeois (E.) e Clermont (E.) — Rome et Napo- 
léon IH. 1907. 



Bibliografia 




459 


!\ 

Brambilla — Brambilla (Giuseppe) 




Ricordi, 1848-1870. 


Como, 1 884. 






Sulle geste patriottiche dei 


comaschi. 


Brancaccio — Brancaccio di Carpino 


(F.) 


— Tre mesi nella 


Vicaria di Palermo nel 1860. 


Le 


Barricate. Milazzo. 


2^ edizione, 1901. 






Narrazione di fatti personali, 


. Eccellente per la parte presa 



negli eventi del 1859 e 1860, dai membri più energici del- 
l'aristocrazia siciliana. Lettura dilettevolissima e studio impor- 
tantissimo. 

Br. Pari. Papers = Carte del Governo inglese (libri azzurri) 
per uso delle due Camere. Per amore di brevità io ho così 
numerato quelle riguardanti l'Italia per il 1856-1860: 

1. * Corrispondenza con la Sardegna, 1856. 

2. * Idem, sulle faccende di Napoli, 1857. 

3. * Idem, concernente il « Cagliari », 1858. 

4. * Idem, concernente gli affari d'Italia, 1859. 

5. * Idem, ancora per il 1859. 

6. * Idem, per il 1 860 (riguarda anche il luglio-dicembre 1859). 

7. * Idem, per il 1860. Parte II, (gennaio-febbraio 1860). 

8. *Idem, per il 1860. Parte III. 

9. *Idem. per il 1860. Parte IV. 
10. *Idem, 1860. Parte V. 

11.* Idem, concernente gli affari . d' Italia, Savoia e Svizzera, 
1860. Parte VI. 

1 2. Corrispondenza concernente gli affari d' Italia, 1 86 1 . 

Parte VII (riguardante il 1 860 per il maggio-dicembre). 

13. Corrisponde aza e. s., 1861. Parte Vili (dal giugno 1860 

al marzo 1 86 1 ). (Ammiraglio Mundy a Palermo). 

14. Corrispondenza e. s., 1861. Parte IX (gennaio-marzo 

1861). 

1 5. * Corrispondenza sulle faccende di Napoli, 1 860. (Cor- 

rispondenza fra Mr. Elliot e Lord. J. Russel. 
giugno 1 859-marzo 1 860. 

16. Dispacci concernenti la partenza della spedizione da 

Genova, 1860 (quasi una cosa sola con il N. 12, 
pagg. 3, 4). 



460 Garibaldi e / Mille 



1 7. Corrispondenza concernente lo sbarco di Garibaldi, 1 860. 

1 8. Idem, altra corrispondenza, 1 860. 

19. Carte riguardanti gli affari di Sicilia, 1860. 

20. Corrispondenza riguardante i profughi politici a bordo 

delle Regie Navi da guerra inglesi, 1 860. 

Bronzetti = Bertolini (F.) — / Fratelli Bronzetti. 

Nelle Letture popolari di Storia del Risorgimento, Ber- 
tolini. Milano, 1895. 

Bruzzesi = Bruzzesi (G.) — Una parola sulle molte storie 
Garibaldine. Lettera a G. Bandi. Milano, 1882. 

Critica importante su alcune asserzioni del Bandi riguar- 
danti Marsala ; attinta alle fonti. 

Bruzzesi, dopo 25 anni = Bruzzesi (G.) — Dopo 25 anni. 
Arona, 1885. 

Prove di prima mano intorno a Salemi a Calatafimi e 
Marsala per cui vedasi sopra, Bruzzesi. 

Busetto =- Busetto (Girolamo) — // Generale Nino Bixio. 

Fano, 1876. 
Butta = Butta (Giuseppe) — Un viaggio da Boccadifalco a 
Gaeta. Napoli, 1882, 2^ edizione. 

La maggior parte di questo lavoro per il periodo che si 
chiude con la caduta di Palermo, è preso, senza però confes- 
sarlo, dal De Sivo, per cui vedasi s. V. Non merita fiducia alcuna 
e rigurgita dei più grossolani errori. Il suo solo merito, minimo 
in se stesso, sta nelle cose vedute dall'autore. Inferiore per 
merito alle altre narrazioni di carattere reazionario da cui ha 
rubato senza farne menzione. 

Cadolini = Cadolini (Giovanni) — I. */ Cacciatori delle Alpi. 
« Nuova Antologia », 1 luglio, 1907. 
Di prima mano. 
II. Garibaldi e V arte della guerra. « Nuova Antologia », 
1 e 16 maggio, 1902. 

^ Cagnoni = Cagnoni (Achille di) — Descrizione di Caprera. 

1875. 

Descrive 1' aspetto dell' isola nel 1 863-4. 



Bibliografia 461 

Cairoli (Rosi) = Rosi (M.) — / Cairoli. 1908 (« Biblioteca di 
Storia Contemporanea », n. 1). (Contiene le lettere inviate da 
Benedetto ed Enrico alla madre, dal loro posto in testa alla 
spedizione). 

Calvino = Importantissime memorie della spedizione di Salva- 
tore Calvino, uno dei migliori patriotti siciliani, facente parte 
dello Stato Maggiore e perciò addetto davvicino alla persona 
di Garibaldi. Testimonianza diretta di un uomo d' intelletto 
e discernimento che per essere siciliano e ad un tempo legato 
da stretti rapporti d'intimità con i settentrionali, è superiore 
ai pregiudizi provinciali di partito, comuni ai patriotti. Pub- 
blicate in Guardiane (per cui vedasi). II, 419-445 a cui rin- 
viano le chiamate sotto il nome di Calvino. 

Cam. Dep. ^= Atti del Parlamento Nazionale, Camera dei 
Deputati. Torino. 

La discussione del 1 9 giugno 1 863, con le dichiarazioni 
Bertani, La Farina, Bixio e Sirtori, è documento dei più 
importanti per quanto riguarda Cavour e la spedizione. Vedansi 
anche quelle del 9 e IO dicembre 1863 sulla condotta dei 
siciliani nel 1860. 

* Camp, de Nap. = Campagne de V Empereur Napoléon III 

en Italie. 1862. 
""Camp. d'It. (E. M. Pr.) = Campagne d'Italie en 1859. 

rédigée par la division historique de VEtat Major de Prusse : 

traduit de l'allemand. Berlino, 1862. 

Dicesi che sia opera del Moltke. 

Campo = Campo (Marietta) — Vita politica della famiglia 
Campo. Palermo, 1884. 

Tanto Giuseppe che Achille Campo furono dei Mille. 
Questo e gli altri tre libri qui citati, danno il resoconto della 
spedizione e degli eventi siciliani che la precedettero, secondo 
la famiglia Campo. 

Campo, Lettera = Campo (Marietta) — Lettera ai compilatori 
del 27 maggio, 1860. Palermo, 1885. 

Critica del Ventisette maggio, per cui vedasi. 



462 Garibaldi e i Mille 



Campo, Riso = Campo (Marietta) — Francesco Riso. Palermo, 
1886. 

Importante per ciò che era a cognizione dei Campo sulla 
impresa del loro amico Riso nel 1 860. 

Campo, Risp. = Risposta di Marietta Campo agli opuscoli 
del dott. Onofrio di Benedetto. Palermo, 1886. 

Per la corrispondenza fra Genova e la Sicilia, marzo-aprile, 
e gli scontri di Palermo del 29 maggio 1860. 

Cantìi = Cantù (Cesare) — Della indipendenza italiana : Cro- 
nistoria. Torino, Unione tipografica editrice, 1872-77. 3 volumi 
(voi. III). 

Canzio, Diario =■ Diario pubblicato dal Menghini, 419-432. 

Cappelletti, Vitt. Em. = Cappelletti (Licurgo) — Storia di 
Vittorio Emanuele. 3 volumi. 1892-3. 

Abbastanza accurato, ma superficiale. La vita di Vittorio 
Emanuele rimane ancora da scriversi. 

Capuzzi = Capuzzi (G.) — La spedizione di Garibaldi. Fer- 
rara, 1861. 

Importanti memorie d' uno dei Mille, scritte « in mezzo , 
alle vicende della campagna » come dice la Prefazione del 
9 giugno 1860. 

* Carrano = Carrano (Francesco) — Cacciatori delle Alpi. 1860. 

È la miglior autorità sulla campagna alpina del 1859. 
Indispensabile. 

Castelli = Castelli (M. A.) — Ricordi. Il Conte di Cavour, 
editi da Chiala. 

Il Castelli era amico intimo di Cavour. 

Gastiglia = Memorie relative al marino Castìglia. Citato in : 
La Masa (Sic), a cui rimandiamo. 

Della massima importanza per il viaggio. Il Castiglia comandò 
il P'emonie sotto Garibaldi, da Genova a Marsala. 

* Castromediano = Castromediano (Duca Sigismondo) — Me- 

morie. Lecce, 1885. 

Cattaneo =■ Mario (Alberto e Jessie) — Carlo Cattaneo. 1884. 



Bibliografia 463 

Cava = Cava (Tommaso, Capitano dello Stato Maggiore del- 
l'esercito delle Due Sicilie). Difesa Nazionale Napoletana. 
Napoli, 1863. 

Importante analisi degli errori commessi dai generali napo- 
letani. Eccellente per la presa di Palermo. Tende ad essere 
eccessivamente severo, non tenendo conto delle poche ma valide 
scuse a discarico. Ingiusto nel giudizio sulla condotta e sui moventi 
del Landi a Calatafimi. Autorità di prim' ordine, da usarsi però 
con debita cautela. Per una difesa del Marra, in risposta a 
questa pubblicazione vedasi Marra. 

* Century = The Centur^ Illustrateci Magazine, New York. 

Giugno, 1907. 

Articolo su Garibaldi negli Stati Uniti, di Henry Tyrrell. 

Chambers =^ Chambers (Ten. Col.) — Garibaldi and Italian 
Unit^. 1864. 

Di poco valore per il 1 860, per cui si basa quasi esclu- 
sivamente sulle autorità inglesi ; non credo che l' intimità del 
colonnello Chambers con Garibaldi si possa datare dal 1 860, 
sebbene più tardi egli abbia conosciuto davvicino Garibaldi e 
i capi della democrazia italiana. 

Ghiaia = Oliala (Luigi) — Lettere edite ed inedite di Gamillo 
Gavour. 6 volumi. 

Grande sorgente d' informazioni su Cavour. 
Ghiaia, Dina = Chiala (Luigi) — Giacomo Dina, 1896. 

11 Dina era amico di Cavour e direttore celi' « Opinione ». 

Ghiaia, Poi. Srg. = Chiala (Luigi) — Politica Segreta di Napo- 
leone III e di Gavour, 1895. 

Per i rapporti del Kossuth e dei suoi agenti, con Cavour 
e Napoleone, 1859-61. 

Ghiaia, Storia Gontemp. — Chiala (Luigi) — Pagine di Storia 
Gontemporanea, 1892. 

* Ghiesa = Chiesa (J. della) — Noterelle Varesine. Varese, 1 906. 
Giaccio = Ciaccio (Serafino) — Vita di Antonio Lomonaco 

Giaccio. Palermo, 1865. 

Importante per il 4 aprile 1860. 



464 Garibaldi e i Mille 



Ciaccio, Lettera = Giaccio (A.) — Lettera al dott. Onofrio di 
Benedetto. Palermo, 1885. 

Ristampata in parte nel Ventisette Maggio, a cui rimandiamo. 
Narra la presa del bastione Montalto avvenuta il 29 maggio. 

Ciàmpoli == Ciàmpoli (Domenico) — Scritti politici e militari 
di G. Garibaldi. 

Non sempre accurato nelle date ecc. e tutt* altro che com- 
pleto ; ma contiene alcune lettere omesse dallo Ximenes n^^V Epi- 
stolario, e dà per disteso i Ricordi e Pensieri, di cui il 
Guerzoni aveva dato alcuni saggi. 

Cognetti = Cognetti (Biagio) — Sui fatti politico-militari della 
rivoluzione siculo-napoletana, nel 1860. Napoli, Androsio, 
1869. 

Reazionario. 

Colet = Colet (M.me Louise) — L* Italie des Italiens. 

Memorie di una donna di lettere, impressionabile, osser- 
vatrice, piena di simpatia per 1' Italia ; era nella penisola e 
da ultimo a Napoli, nel 1859-60. Sarebbe difficile dire quanta 
parte degìi incidenti e delle conversazioni è stata rifoggiata 
dalla sua penna. La conversazione con il Dunne è senza 
dubbio esagerata ; le altre sono verosimili. 

Colonna = Colonna (G.) — Cospirazione di Palermo nel 1860. 
« Rivista sicula di scienze, letteratura ed arti ». Palermo, 
1869-1871. 

Coppi = Coppi (Abate Antonio) — Annali d'Italia, 1872. 

Corleo = Corico (S.) — Garibaldi e i Mille in Salemi. « Nuova 
Antologia », 1° maggio 1886. 

Narrazione di un testimonio oculare. 

Corr. Sera = Corriere della Sera. 

Contiene importanti articoli del Luzio e del Mirabelli sui ' 
rapporti di Cavour con la spedizione. Vedansi Luzio e Mirabelli. 

Corsi = Corsi (Carlo) — Sicilia, 1894. 

Cosenz = De Cesare (R.) — Commemorazione di Enrico Co- 
senz. 1902. 



Bibliografia 465 

Cosenz (Guardione) = Guardione (F.) — Enrico Cosenz. Pa- 
lermo, Reber, 1900. 

Costantini = Costantini (Giorgio) — Sessanta Giorni di Storia 
dalla venuta di Rosolino Pilo in Sicilia sino alla resa di 
Palermo. Palermo, 1905. 

E la migliore autorità per le tradizioni locali della sua 
città nativa di Piana dei Greci e per le operazioni di Gari- 
baldi nei paraggi di Piana. 

* Cowen (Duncan) = Duncan (William) — Life of Joseph 
Cowen. 

^ Cowen = Jones (E. R.) — Life and Speeches of J. Cowen. 

Cremona = // Comitato di Soccorso alla Sicilia costituito in 
Cremona. Frammenti inediti pubblicati dal Prof. Gennaro 
Buonanno in occasione delle Nozze Cottarelli- Mauri, 1 890. 

Atti del Comitato di Cremona e lettere private importanti 
dalla Sicilia, inclusa una del Ripari in data del 27 maggio. 

Crispi = Crispi (Francesco) — Scritti e Discorsi politici. 1890. 
Contiene : 

1 . * La spedizione dei Mille (= Preparativi per) Diario, 1 859. 
(se ne veda la continuaz. in Mazzini, XI, pagg. XXXIX- 
XLI). 

2. Repubblica e Monarchia. Lettera a Mazzini, 1 865. 

3. / Mille e la Sicilia. Discorso per la commemorazione di 
Palermo del 27 maggio 1885. 

4. Garibaldi. Discorso per la commemorazione di Bologna, 
1 giugno 1884. (Contiene alcuni dettagli sulla spe- 
dizione). 

Crispi, A ut. = Luigi Maria Mortillaro — Importanti autografi 
di Fr. Crispi scritti nel 1860. Palermo, 1901. 

^rispi, Diario = Crispi. (F.) — Diario dei Mille. « Rivista di 
Roma », 12 gennaio, 1905. 

Diario del Crispi per una parte dell' aprile e per il maggio 
I 860 scritto giorno per giorno a matita. Documento della massima 
importanza. Un brano di un altro ms. Crispi riguardante questi 
eventi, è pubblicato anche in Mazzini, XI, pag. LXXVI. 

^ Garibaldi 30 



46Ó Garibaldi e i Mille 



Crispi, lettera = Crispi (F.) — Lettera a Giuseppe Mazzini. 
Repubblica e Monarchia. 1865 (2^ edizione). 

Contiene qualche dettaglio sui preparativi per la spedizione 
e sulla traversata. 

Cronaca ^= Cronaca degli avvenimenti di Sicilia, da aprile 1860, 
a marzo 1861. Estratta dai documenti — Italia, 1863. 

Important'ssima por le citazioni e i fatti desunti dai docu- 
menti ufficiali dell' esercito napoletano ecc. ; non è mai stata 
ristampata altrove. 

Cuniberti — Cuniberti (F.) — La spedizione dei Mille. Studio 
militare. Palermo, 1880. Una seconda edizione (Roux & C, 
Roma, 1893), contiene lievi mutazioni. 

Eccellente per la giusta valutazione della tecnica militare: 
della campagna e per le notizie geografiche ampie e detta- 
gliate ad un tempo ; ma non sempre corretto giacché erra circa 
il percorso da Gibilross^ a Palermo, per cui vedasi Appen- 
dice P più sopra, pagg. 45 1 -453. 

D'Ayala = D' Ayala (Mariano) — Vite degli italiani benem& 
riti della libertà e della patria morti combattendo. Firenze, 
1868. 

Utile dizionario biogr^^ifico degli italiani morti nelle guerre 
per il Risorgimento. 

De Cesare = De Cesare (R.) — La fine di un Regno {Napoli 
e Sicilia). 2 volumi, 1900. 

Celebre narrazione storica degli ulìimi anni di Ferdinando II 
e del regno del figlio di lui fino all' entrata di Garibaldi in 
Napoli. Ricca di ben fondate notizie desunte da conoscenza 
diretta e dalle tradizioni sullo stato interno della Corte e del 
regno napoletano. 

De Cesare, F. d. P. = De Cesare (R.) — Una famiglia di 
Patriota. 1889. > 

Eccellente per le condizioni del Regno di Napoli, specie 
nelle provincie meridionali, dal 1849 al 1860. 

De Cesare, Roma = De Cesare (R.) — Roma e lo Stato del\ 
Papa. 1907. 

Storia del dominio papale dal 1850 al 1870. 



Bibliografia 467 

* De Cesare, Scialoja = De Cesare (R.) — Antonio Scialoja. 

1893. 

^ De Cristojoris == Campolieti (N, M.) — La mente e V anima 
d'un eroe (Carlo de Cristoforis). Milano, 1907. 

Utile. Cita lunghi estratti dal Diario del Simonetta sulla 
campagna del 1859, per cui vedasi Mss. Milano, Simonetta. 

De la Rive = De la Rive (W.) — Le comte de Cavour, récits 
et souvenirs. 1862. 

Amico di Cavour, Eccellente. 

Della Rocca = Della Rocca (Gen.) — Autobiografia di un 
Veterano, 1897. 

Le mie citazioni rimandano alla traduzione inglese abbre- 
viata, 1899. 

De Sivo = De Sivo (Giacinto) — Storia delle due Sicilie, 1 847- 
61. Roma, 1864. 

Reazionario. Contiene molte informazioni importanti sul- 
r operato dei comandanti napoletani nel 1 860, ma troppo spesso 
attribuisce i loro errori a premeditato tradimento piuttosto clie 
a pura incompetenza. 

* Detailed Exposure = Detailed exposure of the Apology put 
^ forth b^ the Neapolitan government — Longmans, 1852. 

Opuscolo bene informato, in appoggio delle lettere di 
Gladstone su Napoli. 

Di Benedetto = Di Benedetto (O.) — Lettera : ricordi dei com- 
battimenti del 1860. Palermo, Lordsnaider, 1885. 

Parte dalla controversia Campo ; vedi s. v. 

* Dumas = Dumas (padre) — Mémoires de Garibaldi. Edi- 

zione del 1887. 

Il Bertani pare abbia consegnato il Ms. delle memorie di 
Garibaldi al Dumas (vedasi Mss. Milano, Archivio Bertani, 
Plico A, n. IL) nel gennaio 1860, (vedasi più giù Dumas, 
Caus.). Il Dumas si servì di questo Ms. per la sua edizione 
francese. Circa il valore documentale e storico di questa edi- 
zione troppo spesso valutata al disotto del suo merito reale, 
vedasi un importante articolo del Luzio nel « Corriere della 



468 GarihaUi e i Mille 



Sera », 1 5 settembre 1 907. Nella sua edizione italiana poste- 
riore, Garibaldi omise alcuni buoni aneddoti riguardanti le sue 
gesta giovanili, per un certo sentimento di modestia; è nella 
edizione Dumas che possonsi rintracciare. Così pure trovansi 
nel Dumas e nel Dwight frequenti espressioni della sua cre- 
denza in un Dio personificato e nella Provvidenza, ch'egli poi 
soppresse nelle sue edizioni posteriori, quando la sua credenza 
s' era fatta più vaga e panteistica. 

* Dumas, Caus. == Dumas (padre) — Causeries, 1 885, volume II, 
pagine 255-286. Une visite à Garibaldi. 

La visita, che pare avesse luogo quando le memorie mano- 
scritte furono consegnate al Dumas (pag. 282), deve assegnarsi al 
gennaio del 1 860, a giudicarne dall' accenno alla visita del Peard 
a Fino, via Milano (pag. 274), la quale dal giornale del Peard 
stesso, risulta esser avvenuta il 1 2 gennaio 1 860. 

Dumas, Garibaldiens ^= Dumas (padre) — Les Garihaldiens, 1861. 

Presa nel suo insieme, la narrazione della spedizione, specie 
per il tratto da Calatafimi a Palermo, non è inesatta : è stata 
evidentemente desunta dalle informazioni che il Tiirr dette al 
Dumas in Palermo nel giugno 1 860. In molti particolari cor- 
risponde precisamente alla Risposta del Tiirr (per cui vedasi s. V.) 
scritta da quest'ultimo tre anni dopo. Il Dumas era ben lontano 
dall' essere così poco accurato come lo hanno rappresentato gli 
scrittori inglesi contemporanei. Però soltanto l'ultima parte del 
libro che tratta degli eventi svoltisi dopo la resa di Palermo, 
è basata sulla testimonianza dell' autore stesso, giacche egli non 
arrivò in Sicilia che nel giugno. 

Durand-Brager = Durand-Brager (H.) — Quatre mois de Vexpé- 
ditìon de Garibaldi. Paris, Dentu, 1861. 

11 miglior libro francese sull'argomento. Ben scritto, sensato e 
di prima mano. Parecchi incidenti, specialmente quelli su 
Palermo, non si trovano altrove. 

Dwight = Dwight (The odore) — The Life o/ General Gari- 
baldi by himself. 1859. New York. 

Prima edizione delle Memorie, anche di quelle in altre 
Hngue. Fatta sul ms. del 1850 e assai incompleta in confronto 
alle edizioni posteriori. 



Bibliografia 469 

Eher = Garibaldi a Palermo, narrata da un testimone oculare. 
Livorno, 1860. Prima versione dall'inglese. 

Anonimo; ma in realtà non è che una traduzione delle 
lettere dell' Eber al « Times » come corrispondente speciale 
9i quel giornale. Vedasi Times. 

Elenco = Gazzetta Ufficiale del Regno d' Italia, n. 266, 1 2 no- 
vembre 1878, supplemento. 

Elenco alfabetico di tutti i componenti la spedizione dei 
Mille di Marsala. 

Compilato sulle prime liste secondo confronti fra di loro e 
aggiunte dovute alle ultime ricerche. Dà la data e il luogo di 
nascita di tutti, e dove è possibile anche la professione. Stabi- 
lisce dove cadde ciascuno dei morti. 

Elia = Elia (A.) — Ricordi di un garibaldino. Edizione del 1904. 

Uno dei Mille. Testimonianza importante sulla traversata 
lo sbarco, e Calatafimi. 

Elliot = Elliot (Henry) — Diplomatic Recollections. Pubblicato 

in edizione privata. 

Del più gran pregio. Mi professo ben grato all' Hon. Arthur 
Elliot che mi ha prestato questo eccellente lavoro. 

Epistolario = Ximenes (E. E.) — Epistolario di Giuseppe 
Garibaldi. 2 volumi, Milano, 1885. 
Vedasi più sopra Ciàmpoli. 

Fabrizi =■ Mirone (S.) — Cenni storici sul Generale N. Fabrizi. 
1886. 

^ Falconi = Falconi (dott. Angelo) — Come e quando Gari- 
baldi scelse per sua dimora Caprera. Cagliari, 1902. 

Pregevoli notizie locali sulla dimora di Garibaldi alla Mad- 
dalena nel 1849 e dal 1855 al '56. 

Fam. Crauford ^ Lettere di G. Mazzini ad Aurelio Saffi e 
alla famiglia Crauford. « Biblioteca Storica del Risorgi- 
mento Italiano ». Serie IV, n. 7. 1905, Città di Castello. 

Fanti = Carandini (Federico) — M. Fanti, generale d'armata. 
1872. 



470 Garibaldi e i Mille 



Fauché ^= Fauché (G.) — Una pagina di storia sulla spe~ 
dizione dei Mille. Roma, Guerra e Mirri, 1882. 

Stabilisce i fdtti autentici sui vapori Rubattino e i rapporti 
esistenti rispettivamente fra il Rubattino e il Fauché e la spe- 
dizione. Vedasi più sopra Appendice /. 

Fauché (P.) = Fauché (Pietro) — Giambattista Fauché e la 
spedizione dei Mille. 1905. « Biblioteca Storica dal Risor- 
gimento Italiano », serie IV, n. 8. 

Basato suir opuscolo di G. Fauché del 1 882 ; lo conferma 
e Io sviluppa. L' Appendice contiene l' importante lettera del 
Finzi, 6 settembre 1 869 (per errore di stampa si legge 1 860), 
suir attitudine di Cavour verso la spedizione e le armi da 
fornirsi ai Mille. 

Fazio = Fazio — Memorie giovanili. 1901. 

Riguarda le divisioni di partito e di classe in una città di 
provincia siciliana — Alcamo — durante la rivoluzione. 

Fazzari = Fazzari (Achille) — Garibaldi da Napoli a Palermo. 
1884. 

Visita di addio di Garibaldi alla Sicilia nel 1882, descritta 
dal suo compagno di viaggio. 

Filangieri = Teresa Filangieri Ravaschieri — // Generale Carlo 
Filangieri. Milano, Treves, 1902. 

Scritto secondo gli archivi di famiglia, dalla figlia del 
Generale. 

Finali = Finali (Senatore Gaspare) — La Spedizione dei Mille. 
« Nuova Antologia », 1 aprile 1909. (Farini e la spedi- 
zione ecc.). 

Finzi = Per la corrispondenza di G. Finzi, vedasi Fauché (P.) ; 
R. S. del R. ; Luzio, Giorn. d'It., e Appendice P, sez. I, 
più sopra. 

Floritta = Floritta (E.) — Rivoluzione o Tirannide. Palermo, 
1863. 

Per lo più di seconda mano ; citazioni da La Lumia, Piana 
dei Greci ecc. Buona la parte di Calatafimi. 



I 



Bibliografia 471 

Forbes = Forbes (Commander Charles Stuart, R. N.) — The 
Campaign oj Garibaldi in the Two Sicilies. 1861. 

Si sforza di essere accurato, ma la sua conoscenza dei 
movimenti dei Mille prima del suo arrivo in Sicilia, non è 
molto esatta. Inesatta è la sua carta della battaglia di Catala- 
fimi. Autorità di qualche merito per Milazzo e per l' ultima 
parte della spedizione di cui il presente volume non tratta. 

Forio = Forio (G. da) — La Vita di G. Garibaldi. Napoli, 
Perrotti, 1862. 

Franci == Franci (Giovanni delli, UfT. superiore dello Stato 
Maggiore dell'esercito napoletano) — Campagna d'autunno 
del 1860. Napoli, 1870. 

Franciosi = Franciosi (P.) — // 15 maggio 1860. Palermo, 
1889. 

In lode della parte sostenuta dal Palizzolo nella spedizione. 

* Galb Knight = Henry Gally Knight, M. P. — The Nor^ 

mans in Sicily. 1838. 

Uno dei primi e dei meglio scritti fra i libri moderni e dotti 
sulla Sicilia. La descrizione dei suoi viaggi in Sicilia nel 1836 
è interessante in se stessa, oltre all'essere ricca di notizie sto- 
riche e architettoniche. 

Gandolfi = Gandolft (A.) — Garibaldi Generale. « Nuova Anto- 
logia », giugno, 1883. 

Sull'arte di guerra di Garibaldi. Vedansi anche Cadolini 
e NicolosL 

Gazzetta = Gazzetta Ufficiale del Regno (vedasi Elenco). 
^ Giglioli = Giglioli (Constance H. D.) — Naple in 1799. 

* Gioberti e Fall. = Maineri ( B. E. ) — // Piemonte negli 

anni 1850-1-2: lettere di V. Gioberti e G. Pallavicino. 

Vedasi Manin e Pallavicino più giù. 

Giorn. d' It. = Giornale d'Italia. 

Contiene articoli importanti del Luzio e del Mirabelli sui 
rapporti che Cavour ebbe con la spedizione. Vedansi Luzio 
e Mirabelli. 



472 Garibaldi e / Mille 



Giorn. di Sic. -= Giornale di Sicilia, 

1901, 26-27 maggio, numero commemorativo. 

Girolamo = Marsala nelV 1 1 maggio 1860. Ricordi storico- 
critici di A.D.G. Marsala, 1890. A. D. G. = Andrea di 
Girolamo un decurione di Marsala al tempo dello sbarco di 
Garibaldi. 

Fa delle correzioni al Bandi, a cui rimandiamo, e dà 
molte notizie dirette suU' 11-12 maggio in Marsala. 

Giusta = Giusta (prof. Giuseppe). — Da Talamone a Palermo. 
(Casanova, Torino, 1907). 

Diario di uno dei Mille. 

* Gladstone = Gladstone, Rt. Hon. W. E. — Two letters to the 

Earl oj Aberdeen on the State Prosecutions of the Neapo- 
litan Government. John Murray, 1851. 

* Gladstone, Exam. = Gladstone, Rt. Hon. W. E,. — An exa- 

mination of the officiai reply of the Neapolitan Government. 
John Murray, 1852. 

* Gladstone, ^ass. = Rassegna degli errori e delle fallacie 

publicate (sic) dal signor Gladstone in due sue lettere al conte 
Aberdeen — Napoli, Stamperia del Fibreno, 1851. 

Edizione inglese : Review ofthe errors ecc., 1 85 1 (Brettel, 

Rupert Street). 

Una versione francese, annunciata come autorizzata, apparve 
nel « Journal des Débats » 27, 28, 30 settembre 1851. 

Grabinski = Grabinski (G.) — La Fine di un Regno. Firenze, 

1896. 

Critica benevola del De Cesare. 

Gregorovius = Gregorovius (Ferd.) — The Roman Journals 

of 1852-74. Traduzione inglese di M.rs Hamilton, 1907. 
Greville = Greville Memoirs — Longmans, 1 903. Silver Library 

edition, vols. VIl-VIII. 
Guardione = Guardione (Francesco) — // Dominio dei Bor- 
boni in Sicilia dal 1830 al 1861. 

Pubblica documenti importanti, specialmente per le memorie 
del Calvino, per cui vedasi sotto la voce.. 



Bibliografia 473 

Guerzoni = Guerzoni (Gius.) — Garibaldi. Firenze, 1882, 

2 volumi. 

Vita di Garibaldi ; fa testo. L' autore stesso ebbe parte 

nelle vicende garibaldine del 1859-60. Libro eccellente seb- 
bene paia vecchio, se considerato ai lume delle ricerche più 
recenti. 

Hansard = Hansard 's Parliamentary Debates. 

Haussonville = Haussonville (O. d') — T^evue des deux Mon- 
des, 1 5 settembre, 1 8Ó2. M. Cavour et la crìse italienne. 
Vedasi su questa controversia, l'Appendice H. 

* Hohenlohe = General Hohenlohe - Ingelfingen — Letters on 

Strategy. Edited by Capt. W. H. James, 1898. 

Holyoake =^ Holyoake (George Jacob) — Bygones worth remem- 
bering. 1905. 

/ Mille = Garibaldi (Gius.) / Mille, 1874. 2^ edizione. 

Mezza storia, mezzo romanzo. Di non grande utilità, ma 
merita d' esser confrontato con le Memorie. 

Insurr. Sic. = L' Insurrezione Siciliana — Per cura di L. E. T. 
Milano, 1860. 

Già utile collezione di documenti che ora però sono quasi 
tutti ripubblicati. 

Ire Politiche = Bertani (Agostino) — Ire politiche d'oltre tomba. 
1869. 

Parte di una famosa controversia. Risposta al La Farina 
per cui vedasi Tiirr, Risposta. 

Italia Marinara (ebdomadario marittimo di Napoli. Contiene degli 
articoli stbrici interessanti, trattati da un punto di vista diverso 
dall'ordinario). 

Ji2ck La Bolina = Vecchi (Vittorio) — La Vita e le Gesta 
di G. Garibaldi, 1882. 

L' autore è figlio di A. Vecchi, amico intimo di Garibaldi, 
ed ebbe modo di vedere questo davvicino nella vita privata. 

* Johnsion = Johnston (R. M.) — Napoleonic Empire in South 

Italy, 1904. 



474 Garibaldi e i Mille 



King — Bolton King — A History of lialian Unity. 1 8 1 4- 1 87 1 . 
2 volumi, 1898. 

Fa testo, per il lettore inglese, sulla storia generale di tutto 
il periodo. 

King, Mazzini = Bolton King. — Mazzini, Dent. 1902. 

Kossuth = Kossuth (L.) — Schriften aus der Emigration (vedasi 
volume ni, pagina 540 su Cavour e la spedizione). 

* Krieg — Der Krieg in Italien 1 859, nach den Feld-aden 
und anderen authentischen Quellen hearheitet durch K. K. 
Generalstabs Bureau fùr Kriegsgerichten — Wien, 1 872-76. 

^ Krieg {non ufficiale) == Der Krieg im Jahre 1859. Nach 
offiziellen Quellen nicht offiziell hearheitet — Bamberg, 1 894. 

La Cecilia = La Cecilia (Giov.) — Storia degli ultimi rivolgi- 
menti siciliani — Firenze, 2 volumi (senza data). 

Molti documenti, ma ormai quasi tutti ristampati. 

La Farina = La Farina — Epistolario, 2 volumi, 1869. 

Il suo apparire scatenò più di una fiera controversia. Vedasi 
Ire politiche, Berlani : non bisogna fidarsi né all' uno né 
all'altro dei due libri senza metterli a riscontro, con l'auto- 
rità di parti meno interessate. Vedasi anche Biundi. ri 

La Gorce = La Gorce (Pierre de) — Histoire du second 
Empire. 1894-1905. 

Questo capolavoro dell'illustre storico francese mostra per 
il 1859-1860 una conoscenza della storia e delie autorità 
italiane assai più grande di quella mostrata per le cose di 
Roma del 1 849, nel suo lavoro precedente, Histoire de la 
seconde République Francaise. 

La Lumia = La Lumia (Isidoro) — La Restaurazione borbo- 
nica e la rivoluzione in Sicilia dal 4 aprile al 1 8 giugno. 
Palermo, 1860. 

La Masa (Sic.) = Alcuni fatti e documenti della Riv. dell' It. 
Merid. riguardanti i Siciliani e La Masa — Torino, 1861. 

Importantissimi documenti per la parte avuta dai Siciliani 
nella rivoluzione per maggio e giugno ; l'Oddo, per cui vedasi s. v., 



Bibliografia 475 

ha basato su essi molta parte del suo lavoro. Carla dei movi- 
menti dello stesso La Masa. A pag. X-XXIl, contiene lunghe 
citazioni dalle Memorie relative al Marino Castiglia, che 
hanno importanza per la traversata. 

'assartu 4 ap. = Mirabella (Vincenzo) — L'assartu di lu 

4 aprili. Lu vera fatta storica cu tutti li soi particolarta, 

Palermo 1885. 

« Qjuaeque ipso, miserrima vidi 

Et quorum pars magna fui » 

Poesia in dialetto siciliano ; descrive ciò che accadde fra i 
frati alla Gancia. (Vedasi Paolucci, Riso, 25). Il prof. Mirabella 
era allora un novizio in quel convento. La sua poesia perciò, 
come lavoro di testimone oculare, acquista un valore storico 
superiore a quello di altre del genere. 

Leggi della Dittatura = Collezione delle leggi, decreti e dispo- 
sizioni governative, compilate dall' avv. Nicolò Porcelli. 
Palermo, 1860, 1^ edizione; 1861, 2^ edizione. 

"^ L'Isola = Morais (R. T.) — L'isola sacra. 1907. 

Con un'introduzione del Canzio. Lavoro moderno su Caprera. 

UOra = U Ora, giornale siciliaìio, 26, 27 maggio, 1901. 

Note biografiche su Panlaleo, Castiglia, Farmi, 

Lorenzo = Lorenzo (Francesco di) — Pianta topografica della 
città di Palermo col ragguaglio delle Fazioni di guerra 
seguite dal 4 aprile al 19 giugno 1860. Dedicata a Fran- 
cesco Crispi. Genova. 

Il testo che va unito alla pianta è una pregevole narrazione 
contemporanea dei fatti d'arme avvenuti nella città dal 27 al 
30 maggio. Trovasi nel Museo Nazionale di Palermo. 

Lazio, Belfiore = Luzio (A.) — / Martiri di Belfiore. 2^ edi- 
zione, 1908. 

Esame puramente scientifico basato su documenti, del vero 
carattere delle misure repressive austriache nell' Italia settentrionale, 
risultanti da un processo famoso. 

L'Ediz. I. 1905 pag. 394, contiene una lettera dei Pinzi 
importante che riguarda Cavour in relazione alia spedizione 
siciliana del 1860. 



476 Garibaldi e i Mille ' 

Luzio, Con. Sera = Un articolo importante del Luzio su Cavour 
e la spedizione, apparso nel Corriere della Sera, 23 agosto 1 907. 

Luzio, Giorn. d' li. = Altro articolo, nel Giornale d'Italia del 
5 maggio 1907. 

Luzio, Mazzini = Luzio (A.) — G. Mazzini. Milano, 1905. 

Luzio, Profili — " Luzio (A.) — Profili Biografici. 1906. | 

Contiene, a pag. 303-316, un eccellente per quanto appena j 
abbozzato schizzo del Bixio. 

* Maison ■=■ Maison (Emile) — Caprera. Les loisirs de Gari- \ 
baldi. Parigi, 1861. [ 

Malmesburv = Malmesbury (third Earl of) — Memoirs of an 
ex-minister. 1 884. 

Mancini = Mancini (Grazia) — Impressioni e ricordi. 1908. 

Manebrini = Documenti della rivoluzione di Napoli, 1860-62, 
A Romano-Manebrini. Napoli, 1864. 

^ Manin e Pali. = Maineri (B. E.) — Manin e Pallavicino. 

Epistolario. 

Per la fusione dei partiti democratici con quello di Cavour 

e la Casa di Savoia, 1855-57; cf. Gioberti e Pali, per il 

1850-53. 

Marco = Marco (prof. Emanuele de) — La Sicilia nel decennio 
avanti la spedizione dei Mille. Catania, 1897. 

Contiene molto materiale, fra cui pregevoli documenti riguar- , 
danti il 4 aprile e una lettera del generale Pittaluga con det- 
tagli sulla morte del Pilo. 

Maria Sophia = Tschudi (Clara) — Maria Sophia, Queen, 
of Naples. Traduzione dal norvegese, per Ethel Hearn. 
Sonnenschein, 1905. 

Mario = Mario (Jessie White) — Garibaldi e i suoi tempi. 
Milano, edizione 1905. 

Non senza pecche, ma pieno di informazioni di valore. I 
personaggi principali le erano ben conosciuti, e il suo libro è 
meritatamente popolare. 



Bibliografia 4i]7 

'lario, Mac. = Macmillan' s Magazine, luglio, 1882. Perso- 
nal reminiscences of General Garibaldi, per Alberto Mario. 

Jario, Mazzini = Mario (J. W.) — Vita di Mazzini. 
j Milano, Sonzogno, 1896. 

Non imparziale, ma pieno di notizie di prima mano e di 
documenti, 

4ario, Supp. = Mario (J. W.) — Supplement to English tran- 
slation of Garibaldi 's Memoirs. 

Contiene qua e là informazioni che non si rinvengono altrove. 

darlo. Vita =^,Mario (J. W.) — Vita di Giuseppe Garibaldi, 
Milano, edizione del 1882. 

, Meno ampio che Garibaldi e i suoi tempi, già citato. 

\4arra = Marra — // generale Pasquale; Documenti, ecc. 
L Napoli, 1860 (?). 

Risposta all'attacco del Cava, per cui vedasi s. v. 

marra, Oss. = Osservazioni del generale Bartolo Marra sulla 
! storia di A. B. Cognetti. Napoli, 1868. 

Risposta al Pio IX e // suo secolo del Cognetti: difesa 
della condotta del Marra. Dà imporranti ragguagli di prima 
mano sui consigli di guerra tenuti dal Lanza in Palermo, 27-31 
maggio. Per l'identità dei fratelli Marra, vedasi Cava, li. pag. 85. 

* Martinengo Cesaresco = Martinengo Cesaresco (Contessa) — 
Patriotti Italiani. Milano, 1890. 

L' ultima edizione inglese ( 1 90 1 ), Italian Characters, oltre 
ai saggi eccellenti sul Bixio, Settembrini e Poerio, ne con- 
tiene uà nuovo sul Castromediano ; le mie chiamate rinviano 
a questa edizione. 

Martinengo Cesaresco, Cavour = Martinengo Cesaresco (Con- 
tessa) — Cavour (della serie Foreign Statesmen). (Finora il 
miglior libro inglese su Cavour). 

Vedasi anche TìiC Liberation of Italy, 1814-70, della 
stessa autrice, 1 895 ; breve ed eccellente storia. I lettori inglesi 
che desiderano conoscere la storia del Risorgimento dovrebbero 
cominciare da questo libro e da quello del Bolton King, Histor^ 
of Italian Unity. 



478 Garibaldi e i Mille 



Marzo-Ferro = Marzo-Ferro (da Girolamodi) — Un periodo 
di Storia di Sicilia. Palermo. 1863. 

^ Massari, Casi = Massari (Giuseppe) — / Casi di Napoli. 
1849. 

Massari, V. E. = Massari (Giuseppe) — La Vita di Vittorio 
Emanuele, 1878. 2 volumi. 

Di poca importanza. Degli aneddoti personali. 

Mazade = Mazade (Charles de) — Revue des deux Mondes. 
1 febbraio 1861 . Le Roi Francois II et la revolution de Naples. 
Buono per la situazione politica, sia interna che esterna, del 
Regno di Napoli, 1859-60. 

Agazzini = Mazzini (Giuseppe) — Scritti editi ed inediti. 1 7 vo- 
lumi. I volumi IX-XI, che riguardano il periodo di cui si tratta, 
acquistano un valore speciale a cagione del Proemio del 
Saffi, per cui vedasi s. v. 

Medici = Medici (gen. G.) — Una pagina di storia del 1860. 
Palermo, 1869. 

Il Medici difende i suoi atd del 1860 contro le critiche 
del Berlani. Alcune lettere. 

Melena ^= Melena (Eipis), cioè Marie von Schw^artz — Gari- 
baldi, Recollections o/ his public and private li/e. Tradu- 
zione inglese, 1887. 

Melena, 1861 = Recollections of General Garibaldi: compri- 
sing a visit to the <5^editerranean isles of La M.addalena 
and Caprera. 1861 (Saunders, Otley & Co.). 

Anonimo, ma di Elpis Melena, 

Mem. = Garibaldi (Giuseppe) — Memorie autobiografiche. 
Firenze, 1 902. 1 1 ^ edizione. 

Vedasi la nota sotto Dumas, per il carattere delle altera- 
zioni fatte da Garibaldi a quesla edizione posteriore delle sue 
memorie. Gli eventi del 1 860 sono contenuti soltanto i; . questa 
edizione italiana. 



Bibliografia 479 

Mem. Stor. éMil. = ^Memorie Storiche ^Militari. Comando 
di Stato Maggiore. 

Fase. I, gennaio 1909 (documenti ufficiali del processo 
Giorgini). 

Fase. lì, maggio 1909 (del Bono sul Zambianchi, con 
documenti). 

Menghini = MengKini (Mario) — La spedizione Qaribaldina 
di Sicilia e di Napoli, nei proclami, nelle corrispondenze, 
nei dìarii e nelle illustrazioni del tempo. 1907. 

Citazioni dai giornali italiani settentrionali del tempo. Impor- 
tanti diarii alla fine del libro: quello a pag. 419 e sg. è del 
CanzJo, com' egli stesso ebbe a dirmi. 

Mérimée = Mérimée (Prosper) — Letires à <M. Panizzi. 1881 . 

Messineo = Messineo (Pietro) — Per la commemorazione del 
XXX anniversario del 4 aprile 1860. Palermo, 1890. 

Dei due resoconti, del 4 aprile, il più accurato è quello 
del Paolucci. 

Mezzacapo ;== Pesci (Ugo) — // Qenerale Carlo ^^ezzacapo. 

Zanichelli, 1908. 
* Minnelli = Minnelli (Domenico) — Alfio Balzani, or Extracts 

jrom the diary of a proscrihed Sicilian. New York, 1861. 

Note autobiografiche di un patriotta siciliano, 1 820- 1 850 ; 
alcuni nomi sono cambiati. 

Mirahelli = I. Mirabelli (R.) — Qiornale d'Italia, 14 maggio, 
1 907 e Corriere della Sera, 29 luglio ; risposte al Luzio, su 
Cavour e i Mille. 

IL dello stesso — Per la storia rivoluzionaria del ses- 
santa. Bologna, 188Ó. 

Mistrali = Mistrali (Franco) ~ Storia popolare della Rivolu- 
zione di Sicilia, sul diario di un Cacciatore delle Alpi. 
Giugno, 1860. Milano. 

Di nessuna utilità. 

^Mistrali, Peli. = Mistrali (Fr.) — // Pellegrinaggio degli 
operai a Caprera. Milano, Sanvito, 1861. 



480 Garibaldi e i Mille 



Mounier = Monnier (Marc) — Qarihaldi, Histoire de la con- 
quète des deux Siciles. Parigi, 1861. 

Monnier, Rivol. Due Sic. = Monnier (Marc) traduzione italiana 
con correzioni e note di Rocco Escalona. Rivoluzione delle 
Due Sicilie. 

Morley = Morley (John) — Life of W. E. Qladstone. 1903. 

Motto = Motto (Raffaele) — Relazione esatta della spedizione 
di R. Pilo. Pisa, tipografia Citi, 1877. 

Citato per un gran tratto nel Proemio del Saffi al Maz- 
zini XI, pag. LV e sg., per cui vedasi s. v. ; figlio naturale 
del pilota, per testimonianza del Palmerini ; detto pag. CLXVI- 
CLXIX. 

Mundy — Mundy (Rear-Admiral, Sir Rodney) — H. M. S. 
« Hannihal » at Palermo and Naples, during the Italian 
Revolution, 1859-61. 

. Ragguaglio dettagliato e particolarmente meritevole di fede 
sugli affari di Palermo ; scritto dall' autorità neutrale che negoziò 
r armistizio a cui fece seguito lo sgombro definitivo delle truppe 
borboniche. 

N. A. = Nuova Antologia. 

Vedansi, Cadolini, Qandolfi, Orsini, Corico, Baratieri, 
Finali, Rava, Artom, l^omano- Catania. 

"" Nap. Ili et l'Italie — L' Empereur Napoléon III et l'Italie, 
1859. 

L' opuscoletlo ispirato del febbraio 1859. Una parte è del 
La Guéronnière. 

Nicolosi = Nicolosi (C.) — L'arte militare Qarihaldina. Rivista 
di Fanteria, 1903, pagg. 468-508. 

Sulla tattica garibaldina e l'introduzione del principio degli 
attacchi alla spicciolata, per drappelli. 

Nicotera = Mauro (M.) — Biografia di Qiovanni Nicotera. 

Nievo =^ Mantovani (Dino) — Il poeta soldato: Ippolito Nievo, 
1831-61. 

Vita del poeta Nievo, uno dei Mille. Contiene alcune sue 
lettere importanti scritte da Palermo. 



Bibliografia 481 

^ Nievo, Amori = Nlevo (Ipp.) — Qli Amori Qarihaldini. 
Milano, 1860. 

Poesie della campagna del ! 859. 

* Nisco, Fr. I. = Nisco (Niccola) — // Reame di Napoli sotto 
Francesco I. 1893. 

^ Nisco, Ferd. II = Nisco (Niccola) — Qli ultimi trentasei anni 
del Reame di Napoli — Volume II: Ferdinando II. 1897. 

Nisco, Fr. II = Nisco (Niccola) — Detto, volume III: Fran- 
cesco IL 1894. 

Come storia di un contemporaneo, questa del Nisco è 
veramente buona : egli potè valersi di molti archivi napoletani. 

Nuvolari ■= Nuvolari (Gius.) — Come la penso. Milano, 1881. 
Uno dei Mille, uno degli intimi del gruppo eh' era intorno 
a Garibaldi alla Maddalena e a Caprera. Ricorda alcuni episodi 
curiosi, ma il libro non ha valore che per quel che contiene 
di originale. 
O. Bonafede, La é^asa == Bonafede (Oddo) — Cenno sto- 
rico sul Qenerale Q. La (^asa. Verona, 1879. 

Difesa della condotta del La Masa ; documentala. L' Oddo 
è l'autore dei Mille; solo più tardi prese il nome di Bonafede. 
La maggior parte dei documenti qui citati, trovasi anche in 
La Masa {Sic), per cui vedasi s. v. 

Oddo =r Oddo (Ciac.) — / Mille di Marsala. 1863. 

Non del tutto accurato ; nelle sue parti migliori attinge al 
La Masa {Sic), per cui vedasi s. v. 

Oliphant = OlipKant (Laurence) — Episodes in a life oj adven- 
ture, 1887, pagina 165 e seguenti. An episode mth Gari- 
baldi (Vedasi Appendice E). 

Oliveri = Oliveri (G. M.) — Una pagina alla storia dei 
Mille. Palermo, 1876. 

Alcune testimonianze siciliane locali. 

Ollivier = Ollivier (Emile) — L'Empire Liberal, 1897. 

Interessante per quanto riguarda la diplomazia, la politica 
di Napoleone III e le cose di cui è bene al corrente, ma quanto 
alla spedizione di Garibaldi è pieno d'inesattezze, basandosi 
su autorità di terza mano. 

Garibaldi 3 1 



482 Garibaldi e i Mille 



Orsini = Documenti inediti del Qenerale Qiordano Orsini, di 
Frane. Guardione — « Nuova Antologia » 1 luglio, 1907, 

Importante per la diversione su Corleone e il ritorno del- 
l' Orsini a Palermo. 

Orsini (Cenno) = Cenno biografico del Qen. Qiordano Orsini. 
Palermo, 1906. 

Dispacci corsi fra Garibaldi e Orsini durante la diversione 
su Corleone e il ritorno dell'Orsini a Palermo. 

Palmerston = Evelyn Ashley — Palmerston. 

Panizzi = Lettere ad A. Panizzi. 1880. 

Una bella scelta della corrispondenza fra il Panizzi e i 
patriotti italiani d'ogni partito, fatta sul Ms. Panizzi nel Bri- 
tish Museum, per cui vedasi s. v, 

Panizzi, Vita = Panizzi (Sir A.) — Lije of, by L. Fagan, 
1880. 

Paolucci, Pilo = Paolucci (G.) — Rosolino Pilo. In « Archi- 
vio Storico Siciliano », 1899. 

Paolucci, Corrao = Paolucci (G.) — QioVanni Corrao. In 
« Archivio Storico Siciliano », 1900. 

Paolucci, ^iso = Paolucci (G.) — Da Riso a Qaribaldi. Ristampa 
a p)arte, dall' « Archivio Storico Siciliano », 1904. Pubbli- 
cato in parte anche nella « Rivista di Roma », 7 gennaio e 
18 marzo 1900. 

Il dotto lavoro del Paolucci è indispensabile per studiare 
a fondo la spedizione di Garibaldi. 

Paolucci, Riv. di Roma = Paolucci (G.) — Rivista di Roma. 
23 settembre, 1 900. 

Per la cospirazione e rivolta siciliana, 1850-59. 
^ Papa e Congresso = La Guerronnière (sic) (Di. M.) — // 

Papa e il Congresso. Milano, 1859* 
Pasolini = Qiuseppe Pasolini, 1815-1876, (Memorie raccolte 
da suo figlio. 

Le chiamate nelle note di questo volume rinviano alla tra- 
duzione inglese della Contessa Dowager di Dalhousie. Long- 
mans, 1 883. 



Bibliografia 483 

Pavesi =■ Lettere di Qarihaldi a Cittadini Pavesi — Pavia, 1907. 

Peard = Trevelyan (G. M.) — ÌVar-journals of Qarihaldi s 
Englishman. Pubblicazione di parte del giornale di J. W. 
Peard per il 1859-1860 nel « Cornhill Magazine », * gen- 
naio 1908 e giugno 1908. 

Permr = Perini (O.) — La spedizione dei Mille. Milano, 1861 . 

Redatto su numerosi manoscritti, ragguagli, diari, ecc. dei 

Mille, alcuni dei quali non sono ancora andati alle stampe, 

e su informazioni verbali ottenute da quegli stessi che ebbero 

parte nella spedizione. 

Persano = Persano (Ammiraglio C. di) — ' Diario privato-poli- 

tico-militare. 1 880. 

Importantissime per gli ordini segreti di Cavour alla flotta 
circa la spedizione di Garibaldi. 

Persigny ^=^ JUCémoires du Due de Persigny. Parigi, 1896. 
Piana dei Qreci = Petta (Gioacchino) — Piana dei Qreci 
nella rivoluzione siciliana. Palermo, 1861. 

i^ Importante ricordo locale ; ma l' autore essendo a Palermo 

e non a Piana, durante gli eventi ricordati, è caduto in alcuni 

errori, come rilevò il Costantini che era invece in Piana. Vedasi 

Costantini, pagg. 48, 49. 

Pianell = Félissent (G. de) — // Qenerale Pianell e il suo 

tempo. Verona, 1902. 
Pianell, Mem. = Pianell (Generale) — Memorie. Firenze, Bar- 
bèra. 1902. 
Pietraganzili = Pietraganzili (Salvo di) — // Piemonte e la 
Sicilia, 1850-60. 2 volumi 1902. 

Patriotta attivo di Termini ; notizie direttamente raccolte su 
eventi in questa città, al campo di Gibilrossa, su La Masa, 
Riso e faccende locali siciliane. 

Pilo = Venosta (Felice) — Rosolino Pilo. Milano, 1863. 
Di scarsa utilità. 

Pittaluga = Pittaluga (Generale Giovanni) — La Diversione. 

1904. 

Importante per Talamone e per la spedizione Zambianchi. 



484 Garibaldi e i Mille 



Poerio =^ Giudice (A. U. del) — Liriche e lettere inedite di 

Alessandro e Carlo Poerio. Torino, 1899. 
^ Poi = Politecnico, periodico. Milano, 1 860. Vedasi pagg. 284- 

308 per Bertani, Cacc. per cui vedasi s. v. 
Principe Nap. = Vayra (Pietro) — // Principe Napoleone e 
l'Italia. Torino, 1891. 

Importante esposizione di quanto 1* Italia debba ai Principe 
Gerolamo. 

Pulszky =^ Pulszky (Fr.) — éM.eine Zeit, t^ein Leben. (Vo- 
lume IV, pag. 10, su Cavour e la Spedizione). 
Pungolo = // Pungolo, giornale di Napoli, 5 luglio, 1907. 

Contiene una lettera del Medici al Cosenz, in data 10 
maggio, 1 860. 
Quarterly = Quarteria RevieW. 1879. 

Racioppi = Racioppi (Giacomo) — cMloti di Basilicata. Napoli, 
1867. 

Per le condizioni generali dell' esercito e delle provincie 
napoletane, 1849-60, 

Raffaele = Raffaele (G.) — Rivelazioni storiche della rivolu- 
zione, dal 1848 al 1860. Palermo, 1883. 

Ricco di informazioni dettagliate sulle condizioni della Sicilia 
sotto il Maniscalco. Contiene asserzioni sull'allegato uso della 
tortura nella prigione di Cefalù, per cui vedasi anche Sansone, 
145, 180; Marco e Guardiane II, 252. Non so quanta fede 
si possa prestare al Raffaele su questo punto. 

Rass. Naz. = Rassegna Nazionale, 1 gennaio 1905. 

Che cosa fu detto in un colloquio storico ? di Ugo Pesci. 
Suir abboccamento fra Vittorio Emanuele e Cavour a 
Bologna, 2 maggio 1860. 

* Rava = Rava (Luigi) — Fanti, Qaribaldi e L. C. Farini. 
« Nuova Antologia », 1 settembre 1903. 
Tratta dell' ottobre 1 859. 

Reclamo c^eli = Reclamo dei tipografi t^aZeli e Carini. Senza 
data ma pare sia del 1860. 

Dichiarazione sulla stampa segreta in Palermo aprile-maggio 
1860. 



Bibliografia 485 

^ Reumont, Capponi = Reumont (A.) — Gino Capponi e il 
suo secolo. 2 volumi. 

Riguarda la Toscana per il 1848-49 e il 1859-60, e le 
critiche dei provincialisti e federalisti sull' unità italiana, voi, II, 
131-148. 

""Revel = Revel (Genova di) — // 1859 e T Italia Centrale. 
cM.iei Ricordi. 

Revel, da Ancona ^= Revel (Genova di) — Da Ancona a 
Napoli. Miei Ricordi. Milano, 1892. 

Ricasoli = Ricasoli (Barone Bettino) — Lettere e documenti 
pubblicati per cura di M,. Tabarrini e A. Qotti. Firenze, 
1887-95. 

Ha rispetto al Ricasoli la stessa importanza che il Ghiaia 
rispetto a Cavour. 

Risorg. = // Risorgimento Italiano. 1908. 

Rivista storica del Risorgimento, periodico ; dal marzo 1 908 
in poi. 

Rio. di Roma = Rivista di Roma (periodico). 
""Rio. Mil. It. = Rivista Militare Italiana. 1872-77. 

Revisioni critiche di vaglia sui ragguagli ufficiali austriaci 
del 1 859, Krieg, per cui vedasi, s. v. Vedansi i numeri dicembre 
1872, gennaio 1873, luglio 1874, aprile, maggio, luglio 1876 
e febbraio 1877: l'ultimo tratta specialmente delle operazioni 
di Garibaldi nella Valtellina. 

^ Rodenberg = Rodenberg, Deutsches M.agazin, volume I, 214, 
215. 1861. 

Reminiscenze su Garibaldi in Londra per il 1854, di 
Aless. Herzen. 

Romano-Catania, N. A. = Romano-Catania (G.) — Rosolino 
Pilo e la rivoluzione siciliana del 1848-9. « Nuova Anto- 
logia », novembre 1904. 

Romano-Catania, A. S. Sic. = Romano-Catania (G.) — D'un 
dramma sopra Rosolino ^ilo. « Archivio Storico Siciliano » 
1905, fascicoli III-IV, cfr. con Paolucci, "Pilo. 



486 Garibaldi e ì Mille 



R. S. del R. = Rivista Storica del Risorgimento, volume III, 
fascicolo III, 1 898. Lettere di Qarihaldi avanti e durante la 
spedizione dei cM.ille, da Angelo Vesentinl. 

Lettere importanti al Besana e al Pinzi rilevanti i rapporti 
del governo con la spedizione siciliana, per mezzo della Dire- 
zione per il Milione di fucili: ora pubblicate in Ciàmpoli, 
sub-loc. ; le chiamate in questo volume rinviano al Ciàmpoli. 
Per la lettera del Pinzi, 6 sett. 1869, vedasi Fauché (P.). 

Rosi = Rosi (M.) — // Risorgimento italiano e l'azione d'un 
patrìotta cospiratore e soldato. 1906. 

Vita del Mordini. Cita i rapporti segreti del console pie- 
montese in Sicilia, òdXV Architìio di Staio di Torino. 

Rusconi = Rusconi (Ferdinando) — J9 anni di vita di un 
garibaldino. 1 870. 

Russel =^ Spencer Walpole — Lije of Lord John Russel. 
1889. 

""Rustow, 1859 = Querra d'Italia del 1859. Milano, 1860. 
Traduzione dal Der italienische Krieg. 1859. Zurigo, 1860. 

Riìstow == Rùstow (W.) — La guerra italiana del 1 860 de- 
scritta politicamente e militarmente, con 8 carte e piani. 
Versione del doti. Q. Bizzozzero. — Milano, tip. G. Civelli, 
1862. Traduzione àaW Erinnerungen aus dem italienischen 
Feldzuge von 1860. 

Riistow^ prese parte agli eventi della spedizione che fecero 
seguito alla presa di Palermo. E competente storico militare 
anche per i primi eventi a cui non partecipò. 

^Sacchi, Visita = Sacchi (Luigi) — Una visita all'isola di 
Caprera del pittore Luigi Sacchi. Milano, Salvi, 1860. 

Saffi = Saffi (Aurelio) — Ricordi e Scritti. 1892-1904. 

Saffi, Proemio = (Saffi Aurelio) — T^refazione agli Scritti 
editi ed inediti del t^azzini (per cui vedasi 5. v.). 

La Prefazione al volume XI, riguardante la Sicilia e il 1 860, 
è del massimo valore, una vera miniera di documenti. Ristam- 
pata in Saffi, Ricordi e scritti. 



Bibliografia 487 

Sampieri == Sampieri (Generale Domenico) — Storia e storie 
della prima spedizione in Sicilia. Venezia, tip. del « Tempo », 
1887, e Roma, tip. Failli, 1893. 

Uno dei Mille. Importantissimo per Marsala e Calatafìmi, 
di quest' ultima battaglia contiene due resoconti di ufficiali napo- 
letani che vi assistettero. Rettifica il Baralieri e altri. 

* Sand = George Sand — Joseph Qarihaldi. Parigi, 1 859. 

Breve ed eccellente elogio, datato 4 luglio 1859. 

* Sansone = Sansone (Alfonso) — Cospirazioni e rivolte di Fr. 

Bentivegna e compagni. Palermo, 1891. 

* Sapri = Bilotti (P. E.) — La spedizione di Sapri. (Da Genova 

a Sanza). 1907. 
Scrittori ^M.anduriani == Gigli (Gius.) — Scrittori c^anduriani, 
1896. 

Contiene una breve biografia del Lacaita. 

^ Settembrini :^= Settembrini (Luigi) — Ricordanze della mia 

Vita, 1881. 
Siracusa = De Benedectis (Em.) — Siracusa sotto la mala 

signoria degli ultimi Borboni. Torino, 1861. 

Sirtori = De Castro (G.) — Giuseppe Sirtori. Milano, Dumo- 

lard, 1892. 

Contiene estratti tolti dall'importante lettera del Majocche 

su Calatafimi e Palermo, Sirtori e Cavour. 

Sirtori, Com. = Sirtori (Gius.) — Al Comitato italiano, 1851, 

Londra. 

Trattatello antimazziniano da cui si rileva il graduale svi- 
luppo del pensier politico dell' autore. 

Sorbelli = Sorbelli (A.) — // cMuseo storico dei votile a 

Bologna. 
Spaventa = Spaventa (Silvio) — Dal ì 848 al 1861 . Napoli, 

1898. 

Stamp. Cland. = Stampe Clandestine del 1860. 

Raccolta dei proclami e fogli volanti pubblicati dal comitato 
segreto di Palermo, nel 1860. Collezione Lodi, Archivio di 
Storia Patria, Palermo. 



488 Garibaldi e i Mille 



Stamp. Off. = Stampati in fogli volanti editi negli anni 1860-1 . 
Parte officiale. 

Bella raccolta dei proclami ufficiali dei governi successivi 
del 1860-1. Collezione Lodi e. s, 
Stiavelli = Stiavelli (G.) — Qarihaldi nella letteratara italiana. 
E in parte antologia, in parte bibliografia. Ha il suo valore 
sebbene sia tutt* altro che al corrente perfino nell' ultima edi- 
zione del 1907. 
Stillman, Crispi = Stillman (W. J.) — Francesco Crispi. 1899. 
Non documentato. 

* Staria anedd. = Storia aneddotica politico-militare della guerra 

del 1859. Milano, 1859. 
Termini = Rapidi cenni e documenti storici della rivoluzione 
del 1 860 riguardanti la città di Termini, di A. B. e M. G. 
Palermo, 1861. 
Thayer = Thayer (W. Roscoe). — '^hrone-éM.akers. 1899. 

Contiene un'eccellente valutazione di Garibaldi per opera 

di uno dei più dotti studiosi del Risorgimento. 

Thouoenel = Thouvenel (L.) — Le secret de VEmpereur. 1889. 

Contiene un' importante corrispondenza del Thouvenel 

ministro degli esteri, con il Gramont, ambasciatore francese a 

Roma, 1860. 

* Tivaroni, Aust. = Tivaroni (Carlo) — L' Italia durante il 

dominio austriaco. 1892. 
Tivaroni, It. = Tivaroni (Carlo) — L'Italia degV Italiani. 
Treitschke = Treitschke — // Conte di Cavour. Traduzione 

dal tedesco. Firenze, 1873. 
Eccellente. 

* Trevelyan, Qar. Roma = Trevelyan (G. ?vi.) — Qarihaldi 

e la difesa della Repubblica Romana. Zanichelli, 1909. 
Trinity = The Trinity of Ital^, by an English Civilian for 
eight years in officiai connexion with the Court of tNjaples. 

1867. (Edward Moxon & Co.). 

Studio bene informato, bene pensato e pittoresco, sulle 
condizioni di governo delle provincie napoletane prima e dopo 
la rivoluzione del 1860. 



Bibliografia 489 

J upper --= Tupper (Martin) — t^y life as an author. 1886. 
Per la giovinezza del Peard ad Oxford; vedasi anche 
Oxford Memories del Pycroft, I, 48. 

^urr = Pecorini-Manzoni (Emilio). Stefano Tiìrr. 1902. 

Non sempre accurato ; per es. ci dice che il Tiirr era pre- 
sente a Varese e S. Fermo, ma non aggiunge gran che al già 
detto da Carlo P. Manzoni e dal Tiirr stesso, nelle loro opere. 
Però non ripete le straordinarie pretese accampate da questi 
due scrittori, sulla parte di consigliere per le cose militari rap- 
presentata dal Tiirr presso Garibaldi fra Calatafimi e Palermo. 

* Tùrr, Arresi = Tùrr (Genera!) — Arrestation, procès et con- 

damnation racontés par lui-méme. Parigi, 1863. 

Narra l' incidente del suo arresto per mano degli austriaci, 
durante la guerra di Crimea. 

Tiirr, Da Quarto = Tùrr (Generale) — Da Quarto a cM.arsala. 

Eventi di Talamone e Marsala, narrati dal Tiirr stesso. 

Tiìrr, Dìvis. = Pecorini-Manzoni (Carlo) — Storia della 15^ 
Divisione ^ùrr. 1876. 

Contiene molti documenti di valore. Troppo propenso ad 
attribuire tutto al Tiìrr. 

Tùrr, Risposta =■ Tùrr (Generale) — Risposta all'opuscolo 
Bedani. 1869, Milano. 

Risposta alle censure nelle Ire Politiche; resoconto della 
propria condotta nella spedizione. 

Uzielli = Uzielli (Gustavo) — Lettere a casa sua, dalla Sicilia, 
giugno 1860, pubblicate nel Veterano, 1908. 

^ Valle, V. Q. U. = Valle (G. della) - Varese, Garibaldi, 
Urban nel 1859. Varese, 1863. 

Varenne = Varenne (Louis de la) — La revolution sicilienne 
et Vexpédition de Qaribaldi. Parigi, 1860. 

Una buona introduzione storica, seguita da una difesa della 
sua Torture en Sicile, per cui vedasi s. v. 

* Varenne, Chasseurs = Varenne (Louis de la) — Les chasseurs 

desAlpes. 1860. 



490 Garibaldi e i Mille 



* Varenne, Torture ^= Varenne (Louis de la) — La torture en 

Siale. Parigi, 1860. 

Lavoro molto discusso e difeso dall' autore stesso in Varenne 
per cui vedasi s. v. Ma Raffaele, 317-319 dimostra la fallacia 
della sua difesa. 

^ Vecchi, Caprera = Vecchi (C. Augusto) — Qarihaldi at 
Caprera. 1862. 

Vita privata e conversazioni intime di Garibaldi nel 1 86 1 , 
narrate da un amico, uno dei più intimi e di più vecchia data. 
Le mie chiamate sono per la traduzione inglese, ma io stesso 
ho studiato I* edizione italiana che è più completa. 

Ven. n. I = Numero unico: Qarihaldi, 1907. Venezia. 

Contiene una lettera del 1850, da Tangeri; l'ordine di 
Garibaldi al Bixio perchè il Lombardo facesse vela da Tala- 
mone per la Sicilia; e una lettera su Calatafìmi. 

Verìosta = Venosta (Giovanni Visconti) — Ricordi di Qioventii. 
Milano, 1906, 3^ edizione. 

Libro dilettevole e d* alto pregio sulla Società milanese e 
la Valtellina e la Lombardia in generale, per gli anni 1848-60. 

Ventis. Magg. = Ventisette Maggio, 1860; numero unico. 
Palermo, 27 maggio 1885. 

Vedasi Campo, Lettere per la critica di alcune parti di 
questa importante raccolta di memorie. 

Villari = Villari (Raffaele) — Cospirazione e rivolta. 1881. 
Autorità di prima mano per i moti interni della Sicilia, 
specialmente per la parte verso Messina; anche per lo sbarco 
di Pilo, ecc. A pagg. 373-375, contiene l' importante lettera di 
Garibaldi del 29 settembre 1859. 

* Viollet-le-duc = Violet-le-duc (E. M.) — Lettres sur la Sicile 

à propos des évènements de juin et de juillet 1860. 

Scritto e pubblicato nel 1 860, ma basato su appunti presi 
durante un viaggio in Sicilia anteriore al 1848. 

Vismara = Vismara (Antonio) — Bibliografia di Qaribaldi. 
Como, tipografia C. Franchi, 1891. 



Bibliografia 491 

Walpole, Twent'\)-Five Years = Walpole (Slr Spencer) — 
Histor}) of Twenty-Five Years. Volume I. 

Il capitolo IV è uno dei migliori ragguagli esistenti per 
gli eventi diplomatici del 1859-60. 

Whitaker = Whitaker (Tina, née Scalia) — Sicily and England, 
1848-1870. Constable, 1907. 

Particolari sugli esuli italiani, specialmente sui siciliani in 
Inghilterra, desunti da conoscenza personale con loro e le loro 
famiglie. 

ÌVhitehouse = Whitehouse (H. R.) — Collapse of the Kingdom 
oi Naples. New York. Bonnell, Silver & Co., 1899. 
Accurato e utile. 

IVinnington- Ingram = Winnington-Ingram (Rear- Admiral H. F.) 
— Hearts of Oak. 1889. 

Memorie della sua vita. Il capitolo XIV contiene infor- 
mazioni importanti sulla rivolta del 4 aprile, sullo sbarco di 
Marsala e la presa di Palermo, ai quali eventi 1' Ingram si 
trovò presente. 

Zanichelli, Cavour = Zanichelli (Domenico) — Cavour. Firenze, 

1905. 

Sommario pieno d* acume, degli eventi principali della vita 

di Cavour. 

Zasio = Da Marsala al Volturno. Ricordi di E. Z. = Zasio 
Emilio, bresciano, uno dei Mille. 

Zeusi '==■ Zeusi (Coppelli) = (Ciuseppe Zolli, uno dei Mille) — 
Qarihaldi e i Mille. Venezia, 1860. 



GIORNALI E PERIODICI CONTEMPORANEI 
CONSULTATI DALL'AUTORE 

Arlecchino ^= L' Arlecchino — Ciornale siciliano, 1 1 giugno 1860 

e seguenti. 
C/v. Catt. = Civiltà Cattolica — Organo clericale. 



492 Garibaldi e i Mille 



Corr. Mere. = Corriere Mercantile — Genova, 1860. 

Cavourlano. Contiene l'articolo ristampato nel 1861 sotto 
il titolo Bertoni Comp., per cui vedasi s. v. 

D. N. = Daib tKeWs. 

Diritto = Il Diritto, giornale democratico. 

Forbice = La Forbice, giornale siciliano — giugno 1860 e 
seguenti. 

Qiornale del Regno delle due Sicilie, 1860. 

Qiorn. Off. Sic. = Qiornale Officiale di Sicilia, 1859-1860. 

Questo giornale riapparve di nuovo sotto il nuovo regime 
il 7 giugno 1860. 

/. L. N. — Illustrated London News per il 1860. 

Illustrazioni e articoli sulla campagna di Garibaldi dal suo 
ingresso in Palermo in poi. L' artista e il corrispondente prin- 
cipale per la guerra era Frank Vizetelly, che aveva rapporti 
intimi con molti garibaldini e compilava i suoi resoconti sulle 
loro informazioni. 

U Illmtration — Parigi, 1860. 

Dice poco nel testo, ma contiene dei buoni schizzi abba- 
stanza accurati. 

Mondo Illustrato — // Mondo Illustrato per il 1860. 

Giornale illustrato sul tipo della « Illustrated London 
News ». Apparve per i suoi due primi anni di vita nel 1847-8 
per il terzo il 7 giugno 1860. Illustrazioni non molto buone 
ma abbastanza fedeli. Per il testo, contiene nel resoconto sulla 
presa di Palermo, di D. F. Botto, alcuni dettagli non trova- 
bili altrove. 

M. "Post = Morning "Post. 

Sul continente godeva la reputazione di essere il giornale 
officioso del Palmerston. 
Movimento. 
Nazione. 

Opinione. 

Cavouriano. Vedasi Dina, per una ristampa di molti suoi 

articoli importanti. 



Bibliografia 493 

Times. 

I resoconti del corrispondente speciale del Times, l'unghe- 
rese Eber, sono i migliori resoconti individuali che fanno 
autorità sulla presa di Palermo, per il 27 maggio e i giorni 
seguenti, operazione alla quale l' Eber stesso partecipò. 

Lin. It. = Unità Italiana. — Democratico. 

II. — MANOSCRITTI 
I. — MSS. APPARTENENTI A PRiVATi 

Canzio éMss. = * 1 . Copie delle lettere di Garibaldi dal 

dicembre 1860 in poi. 
^' 2. Conti di Garibaldi tenuti da lui stesso 
per la sua fattoria di Caprera, prima 
e dopo il 1860. 
Conto per l'acquisto di una parte di 
Caprera, 1855. 
'*' 3. Conti di Garibaldi e. s. per spese e 
ricevute di viaggio, per il 1852-4. 
4. Relazione sul progetto di Legge per 
estendere ai 64 di Talamone la deco- 
razione dei Mille. 

Ms. Della Cerda = Lettura inedita di Santostefano dei Mar- 
chesi della Cerda sugli esuli siciliani, dal 1859 al 1860. 

Ms. Elia =^ Lettere di A. Elia all' autore contenente un diniego 
assoluto dell' assalto dei Carabinieri al Lombardo la notte del 
5 maggio, narrato dal Becchio (per cui vedasi s. v.) ; e det- 
tagli sulla treversata da Talamone a Marsala. 

Mss. Mario = Carte di Jessie White Mario che Mr. T. F. 
Unwin mi ha lasciato gentilmente esamirare. 

Ms. Peard, Journal ==^ Giornale manoscritto di J. W. Peard 
« r Inglese di Garibaldi » per il 1 859-60. Scritto nel suo 



494 Garibaldi e r Mille 



taccuino durante le campagne, non ogni sera ma ogni due o 
tre giorni. Gentilmente prestatomi da Miss Peard insieme con 
il seguente: | 

'^* Ms. Peard = Narrazione manoscritta della campagna alpina del 

1859, di J. W. Peard; basata sul suo Qiornale, per cui 
vedasi s. v. 

Mss. Rotolo = Lettere e dispacci indirizzati al Padre (coman- 
dante) Rotolo, ora cav. Agostino Rotolo, nel cui possesso 
rimangono. Lettere di Garibaldi, Sirtori e La Masa, 2 giu- 
gno 1860. 

Mss. Lord ]. Russell = Lettere di lui a Sir James Hudson, 

1 860. In possesso dell' Hon. Rollo Russell, che gentilmente mi 
ha permesso di consultarle. Supplemento importante ai dispacci 
officiali pubblicati in Br. Pari 'Papers, per cui vedasi s. v. 

Mss. Lady Russell ^= Lettere di Poerio, Sir James Hudson ed 
altri, a Lady Russel, 1 860. In possesso di Lady Agatha Rus- 
sell, per il cui gentile consenso ho potuto consultarle. 

* Mss. Schwabe = Carte della fu Mrs. Schwabe, ora proprietà 

di Lady Lockwood, che me le ha gentilmente prestate : con- 
tenenti : 

a) Giornale di una sua visita a Caprera, maggio 1861. 

h) Resoconto di una visita del suo giardiniere Webster, 
pure a Caprera, novembre 1861. 

e) Poesie di Garibaldi su Caprera, 1863. 

* Mss. Shaen = Lettere di Mazzini in possesso di Miss Mar- 

garet Shaen, che me ne ha gentilmente prestata copia; fra 
esse anche quella a James Stansjeld, 30 gennaio 1859. 

Mss. Spring Rice — Lettera di Sir Cecil Spring Rice all'autore 
con la quale gli narrra cose risguardanti la storia segreta del 
1860, quali egli le aveva sapute da Sir James Hudson. 

Mss. Taylor = Lettere del Mazzini ai Taylor suoi amici inglesi. 
In possesso di Mrs. Osler di Birmingham e di suo zio Mr. 
Malleson, che gentilmente me ne ha prestata copia. 



Bibliografia 495 



II. — MSS. BOLOGNA 
iCopie dei Mss. Bixio) 

Bixio, Diario = Giornale del Bixio su taccuino, per il 5 mag- 
gio-8 giugno 1 860 : comincia con appunti riguardanti i detta- 
gli per organizzare l'imbarco della notte del 5 maggio. Molti 
tratti dei più importanti di questo Diario non sono stati stam- 
pati ne in Guerzoni, Bixio, ne altrove. 

* Bixio, Lettere, 1 859 = Lettere del Bixio datate dalla Cam- 
pagna alpina. 

Bixio, Lettere, ì 860 = Lettere del Bixio dalla Sicilia — Pub- 
blicate parzialmente in Guerzoni, Bixio e in Bixio, Com.: ma 
alcune parti importanti ancora inedite. 

III. - MSS. GENOVA 

BihL Ci\>. = Biblioteca Civica. 

Socc. Qar. = Soccorso a Qaribaldi. Genova. Biblioteca Civica. 
D. bis 4,4, 14 (non importante). 

IV. - MSS. LONDRA 

"Panizzi = British Museum, addit. 1900-1905, 36714-36729. 

Corrispondenza di A. Panizzi con patriotti italiani d'ogni 
partito e i loro principali sostenitori inglesi. Di questa impor- 
tantissima raccolta, una parte è stata pubblicata in Panizzi, 
Lettere, per cui vedasi s. v. 

V. - MSS. MILANO 

I seguenti importanti manoscritti sono raccolti nel Museo del 
Risorgimento al Castello di Milano, ed eccettuati i due primi 
(Simonetta e Libro degli Ordini), sono tutti nel famoso archivio 
Bertani. 



4% Garibaldi e i Mille 



* Simonetta = Simonetta (Frane.) — (giornali dei Cacciatori a 

cavallo e Guide del Generale Garibaldi. 1859. 

Gran parte del Carfano si basa su questo importante docu- 
mento, di cui si hanno estratti di rilievo nel De Cristoforis, 
per cui vedasi s. v. Nelle mie chiamate, cito le pagine della 
copia, giacché l' originale non ha paginatura ; copia e originale 
sono legati in un volume. 

* Libro degli Ordini: T^rimo Reggimento Cacciatori delle Alpi, 

Campagna 1859. 
A. B. =^ Archivio Bertani — (Secondo elenco). 
A. B. = ^ 'Plico Vili, n. ì 20, doc. 8, contiene 3 narrazioni 

inedite, di mano di tre partecipanti alle battaglie di Varese 

e di Como. 

* 1. Cacciatori delle Alpi, 20° reggimento, 8^ compagnia. J 

Per le due battaglie. 

* 2. Relazione della battaglia di Varese. 

Anche di San Fermo. 

'^ 3. Migliavacca. 

Resoconto della più alta importanza e troppo spesso dimen- 
ticato, delle battaglie di Varese e San Fermo, per FiHppo' 
Migliavacca, capitano della seconda compagnia del battaglione 
Medici, con accuratissime e dettagliate carte che il Cadolini ripro- 
dusse. Nel Plico Vili, la seconda di queste carte, (San Fermo) 
è catalogata n. 101 ; in realtà fa parte del n. 120). 

A. B., ''''Plico Vili, n. 120, doc. 12 = Carlo Qorini a Ber- 
tani, 15 febbraio 1860. 

Questa lettera narra di Varese e San Fermo. 

A. B., ^ 'Plico IX, 1859 =^ Carte del servizio sanitario Cac- 
ciattori delle Alpi. l 

A. B., * 'Plico X, 1859, n. 34 = Lettera di Benedetto Cairoli, ^ 
25 settembre 1859. 

A. B., 'Plichi A, B, C, D, E, = Autografi. Celebrità. 

Plico A, n. II. — Lettera di Dumas, riguardante le 
Memorie. 

Plico B, sez. C. — Lettera del Dolfi. 



Bibliografia 497 

Plico B, sez. G. — Rapporti delle Marche. 
Plico B, sez. H. — N. 1, Lettera del Buschi. 
* Plico D. — Dossier del complotto per la liberazione 
del Settembrini, 1855-6. 
A. B., l^lico XII, n. 12. Lettera dei cospiratori di Messina, 
26 marzo 1860. 

N. 1 3. Dossier delle offerte di servizio e risposte, 

maggio 1 860. 
N. 14. Dossier Zambianchi, 1861. 
N. 18. Rapporto sulla perdita delle munizioni, il 

5 maggio (ristampata in }Aazzini XI). 
N. 19. Telegramma del Dumas, datato 4 maggio 

1860. 
Nn. 24, 29, 31, 41, 42, 44 sono ugualmente inte- 
ressanti. 
N. 38. Preparazioni per T insurrezione napoletana 
s\À continente, giugno 1860. 
A. R, "Plico XIII. Maggio 1860, 153 lettere: per lo più 

domande di servizio nella spedizione Garibaldi. 
A. B„ "Plico XIV. Giugno 1860. Più di 300 lettere e. s. 
A. B., "Plico XV. Luglio 1860. Numerose lettere e. s. 

Gli altri plichi, innumerevoli, sono per lo più conti, rice- 
vute, ordini e tutte le carte d' affari della Cassa Centrale, 1 860, 
tenuta dal Bertani. 
Lettere di Qarihaldi al Bertani, 1851-60. 

Per lo più, ma non tutte, edite nel Mario, Bertoni. 

VI. — MSS. NAPOLI 

Laudi == Relazione giustificativa su le operazioni eseguite 
con la colonna mobile agli ordini del generale Landi dal 
6 al 17 maggio 1860 — Neil' ^rc/??v/o di Storia "Patria 
Napoli (93, Piazza Dante). Copia presentata dal Generale 
Pittaluga, con note a matita in margine di G. C. Abba e 
del Generale Pittaluga. 

Della più alta importanza per la battaglia di Calatafimi. 
Garibaldi 32 



498 Garibaldi e i Mille 



VII. — MSS. PALERMO 

'Polizia = Archivio di Stato. Ministero per gli affari di Sicilia. 
"Polizia, 1860. Ni. 1237, 1238, 1239, * 1857, n. 1212. 

Collezione importantissima ; corrispondenza del Ministro 
napoletano per la Sicilia, con il Castelcicala e il Lanza a 
Palermo e con gì* intendenti delle provincie. Tratta di faccende 
che noi qualificheremmo non solo di polizia, ma anche mili- 
tari e politiche. Alcuni di questi documenti sono stati stampati 
dal Paolucci, e dal Guardione e dall' « Ora » ; ma queste 
pubblicazioni non costituiscono che una porzione minima di 
questi ricchissimi archivi. 

Br. Cons. =^ Carte del Consolato inglese a Palermo, 1850-06. 1 
Lettere ufficiali di Mr. Goodwin all' Ambasciatore inglese a 
Napoli, compreso il suo « Politicai Journal » di Palermo per 
il 19 maggio 1860 e segg. 

A me è stato possibile studiare questi Mss. importanti, in 
Inghilterra, grazie alla cortesia di Mr. Churchill e del Ministero 
degli Esteri. 

Storia latria = Archivio di Storia latria — Collezione Lodi. 
Vetrina contenente i Manoscritti vari riferibili agli avveni- 
menti politici di Sicilia nei secoli XVI H e XIX. 

Per lo più anteriori al 1860; ma contiene anche due let- 
tere del Pilo, del 1 8 aprile e 1 8 maggio 1 860 ; una copia 
del Riassunto del processo pe' fatti del 4 aprile, nell'Archivio 
di Stato, e alcuni autografi di Garibaldi e d' altri, quasi tutte 
brutte copie di proclami ecc., già stampate altrove. 
l^alermo. Museo Nazionale. Sala storica. — Collezione di pro- 
clami, illustrazioni, reliquie ecc. del 1860, e vecchie carte di 
Palermo. 

Vili. - MSS. ROMA 

Savi = Diario manoscritto del Savi, un genovese dei Mille, 
scritto sul posto durante la campagna, su fogli staccati, diversi 
per colore e dimensioni. Devo alla gentilezza del sig. Men- 



Bibliografia 499 

ghini r aver potuto usare questo importante documento che 
fa autorità. 
Mazz. Lettere V. E. = Lettere inedite del Mazzini a Bertani, 
Grillenzoni, Crispi, Garibaldi e altri, per il 1859-60, custodite 
nella Vittorio Emanuele di Roma. Il sig. Menghini, che si 
accinge a pubblicare un' edizione della immensa corrispon- 
denza del Mazzini, mi ha permesso di servirmene, con squi- 
sita cortesia. Debbo uguali ringraziamenti al signor Nathan, 
che me ne ha dato il permesso. 

V. E. R. M. = biblioteca Vittorio Emanuele — Mss. Risor- 
gimento. 

V. E. R. M. 82 — La rivoluzione Siciliana del 1860 — 

Narrazione storica. 

Narrazione originale dell' entrata di Garibaldi in Palermo : 
evidentemente dell' Eber, la cui corrispondenza del « Times » 
è quasi identica a questa. 

V. E. R, M. 193, 2 = Copia della lettera edita nel Ciàm- 
poli, 129, sotto la data 5 marzo. La copia dice infatti 
5 marzo, ma è ovvio che V originale fu scritto il 5 maggio, 
come risulta chiaro dal senso. 

V. E. R. M. 225 = Mss. Garibaldi 225, 95 - Proclama ai 
Romani. Soltanto la copia, datata 5 maggio, Genova. 

Album dei Mille = Raccolta delle fotografìe della maggior parte 
dei Mille nella Vittorio Emanuele. L' impressione che se ne 
riceve è quella di intellettualità, forza di carattere e finezza. 



Ili. — NOTE FATTE SU CONVERSAZIONI 

!n uno studio della storia di cinquant' anni fa, si ha un' impor- 
tante fonte di informazioni, oltre che nei libri e nei manoscritti, 
nella testimonianza orale dei superstiti o degli amici dei defunti 
che in essa rappresentarono una parte. Io non ho trascurata 
questa fonte e mi son fatto un compito di prender note durante 



500 Garibaldi e i Mille 



le conversazioni stesse, e di riscriverle poi accuratamente quando 
il caso lo richiedeva, nel giro di ventiquattro ore. 

A questo metodo io mi sono attenuto per tutte le Conver- 
sazioni {Coni).) citate nella lista seguente; e per ognuna di quelle 
da me citate come prova, conservo e posso mostrare le note 
fatte. Per quanto utili mi siano state, non ho però incluse nella 
lista le conversazioni tenute con storici moderni, quali il signor Luzio 
e il signor Paolucci, essendomi limitato soltanto a citare quelle 
avute con gli attori o i testimoni degli eventi narrati. 

Corco. Armaforte = Note della Conversazione con Antonio 
Armaforte, delle squadre di Parco, che dal 21 maggio in 
poi andò con la colonna di Garibaldi. Importante per l'esatto 
cammino percorso da Garibaldi dal Passo di Renda a Palermo. 

Conv. Beltrani =■ Conversazione con il senatore Martino Bel- 
trani Scalia, di Palermo. 

Conv. Cadolini = Note della Conversazione con il senatore 
G. Cadolini (veterano del 1849, '59, '60 e '66. 

Conv. Calisti = Note della Conversazione con Matteo Calisti 
delle squadre siciliane. 

Conv. Campo = e. s. — con Giuseppe Campo della ben nota 
famiglia patriottica siciliana e uno dei Mille. 

Conv. Canzio = e. s. con il General Canzio, uno dei Mille, 
generò di Garibaldi ; note prese sotto la sua dettatura a Genova 
nel gennaio 1907 e gennaio 1908. 

Conv. della Cerda = e. s. — con Santostefano dei Marchesi 

della Cerda. 

Nel 1860, la sua famiglia, ben conosciuta nella società 

liberale di Palermo, abitava proprio di faccia al forte di Castel- 

lamare, e di là egli potè vedere molte cose curiose. 

Conv. Inglese = e. s. — con un inglese che servi con Gari- 
baldi in Sicilia dopo il giugno 1860. 

Egli desidera modestamente che si conservi l' anonimo, 
sebbene sia ben noto a molti inglesi ed italiani e fosse amico 
personale di Garibaldi per molti servigi che gli aveva resi. 



Bibliografia 501 

Conv. Elia -=^ e. s. — con Elia (A.) uno dei Mille. 

Conv. Guarneri = e. s. — con il senatore Andrea Guarneri. 

* Conv. Marchetti = e. s. — con Mr. Marchetti, ora di Halifax, 
veterano della campagna alpina del 1859, fuggito di casa alia 
età di quindici anni per diventare uno dei Caccciatori di 
Varese e Como. 

Conv. Mimo = e. s. — con il signor Giacomo Mineo di Mar- 
sala, testimone oculare dello sbarco dei Mille. 

Conv. Paternostro = e. s. — con il signor Paternostro, uno 
dei capi delle squadre di Corleone nel maggio 1 860 ; pre- 
sente a Renda, Parco, Gibilrossa e Palermo. 

Con^}. ^itrè = e. s. — con il professor G. Pitrè di Palermo, 
il celebre folklorista siciliano, che era in Palermo ancora 
ragazzo quando Garibaldi vi entrò. 

Conv. 'Principale ^=: e. s. — con Gaetano Principale, siciliano, 
che seguì la marcia notturna da Gibilrossa a Palermo. Impor- 
tante per il percorso. 

Conv. Ricciotti = e. s. — con Ricciotti Garibaldi e la fami- 
glia di lui. 

Conv. Rotolo == e. s. — con il cavalier Agostino Rotolo, già 
Padre Rotolo nel 1860, quando operò come ufficiale dei sici- 
liani nel maggio, malgrado la veste talare. 

Conv. Salinas = e. s. — con il commendator Salinas, ragazzo 
e in Sicilia nel 1860. 

Conv. Tedaldi = e. s. — con il colonnello cav. Fr. Tedaldi 
che al tempo dell' entrata di Garibaldi in Palermo aveva 1 8 
anni e abitava con suo padre ai Quattro Venti; si battè in 
Palermo nelle giornate del 27-29 maggio. 

Conv. Tiirr = e. s. — con il Generale Tùrr. 

Conv. Vitali =- e. s. — con Bartolo Vitali, un siciliano dei 

Mille, Importante per la marcia del 21 maggio da Renda a 

Parco. 



502 Garibaldi e i Mille 



POESIE SICILIANE 
SUGLI AVVENIMENTI DELL' APRILE-MAGGIO 1860 

[. Teodora e Rosalba, o sia la rivoluzioni di la 1860. 

Poema epico in 1 4 canti . Vi sono introdotti tutti i perso- 
naggi e gli incidenti principali dal 4 aprile all' armistizio. Nella 
raccolta di Poesie siciliane di Carmelo Piola. 

2. La Trasuta di Garibardi a Palermu. 

Sul 27 maggio 1860. Ristampato nel Ventisette Maggio, 
per cui vedasi s. v. 

3. La Vittoria di Garibaldi in Sicilia e la caduta di Franciscu i 

Borbuni, di Giuseppe Emma da Partinicu. — Palermo, 1870. 
Consta di 533 stanze. 

4. L* assartu di lu 4 aprili (vedasi più sopra nella lista dell'^ 

pubblicazioni). 

Per poesie di minor mole in dialetto siciliano scritte durante 
il 1866, vedasi la collezione di Poesie in dialetto siciliano 
stampate durante la rivoluzione del 1 860, nell' « Archivio 
di Storia Patria », Palermo, collezione Lodi. 

POESIE ITALIANE ED INGLESI 

daribaldi (versi e prose) — Giosuè Carducci, 

Rapsodie (Garibaldine — IL Giovanni Marradi. 

La Notte di Caprera — Gabriele d' Annunzio. 

^oemes bejore Congress. Last poems — (1862) Mrs. Browning. 

Nicotera (In The Disciples). — Mrs. Hamilton King. 



INDICE ALFABETICO 



Abba, 251-252, 448, 459. 

Abeideen, Lord, 68. 

Acqua dei Corsari, 453. 

Acton, Capitano, 306-308. 

Adda, 131. 

Agresta, 248. 

Albergo della Felicità, v. Genoca. 

Alcamo, 202 n-, 302, 316, 320, 322, 330, 

340, 343. 349, 351. 
Amari. 188, 190, 247. 
Amari, cav. Paolo, 382- 
Ambrosio, Vincenzo, 388, 
Ancona, 92. 
Antonelli. Cardinale, 97. 
Ardoino, 109. 
Arese, Conte, 97. 

Armaforte, Antonio, 448. 449, 452. 
Arona, 116. 

Arnold, Matthew, 1 02 n. 
Ashurst. famiglia, 25. 
Augustin, generale. 124, 127, 432. 



Bagheria. 195, 358. 

Baldini, Teresa, 254. 

Bamberger, Enrico, 201 n. 

Bandi, 222, 229-230. 246, 247 n., 285, 

288-289, 326-327. 338. 341. 
Barclay, 3 1 . 
Bari, 162. 

Barriera di San Giuseppe, 449. 
Bassi, Ugo, 325. 
Basso, 23 n., 39, 45. 
Becchio, 261 n. 



Belforte, 121. 

Bellagio, 131. 

Belmonte, 361, 451. 

Bentivegna, 191. 

Benza, 196. 

Bergamo, 129 n., 132, 251, 282. 

Bertani, Agostino, 79, 87, 108. 110. 209, 
210 n., 214-217, 222-223, 227, 232, 
237. 239 n., 241, 249-250. 258, 261, 
280, 339 n., 434-440, 444-445. 

Besana, 435. 

Biella, 115. 

Biffi, Luigi, 341. 

Binago, 1 22. 

Bismarck. 37, 103. 

Biumo, 120-121. 

Bixio, Nino. !06. 108-109, 126, 128, 136, 
153. 155. 209. 210 n., 217. 220-221, 
227, 238, 239 n.. 242. 245, 247. 249- 
250, 258-261, 266-269. 276, 284, 
286-288. 296, 298 n., 299, 304. 312. 
314-315. 335-337, 340, 349, 351. 
369-370. 387. 389-391. 394, 398. 
420-422. 437-438, 440-441, 443. 

Blaydon, 32. 

Blind, Karl. 274. 

Bogliasco. 258. 267. 268. 

Bologna, 193. 254-256. 

Bomba. V. Ferdinando II. 

Bonanno, Generale. 321, 356 n., 362 n., 

381, 40!. 
Bonaparte, Giuseppe, 52. 
Bonaparte. Napoleone, v. Napoleone I. 
Bor getto, 351. 



504 



Garibaldi e i Milk 



Bormio, 1 36. 

Bosco, Maggiore, 172, 356, 366, 407 n,. 

410. 413, 417. 
Bovi. 285. 
Boyce, Mrs., 33 n. 
Biaico. 161, 282. 
Brancaccio, 379 n., 387. 
Brenier, Ambasciatore, 165-166, !69. 
Brescia, 132-134, 251, 282. 
Briganti, Colonnello Fileno, 382. 
Bristol, 160. 
Brofferio, 213. 214. 
Bronzetti. Narciso, 109, 132, 134. 
Brown, Console, 257. 
Browning, 230 n. 
Buoi, Conte, 166. 

Buonopane, Colonnello, 407. 41 1, 418-419. 
Butagna, 315. 

Buxton, Mrs. Gumey. 1 1 3 n. 
Byron, 53. 

Cadolini. 109. 

Cagliari, 292-293. 

Cairoli, famiglia, 250. 

Cairoli, Benedetto, 121, 153, 282, 284. 391 . 

Cairoli, Enrico, 329. 348 n. 

Cairoli, Ernesto, 121. 

Calalafimi, 201. 202 n., 252, 314, 317, 

320-343, 348, 349. 351, 354. 357, 

427, 446-448. 
Callao. 23, 24. 
Calianìsett ?. 20- n. 
Calvino, 357, 374 n. 
Camerlata, 120, 121, 124, 125, 128. 
Camogli, 268. 

Campanaro, v. Monte Campanaro. 
Campo, Giuseppe, 195, 199. 243. 260. 

359 n., 407. 452. 
Campo di fiori, 1 30. 
Campofioriio, 3(yl . 
Canton, 24. 
Canzio, Generale, 228 n.. 234 n.. 261 n., 

264 n., 268. 338. 340. 391, 416 n., 

431. 

Capo San Vito, 298. 321. 
Capo Testa, 41. 

Caprera. 16. 24. 41-49. 79. 105-106, 155, 
216, 220, 427, 429-431, 434-436. 



Carbone, Francesco, 392. 

Carini, 203. 234. 

Carini. Colonnello, 247, 284, 357, 387, 

412. 
Carlo Alberto, 186. 
Carpaneio, 359. 
Carpanetlo, 2 1 . 
Caserta, 1 64. 
Carrano, 1 09. 
Carrara, 106. . 
Castelcicala. Governatore. 68 n., 188, 191 n., 

200 n.. 205, 206 n., 302, 320, 323, 

342, 345. 
Castellaccio, 355. 356. 
Castellamare, 297. 330, 349, 422. 
Castellamare, forte di, v. Palermo. 
Castelletto, 116. 

Castello di Mare Dolce, v- La Fotìara, 
Castiglia. 299. 309 n. 
Castromediano. Sigismondo, 61, 71, 72-75, 

160. 
Cataldo. Generale. 40!. 402. 
Catena. 449. 

Cava, Capitano Tommaso, 1 74, 396. 
Cavallasca, 125. 
Cavour, Conte di. 1,4-7, 9, 1 1. 13, 26-28, 

35-39, 78-86. 89-91. 94-110, 119. 

141, 144-147, 154, 157, 158. 160, 

165, 179-182. 192, 196. 209-229. 

231-256,259,275.280.281,291-295, 

317, 347, 409, 423, 427. 435-436, 

439-443. 
CefalU. 191. 
Cernohbio, 1 1 7. 
Cesenatico, 390. 
Chianettu, 364. 
Chiavari, 14. 
Chitarra, 315. 
Chiusa, 367. 

Chretien, Generale, 414, 416. 
Giaccio, 407. 

CiacuUi, 37 A, 385, 451. 452. 
Ciaferia, 364, 449. 450. 
Cialdini, Generale, 110, 131. 
Cipriani, 1 46. 
Civitavecchia, 40. 
Clarendon, Conte di, 80. 
Clotilde di Savoia, 99. 



Indice alfabetico 



505 



Collins. 44-45. 

Colonna, Generale, 361, 362, 307 n. 

Como, 123.Ì3Ì. 132, 135, 138,327,432. 

Conca d'oro, 201. 343-344, 352-353. 

Conneau, 98. 

Corhone, 20! , 202 n., 319, 325, 360-366, 

375, 381-383, 410, 449-450. 
Cornigliano, 258. 

Corrao, 204, 218, 370, 374 n„ 402. 
Corsica, 41, 43. 
Cosenz, 87. 108, 109, 121, 125. 126, 

134, 153, 242. 276. 
Cossins, Console, 314. 
Cossovich, Capitano, 404, 405, 408. 
Cowen, Joe, 32. 
Cowley, Conte, 446. 
Cozzo di Crosto, 360-362. 
Ciaig, Herbert, 33 n. 
Crimea. 31, 38-39. 79-80. 
Crìspi, Signora, 283. 
Crispi, Francesco, 190-191, 194-195,210- 

214, 220, 223. 225, 237-238, 244- 

249. 253, 274. 311. 350,399, 436, 

440-441. — V. Pareda. 
Cuneo, 39. 

D'Aste, Marchese, 409, 415, 416 n., 423 n. 
D'Azeglio. Massimo, 19, 27, 35, 146, 235- 

237, 239, 255, 436. 
De Amicis, v. Pagani. 
De Cristoforis, 125-126. 
Deideri, Famiglia, 19, 39. 
De La Rive, 147. 148, 158. 
Della Cerda. 382. 
Della Margherita, Solare, v. Solaro. 
Della Rocca, Generale, 93. 
Della Russa, Rocca, v. Rocca. 
Denegri, Pietro, 22, 24 n. 
Di Benedetto, Pasquale, 406. 
Di Benedetto, Raffaele, 406. 
Di Benedetto, Salvatore, 406. 
Dolmage, i95 n. 
Du:nas, Padre, 424. 

Eber. 371 n., 372-374, 392, 410 n., 451. 
Elia, 261 n., 296, 298 n., 335, 341. 
Elisabetta d'Austria, 161. 
Elliot, Henry, 148, 164-167, 169. 



Elpis Melena, v. Schwartz. 
Eugenia, Imperatrice, 91. 

Fabrizi, Nicola, 28 n., 191-192,211,214, 

220, 244-245, 248. 
Fanti, Manfredo, 152-155, 219. 
Farini, Luigi Carlo, 146, 152, 154-153, 

211, 237, 255, 294 n.. 441, 442. 
Fauché, 220, 232, 244, 249. 258-260, 

443-444. 
Favignana, 298. 

Ferdinando !.. Re di Napoli, 53, 171. 
Ferdinando li.. Re di Napoli, {Bomba), 

56-62, 68-70, 74, 80, 159, 161-165. 

170, 171, 178. 
Ferracioli. 44-55. 
Ficuzza, 204, 358, 366. 
Filangieri, Generale, 58, 61, 164, 166, 168, 

172. 176, 178, 186-188, 345-347, 

351 n. 
Finali, 255 Ti. 
Fino, 215, 216. 
Pinzi. 227, 235-237, 261. 435, 437-438, 

444. 
Firenze, 154. 
Fiumelato, 448. 
Fiumicino, 153. 
Florio. 301. 
Follo, Capitano, 388. 
Francesco Giuseppe, Imperatore, 101. 
Francesco II. Re di Napoli, 56, 161-182, 

240. 321, 419. 
Frapponi, 243. 244. 
Freddo, 349. 
Fruscianti, 43 1 . 

Gallarate, \ 1 6. 

Gallura, 40, 41. 

Garda, lago di, 134. 

Garibaldi, Signora (madre di Giuseppe), 16, 

23, 25. 
Garibaldi, Anita. 18, 154,265,282.341, 
Garibaldi. Felice, 40. 
Garibaldi, Giuseppe, passim. 
Garibaldi, Menotti, 16, 40, 45, 282, 334. 

340, 372, 398 n, 421. 
Garibaldi Picciotti, 16, 39. 
Garibaldi, Teresita, 39, 45, 47. 



506 



Garibaldi e i Mille 



Gavazzi, Padre, 32. 

Genova, 14. 42, 87-91, 105-112, 135. 192. 

204, 217. 218, 231, 232, 241. 282. 

— Albergo della Felicità, 228 n. — 

V. Quarto, Villa Spìrìola. 
Giardinello, 356. 
Gibilrossa. 202, 349, 358, 360-365, 371- 

383. 385-387, 451. 
Gibilterra, 1 7. 

Giorgini, Tenente-colonnello, 277-278. 
Girgenti, 202, 238. 347. 
Giuliana, 367. 
Giulini, Conte, 440. 
Gladstone, W. E., 60, 62, 63-71, 74, 78. 

80, 150-151. 160-61, 188. 
Goodwin, Console, 200 n., 351 n.. 378-379. 
Gordon, Generale C. G., 156. 
Goto, 2.b(3 n. 
Grey, 36. 

Grotte di Castro, 280. 
Guadagna, 388, 390. 
Gusmaroli, 313, 325. 
Gyulai, Generale, 1 1 1-1 12, 120, 123, 131. 

142. 

Hamilton, Lady, 167. 

Hartington, Lord, 149, 

Haynau, 3 1 . 

Herzen, Alessandro, 29. 

Holland, Lord e Lady, 78. 

Hong-Kong, 24. 

Hudson, Sir James, 78, 151, 167, 220,223- 

223. 
H'jnter, Isole, 24. 

Ingham, 30!, 303 n. 
Jnserra, 204, 319. 
Ischitella, 346. 

Jaucourl, 149, 150. 
Jervolino, 62. 

Kossuth, 13. 20. 141, 145, 276. 

Lacaita, Sir James, 64. 
La Cuba, 379 n. 



La Farina, 84-86, 105-106, 190, 192, 195- 

196,209-213. 237-239.243-244. 255. 

286, 442-444. 
La Favara. 379 n., 386, 387, 452. 
La Lupa, 134. 

La Marmora, Generale, 39, 98, 110. 
La Masa, 237-238, 243-247, 287. 3 1 6, 325, 

357-362,365,369-370,375,387,412. 

440-441, 450, 452. 
Lamb raschini, 146 n- 
Landi, Generale, 302,317, 321-342,346, 

351, 397, 446-447. 
Lanza, Generale Ferdinando, 346, 347, 356, 

366. 373, 377-383. 388, 395-421. 
Laveno, 129, 130. 
La Zisa, 379 n. 
Lecco, 131. 132. 
Leggiero, ( Capitano G. B. Culiolo). 1 2, 

13, 18. 
Leipnecher. 62. 
Lenzitti, 356, 448. 
Leopardi, 54. 
Letizia, Generale, 301. 302, 305. 414-416, 

419. 
Lima, 21, 22, 24. 
Livorno, 43. 
Lonalo, 134, 135. 
LonJra, 25, 28-29, 83 n., 160, 194.210,214. 

Maddalena, 16, 17, 41. 44, 45, 429. 
Madonna del Bosco, 362. 
Magenta, 28, 119, 131, 165, 192. 
Magenta, Pietro, 238. 
Maggiore, lago, 110, 113. 115-116. 
Malleson. 25. 
Malmesbury. Lord, 102. 
Malnate, 122. 

Malta, 46, 191, 192. 194. 211. 244. 
Mameli. Goffredo. 108. 328 n. 
Manara, Luciano, 328. 
Manin, Daniele, 12, 81. 82, 84. 
Manin Giorgio. 309. 341. 
Maniscalco, 188, 193, 195, 199,206.207, 
378, 382, 421, 433. 

Mantova, 26-28. 
Marche. 242. 280. 
Marettimo, 293, 298-299. 
Margherita, 66. 



Indice alfabetico 



507 



Maria Carolina, 167. 

Maria Cristina di Savoia, 56. 

Maria Sofia di Baviera, Regina di Napoli, 
161-164, 167. 

Maria Teresa d'Austria, 56, 163, 166, 167. 

Marineo, 364-366, 369, 450. 

Marro, Generale Bartolo, 382. 

Marryat, Capitano. 303, 306-308. 

Marsala. 251, 299-314, 317, 321, 324, 
357, 375. 

Marsiglia, 40. 

Mazzara, 297, 301. 351. 

Mazzini, Giuseppe, 5, 11, 13, 25-29, 32, 
40, 79. 83. 84, 87, 89, 90, 92, 100, 
107-108, 145, 154, 156, 157, 178, 186, 
191, 192, 195, 196. 204, 209. 210, 
216. 217, 231. 242, 247, 274, 275, 
279, 303, 357. 

Medici, Giacomo, 79, 108, 109, 120. 126, 
134, 136, 153, 155. 1 57 n.. 209, 212. 
214, 2.17, 221. 227, 242, 250. 256, 
263, 276. 280. 422. 437, 445. 

Meina, 116. 

Mercantini. 105, 

Messina, 1 76. 187. 188, 195. 202. 204, 347. 

Mstternich, 53. 

Meucci. 19-21. 

Mezzagna, 374 n., 451. 

Mezzagno, 361. 451-452. 

Mezzojuso, 358. 

Miglia vacca, 261. 444. 

Mignona. 216, 217, 434-436. 
Milano, 26-28. 251, 282. 
Milano, Agesilao, 86-87, 159. 
Milazzo, 334, 427. 

Misero-Cannone. 352. 356, 358, 448. 

Misilmeri. 352 n., 358, 365, 369-374, 378, 

381. 
Mistretta, Don Alberto 316, 351. 
Moarda, 359, 360. 
Molesworth, 65 n. 
Moncenisio, 111. 
Monreale, 202, 204, 355-360, 362 n., 373. 

381, 401. 
Montanari, 341. 
Monte Argentario, 276, 286. 
Monte Barbaro, 324 n. 
Monte Campanaro, 361. 



Monte Cannaoera, 449. 

Monte Cuccio, 352. 

Monte Erice, 314, 320. 

Monte Fascia, 233. 

Montefusco, v. Napoli. 

Monte Grifone, 352, 358, 371, 385. 

Montelepre, 343. 

Monte Orfano, 133. 

Monte Pellegrino, 297, 376. 419. 421. 

Monte Pietralunga, 329, 331, 335. 

Monte S. Giuliano, 320, 344 n. 

Monte-ideo, 19, 21, 46. 

Monza, 129. 

Morazzone, I 18. 

Morbegno, 137. 

Morley, John, 83 n. 

Mortillaro, 207. 

Mosto, Antonio, 274. 

Mundy, Ammiraglio, 37] , 377-380, 396 n. 

405, 410n., 415. 416n. 
Murat, Gioacchino, 52. 85, 168, 244. 
Murat, Luciano, 99. 
Murray, 18. 

Napoleone I., 41 n.. 168. 172. 

Napoleone 111.. 1, 5, 12, 38. 41, 70. 71. 
81. 85. 91. 92. 94-104, 106. 109. 
llOn.. 114. 131, 141-145. 151-152. 
160. 169, 179. 180. 196, 212. 215. 
218, 223. 224. 227. 253. 276. 292. 

Napoleone. Gerolamo iPlon-Plon), 97-99. 
102. 

Napoli, 51-80, 176, 337, 427 — Monte- 
fusco, 71, 74-75, 160. 282 — Nsida 
66-71 — Procida, 73, 282 — Santo 
Stefano, 71. 75-79. 88 — Vicaria, 

65-66. 
Nelson. 4 In.. 127. 
Newcastle, 32. 
Newman, 64. 
iVen) York, 19-24. 
Nicotera, 88, 89, 298. 
Nievo, Ippolito, 262. 
Nisida, V. Napoli. 

Nizza, 14, 15. 25. 35. 180. 218-230,291. 
Nullo di Bergamo, 251, 391. 
Nunziante. Generale, 174, 176. 347. 348. 
Nuvolari. 261. 262. 



508 



Garibaldi e i Mille 



Olgiate, 125. 

Oliphant, Laurence, 225-229, 436-437- 

Onnis, 274, 

Orbetello. 275, 278, 284. 286. 

Oreto. 358, 360, 373, 383, 388. 390. 

Orlando, 260, 440, 441. 

Orsini, Felice, 92, 95-96. 

Orsini, Giordano, 288, 333, 357, 363, 

Orvieto, 280. 

Padula, 89. 

Pagani, 252. 

Palermo, 160, 176, 186, 187, 192, 195, 
202, 204, 218, 237, 244, 245, 253, 
265, 297, 301, 305, 312, 321, 322, 
337, 347, 352-354, 361 , 367. 377-383. 
385-425, 427.— Albergherie, 396. — 
Arcivescovado, 405. — Bastione Mon' 
tolto, 407. — Castellamare (forte), 205, 

347, 382, 395, 40 1 -404, 4 1 1 , 4 1 4, 4 ! 9. 
424. — Cattedrale, 376, 40 1 , 405, 42 1 , 

— Collegio dei Gesuiti, 401. — Con- 
vento Gancio (Terrasanta) 198-200, 
202, 206, — Fiera Vecchia, 393, 394. 
396, 412, 417, 421. — Giardini Boto- 
Tìici, 407, 411.— Giardini Inglesi. 401 . 

— Palazzo Carini, 401. — Palazzo 
Pretorio, 399. — Palazzo Reale, 373, 

376, 395, 398, 400-402, 4i8, 421. — 

Palazzo Villaf ranca, 397. — Piazza 
Bologni, 1 93, 397, 398, 40 1 . — Piazza 
Pretorio,39S, 399, 404.— Porta Felice. 

401, 421. — Porta Macqueda, 401, 

402, 422. — Porta Montalto, 407. — 
Porta S. Antonino, 373-374, 383, 390- 

392. 394, 407 n., 4 10-41 2. — QuG//ro 
Cantoni, 380, 397, 400. — Quattro 
Venti, 373, 401, 402. ^il9, — San 
Giovanni degli Eremti, 407. — Via 
Toledo, 400. — Vicaria, \ 93. 206, 381 , 

401, 402, 403. — Zecca, 401, 418. 

Palestra, 131. 

Pallavicino, 81, 82, 84, 85, 213 n. 

Palmer, Capitano, 416. 

Palmerston, Lord, 5. 31, 64. 65. 78 n-, 80, 

149, 150, 151, 160. 
Panama, 21. 

Panizzi, Antonio. 78, 79,88, n., 213, n., 214. 
Pantaleo, frate- 325, 349, 372, 387. 



Parco, 357, 358-361. 373, 378, 401, 448. 

Pareda Manuel (Fr. Crispi), 194, 195 n. 

Partinico, 343, 349, 351, 357. 

Pasolini, Conte, 99, 

Passo di Renda, 352, 355-358, 448. 

Passo Rigano, 379, n- 

Pavia, 251,282. 

Peard, 113, 122, 127-128. 

Peel, 35. 

Persano, Ammiraglio, 235, 236 n„ 241, 

292-293. 
Perugia, 153, 280. 
Piana dà Greci, 202 n-, 203-204. 319. 356, 

357, 360-363, 367, 369, 372, 378, 

383 n., 411. 449-450. 
Pianali, Generale, 58. 1 74. 
Piano della Stoppa, 370. 375, 452. 
Pic^nto dei Romani, 323, 324 n.. 329-333, 

339-342, 348. 447. 
Piediscalzi, 203, 356. 
Pilo, Rosolino, 88, 191, 203-205, 217-218, 

232, 235 n., 243, 248, 253, 319, 343, 

355-357, 370, 402. 436. 
Pio IX, 59. 99, 151, 177-179. 
Piombino, stretto di, 270-27 1 . 
Pioppo, 352, 355, 356, 358. 
Pironti, 63. 
Pisacane, Carlo, 87, 88-90, 232. 244. 253, 

298. 
Pisani, 207, 434. •* 

Pitigliano, 281. 

Piva, Domenico, 109, 390, 406. 
Plombieres, 81,98-100, 160. 
Poerio, Alessandro, 67. 
Poerio, Carlo, 61.69. 74, 75, 86, 160, 161. 
Polizzi, Colonnello, 378- 
Ponte dell'Ammiraglio, 388-390, 4:0, 411. 
Ponte delle Teste, 388, 390. 
Ponte S. Giacomo, 134. 
Ponte S. Pietro, 132. 
Porcaro, barone Vito, 160. 
Porr az zi, 373. 
PortellcPuzzilli, 361. 
Portofino, 268, 270. 
Porto Palo, 297, 299. 
Porto Santo Stefano, 276, 284, 286, 294. 
Porto Venere, 13. 
Principale, Gaetano, 452. 
Placida, v- Napoli- 



Indice alfabetico 



509 



Quarto, 232. 249, 257-27 1 , 279. 292, 311. 
320. 

Radetzky, 58. 

Raimondi) Conte, 215-216. 

Rampagallo, 315-316. 

Rattazzi, 154, 178. 179. 211. 212. 

Ratìtnna, 12, 53, 154. 
Rebottone, 360, 361. 

Reggio, 265. 

Renda, v. Passo di Renda. 

Rendu, 235. 

Ribotti, Generale, 219. 240. 

Rlcasoli, Bettino, 147. 152, 154. 210, 294- 

295. 
Ricciardi^ 267 n. 

Riso, Barone, 197-200, 205, 206. 424. 
Riso, Francesco, 197-200. 201, 206-207, 

218, 301, 433-434. 
Riooli, 135. 
Rocca della Russa, 390. 
Roccamena, 319, 358. 
Roma, 109, 292, 337 — Gianicolo, 12 — 

Vascello, 263. 
Romeo, 66. 

Rotolo, Agostino, 387, 388. 452. 
Rubattino, 258-259. 443-444. 
Rubicone, 153. 156, 157, 178, 211. 
Rupprecht, 120, 124, 432. 
Ruskin, 1 02 n. 

Russell, Lady John, 16!. 223-224, 282. 
Russell, Lord John, 5, 1 50, 1 5 1 , 1 61 . 1 66 n. . 

169, 223, 291, 446. 
Russell, Odo, 99 n., 101, 151. 

Sacchi, Colonnello Gaetano, 109, 221, 222. 

Saffi, Aurelio, 87. 

Sagana, 355. 

Salemi, 311,312,314,316,319-328,330. 

340. 447. 
Salmour, Conte, 165, 179. 
Salò, 135. 

San Fermo, 124-126. 128, 432. 
San Giuseppe Jato, 352, 358. 
San Martino, 355, 356. 
San Pier d'Arena, 258. 
San Salvatore, 122. 
Sant'Anna, Barone, 316, 329. 332, 351. 



Santa Cristina di Gela, 363, 364, 450. 

Santa Maria del Monte, 130. 

Santa Maria di Gesìi, 41 1, 451. 

Sant'Ambrogio, 130. 

Santa Ninfa, 325. 

Santo Stefano, v. Napoli. 

Sanza, 89. 

Sapri, 88. 

Savi, 274. 

Savoia, 180, 2! 8, 223-226. 291. 

Scaffa, bivio della, 387-389. 

Scansano, 260. 

Scarpa, Paolo, 397. 

Schiaffino, 334,341. 

Sciacca, 238, 297, 299, 300. 

Schaffgotschcj 124. 

Schwabe, 430. 

Schwarlz, Signora, 430. 

Schwàrzenberg, 68. 

Scialoja, Antonio^ 86. 

Segesta, 330, 340. 

Seriate, 132, 134. 

Sesto Calende, 116, 117. 

Settecannoii, 387, 338. 

Settembrini, Luigi, 56, 61, 62, 71, 76-79, 

86. 88. 160. 
Settembrini, Raffaele^ 160. 
Sforza, Maggiore, 322, 323, 329-332. 341. 

342, 447. 
Sgarallino, 270, 271, 
Shaen, 25. 

Shaftesbury, Lord, 30. 
Simonetta, 115, 116. 
Sirtori, 209, 210 n-, 241-243, 250. 253. 

256, 262. 311, 313. 326, 335. 340, 

349. 370 n.. 387. 607, 412, 438, 

442, 443. 

Solaro del'a Margherita, 145, 

Solferino, 28, 137, 141, 192, 193. 

Soncini, 251. 

Spangaroj 261 n- 

Spaventa:, Silvio, 78. 88, 160. 

Stansfeld, 25. 

Staten, isole, 19. 63. 

Steloio, 136. 

Strasatlo, 449. 

Strazzera, 300. 

Susini, Famiglia, 41. 

Sv^ran^ Sir J. Wilson, 33 n- 



510 



Garibaldi e i Mille 



Taglia via, 201 n. 

Talamone, 269 n.. 271, 273-279. 282, 

286, 294. 
Tangeri, 17-19. 
Taylor, 25. 

Tedaldi. 189 n.. 20! n., 380, 307. 
Tempie, 78. 79. 
Termini, 203 n., 358. 
Ticino, 111, 115-116. 
Torino, 103. 106, 111. 
Trapani, 202. 297-299, 302, 305, 320, 

322, 344 n. 
Trecchi. 222. 227, 443. 
Tre Ponti, 134-135. 
Troya, 166. 
Tùkory, 389, 391. 
Tunisi, |5, 16. 
Turr. Colonnello 134. 135.276-278,282, 

298 n.. 304, 309, 325. 326. 337, 

374 n., 406. 410, 422, 450, 452. 

Urban, Generale. 119-120. 123. 124. 128- 

131, 133. 432. 
Uso, 153 n. 

Vacca, Comandante, 423 n. 
Vallecorta, 356. 
Valtellina, 135-139. 
Vanderhilt, scalo, 20. 

Varese. 117-124, 129, 130. 132. 135. 

138. 431-432. 
Vecchi, Augusto. 23. 46, 47, 49, 233.431. 

Velletri, 28, 171- 
Venezia. 12. 108. 109. 



Verità, don, 325. 

Villahate, 371, 374. 452. 

Villa/ranca, 142-152. 157. 179. 180. 

Villa/rate, 358. 

Villamarina, marchese 178-182, 219. 

Villa Maratta, 379 n. 

VillaSpinola, lòl-lÒ^, 338. 241-245. 249. 

257-271. 279. 
Visconti Venosta Emilio, 119, 132, 136. 
Visconti Venosta Giovanni, 132, 133, 136- 

137. 
Vita, 323, 328. 333. 240, 341. 
Vitali. Battolo. 359n., 448. 
Vittorio Emanuele II, 1.5, 1 3, 19. 26, 28, 

35, 82-85,91-94, 98-101. 107. 131, ; 

134. 144. 155-157. 182, 192. 209, 

2H, 212, 214, 221, 222, 224, 230, 

237, 239-240. 254-256, 274. 311, 324. 

427. 441-443. 
Volturno, 265. 427. 
Von Mechel, Colonnello. 356. 359-362, 365- 

367. 375. 407 n.. 410-421. 450. 

Walewski, 98. 

Watson, Dott. Spence, 33 n. 

Webster, 430. 

White-Mario, Jessie, 38 n.. 40, 87- 

Wilmot, Luogotenente. 371. 380. 405, 412. 

Winnington-Ingram, Capitano. 308. 309. 

Wood. 301. 

Woodhouse. 301. 309. 

Zambianchi. 270, 271 n., 279-281,282 «., 
446, 



Finito di stampare 

il dì III maggio MCMX 

nella tipografia di 'Paolo tK^ri 

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